Amleto – Atto IV

Amleto – Atto IV

(“Hamlet” – 1600 – 1601)

Introduzione - Riassunto

Atto I       Atto II       Atto III       Atto IV       Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Amleto - Atto IV


ATTO QUARTO – SCENA PRIMA

Entrano (incontro alla Regina) il Re, Rosencrantz e Guildenstern.

 

RE

Questi sospiri, questo affanno, hanno un senso

che devi spiegarci. Capirlo ci è necessario.

Dov’è tuo figlio?

 

REGINA

Lasciateci soli un momento.

(Escono Rosencrantz e Guildenstern.)

Mio signore, che cosa non ho visto stanotte!

 

RE

Perché, Gertrude, come sta Amleto?

 

REGINA

È pazzo come il mare e il vento che gareggiano

a chi è il più forte. In uno dei suoi accessi

sente, dietro l’arazzo, che qualcosa si muove,

sguaina la spada, grida “Un topo, un topo”

e in quella sua allucinazione uccide

alla cieca il buon vecchio.

 

RE

Ah che delitto!

Toccava a noi, s’è c’eravamo.

Libero è una minaccia per tutti

per te stessa, per noi, per ognuno.

Come risponderemo di questo sangue?

Daranno la colpa a noi

che avremmo dovuto prevederlo

sorvegliando quel giovane pazzo, o segregandolo

o tenendolo via da qui. Ma l’affetto

non ci ha fatto capire la cosa più opportuna,

come succede ad uno che è ammalato

di qualche male orribile, e per non farlo sapere

lascia che gli divori la vita. Dov’è andato?

 

REGINA

Si porta via il corpo che ha ucciso,

e su di esso – perché, pazzo, rimane

puro, come oro in mezzo a una miniera

di metallo volgare – adesso piange

per ciò che è fatto.

 

RE

Vieni via, Gertrude!

Appena il sole tocca le montagne

lo imbarchiamo. Di questa turpe azione

bisognerà dare atto e dare conto

con ogni nostra autorità e destrezza.

Oh, Guildenstern!

 

Entrano Rosencrantz e Guildenstern.

 

Amici, tutti e due, cercatevi un aiuto.

Amleto, nella sua pazzia, ha ammazzato Polonio

e ne ha trascinato il corpo

via dalla stanza di sua madre.

Andate, rintracciatelo,

parlategli con garbo, e trasportate il morto

nella cappella. Fate presto, vi prego.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

Su, Gertrude, riuniamo

gli amici più giudiziosi,

diciamo loro ciò che si vuol fare

e ciò che è fatto purtroppo.

(Così la calunnia invidiosa)

che porta sussurrando la sua carica di veleno,

dritta come un cannone alla sua mira

dappertutto nel mondo, forse potrà mancare

il nostro nome, e colpire

l’aria impassibile. Vieni,

la mia anima è piena di dubbio e smarrimento.

Escono.


ATTO QUARTO – SCENA SECONDA

Entra Amleto.

 

AMLETO

Ora è al sicuro. (Chiamano da dentro.)

Oh, chi strepita? Chi chiama Amleto? Ah, eccoli che arrivano.

 

Entrano Rosencrantz, Guildenstern e altri.

 

ROSENCRANTZ

Monsignore, che ne avete fatto del morto?

 

AMLETO

L’ho ricongiunto alla polvere sua congiunta.

 

ROSENCRANTZ

Diteci dov’è, che lo togliamo di lì e lo portiamo nella cappella.

 

AMLETO

Non vi fate illusioni.

 

ROSENCRANTZ

Che illusioni, monsignore?

 

AMLETO

Che io tenga il vostro segreto e non il mio. E poi, a sentirsi interrogato da una spugna – cosa dovrebbe rispondere un figlio di re?

 

ROSENCRANTZ

Mi prendete per una spugna, monsignore?

 

AMLETO

Sissignore, una spugna che assorbe i favori del re, le sue prebende e le sue prerogative. Ma codesti aiutanti, al re, l’aiuto migliore lo danno alla fine: se li tiene in un cantuccio della bocca, lui, come fa la scimmia, prima li assapora e alla fine li inghiotte. Quando avrà bisogno di ciò che avete assorbito, una bella strizzata e la spugna ti ritorna asciutta.

 

ROSENCRANTZ

Monsignore, non vi capisco.

 

AMLETO

Mi fa piacere sentirlo. Parlar furbo allo sciocco è come parlare al muro.

 

ROSENCRANTZ

Signore, dovete dirci dove si trova il corpo e venire con noi dal re.

 

AMLETO

Il corpo è col re, ma il re non è col corpo. Il re è una cosa…

 

GUILDENSTERN

Una cosa, monsignore?

 

AMLETO

Una cosa da nulla. Su, portatemi da lui.


ATTO QUARTO – SCENA TERZA

Entrano il Re e due o tre (nobili).

 

RE

Ho mandato gente a cercarlo, e a trovare il corpo.

È ben pericoloso che costui vada libero!

Ma gravargli addosso con la legge, non possiamo:

il popolo lo ama, il popolo insensato

che non sceglie col senno ma con gli occhi,

e in questi casi vàluta il castigo assegnato

e non la colpa. Se tutto ha da andare liscio

la sua partenza improvvisa deve sembrare

il risultato di un’attenta delibera. A mali estremi

rimedi estremi, o niente.

 

Entrano Rosencrantz, (Guildenstern) e altri.

 

Allora, che è successo?

 

ROSENCRANTZ

Dov’è nascosto il corpo, mio signore,

non vuole proprio dircelo.

 

RE

Ma lui dov’è?

 

ROSENCRANTZ

Qui fuori,

scortato, signore, ai vostri ordini.

 

RE

Portatelo qui.

 

ROSENCRANTZ

Oh, fate entrare il principe!

 

Entra Amleto sotto scorta.

 

RE

Allora, Amleto, dov’è Polonio?

 

AMLETO

A cena.

 

RE

A cena? Dove?

 

AMLETO

Non dove mangia ma dove è mangiato. Un’assemblea di vermi politici è alle prese con lui. Il verme è l’unico che più ci guadagna in una dieta: noi ingrassiamo ogni altra creatura per ingrassarci, e c’ingrassiamo per i vermi. Un re grasso e un pezzente magro non sono altro che un menù variato – due piatti a una tavola sola. Ed è tutto.

 

RE

Ahimè, ahimè.

 

AMLETO

Uno può pescare col verme che ha pappato un re, e papparsi il pesce che ha pappato il verme.

 

RE

Che vuoi dire con questo?

 

AMLETO

Niente, solo mostrarvi che un re può fare un viaggio di stato per le budella d’un pezzente.

 

RE

Dov’è Polonio?

 

AMLETO

In cielo. Mandate lassù a cercarlo. Se il vostro incaricato non ce lo trova, cercatelo voi stesso dalla parte opposta. Ma se poi non lo trovate entro questo mese, lo annuserete salendo le scale del loggiato.

 

RE (A qualcuno del seguito)

Cercatelo lì.

(Escono gli incaricati.)

 

AMLETO

Vi aspetterà, vi aspetterà!

 

RE

Amleto, quanto è accaduto, per la tua sicurezza

che ci preme molto, come molto ci affligge

quello che hai fatto – deve farti sparire

rapido come un lampo. Quindi, prepàrati.

La nave è pronta, il vento propizio,

i compagni t’aspettano, e tutto è disposto

per il viaggio in Inghilterra.

 

AMLETO

In Inghilterra?

 

RE

Sì, Amleto.

 

AMLETO

Bene.

 

RE

Proprio così, se conoscessi la mia intenzione.

 

AMLETO

Vedo un cherubino che la conosce. Ma via, in Inghilterra! Addio, cara madre.

 

RE

Tuo padre che ti ama, Amleto.

 

AMLETO

No, madre. Padre e madre son marito e moglie, moglie e marito sono una sola carne; quindi, madre. Via, in Inghilterra! Esce.

 

RE

Stategli alle calcagna, attiratelo subito a bordo,

non perdete tempo – lo voglio via da qui

stanotte. Andate, quanto riguarda questa storia

è sigillato e pronto. Fate presto!

Escono tutti tranne il Re.

E tu, re inglese, se tieni alla mia amicizia –

te lo consiglia la mia grande potenza,

perché ancora è fresca e rossa la cicatrice

della spada danese, e anche se libero paghi

un tributo di paura – tu non puoi trascurare

il mandato regale che t’impone

con istruzioni adeguate la morte

immediata di Amleto. Uccidilo, re inglese.

Egli m’infuria nel sangue come il mal sottile

e tu devi curarmi. Finché ciò non sia stato

non avrò mai una gioia, anche se fortunato. Esce.


ATTO QUARTO – SCENA QUARTA

Entrano Fortebraccio e il suo esercito (che marcia) sulla scena.

 

FORTEBRACCIO

Capitano, porta i miei saluti

al re danese. Digli che chiedo,

col suo beneplacito, una scorta

per attraversare il suo regno

secondo l’accordo. Tu sai dove raggiungerci.

Se sua maestà vuole parlarci,

gli renderemo omaggio di persona.

Diglielo.

 

CAPITANO

Lo farò, signore.

 

FORTEBRACCIO

Avanti, adagio.

Escono tutti (tranne il Capitano).

 

Entrano Amleto, Rosencrantz, (Guildenstern) e altri.

 

AMLETO

Mio buon signore, di chi sono queste truppe?

 

CAPITANO

Del re di Norvegia, signore.

 

AMLETO

Dove vanno, vi prego?

 

CAPITANO

Vanno a combattere in Polonia.

 

AMLETO

Chi le comanda, signore?

 

CAPITANO

Il nipote del re, Fortebraccio.

 

AMLETO

Mirano al cuore della Polonia

o a qualche fortezza di frontiera?

 

CAPITANO

A essere sincero, e senza forzature,

andiamo a conquistare un pezzetto di terra

che non frutta altro che gloria. Per cinque

ducati, cinque, non lo vorrei in affitto.

Né frutterebbe al Norvegese o all’altro

un quattrino di più, se lo vendessero.

 

AMLETO

Allora non sarà difeso.

 

CAPITANO

Al contrario, c’è già un presidio.

 

AMLETO

Dunque duemila anime e ventimila ducati

non basteranno a decider la sorte

di un fuscello! Questo è un ascesso che nasce

da troppa pace e abbondanza, si spacca

internamente, e fuori non si vede

perché il malato muore. Vi ringrazio

umilmente.

 

CAPITANO

Dio sia con voi, signore. (Esce.)

 

ROSENCRANTZ

Vogliamo andare, monsignore?

 

AMLETO

Vi raggiungo subito. Avviatevi.

(Escono tutti tranne Amleto.)

Come mi accusa ogni occasione, e sprona

la mia vendetta troppo lenta! Cos’è un uomo

se tutto ciò che cava dal suo tempo

non è che dormire e nutrirsi? Una bestia,

nient’altro. Certo colui che ci fece

con una mente così vasta, e capace

di guardare indietro e in avanti,

non ci dette questa virtù, questa ragione divina

perché ammuffisse inusata. Ora, che sia

oblio bestiale, o qualche vile scrupolo

di pensare troppo minutamente all’esito –

un’ansia che, spaccata, mostra una parte saggia

e tre vili, non so perché continui

a vivere per dire, ho da far questo,

quando ho motivo, e forza, e volontà,

e mezzi per farlo. Mi esortano esempi

tangibili come la terra. Ecco un esercito

grande e costoso, guidato da un principe

giovane, sensibile, il cui spirito

gonfio di un’ambizione divina si fa beffa

del caso imprevedibile, ed espone

ciò che è mortale e malsicuro a quanto

possono fare la morte, la fortuna,

e il rischio, solo per un guscio d’uovo!

La vera grandezza non è nell’aspettare

grandi cause per muoversi, ma nel trovare

degno motivo di contesa in un fuscello

quand’è in gioco l’onore. E io, allora,

che ho un padre ucciso, una madre insozzata

a incitare il mio sangue e la mia mente,

e lascio tutto dormire, e a mia vergogna

vedo la morte imminente di ventimila uomini

che per un sogno, un’ubbìa dell’onore

vanno alla tomba come a letto, e combattono

per un palmo di terra che non gli basta

ad azzuffarcisi sopra tutti quanti

e non è sufficiente a far da copertura

e dar fossa ai morti? Ah da questo momento

il mio pensiero sia “sangue!”, o non varrà niente.

Esce.


ATTO QUARTO – SCENA QUINTA

Entrano la Regina, Orazio e un gentiluomo.

 

REGINA

Non le voglio parlare.

 

GENTILUOMO

Ma lei insiste,

è fuori di sé davvero. In uno stato

da far pietà.

 

REGINA

Ma che cosa vuole?

 

GENTILUOMO

Parla molto del padre. Sente dire,

afferma, che il mondo è pieno d’inganni,

e fa suoni in gola, e si batte il petto, e s’adombra

per nulla, e dice cose vaghe che hanno

senso a metà. Parla di niente, eppure

il suo parlare sconnesso convince

chi l’ascolta a trovarvi un senso. Cercano

d’indovinare, e aggiustano le parole

a ciò che credono di capire. E quelle parole

che lei accompagna d’ammicchi, di cenni

e gesti, in verità fanno pensare

che ci sia un senso in esse, niente affatto

chiaro, e comunque molto triste.

 

ORAZIO

Sarà bene parlarle. Può diffondere

sospetti pericolosi nelle menti

mal disposte.

 

REGINA

Sì, fatela entrare. (Il gentiluomo esce.)

(A parte) Alla mia anima malata, come succede

a chi è in colpa, ogni inezia pare

il preludio a un disastro. La colpa

è così piena di ansie incontrollate

che si distrugge da sé, per paura

di essere distrutta.

 

Entra Ofelia.

 

OFELIA

Dov’è la bella maestà di Danimarca?

 

REGINA

Che vuoi da me, Ofelia?

 

OFELIA (canta)

Come farei a conoscere

                   da un altro il tuo vero amore?

         Dalla conchiglia al cappello,

                   dai sandali, dal bordone.

 

REGINA

Ahimè, cara, che significa questa canzone?

 

OFELIA

Dite? Ma no, state attenta vi prego.

(canta)        È bell’e andato, signora,

                            è bell’e andato.

                   Al capo una zolla verde,

                            ai piedi un sasso.

O oh!

 

REGINA

Ascoltami, Ofelia…

 

OFELIA

Vi prego, sentite questa:

(canta)        Bianco il sudario come neve ai monti…

 

Entra il Re.

 

REGINA

Ahimè guardatela, monsignore.

 

OFELIA (canta)

e guarnito di fiori

         che pianto sottoterra non andò

                   con piogge d’amore.

 

RE

Come state, mia bella?

 

OFELIA

Bene, Dio ve ne renda merito. Dicono che

l’allocco era figlia di un fornaio. Signore Iddio,

sappiamo ciò che siamo non ciò che saremo. Iddio sia

al vostro desco!

 

RE

Fantastica su suo padre.

 

OFELIA

Vi prego non parliamone più, ma quando vi chiedono che vuol dire, rispondete così.

(canta)        Domani è San Valentino,

                            su tutti di buon mattino,

                   io picchio alla tua finestra

                            per esser la tua Valentina.

                   E lui si levò si vestì

                            e il suo usciolo le aprì,

                   entrò ragazza e mai più ragazza

                            da quell’usciolo sortì.

 

RE

Mia graziosa Ofelia…

 

OFELIA

Bene, senza brutte parole, finisco subito.

Per Ges e santa Càrita

                            ahinoi quale disdoro,

                   i ragazzi lo fan se cápita –

                            pen di Dio, è colpa loro.

                   Lei dice, prima di sbattermi,

                            mi sposavi, hai promesso.

E lui risponde,

E l’avrei fatto, giùrolo,

                            se non venivi a letto.

 

RE

Da quanto tempo è in questo stato?

 

OFELIA

Spero tutto andrà bene. Pazienza ci vuole. Ma non riesco a non piangere se penso che l’han messo nella terra fredda. Mio fratello lo saprà! E così grazie per il buon consiglio. Oh, la mia carrozza! Buonanotte, signore, buonanotte. Dolci signore buonanotte,buonanotte. Esce.

 

RE

Seguitela da vicino. Non perdetela d’occhio, ve ne prego.

(Esce Orazio.)

Ah è il dolore che l’avvelena. Viene

tutto dal padre morto. E ora guardala…

O Gertrude, Gertrude,

i dispiaceri non vengono come esploratori isolati

ma a battaglioni. Prima, l’assassinio di suo padre,

poi la partenza di tuo figlio, artefice forsennato

del suo giusto esilio; il popolo in fermento,

cupo e maligno nei pensieri e nelle voci

per il buon Polonio; e noi maldestri a interrarlo

così in fretta in segreto; la povera Ofelia

che smarrisce se stessa e il suo bel senno

senza cui siamo meri simulacri e bestie;

e come ultimo guaio che li assomma tutti

ora il fratello torna in segreto di Francia,

rùmina questo disastro, si tiene fra le nuvole,

e non mancano mosconi a infettargli le orecchie

con storie velenose sulla morte del padre

che per forza, mancando di sostanza,

non trovano ritegno ad accusare noi

in persona, con questo e quello. O mia cara Gertrude,

è una mitraglia, questa, che m’investe

e mi dà mille morti.(Rumore all’interno.)

Oh, dove sono

i miei svizzeri? Sbàrrino la porta!

 

Entra un messaggero.

 

Che succede?

 

MESSAGGERO

Salvatevi, maestà!

L’oceano che trabocca alle sue sponde

non divora la piana con più impeto

del giovane Laerte che aizzata una rivolta

ha sopraffatto le guardie. La marmaglia lo acclama

re, e come se il mondo fosse appena creato,

dimenticato l’antico, ignorate le usanze

che danno valore e senso a ogni parola,

gridano “Decidiamo noi! Sarà re Laerte!”

E i berretti e le mani e le lingue lo esaltano

alle nubi: “Laerte sia re, Laerte è il re! ”

 

REGINA

Con quale gioia abbaiano sulla pista sbagliata!

Correte all’incontrario, falsi cani danesi!

Rumore dentro.

 

RE

Hanno sfondato le porte.

 

Entrano Laerte e seguaci.

 

LAERTE

Il re dov’è? Amici, restate tutti fuori.

 

SEGUACI

No, entriamo!

 

LAERTE

Ve ne prego! Permettetemi.

 

SEGUACI

Va bene, va bene.

 

LAERTE

Vi ringrazio. Sorvegliate la porta (I suoi escono.)

Tu, re ignobile, ridammi mio padre.

 

REGINA (Lo trattiene)

Calma, buon Laerte.

 

LAERTE

Quella goccia di sangue che è calma

mi proclama bastardo, urla “cornuto”

a mio padre, e stampa il marchio della puttana

qui sulla fronte casta e immacolata

di mia madre.

 

RE

Laerte, per quale motivo

questa ribellione da giganti? –

lascialo andare, Gertrude. Non temere

per la nostra persona.

C’è una tale siepe divina attorno a un re

che il tradimento può solo sbirciare

a ciò che si propone, e ne attua

ben poco. Dimmi, Laerte,

perché mai tanta furia? Via, lascialo Gertrude.

Parla, ragazzo.

 

 

LAERTE

Dov’è mio padre?

 

RE

È morto.

 

REGINA

Ma non per sua colpa.

 

RE

Lasciagli chiedere ciò che vuole.

 

LAERTE

E come mai è morto? Non mi farò imbrogliare.

All’inferno la lealtà! Al diavolo

più nero i giuramenti! La coscienza

e la grazia nel pozzo più profondo!

Sfido la dannazione. Sono giunto a tal punto

che non m’importa nulla di questo mondo o dell’altro,

succeda quel che dovrà, voglio solo vendetta

per mio padre, e a fondo.

 

RE

E chi ti tratterrà?

 

LAERTE

La mia volontà, non quella del mondo intero.

I miei mezzi vedrò di usarli così bene

che con poco andranno lontano.

 

RE

Buon Laerte,

tu vuoi sapere tutta la verità

su tuo padre. Ma è scritto nella vendetta

che debba fare un fascio dei suoi amici e nemici,

di chi ha vinto e chi ha perso?

 

LAERTE

No, solo dei nemici.

 

RE

Allora, vuoi sapere chi sono?

 

LAERTE

Ai suoi amici

spalancherò le braccia così. Come il pellicano

che dà la vita, li nutrirò col mio sangue.

 

RE

Bene, ora parli

da buon figlio e da vero gentiluomo.

Che io sia innocente

della morte di tuo padre, anzi assai afflitto

per lui, ti apparirà lampante

come la luce del giorno.

Rumore dentro. (Si sente Ofelia che canta.)

Lasciatela entrare.

 

LAERTE

Che c’è? Chi canta?

 

Entra Ofelia.

 

Rabbia, sèccami il cervello. Lacrime sette volte amare

bruciate il senso e la virtù degli occhi.

Perdio, la tua pazzia sarà pagata

a peso tale, che la bilancia

traboccherà per noi. Rosa di maggio,

cara, buona sorella, dolce Ofelia…

O Dio, ma può la ragione d’una ragazza

essere fragile come la vita d’un vecchio?

La natura umana, nell’amore,

è così sensibile, che manda

un pegno prezioso di se stessa

dietro quelli che ama.

 

OFELIA (canta)

Lo portarono a viso scoperto nella bara,

         e nella sua fossa piovvero lacrime…

Addio, mia colomba.

 

LAERTE

Se tu avessi giudizio e chiedessi vendetta non sapresti commuovermi tanto.

 

OFELIA

Voi dovete cantare “E giù, e giù”, e voialtri “E lui va giù”. Che bel ritornello! È il falso maggiordomo che rubò la figlia al padrone.

 

LAERTE

Non dice niente, e dice tutto.

 

OFELIA

Ecco del rosmarino, per il ricordo… ti prego, amore, ricorda. E qui le viole, per il pensiero.

 

LAERTE

Che lezione dalla pazzia! Pensieri e ricordo, in buon punto!

 

OFELIA

Ecco per voi la nigella, e l’aquilegia. Per voi della ruta. E un poco per me. Erbagrazia, possiamo chiamarla, di domenica. Ma voi la ruta dovete portarla in modo diverso da me. Qui, una margherita. Volevo darvi delle violette, ma son tutte appassite quando morì mio padre. Dicono che ha fatto una buona fine.

(canta)        Il bel Robin è tutta la mia gioia.

 

LAERTE

Pensieri, pene, passioni, l’inferno stesso

li rende incantevoli.

 

OFELIA (canta)

E non verrà mai più?

         E non verrà mai più?

                   No no è morto.

                   Va’ al tuo letto di morte,

         non tornerà mai più.

 

La barba è neve, il capo

         della stoppa ha il colore.

                   È andato, è andato,

                   e il pianto è sprecato.

         Lo protegga il Signore.

E tutte le anime cristiane. Dio sia con voi. Esce.

 

LAERTE

La vedi, signore Iddio?

 

RE

Laerte, il tuo dolore

dev’essere anche mio, o mi fai torto.

Va’, pensaci, scegli chi vuoi

dei tuoi amici più saggi, e loro

sentiranno, e tra te e noi, giudicheranno.

Se in qualche modo, diretto o indiretto,

ci trovano implicati, ti cederemo il regno,

la corona, la vita, e tutto ciò che è nostro,

come riparazione. Ma altrimenti

accetta di accordarci la tua pazienza,

e noi uniremo i nostri sforzi a quelli

della tua anima, per darle

giusta pace.

 

LAERTE

E sia così. Ma il modo

in cui è morto, i funerali oscuri –

né trofeo, né spada, né blasone

sulle ossa, né rito nobiliare,

né cerimonia solenne – ciò reclama

come una voce dal cielo

che io debba chiederne conto.

 

RE

Lo farai.

E dove sta la colpa scenderà la mannaia.

Vieni con me, ti prego. Escono.


ATTO QUARTO – SCENA SESTA

Entrano Orazio e un servitore.

 

ORAZIO

Chi vuole parlarmi?

 

SERVITORE

Gente di mare, signore. Hanno lettere per voi, dicono.

 

ORAZIO

Falli entrare. (Esce il servitore.)

Non so da che parte del mondo possa arrivarmi una lettera, se non dal principe Amleto.

 

Entrano dei marinai.

 

I MARINAIO

Dio vi benedica, monsignore.

 

ORAZIO

E benedica anche te.

 

I MARINAIO

Se è sua volontà, monsignore. Una lettera per voi, monsignore. Da parte dell’ambasciatore che andava in Inghilterra – se vi chiamate Orazio come mi è detto.

 

ORAZIO (legge la lettera)

Orazio, quando avrai scorso questa, fa’ in modo che questa gente arrivi dal re. Hanno lettere per lui. Non eravamo in mare da due giorni che un corsaro in pieno assetto di guerra ci dette la caccia. Scarsi di vela, sfoderammo un coraggio forzoso, e nell’arrembaggio saltai sul loro legno. Ma subito si sganciarono, e restai il loro unico prigioniero. Mi hanno trattato da ladroni di cuore. Ma sapevano quel che facevano: gli debbo restituire il favore. Fa’ arrivare al re le lettere che ho mandato, e corri da me veloce come se fuggissi la morte. Ho parole da dirti all’orecchio che ti renderanno muto. Ma son piume rispetto al calibro della faccenda. Questa brava gente ti condurrà dove sono. Rosencrantz e Guildenstern proseguono per l’Inghilterra. Di loro ho molto da dirti.

Addio.

         Il tuo, come sai,

                            Amleto.

 

Venite, vi faccio strada per queste lettere.

Sbrigatevi al più presto, per guidarmi

da chi ve l’ha date. Escono.


ATTO QUARTO – SCENA SETTIMA

Entrano il re e Laerte.

 

RE

Ora la tua coscienza mi assolverà del tutto,

e mi accoglierai nel cuore come un amico,

visto che hai udito, e il tuo orecchio è sagace,

che chi t’ha ucciso il nobile padre, a me

insidiava la vita.

 

LAERTE

Tutto è chiaro. Ma dite,

come mai, contro fatti così gravi e capitali,

non avete agito come vi spingevano a fare

la sicurezza, l’accortezza, tutto.

 

RE

Oh, per due motivi

precisi, che forse ti sembreranno troppo deboli,

ma per me son forti. La regina sua madre

non vive quasi che per i suoi occhi, ed io

come che sia, virtù o maledizione –

le sono troppo unito, anima e vita.

Come la stella volge solo nella sua sfera

così io nella sua. L’altro motivo

per cui ho evitato una pubblica accusa

è il grande affetto che ha per lui la gente comune,

che immerge nel suo amore tutti i suoi difetti

e fa come la fonte

che muta il legno in pietra; e muterebbero

i ceppi in braccialetti. Le mie frecce

troppo leggere per un vento così forte

tornerebbero all’arco, invece di volare

contro il bersaglio.

 

LAERTE

E così mi rimane un padre morto,

e ridotta a uno stato pietoso una sorella

così perfetta, che a lodare ciò che è stato,

sfidava la nostra età a trovarne

una eguale. Ma saprò vendicarmi.

 

RE

Per questo dormi tranquillo. Non penserai

che siam fatti di stoffa così flaccida e inerte

da lasciarci tirare la barba, e pensare

l’insulto un passatempo. Sentirai novità

presto. Io amavo tuo padre, e noi amiamo noi stessi,

e questo, spero, ti convincerà…

 

Entra un messaggero con delle lettere.

 

MESSAGGERO

Questa per Vostra Grazia. Questa per la Regina.

 

RE

Da Amleto! Chi le ha portate?

 

MESSAGGERO

Marinai, signore, dicono. Io non li ho visti.

L’ho avute da Claudio. A lui le ha consegnate

l’uomo che le ha portate.

 

RE

Laerte, devi sentirle.

Andate. Esce il messaggero.

(Legge) Alto e possente, dovete sapere che mi ritrovo nudo sul vostro regno. Domani chiederò il permesso di vedere i vostri occhi regali, e allora, con vostra licenza, narrerovvi le circostanze del mio improvviso e ancor più imprevisto ritorno.

                            Amleto.

Ma che vuol dire? Son tornati tutti?

Oppure è un trucco, e non è vero niente?

 

LAERTE

Riconoscete la mano?

 

RE

Sì, è la sua scrittura.

“Nudo”…

E qui in un poscritto aggiunge, “Solo”.

Ne capisci qualcosa?

 

LAERTE

Non ci capisco niente, signore. Ma che venga.

Il mio cuore malato si ravviva all’idea

che gli potrò gridare in faccia, “Muori!”

 

RE

Se è così,

Laerte, – ma è possibile? e se no che pensarne? –

ti lascerai guidare da me?

 

LAERTE

Sì, monsignore,

purché non mi forziate a far pace.

 

RE

A trovare

pace! Se è tornato perché si sottrae al viaggio

e non vuole più andare, lo spingerò a un’impresa

che ho già matura in mente, e nella quale

non potrà che cadere. E nessun fiato spirerà

a condannare la sua morte. Anzi sua madre stessa

non sospetterà affatto il trucco, e lo chiamerà

una disgrazia.

 

LAERTE

Monsignore, mi lascio guidare,

e tanto più se trovate il modo di farmi

l’esecutore del tutto.

 

RE

Questo cade a proposito.

Dopo la tua partenza, qui, si è parlato molto

di te, presente Amleto, per una qualità

in cui si dice che eccelli. E tutte le tue doti

assieme, non l’accesero tanto d’invidia, quanto

quella sola – e un’invidia, a mio giudizio,

delle più basse.

 

LAERTE

Che qualità, signore?

 

RE

Un fiocco sul cappello d’un giovane! – ma anch’esso

non fuori posto, se alla gioventù

stanno bene i vestiti allegri, trasandati,

come ai più vecchi gli abiti severi e le pellicce

che denotano stabilità, rigore. Due mesi fa

era qui un gentiluomo normanno – io stesso ho visto

i francesi, ed ho pure militato

contro di loro, ed essi ci sanno proprio fare

a cavallo – ma questo gagliardo

pareva un mago in sella, vi metteva radici,

e spingeva il cavallo a evoluzioni

così stupende, che pareva fossero

un corpo solo, e che avesse per metà

la natura di quella nobile bestia.

Superava di tanto la mia attesa, che

per quanto io provi a immaginare figure

e passi d’ingegno, resto ben lontano

da ciò che fece.

 

LAERTE

Normanno avete detto?

 

RE

Normanno.

 

LAERTE

Per la mia vita, Lamord!

 

RE

Sì, proprio lui.

 

LAERTE

Lo conosco bene. È davvero la gemma,

la vera perla della nazione.

 

RE

Egli ti riconobbe grandi meriti, e riferì di te

cose tanto lodevoli nell’arte e nella pratica

del tirare di stocco, soprattutto, da esclamare

che sarebbe davvero uno spettacolo

opporti un avversario degno. Da loro, giurò,

gli schermitori non avevano attacco né guardia

né occhio al tuo confronto. Ebbene, questo giudizio

invelenì moltissimo la gelosia di Amleto,

e non faceva altro che augurarsi, e sperare

che tu tornassi presto

per potersi subito misurare con te.

Ora, su questo…

 

LAERTE

Su questo, cosa?

 

RE

Laerte, ti era caro

tuo padre, no? O sei solo l’immagine

dipinta del lutto, un volto senza cuore?

 

LAERTE

Perché mi chiedete questo?

 

RE

Non perché pensi che tu non amassi tuo padre,

ma perché so che l’amore nasce dall’occasione,

e i fatti provano che il tempo

ne riduce il fuoco e la scintilla. Dentro

la fiamma stessa dell’amore c’è come

uno stoppino, e la sua cenere lo spegne;

e nulla poi dura sempre alto e uguale

perché la bontà, quando diventa plétora

muore del proprio eccesso. Quel che vorremmo fare

dovremmo farlo mentre lo vogliamo,

perché questo “vogliamo” muta ed ha smorzature

e rimandi, per quante sono le lingue

e le mani e gli eventi, e quel “dovremmo”,

allora, è come il sospiro prodigo

che alleviando fa male. Veniamo

al vivo dell’ulcera: Amleto è qui. Che sei pronto a fare

per mostrarti, nei fatti più che nelle parole,

il figlio di tuo padre?

 

LAERTE

A tagliargli la gola in chiesa.

 

RE

Infatti, non dovrebbero esserci santuari

per un assassino. Né confine per la vendetta.

Ma buon Laerte, se sei pronto a questo,

devi startene chiuso nella tua stanza.

Amleto, dacché è qui, saprà che sei tornato.

Gli metteremo attorno qualcuno

che magnifichi la tua bravura, e passi una seconda mano

di vernice sulla reputazione

che t’ha dato il francese. Alla fine

vi faremo incontrare, e faremo scommessa

su voi due. Lui, senza sospetti,

generoso com’è, e incapace di avere

trucchi in testa, non controllerà le spade,

sicché ti sarà facile, o con qualche rimescolata,

di sceglierti la lama non spuntata, e un colpo mancino

lo ricompenserà per tuo padre.

 

LAERTE

Va bene.

Anzi, per questo scopo, ungerò la mia spada.

Ho comprato da un ambulante un unguento così mortale,

che basta una lama appena intinta, e dove cava sangue

non c’è impiastro che valga, anche se tratto

da tutte le erbe che hanno una virtù

sotto la luna, a salvare dalla morte

chi ne è scalfito. Ungerò la mia punta

con quella peste, e se appena lo tocco

sarà morto.

 

RE

Ripensiamoci, allora, soppesiamo il tempo

e i mezzi che meglio si prestano ai nostri ruoli.

Se ci andasse male, e un passo falso

rivelasse il piano, meglio valeva non tentarlo.

Quindi il progetto dovrebbe rinforzarsi

con uno di riserva, che funzioni se il primo

ci salta tra le mani. Aspetta, vediamo.

Faremo una scommessa solenne sul più bravo.

Ci sono. Quando, in azione,

avrete caldo e sete, – e perciò tu attacca

con più violenza – e lui chiede da bere,

gli farò preparare per l’occasione un calice

di cui basterà un sorso, se per caso

sfuggisse alla stoccata, e il nostro affare

è fatto. Aspetta, che c’è ora?

 

Entra la Regina.

 

REGINA

Una sventura pesta le calcagna dell’altra,

così fitte vengono. Tua sorella è annegata, Laerte.

 

LAERTE

Annegata? Dove?

 

REGINA

C’è un salice che cresce di sghembo sul ruscello

e specchia le sue foglie canute nel fluido vetro.

Con esse ella intrecciava ghirlande fantastiche

di ortiche, di violacciocche, di margherite, e lunghe

orchidee rosse a cui i pastori sboccati

danno un nome più basso, ma le nostre

fredde vergini chiamano dita di morto. Lì

mentre s’arrampicava per appendere ai rami

penduli i serti d’erba, un ramoscello maligno

si spezzò, e giù i trofei verdi e lei stessa

caddero nel ruscello querulo. Le vesti

le si gonfiarono intorno, e come una sirena

la sorressero un poco, che cantava

brani di laudi antiche, come una che non sa

quale rischio la tenga, o come una creatura

nata e formata per quell’elemento.

Ma non poté durare molto: le vesti

pesanti ora dal bere

trassero l’infelice dalle sue melodie

a una morte fangosa.

 

LAERTE

Ahimè, dunque è annegata.

 

REGINA

Annegata, annegata.

 

LAERTE

Povera Ofelia, hai avuto già troppa acqua

e mi vieto di piangere. Ma ecco

come siamo: la natura

segue il suo corso, sia vergogna o meno.(Piange)

Quando queste saranno passate, in me

la donna finirà. Addio, monsignore. Ho parole

di fuoco che vorrebbero avvampare

ma questo pianto stupido le spegne. Esce.

 

RE

Seguiamolo, Gertrude!

Ho penato molto a calmare la sua rabbia

e ora questo, temo, la risveglierà.

Perciò stiamogli accanto. Escono.


Amleto

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