I Sonetti 081-100


I Sonetti 081-100

Scritti probabilmente fra il 1595 e i primi anni del 1600, i Sonetti di Shakespeare costituiscono uno dei grandi vertici della letteratura d’amore di tutti i tempi, rappresentano anche un momento centrale della produzione letteraria del grande drammaturgo inglese.

>> Introduzione ai sonetti

81.

Sia ch’io viva per scriver la tua epigrafe
o che tu sopravviva a me consunto sotto terra,
mai morte potrà da qui sottrar la tua memoria
anche se ogni parte mia sarà dimenticata.
Il tuo nome da qui trarrà vita immortale,
anche se scomparso, io morirò per tutto il mondo:
la terra a me darà soltanto una comune fossa,
mentre tu sarai sepolto in ogni sguardo umano.
Tuo monumento saranno i miei devoti versi
che occhi non ancor nati leggeranno attentamente;
e future lingue ripeteranno la tua esistenza
quando sarà spento ogni respiro di questo mondo:
tu vivrai sempre – tal virtù ha la mia penna –
sulle labbra di ogni uomo, ove alita la vita.
Or I shall live your epitaph to make,
Or you survive when I in earth am rotten;
From hence your memory death cannot take,
Although in me each part will be forgotten.
Your name from hence immortal life shall have,
Though I, once gone, to all the world must die:
The earth can yield me but a common grave,
When you entombed in men’s eyes shall lie.
Your monument shall be my gentle verse,
Which eyes not yet created shall o’er-read,
And tongues to be your being shall rehearse
When all the breathers of this world are dead;
You still shall live–such virtue hath my pen–
Where breath most breathes, even in the mouths of men.

82.

È vero, non sei sposato alla mia musa,
e perciò non sei colpevole se apprezzi
le parole devote che gli scrittori offrono
al loro bel soggetto, per magnificarne il libro.
Superbo è il tuo sapere come la tua bellezza
nel decider che il tuo merito supera il mio elogio;
e quindi sei costretto a ricercare altrove
le espressioni più moderne di quest’epoca evoluta.
Fa pure, amore; ma quando altri avranno usato
ogni artificiosa enfasi che retorica può offrire,
tu, veramente bello, avrai trovato vera armonia
nelle semplici parole vere del tuo sincero amico.
Le loro dense tinte potrebbero esser meglio usate
per altre guance esangui: in te sono sprecate.
I grant thou wert not married to my Muse
And therefore mayst without attaint o’erlook
The dedicated words which writers use
Of their fair subject, blessing every book
Thou art as fair in knowledge as in hue,
Finding thy worth a limit past my praise,
And therefore art enforced to seek anew
Some fresher stamp of the time-bettering days
And do so, love; yet when they have devised
What strained touches rhetoric can lend,
Thou truly fair wert truly sympathized
In true plain words by thy true-telling friend;
And their gross painting might be better used
Where cheeks need blood; in thee it is abused. 

83.

Mai mi accorsi che tu mancassi di colore
e perciò non ne aggiunsi alla tua bellezza;
io trovai, o così mi parve, che tu superassi
la misera offerta del tributo di un poeta:
solo per questo non spesi verbo nel tuo elogio,
affinché la tua presenza potesse ben mostrare
fino a che punto è scarsa una qualsiasi penna
quando esalta la virtù, la virtù che vive in te.
Tu m’imputasti a colpa questo mio silenzio,
mentre l’esser muto sarà mia somma gloria,
perché tacendo io non danneggio la bellezza,
mentre altri vuol dar vita e sol la seppellisce.
Vive più vita in uno dei tuoi begli occhi
di quanta ne dia l’elogio d’entrambi i tuoi poeti.
I never saw that you did painting need
And therefore to your fair no painting set;
I found, or thought I found, you did exceed
The barren tender of a poet’s debt;
And therefore have I slept in your report,
That you yourself being extant well might show
How far a modern quill doth come too short,
Speaking of worth, what worth in you doth grow.
This silence for my sin you did impute,
Which shall be most my glory, being dumb;
For I impair not beauty being mute,
When others would give life and bring a tomb.
There lives more life in one of your fair eyes
Than both your poets can in praise devise.

84.

Chi il meglio di te dice, non può dir di più
di questo ricco elogio che tu solo sei tu:
in qual confin murato si trova tanta ricchezza
atta a dimostrare che può esister il tuo eguale?
Ben squallida miseria dimora in quella penna
che non presta al suo soggetto un po’ di luce:
ma chi scrive di te, se solo riesce a dire
che tu sei tu, nobilita il suo verbo.
Riporti egli soltanto quanto in te sta scritto,
senza sciupare quel che natura creò sì chiaro,
e tale riproduzione eternerà il suo ingegno
rendendone ammirato lo stile in ogni luogo.
Ma alle tue belle grazie tu aggiungi una sventura,
la bramosia di elogi che sciupa ogni tuo pregio.
Who is it that says most? which can say more
Than this rich praise, that you alone are you?
In whose confine immured is the store
Which should example where your equal grew.
Lean penury within that pen doth dwell
That to his subject lends not some small glory;
But he that writes of you, if he can tell
That you are you, so dignifies his story,
Let him but copy what in you is writ,
Not making worse what nature made so clear,
And such a counterpart shall fame his wit,
Making his style admired every where.
You to your beauteous blessings add a curse,
Being fond on praise, which makes your praises worse. 

85.

La mia zittita Musa con dignità sta quieta,
mentre apologie in tua lode, riccamente elaborate,
rafforzano il loro dire con aurea penna
e preziose frasi limate da ogni Musa.
Se altri han belle parole, io nutro bei pensieri
e come chierico ignorante sempre ripeto: “Amen”
ad ogni alata rima che genio possente offre
con stile raffinato di penna molto colta.
Sentendoti lodare, io dico: “È così, è vero”
e alla massima lode aggiungo qualcosa di più,
ma solo nel pensiero dove il mio amor per te,
benché tarde sian le parole, occupa il primo posto.
Sii dunque grato agli altri per quel dire alato,
a me per quei pensieri che taciti si esprimono.
My tongue-tied Muse in manners holds her still,
While comments of your praise, richly compiled,
Reserve their character with golden quill
And precious phrase by all the Muses filed.
I think good thoughts whilst other write good words,
And like unletter’d clerk still cry ‘Amen’
To every hymn that able spirit affords
In polish’d form of well-refined pen.
Hearing you praised, I say ”Tis so, ‘tis true,’
And to the most of praise add something more;
But that is in my thought, whose love to you,
Though words come hindmost, holds his rank before.
Then others for the breath of words respect,
Me for my dumb thoughts, speaking in effect.

86.

Fu la gonfia maestosa vela del suo possente verso
spiegata alla tua conquista più che mai preziosa,
a soffocar nella mia mente le idee già pronte
facendo lor tomba il grembo dov’erano cresciute?
Fu il suo spirito, da spiriti istruito a scrivere
sovra ogni mortal potere, che a morte mi feriva?
No, né lui, né i suoi compagni che di notte
gli danno aiuto, assordarono i miei canti.
Né lui, né quell’affabil genio familiare
che di notte lo plagia con recondito sapere
possono vantarsi d’aver vinto il mio silenzio:
no, non era questa la ragion che m’affliggeva;
ma quando la tua attenzione elevò la sua poesia,
allor mi mancò il tema: questo affievolì la mia.
Was it the proud full sail of his great verse,
Bound for the prize of all too precious you,
That did my ripe thoughts in my brain inhearse,
Making their tomb the womb wherein they grew?
Was it his spirit, by spirits taught to write
Above a mortal pitch, that struck me dead?
No, neither he, nor his compeers by night
Giving him aid, my verse astonished.
He, nor that affable familiar ghost
Which nightly gulls him with intelligence
As victors of my silence cannot boast;
I was not sick of any fear from thence:
But when your countenance fill’d up his line,
Then lack’d I matter; that enfeebled mine. 

87.

Addio! Sei troppo caro per tenerti ancora
e fin troppo tu conosci la tua stima:
il titolo del tuo valore ti assegna ogni diritto,
i vincoli che a te mi legano sono ormai scaduti.
Come ti tengo infatti se non per grazia tua
e per tal ricchezza il mio merito dov’è?
Manca in me ragione di tal prezioso dono
e così il mio privilegio di nuovo a te ritorna.
Tu allora ti donasti ignorando il tuo valore
o lo accordasti a me credendomi diverso;
così il tuo immenso dono, frutto di un errore,
su giudizio ravveduto, a casa sua ritorna.
Io ti ho avuto quindi come illude un sogno:
nel sonno un re, ma nullità al risveglio.
Farewell! thou art too dear for my possessing,
And like enough thou know’st thy estimate:
The charter of thy worth gives thee releasing;
My bonds in thee are all determinate.
For how do I hold thee but by thy granting?
And for that riches where is my deserving?
The cause of this fair gift in me is wanting,
And so my patent back again is swerving.
Thyself thou gavest, thy own worth then not knowing,
Or me, to whom thou gavest it, else mistaking;
So thy great gift, upon misprision growing,
Comes home again, on better judgment making.
Thus have I had thee, as a dream doth flatter,
In sleep a king, but waking no such matter.

88.

Quando avrai deciso di non stimarmi più
ed esporrai i miei meriti al pubblico disprezzo,
contro me stesso combatterò al tuo fianco
e proverò che sei sincero pur sapendoti spergiuro.
Conoscendo a fondo ogni mia mancanza,
a tuo sostegno potrei portare a conoscenza
colpe nascoste di cui mi son macchiato,
affinché perdendomi tu possa averne gloria:
e in tal modo anch’io ne sarei gratificato:
perché volgendo a te ogni mio pensier d’amore,
le gravi accuse che imputerò a me stesso,
dando a te un vantaggio, doppio per me sarà.
Il mio amore è così grande, talmente ti appartengo,
che per la tua ragione sopporterò ogni torto.
When thou shalt be disposed to set me light,
And place my merit in the eye of scorn,
Upon thy side against myself I’ll fight,
And prove thee virtuous, though thou art forsworn.
With mine own weakness being best acquainted,
Upon thy part I can set down a story
Of faults conceal’d, wherein I am attainted,
That thou in losing me shalt win much glory:
And I by this will be a gainer too;
For bending all my loving thoughts on thee,
The injuries that to myself I do,
Doing thee vantage, double-vantage me.
Such is my love, to thee I so belong,
That for thy right myself will bear all wrong.

89.

Di’ che mi lasciasti per qualche mio difetto
ed io rafforzerò la gravità di quell’offesa:
di’ che sono zoppo e zoppicherò all’istante
senza oppor difesa alle tue ragioni.
Tu non potrai, amore, che denigrarmi la metà,
per dar corpo al tuo voluto cambiamento,
di quanto io stesso mi denigri; sapendo che lo vuoi,
soffocherò l’affetto e diverrò un estraneo;
eviterò i tuoi passi e sulle labbra mie
mai più indugerà il tuo caro dolce nome,
affinché io, blasfemo, non debba danneggiarlo
forse ricordando la nostra vecchia conoscenza.
Per te io giuro di andar contro me stesso,
perché mai potrei amare chi è causa del tuo odio.
Say that thou didst forsake me for some fault,
And I will comment upon that offence;
Speak of my lameness, and I straight will halt,
Against thy reasons making no defence.
Thou canst not, love, disgrace me half so ill,
To set a form upon desired change,
As I’ll myself disgrace: knowing thy will,
I will acquaintance strangle and look strange,
Be absent from thy walks, and in my tongue
Thy sweet beloved name no more shall dwell,
Lest I, too much profane, should do it wrong
And haply of our old acquaintance tell.
For thee against myself I’ll vow debate,
For I must ne’er love him whom thou dost hate. 

90.

Odiami pure quando vuoi; perché non ora:
ora che il mondo è incline a sbarrarmi il passo,
affianca l’ira del destino, piegami di schianto
ma non cader su me quale ultimo flagello.
No, se il mio cuore sarà scampato a questa pena,
non venire al seguito di un dolor già vinto;
non dare alla ventosa notte un mattin di pioggia
per prolungare una disfatta ormai scontata.
Se vuoi lasciarmi, non farlo all’ultimo momento,
quando altri miseri dolori mi avranno martoriato,
ma vieni subito all’assalto, così che pria assapori
il più potente torto della mia mala sorte.
E ogni altra pena che oggi m’appar penosa,
paragonata alla tua perdita non sembrerà più tale.
Then hate me when thou wilt; if ever, now;
Now, while the world is bent my deeds to cross,
Join with the spite of fortune, make me bow,
And do not drop in for an after-loss:
Ah, do not, when my heart hath ‘scoped this sorrow,
Come in the rearward of a conquer’d woe;
Give not a windy night a rainy morrow,
To linger out a purposed overthrow.
If thou wilt leave me, do not leave me last,
When other petty griefs have done their spite
But in the onset come; so shall I taste
At first the very worst of fortune’s might,
And other strains of woe, which now seem woe,
Compared with loss of thee will not seem so.

91.

Vi è chi vanta la propria nascita, chi l’ingegno,
chi la ricchezza, chi la forza fisica,
chi il vestire alla moda anche se stravagante,
chi vanta falchi e cani e chi i cavalli.
E ogni temperamento ha una sua tendenza innata
in cui trova una gioia superiore al resto;
ma queste piccolezze non s’addicon al mio metro:
io tutte le miglioro in un solo immenso bene.
Per me il tuo amore è meglio di nobili natali,
più ricco della ricchezza, più fiero dell’eleganza,
di maggior diletto dei falchi o dei cavalli
e avendo te, di ogni vanto umano io mi glorio:
sfortunato solo in questo, che tu puoi togliermi
ogni cosa e far di me l’essere più misero.
Some glory in their birth, some in their skill,
Some in their wealth, some in their bodies’ force,
Some in their garments, though new-fangled ill,
Some in their hawks and hounds, some in their horse;
And every humour hath his adjunct pleasure,
Wherein it finds a joy above the rest:
But these particulars are not my measure;
All these I better in one general best.
Thy love is better than high birth to me,
Richer than wealth, prouder than garments’ cost,
Of more delight than hawks or horses be;
And having thee, of all men’s pride I boast:
Wretched in this alone, that thou mayst take
All this away and me most wretched make.

92.

Fa’ pure del tuo peggio per sfuggirmi,
tu in me vivrai per tutta la mia vita
e vita non durerà più a lungo del tuo amore,
perché sol da questo affetto essa dipende.
Quindi temer non devo il peggior dei torti
quando nel più piccolo la mia vita ha fine;
mi par di meritare miglior sorte
di quella che è in balìa dei tuoi capricci.
Non puoi torturarmi con la tua incostanza
perché nel tuo disdegno muore la mia vita:
o che beato titolo solo io posseggo,
felice del tuo amore, felice di morire!
Ma esiste felicità che nuvole non tema?
Tu potresti ingannarmi ed io non saperlo.
But do thy worst to steal thyself away,
For term of life thou art assured mine,
And life no longer than thy love will stay,
For it depends upon that love of thine.
Then need I not to fear the worst of wrongs,
When in the least of them my life hath end.
I see a better state to me belongs
Than that which on thy humour doth depend;
Thou canst not vex me with inconstant mind,
Since that my life on thy revolt doth lie.
O, what a happy title do I find,
Happy to have thy love, happy to die!
But what’s so blessed-fair that fears no blot?
Thou mayst be false, and yet I know it not.

93.

Credendoti sincero, dunque io vivrò
come un marito illuso, così il volto d’amore
amore mi parrà, anche se menzognero:
i tuoi occhi con me, il tuo cuore altrove.
Poiché odio non può viver nei tuoi occhi,
non posso in essi legger mutamenti:
in molti sguardi l’infedeltà del cuore
è scritta in malumori, cipigli e rughe avverse;
ma il cielo nel crearti quel giorno sentenziò
che solo dolce amore dimorasse nel tuo viso;
quali fossero i pensieri o i moti del tuo cuore,
il tuo sguardo non avrebbe espresso che dolcezza.
Uguale al pomo d’Eva sarebbe la tua bellezza
se la tua natura non fosse pari al tuo sembiante!
So shall I live, supposing thou art true,
Like a deceived husband; so love’s face
May still seem love to me, though alter’d new;
Thy looks with me, thy heart in other place:
For there can live no hatred in thine eye,
Therefore in that I cannot know thy change.
In many’s looks the false heart’s history
Is writ in moods and frowns and wrinkles strange,
But heaven in thy creation did decree
That in thy face sweet love should ever dwell;
Whate’er thy thoughts or thy heart’s workings be,
Thy looks should nothing thence but sweetness tell.
How like Eve’s apple doth thy beauty grow,
if thy sweet virtue answer not thy show!

94.

Quelli che han potere di ferire e non lo fanno,
che non usano la forza in loro manifesta,
che commuovendo gli altri, restan come pietra,
apatici, freddi e sordi a tentazione:
godono davvero ogni favor del cielo
e proteggono da spreco i beni del creato;
questi son signori e padroni del loro volto,
gli altri non son che servi delle loro doti.
Dona fragranza all’estate lo sbocciar d’un fiore
anche se vive e muore soltanto per se stesso,
ma se quel fior s’infradicia d’infimo contagio,
la più vile erbaccia fiore parrà al confronto:
più una cosa è dolce, più agra divien se infetta,
imputriditi i gigli puzzano ben più di erbacce.
They that have power to hurt and will do none,
That do not do the thing they most do show,
Who, moving others, are themselves as stone,
Unmoved, cold, and to temptation slow,
They rightly do inherit heaven’s graces
And husband nature’s riches from expense;
They are the lords and owners of their faces,
Others but stewards of their excellence.
The summer’s flower is to the summer sweet,
Though to itself it only live and die,
But if that flower with base infection meet,
The basest weed outbraves his dignity:
For sweetest things turn sourest by their deeds;
Lilies that fester smell far worse than weeds.

95.

Come sai render dolce ed amabil la vergogna
che simile al verme nella fragrante rosa,
contamina la bellezza del tuo fiorente nome!
O in quali dolcezze racchiudi i tuoi peccati!
Chi narrerà la storia dei tuoi giorni
commentando lascivamente i tuoi piaceri,
in forma di elogio sol potrebbe criticarti:
basta il tuo nome a ingentilire ogni biasimo.
O qual splendida dimora hanno eletto quei vizi
che per loro abitazione hanno scelto te,
ove manto di bellezza copre ogni peccato
e converte in grazia quanto l’occhio può vedere!
Attento, cuore caro, a questo immenso privilegio:
male usata anche la più dura lama perde il filo.
How sweet and lovely dost thou make the shame
Which, like a canker in the fragrant rose,
Doth spot the beauty of thy budding name!
O, in what sweets dost thou thy sins enclose!
That tongue that tells the story of thy days,
Making lascivious comments on thy sport,
Cannot dispraise but in a kind of praise;
Naming thy name blesses an ill report.
O, what a mansion have those vices got
Which for their habitation chose out thee,
Where beauty’s veil doth cover every blot,
And all things turn to fair that eyes can see!
Take heed, dear heart, of this large privilege;
The hardest knife ill-used doth lose his edge.

96.

Si dice che tua colpa è gioventù o leggerezza,
ma anche che tua grazia è verde età e seduzione;
così pregi e difetti da ognuno son graditi:
le colpe tu trasformi in grazie affascinanti.
Come al dito di una regina in trono
il più misero gioiello è stimato di gran pregio,
così quelle pecche che in te sono ben chiare
trasferite alla virtù diventano virtuose.
Quanti agnelli adescherebbe il fero lupo
se in agnello tramutasse il suo sembiante!
Quanti ammiratori potresti tu ingannare
se usassi il fascino di ogni tuo potere!
Ma non lo fare: io ti voglio così bene
e ti sento tanto mio che mio è il tuo buon nome.
Some say thy fault is youth, some wantonness;
Some say thy grace is youth and gentle sport;
Both grace and faults are loved of more and less;
Thou makest faults graces that to thee resort.
As on the finger of a throned queen
The basest jewel will be well esteem’d,
So are those errors that in thee are seen
To truths translated and for true things deem’d.
How many lambs might the stem wolf betray,
If like a lamb he could his looks translate!
How many gazers mightst thou lead away,
If thou wouldst use the strength of all thy state!
But do not so; I love thee in such sort
As, thou being mine, mine is thy good report.

97.

Come mi è parsa inverno la mia lontananza
da te, unica gioia del fuggente anno!
Che gelo ho sentito, che neri giorni ho vissuto!
Che desolazione ovunque di vecchio Dicembre!
Eppure quel periodo d’assenza era tempo d’estate,
il prolifico autunno, carico di ricchi frutti,
sta maturando il seme della vogliosa primavera,
qual vedovo grembo dopo la morte del suo signore:
ma questa gran prosperità allora mi sembrava
un fiorir di orfani, di gemme senza padre
perché l’estate e i suoi piaceri dipendono da te
e con te lontano, anche gli uccelli sono muti
o se cinguettano è con sì poco spirito
che ogni foglia impallidisce temendo già l’inverno.
How like a winter hath my absence been
From thee, the pleasure of the fleeting year!
What freezings have I felt, what dark days seen!
What old December’s bareness every where!
And yet this time removed was summer’s time,
The teeming autumn, big with rich increase,
Bearing the wanton burden of the prime,
Like widow’d wombs after their lords’ decease:
Yet this abundant issue seem’d to me
But hope of orphans and unfather’d fruit;
For summer and his pleasures wait on thee,
And, thou away, the very birds are mute;
Or, if they sing, ‘tis with so dull a cheer
That leaves look pale, dreading the winter’s near.

98.

Anche in primavera fui da te lontano
quando il leggiadro Aprile, tutto vestito a festa,
suscitava in ogni cosa un tale brio di gioventù
che rideva anche Saturno e con lui danzava.
Ma, né i canti degli uccelli, né il profumo dolce
dei differenti fiori sia in fragranza che colore,
potevano indurmi a pensare una gioiosa storia
o a coglierli dal grembo ove floridi crescevano:
e neppur mi affascinava il candor dei gigli
né potei apprezzare il rosso acceso delle rose;
non eran che profumi e deliziose forme
raffiguranti te, tu lor unico modello.
Ma per me era sempre inverno e lontan da te,
mi dilettai con loro come con l’ombra tua.
From you have I been absent in the spring,
When proud-pied April dress’d in all his trim
Hath put a spirit of youth in every thing,
That heavy Saturn laugh’d and leap’d with him.
Yet nor the lays of birds nor the sweet smell
Of different flowers in odour and in hue
Could make me any summer’s story tell,
Or from their proud lap pluck them where they grew;
Nor did I wonder at the lily’s white,
Nor praise the deep vermilion in the rose;
They were but sweet, but figures of delight,
Drawn after you, you pattern of all those.
Yet seem’d it winter still, and, you away,
As with your shadow I with these did play.

99.

Così ho rimproverato la violetta audace:
ladra soave, a chi rubasti quel dolce tuo profumo
se non al respiro del mio amore? Il purpureo orgoglio
che a color dimora sulla tua soffice corolla
è ovvio che l’hai preso dalle vene del mio amore.
Ho accusato il giglio di plagio della tua mano,
e dei tuoi capelli i fior di maggiorana;
le rose timorose si ergevan sulle spine,
una rossa di vergogna, l’altra bianca di paura;
una terza, né rossa o bianca, entrambe avea rubato
e alla sua rapina aveva aggiunto il tuo respiro;
ma per quel furto, nel vigor della sua crescita,
vindice un verme la divorava a morte.
Altri fiori ho notato, ma non ne vidi uno
che non ti avesse tolto o il colore o il profumo.
The forward violet thus did I chide:
Sweet thief, whence didst thou steal thy sweet that smells,
If not from my love’s breath? The purple pride
Which on thy soft cheek for complexion dwells
In my love’s veins thou hast too grossly dyed.
The lily I condemned for thy hand,
And buds of marjoram had stol’n thy hair:
The roses fearfully on thorns did stand,
One blushing shame, another white despair;
A third, nor red nor white, had stol’n of both
And to his robbery had annex’d thy breath;
But, for his theft, in pride of all his growth
A vengeful canker eat him up to death.
More flowers I noted, yet I none could see
But sweet or colour it had stol’n from thee.

100.

Dove sei, mia Musa, che da lungo tempo oblii
di cantare chi ti dona tutta la tua possanza?
Consumi il tuo fervore in canti senza pregio
bruciando la tua vena per dar luce a temi indegni?
Ritorna, o smemorata, e subito riscatta
con accurati metri il tempo che hai sprecato;
canta all’orecchio che apprezza le tue rime
e dona alla tua penna ispirazione e ardore.
Sorgi, torpida Musa, scruta il dolce viso del mio amore
per veder se il Tempo vi ha scolpito qualche ruga;
se ne trovi, sii tu satira della decadenza
e rendi disprezzata ogni razzia del Tempo.
Da’ fama all’amor mio pria che lo falci il Tempo
così potrai preceder la sua perversa lama.
Where art thou, Muse, that thou forget’st so long
To speak of that which gives thee all thy might?
Spend’st thou thy fury on some worthless song,
Darkening thy power to lend base subjects light?
Return, forgetful Muse, and straight redeem
In gentle numbers time so idly spent;
Sing to the ear that doth thy lays esteem
And gives thy pen both skill and argument.
Rise, resty Muse, my love’s sweet face survey,
If Time have any wrinkle graven there;
If any, be a satire to decay,
And make Time’s spoils despised every where.
Give my love fame faster than Time wastes life;
So thou prevent’st his scythe and crooked knife.

I sonetti

  

Introduzione

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