Amleto – Atto I

Amleto – Atto I

(“Hamlet” – 1600 – 1601)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Amleto - Atto I


Personaggi

AMLETO, Principe di Danimarca.
CLAUDIO, Re di Danimarca, zio di Amleto.
IL FANTASMA del re morto, padre di Amleto.
GERTRUDE, la Regina, madre di Amleto, ora moglie di Claudio.
POLONIO, consigliere di stato.
LAERTE, figlio di Polonio.
OFELIA, figlia di Polonio.
ORAZIO, amico e uomo di fiducia di Amleto.
ROSENCRANTZ, GUILDENSTERN: cortigiani, già compagni di scuola di Amleto.
FORTEBRACCIO, Principe di Norvegia.
VOLTEMAND, CORNELIO: consiglieri danesi, ambasciatori in Norvegia.
MARCELLO, BERNARDO, FRANCISCO: Guardie del Re.
OSRIC, cortigiano lezioso.
REYNALDO, servo di Polonio.
Attori.
Un gentiluomo della corte.
Un prete.
Un becchino.
Il compagno del becchino.
Un capitano dell’esercito di Fortebraccio.
Ambasciatori inglesi.
Gentiluomini, gentildonne, soldati, marinai, messaggeri e gente del seguito.

SCENA. Elsinore: la Corte e i suoi paraggi.


ATTO PRIMO – SCENA PRIMA

Entrano due sentinelle, Bernardo e Francisco.

 

BERNARDO

Chi è là?

 

FRANCISCO

No, parla tu. Fermati.

Chi sei?

 

BERNARDO

Lunga vita al re!

 

FRANCISCO

Bernardo?

 

BERNARDO

Sì.

 

FRANCISCO

Arrivi

molto puntuale.

 

BERNARDO

È mezzanotte!

Va’ a letto, Francisco.

 

FRANCISCO

Grazie per il cambio. È un freddo cane,

e ho la morte nel cuore.

 

BERNARDO

Tutto quieto?

 

FRANCISCO

Non s’è mosso un topo.

 

BERNARDO

Bene, buonanotte.

Se incontri

i miei compagni di guardia

Orazio e Marcello, fagli fretta.

 

FRANCISCO

Li sento arrivare, credo.

 

Entrano Orazio e Marcello.

 

Fermi, oh! Chi è là?

 

ORAZIO

Amici di questa terra.

 

MARCELLO

E sudditi del Danese.

 

FRANCISCO

Dio vi dia la buona notte.

 

MARCELLO

Anche a te, soldato. Chi t’ha dato il cambio?

 

FRANCISCO

Bernardo è al mio posto. Buona notte. Esce.

 

MARCELLO

Oh! Bernardo!

 

BERNARDO

Oh! Ma di’, c’è Orazio?

 

ORAZIO

Ce n’è un pezzo.

 

BERNARDO

Benvenuto, Orazio! Benvenuto, amico Marcello.

 

ORAZIO

Allora, è ricomparsa la cosa stanotte?

 

BERNARDO

Io non l’ho vista.

 

MARCELLO

Orazio dice che stravediamo,

e si rifiuta di credere

in questo spavento

che abbiamo visto due volte.

Perciò l’ho pregato di vedere con noi

scorrere i minuti di questa notte,

e se l’apparizione torna, potrà rendere

giustizia ai nostri occhi, e le potrà parlare.

 

ORAZIO

Via, via, non torna.

 

BERNARDO

Siediti un momento, e noi,

col tuo permesso, riassalteremo i tuoi orecchi,

così fortificati contro la nostra storia,

con ciò che abbiamo visto due notti.

 

ORAZIO

Bene,

sediamoci. Sentiamo

che ne dice Bernardo.

 

BERNARDO

Proprio ieri notte,

la stella laggiù che viaggia a ponente del polo

era andata ad accendere la parte del cielo

dove ora brucia. Marcello ed io,

mentre batteva l’una…

 

Entra il fantasma.

 

MARCELLO

Fermati, oh! Eccolo che torna.

 

BERNARDO

È sempre come lui, il re morto.

 

MARCELLO

Orazio, tu che hai studiato, parlagli.

 

BERNARDO

Non sembra il re? Guardalo, Orazio.

 

ORAZIO

È come lui. Mi riempie

di spavento e stupore.

 

BERNARDO

Vuole che gli si parli.

 

MARCELLO

Pàrlagli, Orazio.

 

ORAZIO

Cosa sei tu che usurpi questo tempo della notte

e la nobile forma di uomo di guerra

nella quale incedeva la maestà

del re sepolto? In nome di Dio, parla!

 

MARCELLO

L’abbiamo offeso.

 

BERNARDO

Guardate, se ne va.

 

ORAZIO

Fermati, parla, parla, ti ordino di parlare.

Il Fantasma esce.

 

MARCELLO

È andato. Non parlerà mai.

 

BERNARDO

E allora, Orazio? Tremi e sei pallido.

Non è, quella cosa, più che allucinazione?

Che ne pensi?

 

ORAZIO

In nome di Dio

non l’avrei mai creduto

senza la prova fondata e sicura

dei miei occhi.

 

MARCELLO

Non somiglia al re?

 

ORAZIO

Come tu a te stesso.

Quell’armatura la portava

in battaglia con l’avido Norvegese.

E quell’occhio grifagno l’aveva nell’urto

coi polacchi, quando rovesciò

uomini e slitte sul ghiaccio. È incredibile.

 

MARCELLO

Così, due volte, proprio in quest’ora morta,

ci è passato davanti con quel piglio marziale.

 

ORAZIO

Non so che pensarne di preciso, però

la mia impressione è che questo annunzia

chissà che malanno al nostro stato.

 

MARCELLO

Ebbene vi prego, sediamoci. E chi lo sa, mi dica

perché mai questa guardia severissima ogni notte

affatica i sudditi di questa terra,

e perché ogni giorno si fondono cannoni di bronzo

e si comprano fuori strumenti di guerra,

e perché si forzano i carpentieri a un lavoro

duro per settimane senza domeniche.

Cos’è che preparano con tanto sudore e fretta

da aggiogare la notte alla fatica del giorno,

chi può spiegarmelo?

 

ORAZIO

Io. O almeno

sento dire questo: il nostro ultimo re

la sua immagine è apparsa un minuto fa –

fu sfidato a duello, come sapete, da Fortebraccio

di Norvegia, spinto da orgoglio e

invidia; e il valoroso Amleto

valoroso lo stimava tutto il nostro emisfero –

ammazzò Fortebraccio. Costui, in forza d’un patto

ratificato dalla legge e dagli usi cavallereschi

con la vita perdette a favore di chi lo vinse

tutte le terre di conquista; e a sua volta

il nostro re aveva scommesso

una porzione equivalente, che sarebbe andata

in possesso dell’avversario

se avesse vinto lui; ma il patto

e la clausola relativa e le conseguenze

gettarono la sua parte su Amleto. Bene, ora il figlio

Fortebraccio, un tipo di fuoco, un tipo sfrenato,

qua e là nelle marche norrène ti rastrella

una truppa di disperati, cibo e

dieta d’un impresa

che ha stomaco grande: niente di meno

qui da noi sembra chiaro – che riprendersi

con la forza e la prepotenza le terre perdute,

come ho detto, dal padre. Questo a mio avviso

è il primo movente dei nostri preparativi,

causa di questa veglia e vera fonte

di tanto agitarsi e armeggiare.

 

BERNARDO

Questo e nient’altro, ne sono certo. E ciò spiega

perché questa figura portentosa tagli

armata la nostra veglia, e somigli tanto al re

che fu ed è motivo di queste guerre.

 

ORAZIO

È un pruno che molesta l’occhio della mente!

Quando Roma fiorì come un alto palmizio,

poco prima che cadesse il grande Giulio,

le tombe si svuotarono e i morti nei sudari

invasero le vie stridendo e farfugliando,

e stelle con code di fuoco, rugiade di sangue,

disastri nel sole; e la stella acquosa

che influenza l’impero di Nettuno

patì un’eclissi che fu quasi

un finimondo. E ora è come allora: segni

di avvenimenti terribili, come

araldi che precedono i fati

e prologhi alla sventura che arriva

cielo e terra insieme hanno mostrato

ai nostri climi e alla nostra gente.

 

Entra il fantasma.

 

Ma guardate lì, sta tornando!

Gli taglio la strada, dovesse costarmi la vita.

Lo spettro apre le braccia.

Fermati, illusione.

Se hai voce e puoi usarla

parlami.

Se opera buona può farsi

che a te dia pace e a me salute

parlami.

Se conosci il destino del regno

e saperlo può farlo evitare

parla!

O se nella vita hai nascosto

tesori estorti nel ventre della terra,

per cui voi spiriti, come dicono, vagate

spesso nella morte, parlamene,

fermati e parla. Il gallo canta.

Fermalo, Marcello.

 

MARCELLO

Gli do un colpo di lancia?

 

ORAZIO

Sì, se non si ferma.

 

BERNARDO

Eccolo.

 

ORAZIO

È qui. Il fantasma esce.

 

MARCELLO

È sparito.

Gli facciamo torto, è così nobile,

a minacciarlo di violenza

perché è come l’aria, invulnerabile,

e i nostri colpi burattinate

inutili e cattive.

 

BERNARDO

Stava per parlare

quando il gallo ha cantato.

 

ORAZIO

E allora ha trasalito come cosa colpevole

a un appello terribile. Ho sentito

che il gallo, trombettiere del mattino,

con la sua gola alta e squillante sveglia

il dio del giorno, e a quel segno

ogni spirito erratico, si trovi

in acqua o fuoco, in terra o in aria, torna

subito al suo confino. Questa cosa

ci ha dimostrato che è vero.

 

MARCELLO

È sparito al canto del gallo.

Pare che ogni anno quando arriva il tempo

che celebra la nascita del nostro Redentore

quest’uccello dell’alba canti tutta la notte:

e allora gli spettri non osano vagare,

le notti sono salubri e le stelle

non maligne, non fanno sortilegi

le fate, né affatturano le streghe,

tanto benigno e tanto sacro è il tempo.

 

ORAZIO

Così ho inteso e credo, in parte. Ma guardate,

il mattino nel suo manto di ruggine

passa sulla rugiada di quell’alta collina.

Smontiamo questa guardia, e a mio avviso

quello che abbiamo visto riferiamolo

al giovane Amleto, perché, sulla mia vita

questo spirito muto con noi a lui parlerà.

Siete d’accordo? Ce lo impone il nostro

dovere, lo richiede il nostro affetto.

 

MARCELLO

Bisogna farlo, sì. E io so dove incontrarlo,

stamattina, nel modo più opportuno. Escono.


ATTO PRIMO – SCENA SECONDA

Squillo di trombe. Entrano Claudio Re di Danimarca, la Regina Gertrude, il Consiglio con Voltemand, Cornelio, Polonio e suo figlio Laerte, Amleto (vestito di nero) e altri.

 

RE

Sebbene ancora sia verde la memoria della morte

del caro fratello Amleto, ed a noi si convenga

portare in cuore questa pena, e a tutto il regno

contrarsi in una sola fronte di dolore,

pure tanto la ragione in noi ha lottato

contro la natura

che con saggio cordoglio siamo memori

di lui e insieme non immemori di noi stessi.

Pertanto la nostra già sorella e ora

regina, coerede di questo forte regno,

noi abbiamo, quasi con gioia senza gioia,

con un occhio aperto alla speranza e uno

che dispera, con letizia alle esequie e canti

funebri alle nozze, e in modo uguale

dosando diletto e dolore,

presa in moglie. E la scelta

non ha escluso i vostri eccellenti consigli,

che hanno accompagnato, liberi, questa vicenda.

Vi ringraziamo, per tutto.

E ora dobbiamo informarvi che il giovane Fortebraccio

il quale ci stima ben poco o ritiene

che per la morte del nostro caro fratello

lo stato sia scardinato e sconvolto

e aggancia a queste idee un sogno di dominio,

non ci risparmia il tedio d’un messaggio

che comporta la resa dei territori

ceduti dal padre con tutti i crismi della legge

al nostro prode fratello. Ma di lui basti.

Veniamo a noi, e al presente consiglio.

Eccone motivo: qui abbiamo scritto

al re di Norvegia, zio del giovane Fortebraccio,

che invalido e obbligato a letto conosce

ben poco dei progetti di suo nipote,

chiedendo che impedisca ogni altro passo,

dacché quelle leve, quelle truppe,

quei suoi effettivi sono tratti tutti

da mezzo ai suoi sudditi; e ora inviamo

voi, mio buon Cornelio, e voi Voltemand

con questo mio messaggio amichevole

al vecchio re – ma senza autorizzarvi

a trattar di persona con lui al di là

dei limiti qui ben circostanziati. Addio,

e la rapidità provi lo zelo.

 

CORNELIO e VOLTEMAND

Ve ne daremo prova, in questo e in tutto.

 

RE

Non ne dubitiamo. Il nostro cordiale addio.

Escono Voltemand e Cornelio.

E ora, Laerte, cosa c’è di nuovo?

Ci parlavi d’una richiesta: qual è, Laerte?

Non parlerai con senno al re danese

sprecando il fiato. Cosa vorresti, Laerte,

che non sia tua richiesta ma mia offerta?

La testa non è più consona al cuore,

né la mano al servizio della bocca

di quanto sia, a tuo padre, questo trono.

Cosa ci chiedi, Laerte?

 

LAERTE

Mio temuto signore,

un benevolo consenso per tornare in Francia.

Sono venuto in Danimarca ben volentieri

per rendervi il mio omaggio all’incoronazione.

Ora, compiuto quel dovere, debbo confessare

che i pensieri e i desideri tornano alla Francia

e chiedono, umilmente, un consenso e un perdono.

 

RE

Hai avuto il permesso di tuo padre? Che ne dice Polonio?

 

POLONIO

Signore, mi ha strappato un riluttante assenso

a furia d’insistenze, e alla fine

ho impresso sul suo volere il mio nolente sigillo.

Vi prego, concedetegli di partire.

 

RE

Cogli la tua bella ora, Laerte. Il tempo è tuo,

spendilo con le tue doti migliori.

Ma ora, Amleto, mio caro congiunto e figlio…

 

AMLETO

Un po’ più che congiunto, e men che caro.

 

RE

Come mai ancora queste nuvole su di te?

 

AMLETO

No signor mio, sono fin troppo al sole.

 

REGINA

Mio buon Amleto, togliti quel colore notturno

e guarda il re danese con occhio amico.

Non cercare per sempre a ciglia basse

il tuo nobile padre nella polvere.

Lo sai, è comune a tutti: chi vive deve morire,

la natura è un passaggio verso l’eternità.

 

AMLETO

Sì, signora, è comune.

 

REGINA

Ma se lo è

perché ti sembra una cosa che succede a te solo?

 

AMLETO

Sembra, signora? No, è. Non c’è nessun “sembra”.

Non sarà questo manto d’inchiostro, madre,

né il nero solenne imposto ai miei vestiti,

né il sospirare a raffica o buriana,

no, e nemmeno un gran fiume negli occhi,

o l’aspetto depresso della facciata

e in più tutte le forme e i modi del dolore

a mostrarmi nella mia verità. Queste cose

davvero sembrano, perché un uomo può fingerle.

Ma io dentro ho qualcosa che non si può mostrare,

e questi, del dolore, sono gli orpelli, le gabbane.

 

RE

Amleto, è dolce e lodevole nella tua natura

che tu dia a tuo padre questo tributo di lutto.

Ma, non scordarlo, tuo padre perdette un padre,

e quel padre perduto, il suo – e l’orfano è tenuto

in obbligo filiale, per un tempo,

a dare un omaggio di tristezza. Ma perseverare

in un cordoglio ostinato è condursi

con testardaggine empia, non è dolore da uomo,

mostra una volontà assai indocile al cielo,

un cuore senza tempra, un animo intollerante,

un intelletto ingenuo e ineducato;

ciò che sappiamo dev’essere, ed è comune

come la più ordinaria esperienza dei sensi,

perché dovremmo con opposizione

perversa, prenderlo tanto a cuore? Via,

questa è una colpa contro il cielo, i morti,

la natura, e perversa soprattutto

per la ragione, il cui luogo comune

è la morte dei padri, e che ha gridato sempre

fin dal primo cadavere all’uomo che è morto oggi

“così dev’essere”. Ti preghiamo, getta via

questa pena inutile, e pensa a noi

come a un padre. Perché, lo sappia il mondo,

tu sei erede diretto a questo trono

e io mi porto verso te con amore

non meno forte di quello che il più tenero padre

porta al figlio. Quanto alla tua intenzione

di tornartene a scuola a Wittemberg

essa è contro ogni nostro desiderio,

perciò ti scongiuriamo, convinciti a restare

qui, gioia e conforto dei nostri occhi,

primo a corte, nipote e figlio nostro.

 

REGINA

Non far sprecare preghiere a tua madre, Amleto.

Resta con noi ti prego, non andare a Wittemberg.

 

AMLETO

Per quanto posso vi obbedirò, signora.

 

RE

Ah, questa è una risposta amorevole e bella.

Sii in Danimarca come noi stessi. Signora, andiamo.

Questo gentile e spontaneo consenso di Amleto

è un sorriso al mio cuore; e per festeggiarlo

ogni brindisi che oggi farà il re

il cannone più grande

l’annuncerà alle nuvole, e il cielo

rimbomberà del giubilo danese

ripetendo il tuonare della terra. Andiamo.

Fanfara. Escono tutti tranne Amleto.

 

AMLETO

Ah se questa carne troppo troppo sordida

si potesse sciogliere e risolvere in rugiada,

ah se l’Eterno non avesse fissata

la sua condanna del suicidio. O Dio! Dio!

Come mi sembrano pesanti, vecchie, noiose

e inutili tutte le occasioni del mondo!

Che nausea, ah che nausea. È un giardino abbandonato

che va in seme: vi regna solo una natura

fetida e volgare. Che si dovesse

arrivare a questo!

Morto appena da due mesi – no, non da tanto, non due –

un re così eccellente, un Iperione

di fronte a questo satiro, così innamorato di mia madre

che non avrebbe permesso ai venti del cielo

di toccarle il volto troppo rudi. Cielo e terra,

debbo ricordarlo? Pendeva da lui

come se l’appetito s’alimentasse di ciò

che lo saziava; eppure, nel giro d’un mese –

non devo pensarci – fragilità, il tuo nome

è femmina – appena un mese

o prima che invecchiassero le scarpe

con cui seguiva il corpo del mio povero padre

tutta in lacrime come Niobe – lei, lei stessa –

o Dio, una bestia priva di raziocinio

terrebbe il lutto più a lungo – sposata a mio zio

fratello di mio padre ma simile a mio padre

come io a Ercole. Nel giro d’un mese

prima ancora che il sale di lacrime disoneste

avesse smesso di bruciarle gli occhi

trovò marito. Ah fretta ignobile, correre

con tanta impazienza a lenzuola incestuose!

Non è bene e non può venirne bene.

Ma il cuore mi si spezzi, devo chiudere la bocca.

 

Entrano Orazio, Marcello e Bernardo.

 

ORAZIO

Salute a vostra signoria!

 

AMLETO

Lieto di vedervi bene.

Orazio, o stravedo?

 

ORAZIO

Proprio io, monsignore, sempre il vostro umile servo.

 

AMLETO

Buon amico, vuoi dire. È il nome da scambiarci.

E che fai lontano da Wittemberg, Orazio?

Marcello.

 

MARCELLO

Monsignore.

 

AMLETO

Assai lieto di vedervi. (A Bernardo) Buondì, signore.

Ma davvero, che fai lontano da Wittemberg?

 

ORAZIO

Voglia di far niente, monsignore.

 

AMLETO

Non lo vorrei sentire dal tuo nemico,

e non farai al mio orecchio la violenza

di fargli credere ciò che dici

contro te stesso. So che non hai quella voglia.

E allora cos’è che ti porta a Elsinore?

T’insegneremo a bere forte, prima

che te ne torni via.

 

ORAZIO

Monsignore, sono venuto per i funerali di vostro padre.

 

AMLETO

Ti prego non sfottermi, compagno di studi.

Sei venuto piuttosto alle nozze di mia madre.

 

ORAZIO

A dire il vero, monsignore, sono venute subito dopo.

 

AMLETO

Risparmio, risparmio, Orazio. Le carni cotte per il funerale

hanno fornito, fredde, le tavole nuziali.

Avessi incontrato in cielo il mio peggior nemico

prima di vedere quel giorno, Orazio.

Mio padre – mi pare di vederlo…

 

ORAZIO

Dove, monsignore?

 

AMLETO

Con l’occhio dell’anima, Orazio.

 

ORAZIO

L’ho visto una volta. Un vero re.

 

AMLETO

Un uomo, in tutto e per tutto.

Non ne vedrò l’uguale.

 

ORAZIO

Monsignore, credo di averlo visto iernotte.

 

AMLETO

Visto? Chi?

 

ORAZIO

Monsignore, il re vostro padre.

 

AMLETO

Il re mio padre?

 

ORAZIO

Contenete un momento il vostro stupore

e state solo a sentire cosa vi dirò

d’incredibile, con la testimonianza

di questi signori.

 

AMLETO

Parla, per amor di Dio!

 

ORAZIO

Questi signori, Marcello qui e Bernardo,

per due notti di fila mentr’erano di guardia

nello squallore morto di mezzanotte

hanno visto qualcosa: una figura

simile a vostro padre,

tutta coperta d’armi, cap-à-pié,

gli si alza incontro e con passo maestoso

li sfiora, lentamente; appare per

tre volte ai loro occhi sbigottiti,

alla distanza della sua mazza, e loro

quasi gelati di spavento, restano

muti e non gli parlano. A me solo

in gran segreto dicono tutto, e la terza

notte io stesso monto di guardia con loro,

ed ecco come avevano detto alla stessa ora

e con lo stesso aspetto, confermando

ogni loro parola

l’apparizione è tornata. Conoscevo vostro padre:

queste mani non s’assomigliano di più.

 

AMLETO

Ma dov’è stato?

 

MARCELLO

Signore, sul terrazzo dove siamo di guardia.

 

AMLETO

Non gli avete parlato?

 

ORAZIO

Io sì, monsignore,

ma non ha risposto. Ad un punto, m’è parso,

ha alzato la testa, ha accennato un movimento

come a parlare. Ma proprio allora

il gallo del mattino cantò forte

e al grido l’ombra si ritrasse rapida

e sparì.

 

AMLETO

Molto strano.

 

ORAZIO

È vero, mio

venerato signore, com’è vero che io vivo.

E dirvelo, pensammo, era nostro dovere.

 

AMLETO

Certo, certo, signori. Questa cosa

mi frastorna. Siete di guardia stanotte?

 

TUTTI

Sì, monsignore.

 

AMLETO

Armato, avete detto?

 

TUTTI

Armato, signore.

 

AMLETO

Da capo a piedi?

 

TUTTI

Sissignore, dalla testa ai piedi.

 

AMLETO

Allora non l’avete visto in faccia?

 

ORAZIO

Oh sì, signore, portava alzata la visiera.

 

AMLETO

E il volto? Era in collera?

 

ORAZIO

Mostrava più dolore che collera.

 

AMLETO

Pallido, o acceso?

 

ORAZIO

No, molto pallido.

 

AMLETO

E fissava gli occhi su di voi?

 

ORAZIO

Sì, continuamente.

 

AMLETO

Avrei voluto esserci.

 

ORAZIO

Vi avrebbe turbato molto.

 

AMLETO

Certo, certo.

È rimasto a lungo?

 

ORAZIO

Il tempo di contare fino a cento, senza fretta.

 

MARCELLO e BERNARDO

Di più, di più.

 

ORAZIO

Non quando c’ero io.

 

AMLETO

La barba era brizzolata, no?

 

ORAZIO

Come gliel’ho vista da vivo,

un nero argentato.

 

AMLETO

Sarò di guardia stanotte.

Forse tornerà.

 

ORAZIO

Ne sono sicuro.

 

AMLETO

Se assume l’aspetto del mio nobile padre

gli parlerò, dovesse aprirsi e zittirmi

l’inferno stesso. Vi prego tutti

se avete tenuto segreto ciò che avete visto

copritelo ancora col vostro silenzio;

e quanto d’altro può accadere stanotte

affidatelo alla mente non alla lingua.

Vi sarò grato per l’affetto. E ora

addio. Verrò a trovarvi sulle mura

tra le undici e le dodici.

 

TUTTI

Servi di vostro onore.

 

AMLETO

Amici, come io per voi. Addio.

Escono (Orazio, Marcello e Bernardo).

Lo spirito di mio padre – armato! Qualcosa non va.

C’è del marcio sotto. Fosse già notte!

Pazienza, anima mia. Tutta la terra non basterà

a seppellire un delitto. Alla fine, lo si scoprirà.

Esce.


ATTO PRIMO – SCENA TERZA

Entrano Laerte e la sorella Ofelia.

 

LAERTE

Il mio bagaglio è a bordo. Addio.

E, sorella, se i venti sono propizi

e il trasporto possibile, non dormire

ma dammi tue notizie.

 

OFELIA

Ne dubiti?

 

LAERTE

Per Amleto e il suo ronzarti attorno,

bada, è galanteria, estro del sangue,

violetta che spunta a primavera,

precoce e momentanea, bella e labile,

profumo e diversivo d’un minuto,

non di più.

 

OFELIA

Non più di questo?

 

LAERTE

No, non crederlo

più di questo. Perché il corpo, crescendo,

non cresce solo di muscoli e mole,

ma cresce questo tempio, e, dentro, cresce

la funzione del senno e dello spirito.

Forse, adesso, ti ama, e non ci sono

sozzure o furbizie a insudiciare

la sua intenzione onesta. Ma sta attenta,

dato il suo rango, egli non ha volontà.

È soggetto lui stesso alla sua nascita,

e non può far da sé, come la gente

senza valore: dal suo fare scende

la salute di tutto questo regno

e perciò la sua scelta è assoggettata

alla voce e al consenso di quel corpo

di cui è il capo. Dunque, se ti dice che ti ama,

credilo, saggiamente, fino al punto

in cui, dato l’ufficio e il rango, può

rendere fatto il detto; cioè, non oltre

l’assenso di ogni voce in Danimarca.

Pesa ora il danno che ne avrà l’onore

se ascolti credula le sue canzoni

o dai via il cuore o apri il tuo tesoro

di castità ai suoi ardori smodati.

Attenta, Ofelia, attenta, sorellina,

tieniti a retroguardia del tuo affetto

fuori del tiro e rischio del desiderio.

La ragazza più schiva è troppo prodiga

già se svela la sua beltà alla luna.

Persino la virtù non sfugge alla calunnia.

Il verme rode i nati dell’aprile

prim’ancora che sia schiusa la gemma,

e nella brina giovane dell’alba

l’assalto del contagio è più temibile.

Cauta dunque: paura è sicurezza,

la tentazione, i giovani, la trovano in se stessi.

 

OFELIA

Questa buona lezione la terrò

a guardia del mio cuore. Ma, fratello,

non fare come certi pastori senza grazia

che ci mostrano l’erta spinosa del cielo

e intanto, libertini impudenti e sfrenati,

calpestano le primule sulla via del piacere,

sordi alle proprie prediche.

 

LAERTE

Oh, non aver paura.

Ho fatto tardi.

 

Entra Polonio.

 

Ecco arriva mio padre.

Doppia benedizione, doppia grazia.

Il caso mi regala un nuovo addio.

 

POLONIO

Ancora qui, Laerte? A bordo, a bordo, via!

Il vento è sulla spalla alla tua vela

e ti si aspetta. Qua, ti benedico!

E cerca di stamparti nella mente

questi pochi consigli. Ai pensieri

non dar voce, né corpo a quelli smoderati.

Sii affabile, volgare mai. Coloro

dei tuoi amici che hai messo bene a prova

tienili stretti all’anima con cerchioni d’acciaio,

però non t’incallire la palma a dar manate

a ogni smargiasso appena sgusciato e spennato.

Guardati dalle brighe, ma quando ci sei dentro

a guardarsi da te fa’ che sia l’altro.

Presta l’orecchio a tutti, la tua voce a qualcuno,

senti le idee di tutti ma pensa a modo tuo.

Vesti bene, nei limiti della tua borsa, ma

senza stranezze, ricco, non chiassoso,

perché spesso il vestito mostra l’uomo,

e in Francia quelli che hanno e che possono

in questo soprattutto si mostrano signori.

Non domandare soldi e non prestarne:

chi presta perde i quattrini e l’amico,

chi chiede smussa il filo della frugalità.

Questo su tutto: fedeltà a te stesso;

ne seguirà, come la notte al giorno,

che non sarai mai falso con nessuno.

Addio, ti renda saggio la mia benedizione.

 

LAERTE

Molto umilmente mi congedo, padre.

 

POLONIO

Il tempo stringe. Va’, che i servi aspettano.

 

LAERTE

Ofelia, addio. Ricorda bene

quanto t’ho detto.

 

OFELIA

È chiuso nella mia memoria,

tu stesso ne terrai la chiave.

 

LAERTE

Addio. Esce.

 

POLONIO

Che cos’è che t’ha detto, Ofelia?

 

OFELIA

Qualcosa, non vi spiaccia, che riguarda il principe Amleto.

 

POLONIO

Buona idea, per la Vergine.

Sento che molto spesso ultimamente

ti ha concesso il suo tempo, e pure tu

gli hai dato udienza larga e generosa.

Se è così – come mi si fa capire

per mettermi in guardia – devo dirti

che ancora non hai idee chiare su ciò

che conviene a mia figlia e al tuo onore.

Cosa c’è tra voi? La verità! Sentiamo.

 

OFELIA

Signore, ultimamente m’ha fatto assai profferte

del suo affetto per me.

 

POLONIO

Affetto? Bah! Parli come una ragazzetta

inesperta di simili frangenti.

Me le chiama profferte. E tu ci credi?

 

OFELIA

Signore mio, non so cosa pensarne.

 

POLONIO

Per la Madonna, te l’insegno. Pensati

una bimbetta, dacché prendi quelle

profferte false per oro colato.

Piuttosto cerca di non profferirti

a un prezzo troppo basso, se no – per non sfiatare

questa povera frase in un galoppo

troppo sfrenato – ti profferirai

come una sciocca.

 

OFELIA

Signore, egli mi ha sollecitata

col suo amore in modo onorevole.

 

POLONIO

Sì, dici pure: moda. Andiamo, andiamo.

 

OFELIA

E ha sostenuto il suo dire, signore,

con quasi tutti i giuramenti sacri.

 

POLONIO

Trappole per beccacce, sì! So bene

che quando il sangue bolle si fa presto

a dar voti alla lingua. Focherelli,

figlia mia. Dan più luce che calore,

e tutt’e due si spengono

già nel farsi promesse. Non scambiarli

per fuoco. D’ora in poi sii un po’ più avara

di te, ragazza come sei, e i tuoi

conversari valutali più cari

d’un suo comando a parlamento.

Quanto al principe Amleto, di lui credi

che è giovane, e gli si dà più corda

che non si possa a te. In breve, Ofelia,

non credere a promesse: son mezzane

d’altra tinta che quella dei loro vestimenti,

solo avvocati di cattive cause,

sospiri di ruffiane insantocchiate

per meglio accalappiare. Per riassumere:

chiaro e tondo, non voglio, d’ora in poi,

che tu abusi dei tuoi momenti liberi

per dar chiacchiera al principe o parlargli.

Bada, è un comando. E ora vai.

 

OFELIA

Obbedirò, signore. Escono.


ATTO PRIMO – SCENA QUARTA

Entrano Amleto, Orazio e Marcello.

 

AMLETO

L’aria ha i denti aguzzi, il freddo è forte.

 

ORAZIO

Sì, azzanna e taglia.

 

AMLETO

Che ora è?

 

ORAZIO

Quasi mezzanotte, credo.

 

MARCELLO

No, è già sonata.

 

ORAZIO

Sì? Non l’ho sentita.

Allora è quasi il momento

in cui appare lo spirito.

 

Squillo di trombe, salve di due cannoni.

 

E questo che vuol dire, monsignore?

 

AMLETO

Il re veglia stanotte, fa baldoria,

alza il gomito e pesta nella giga,

e ogni volta che ingolla vin del Reno

tamburo e tromba sbràitano così

le sue vittorie ai brindisi.

 

ORAZIO

È un’usanza?

 

AMLETO

Sì perdio, ma a mio avviso

benché sia nato qui e con tutto questo

nel sangue, è usanza tale che fa onore

più a romperla che ad osservarla.

Questa bisboccia ottusa ci squalifica

a est, a ovest, nelle altre nazioni –

ci chiamano beoni, e ci insozzano il nome

con allusioni ai porci. E ciò davvero

toglie alle nostre imprese più superbe

il midollo e l’essenza della stima.

E lo stesso succede agli individui: spesso

per qualche brutto neo nella loro natura,

qualche tara per cui non hanno colpa

perché nessuno sceglie la sua origine

o per il traboccare d’un umore

che abbatte cinte e torri alla ragione,

o qualche assuefazione che corrode

troppo il decoro – succede che questi uomini,

dico, marchiati da un solo difetto,

livrea della natura e stella della sorte,

anche se hanno virtù pure come la grazia

e infinite nei limiti dell’uomo,

s’impestano nel biasimo di tutti

per quel solo difetto. Una goccia di male

spesso annerisce tutto ciò che è nobile

e ne fa un’onta.

 

Entra il fantasma.

 

ORAZIO

Guardate, monsignore, arriva!

 

AMLETO

Angeli e ministri di grazia difendeteci!

Che tu sia uno spirito del bene o un lémure,

porti brezze dal cielo o raffiche dall’inferno,

venga a farci del male o a darci aiuto,

tu vieni in tale forma da strappare domande

che ti parlerò. Ti chiamerò Amleto,

re, padre, nobile Danese. Rispondimi!

Non farmi schiattare nell’ignoranza, dimmi

perché le tue ossa benedette nella bara

hanno strappato il sudario, perché la tomba

in cui ti ho visto riposare in pace

ha aperto le sue fauci di marmo

per rigettarti qui? Che può voler dire

che tu, morto, di nuovo tutto armato

rivisiti così il lume della luna

e rendi orrida la notte, e a noi gonzi della natura

così terribilmente sconquassi la ragione

con pensieri che vanno oltre l’umano?

Dimmi, perché? A che fine? Cosa dobbiamo fare?

Lo spettro fa un cenno.

 

ORAZIO

Vi fa segno di andargli dietro

come volesse dire qualcosa

a voi solo.

 

MARCELLO

Guardate con che gesto cortese

vi invita verso un posto più lontano.

Ma non andate.

 

ORAZIO

No, assolutamente.

 

AMLETO

Non vuole parlare. Dunque lo seguo.

 

ORAZIO

Non fatelo, monsignore!

 

AMLETO

Perché, cosa dovrei temere?

La vita non la stimo un soldo, e in quanto

all’anima, cosa potrebbe farle

se è immortale come lui?

Mi fa cenno di andare. Lo seguirò.

 

ORAZIO

Signore, e se vi attira verso i gorghi

o in cima a quella roccia spaventosa

che dalla base si sporge sul mare

e lì si cambia in qualche cosa orribile

che vi toglie il controllo della ragione

e vi trascina alla pazzia? Pensateci.

Il posto stesso suscita impulsi disperati

senz’altra causa, in mente a chi s’affaccia

così alto su quelle ondate, e ne sente

il ruggito lì sotto.

 

AMLETO

Mi fa segno di nuovo.

Vai, ti seguo.

 

MARCELLO

Non andate, monsignore.

 

AMLETO

Lasciatemi.

 

ORAZIO

Dateci retta

non dovete andarci.

 

AMLETO

Il destino mi chiama

e fa ogni misera fibra di questo corpo

forte come i muscoli del leone di Nemea.

Ancora un segno. Via le mani, signori.

Perdio, farò un fantasma

di chi mi trattiene. Via, dico. Va’ avanti,

ti seguo.

Escono il fantasma e Amleto.

 

ORAZIO

Il suo cervello già delira.

 

MARCELLO

Andiamogli

dietro, non è giusto obbedirgli.

 

ORAZIO

Andiamo. Come finirà tutto questo?

 

MARCELLO

C’è qualcosa di marcio in Danimarca.

 

ORAZIO

Penserà Dio.

 

MARCELLO

Però andiamogli dietro.

Escono.


ATTO PRIMO – SCENA QUINTA

Entrano il fantasma e Amleto.

 

AMLETO

Dove vuoi condurmi? Parla, non vado oltre.

 

FANTASMA

Ascoltami.

 

AMLETO

Sì.

 

FANTASMA

È quasi ora

di restituirmi

al fuoco sulfureo e al tormento.

 

AMLETO

Ahimè povera anima.

 

FANTASMA

Non mi compiangere. Stai bene attento

a ciò che ti dirò.

 

AMLETO

Parla, devo ascoltarti.

 

FANTASMA

E devi anche vendicarmi

quando avrai ascoltato.

 

AMLETO

Che cosa?

 

FANTASMA

Io sono lo spirito di tuo padre

condannato di notte a vagare

per un dato tempo, e di giorno

a digiunare nel fuoco

finché i sozzi delitti compiuti sulla terra

siano arsi e consumati. Se non mi fosse proibito

raccontare i segreti del mio carcere

potrei rivelarti una storia la cui parola più leggera

ti strazierebbe l’anima, gelerebbe il tuo giovane sangue,

farebbe schizzare i tuoi occhi come stelle dalle orbite,

scompiglierebbe quelle tue trecce e quei tuoi riccioli, farebbe

rizzarsi uno per uno i tuoi capelli come gli aghi di un istrice irritato.

Ma questo emblema eterno non è fatto per orecchie

di carne e sangue. Ascoltami, ascoltami,

oh ascoltami! Se davvero

hai amato tuo padre…

 

AMLETO

Oh Dio!

 

FANTASMA

Vendica il suo assassinio orribile, mostruoso.

 

AMLETO

Assassinio!

 

FANTASMA

Assassinio orribile com’è sempre, ma questo

ributtante, inaudito, mostruoso.

 

AMLETO

Presto, dimmelo, che io possa con ali veloci

come il pensiero o i sogni d’amore

correre a vendicarmi.

 

FANTASMA

Sei pronto, vedo.

E davvero saresti più ottuso dell’erba grassa

e pigra che s’abbarbica all’imbarco del Lete

se non fossi spinto ad agire questa volta. Sentimi

ora, Amleto. Han detto che mentre dormivo nel giardino

mi morse un serpe – così l’orecchio di tutti

è ingannato vilmente da una falsa storia

della mia morte – ma sappi, nobile giovane,

il serpente che morse la vita di tuo padre

ne porta la corona.

 

AMLETO

O anima presaga! Mio zio!

 

FANTASMA

Sì, quella bestia incestuosa e adultera

con scaltrezza di mago, doni di traditore –

oh scaltrezza maligna e doni che hanno tanta forza

di sedurre! – vinse alla sua sporca libidine

le voghe della mia regina che pareva tanto virtuosa.

O Amleto, che caduta!

Dal mio amore che valeva tanto

da andare mano in mano con i giuramenti

che le feci sposandola, abbassarsi sino a uno sciagurato

al quale la natura fece doni così indegni

rispetto ai miei.

Ma come la virtù non si lascia smuovere

anche se il vizio la corteggia in forma d’angelo,

così la lussuria, fosse pure legata

a un angelo di fuoco

si stancherà del suo letto celeste

e si getterà su un letamaio.

Ma aspetta, mi par di fiutare l’aria del mattino:

devo far presto. Dormivo nel giardino

come sempre nel pomeriggio. Tuo zio

violò la mia ora di pace. Aveva una fiala

di succo del maledetto giusquiamo, e versò

nella conca dei miei orecchi quell’essenza lebbrosa,

il cui effetto è tanto avverso al sangue umano,

che corre rapido come l’argento vivo per le porte

e i sentieri del corpo, e con rabbia furiosa apprende

e caglia, come le gocce d’acido nel latte,

il sangue lieve e sano. Così fece dentro di me,

e una scabbia improvvisa rivesti

di croste turpi e immonde come a Lazzaro

tutto il mio corpo liscio.

Così, nel sonno, per mano d’un fratello

persi di colpo vita, corona, regina,

fui falciato nel fiore dei peccati

senz’ostia, senza unzione, senza viatico

né esame di coscienza, fui mandato al giudizio

con tutti i vizi addosso. Oh orribile,

orribile, più che orribile! Se in te

c’è natura, non sopportarlo,

non lasciare che il letto del re di Danimarca

sia un covile d’incesto e di lascivia.

Ma comunque deciderai di agire

non ti macchiare l’anima, non tramare

nulla contro tua madre. Lasciala al cielo, lei,

e a quelle spine che le stanno in cuore

e pungono e tormentano. Ora addio:

già la lucciola annuncia l’arrivo del mattino

sbiancando il fuoco suo vano. Addio,

addio, addio. Ricordati di me. Esce.

 

AMLETO

Voi tutte schiere del cielo! Terra! Che altro?

Invocherò l’inferno? Infamia! Resisti, cuore,

e voi muscoli non invecchiate di colpo

ma tenetemi saldo. Ricordarti?

Sì, povero spirito, finché la memoria ha un posto

in questo globo sconvolto. Ricordarti?

Sì, dalla tavola della mia mente

cancellerò ogni nota sciocca e trita,

le massime dei libri, le impressioni, le immagini

che vi hanno registrato

gioventù ed esperienza

e il tuo comando vivrà tutto solo

nel volume del mio cervello

purgato da ogni scoria. Sì, perdio!

O donna malefica!

O cane, cane, cane maledetto che sorridi!

Il mio taccuino. È giusto che vi scriva

che un uomo può sorridere, e sorridere,

ed essere una canaglia –

o almeno, sono certo, è così in Danimarca. (Scrive.)

Ecco, zio, sei servito. Ora il mio motto.

È “Addio, addio, ricordati di me.”

L’ho giurato.

 

Entrano Orazio e Marcello (chiamando)

 

ORAZIO

Monsignore, monsignore.

 

MARCELLO

Principe Amleto.

 

ORAZIO

Dio lo protegga.

 

AMLETO (a parte)

Così sia.

 

MARCELLO

Ehi oh, oh, monsignore!

 

AMLETO

Ehi oh ragazzo! Qui falchetto, qui!

 

MARCELLO

Come state, mio nobile signore?

 

ORAZIO

Che è successo, monsignore?

 

AMLETO

Oh, meraviglie!

 

ORAZIO

Ditecele, signore.

 

AMLETO

No, le andreste a raccontare.

 

ORAZIO

Io no, signore, perdio.

 

MARCELLO

Neanch’io signore.

 

AMLETO

Allora che ne dite, poteva mai immaginarsi… ma

terrete il segreto?

 

ORAZIO e MARCELLO

Sì, perdio!

 

AMLETO

Non c’è un furfante in tutta la Danimarca

che non sia un cane bastardo.

 

ORAZIO

Per dirci questo, monsignore, non c’era bisogno che

un fantasma uscisse dalla tomba.

 

AMLETO

Giusto, sì. Proprio giusto.

E perciò a farla corta

credo sia meglio una stretta di mano

e via, voi per i fatti vostri e a vostro

piacere, ché a ciascuno infatti capita

d’aver cose da fare e piaceri – e io da parte mia,

povero me, andrò a pregare.

 

ORAZIO

Queste sono parole assurde e sconnesse, monsignore.

 

AMLETO

Mi spiace che ti offendano, davvero,

me ne spiace davvero…

 

ORAZIO

Non c’è offesa, monsignore.

 

AMLETO

Ma sì per san Patrizio, c’è offesa e come,

Orazio, e offesa grave. Quanto all’apparizione,

è un fantasma onesto, posso dirvelo.

E per la vostra voglia di sapere

che c’è stato tra noi, dominatela

come potete. E ora, amici miei,

miei compagni di studio e d’armi, fatemi

un piccolo favore.

 

ORAZIO

Quale, signore? Certamente.

 

AMLETO

Non fate mai parola di ciò che avete visto stanotte.

 

ORAZIO e MARCELLO

Non lo faremo, signore.

 

AMLETO

Sì, ma giuratelo.

 

ORAZIO

Sul mio onore, monsignore.

 

MARCELLO

E sul mio, Monsignore.

 

AMLETO

Sulla mia spada.

 

MARCELLO

Signore, abbiamo giurato.

 

AMLETO

Sì, sì, ma sulla spada!

 

FANTASMA (grida sotto la scena)

Giurate!

 

AMLETO

Ah lo dici anche tu, birba? Sei lì, brav’uomo?

Via, sentite l’amico giù in cantina.

Giurate dunque.

 

ORAZIO

Diteci come, signore.

 

AMLETO

Mai parlare di ciò che avete visto.

Giurate sulla spada.

 

FANTASMA

Giurate! (Giurano)

 

AMLETO

Hic et ubique? Beh, cambiamo posto.

Venite qui, signori,

e di nuovo le mani sulla spada.

Su questa spada giurate

di non parlare mai di ciò che avete udito.

 

FANTASMA

Giurate sulla spada! (Giurano)

 

AMLETO

Ben detto, vecchia talpa. Sai operare

sottoterra così svelto? Ma che bravo geniere!

Spostiamoci di nuovo, amici.

 

ORAZIO

Dio, che strano prodigio!

 

AMLETO

E allora dagli il benvenuto, come si fa con gli stranieri.

Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio,

di quante non ne sogni la tua filosofia.

Ma avanti,

qui, come prima: che mai, così Iddio

abbia pietà di voi, per quanto io possa

comportarmi in maniera un po’ strana o bizzarra –

visto che d’ora in poi forse potrà sembrarmi

opportuno di fare il matto – allora

voi, vedendomi, mai, così a braccia conserte

o scuotendo la testa così, o pronunciando

frasi dubbie, come “beh beh sappiamo”,

o “potremmo volendo” o “volessimo dire”

o “ce n’è che potendo” o altre simili

ambiguità, lascerete capire

che la sapete lunga su me – giurate questo

e così nel bisogno più grave vi soccorrano

la grazia e la pietà.

 

FANTASMA

Giurate! (Giurano)

 

AMLETO

Pace, pace, spirito inquieto. Così, signori,

mi affido a voi con ogni devozione;

e ciò che un pover’uomo come Amleto

può fare per esprimervi il suo affetto

e la sua amicizia, a Dio piacendo,

non mancherà. Rientriamo assieme.

E sempre il dito sulle labbra, prego.

Il tempo è scardinato. O sorte maledetta

che proprio io sia nato per rimetterlo in sesto.

Ma avanti, andiamo assieme. Escono.


Amleto

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali