Amleto – Atto III

Amleto – Atto III

(“Hamlet” – 1600 – 1601)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Amleto - Atto III


ATTO TERZO – SCENA PRIMA

Entrano il Re, la Regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz e Guildenstern.

 

RE

E non potreste voi due, con qualche artifizio,

fargli dire perché si dà queste arie stravolte

e raschia via la pace dai suoi giorni

con questa stramberia torbida e pericolosa?

 

ROSENCRANTZ

Che abbia confuso il cervello, questo lo riconosce.

Ma non vuol dire assolutamente per quale causa.

 

GUILDENSTERN

E neanche è disposto a farsi sondare.

Anzi, quando proviamo a fargli dire qualcosa

sul suo vero stato, prende subito il largo

con l’astuzia della pazzia.

 

REGINA

Vi ha fatto buona accoglienza?

 

ROSENCRANTZ

Da vero signore.

 

GUILDENSTERN

Ma forzando molto l’umore del momento.

 

ROSENCRANTZ

Avaro di domande, molto prolisso

nel rispondere alle nostre.

 

REGINA

E avete cercato

di spingerlo a distrarsi?

 

ROSENCRANTZ

Signora, ci è capitato di superare per strada

certi attori. Glielo abbiamo detto

e ci è parso che la notizia gli desse

un qualche piacere. Ora sono qui, a corte,

e hanno l’ordine, credo, di recitare per lui

stasera.

 

POLONIO

Verissimo.

Anzi, mi ha pregato di invitare le vostre maestà

a udire e vedere lo spettacolo.

 

RE

Molto volentieri. E sono ben lieto di sentire

che ha questi interessi. Miei buoni amici,

spronatelo ancora, orientatelo

verso queste distrazioni.

 

ROSENCRANTZ

Lo faremo, signore.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

 

RE

Cara Gertrude, lasciaci anche tu:

abbiamo fatto in modo da attirare qui

Amleto, per fargli incontrare Ofelia

come per caso. Suo padre ed io

faremo da legittime spie.

Piazzati per vedere senza esser visti

giudicheremo obiettivamente l’incontro

e dal suo comportamento

dedurremo se è pena d’amore o altro

che l’affligge.

 

REGINA

Vi obbedisco.

E per te, Ofelia, vorrei davvero

che le tue buone grazie siano la causa felice

di questo disordine di Amleto. Così potrò sperare

che le tue virtù lo restituiscano a se stesso

per l’onore di entrambi.

 

OFELIA

Anch’io lo spero, signora.

(La Regina esce.)

 

POLONIO

Ofelia, passeggia qui. Vostra Grazia, se volete,

nascondiamoci. Leggi questo libro.

L’apparenza della devozione renderà naturale

la solitudine. Spesso, lo sappiamo benissimo,

siamo riprovevoli in questo: una faccia

devota, qualche posa da gabbasanti,

e il diavolo stesso è inzuccherato.

 

RE (a parte)

Ah, com’è vero!

Che sferzata queste parole per la mia coscienza.

La faccia della puttana sotto i suoi impiastri

rispetto ai colori che l’abbelliscono

non è più orrida delle mie azioni

rispetto alle mie parole false.

Oh quanto mi pesa!

 

POLONIO

Monsignore, eccolo, nascondiamoci.

Escono (il re e Polonio).

 

Entra Amleto.

 

AMLETO

Essere, o non essere, è questo che mi chiedo:

se è più grande l’animo che sopporta

i colpi di fionda e i dardi della fortuna insensata,

o quello che si arma contro un mare di guai

e opponendosi li annienta. Morire… dormire,

null’altro. E con quel sonno mettere fine

allo strazio del cuore e ai mille traumi

che la carne eredita: è un consummatum

da invocare a mani giunte. Morire, dormire, –

dormire, sognare forse – ah, qui è l’incaglio:

perché nel sonno della morte quali sogni

possano venire, quando ci siamo districati

da questo groviglio funesto, è la domanda

che ci ferma – ed è questo il dubbio

che dà una vita così lunga alla nostra sciagura.

Perché, chi sopporterebbe le frustate e le ingiurie del tempo,

il torto dell’oppressore, l’oltraggio del superbo,

le angosce dell’amore disprezzato, le lentezze della legge,

l’insolenza delle autorità, e le umiliazioni

che il merito paziente riceve dagli indegni,

quando, da sé, potrebbe darsi quietanza

con un semplice colpo di punta? Chi accetterebbe

di accollarsi quelle some, e grugnire

e sudare sotto il peso della vita,

se non fosse il terrore di qualcosa

dopo la morte, la terra sconosciuta

da dove non torna mai nessuno, a paralizzarci

la volontà, e farci preferire i mali che abbiamo

ad altri di cui non sappiamo niente? Così

la coscienza ci rende codardi, tutti,

e così il colore naturale della risolutezza

s’illividisce all’ombra pallida del pensiero

e imprese di gran rilievo e momento

per questo si sviano dal loro corso

e perdono il nome di azioni. Basta ora.

La bella Ofelia! Ninfa, nelle tue preghiere

ricorda tutti i miei peccati.

 

OFELIA

Mio buon signore,

com’è stata vostra altezza in tutti questi giorni?

 

AMLETO

Vi ringrazio umilmente, bene.

 

OFELIA

Monsignore, ho dei vostri ricordi

che da parecchio desideravo restituirvi.

Vi prego, ora, di riprenderli.

 

AMLETO

Io? No, no.

Non vi ho mai dato niente.

 

OFELIA

Sì, mio onorato signore, lo sapete benissimo,

e con essi m’avete dato parole

formate di sospiri così dolci

che li rendevano più preziosi. Ma il profumo è andato,

dunque riprendeteveli. Per un animo nobile

i doni più ricchi perdono tutto il loro valore

se i donatori

non gli sono più amici. Eccoli, monsignore.

 

AMLETO

Ah, ah! Siete onesta?

 

OFELIA

Ma signore!

 

AMLETO

Siete bella?

 

OFELIA

Che vuol dire vossignoria?

 

AMLETO

Che se siete onesta e bella, la vostra onestà non dovrebbe accettar discorso con la vostra bellezza.

 

OFELIA

La bellezza, monsignore, potrebbe mai trovare miglior compagna dell’onestà?

 

AMLETO

Sì davvero, perché la potenza della bellezza trasformerà l’onestà in ruffiana, assai prima che la forza dell’onestà possa farsi assomigliare dall’altra. Questo era un paradosso, una volta, ma ora i tempi han dimostrato che è vero. Vi ho amato una volta.

 

OFELIA

Sì, monsignore, me lo avete fatto credere.

 

AMLETO

Non avreste dovuto. Innesta pure la virtù sul nostro vecchio ceppo, ci trovi sempre il vecchio succo. Non vi ho mai amata.

 

OFELIA

Tanto più fui ingannata.

 

AMLETO

Vattene in un convento, va’. O vuoi mettere al mondo dei peccatori? Io stesso sono onesto, più o meno, eppure potrei accusarmi di tali cose, che era meglio mia madre non m’avesse concepito. Son pieno di superbia, vendicativo, ambizioso, con più peccati pronti ai miei ordini che pensieri in cui metterli, fantasia per plasmarli o tempo per tradurli in atto. Gente come me che striscia fra terra e cielo, che sta a farci al mondo? Siamo dei furfanti matricolati, tutti, non fidarti di nessuno. Va’ a chiuderti in un convento. Dov’è tuo padre?

 

OFELIA

A casa, monsignore.

 

AMLETO

Chiudetevelo a chiave, che faccia il buffone solo in casa propria. Addio.

 

OFELIA

O cieli pietosi aiutatelo.

 

AMLETO

Se ti sposi ti darò per dote questo malanno: puoi essere casta come il ghiaccio, pura come la neve, non sfuggirai alla calunnia. Vattene in un convento, addio. O se vuoi sposarti a ogni costo prenditi un imbecille, le persone intelligenti sanno benissimo che mostri fate di loro. In un convento, va’ – e presto anche. Addio.

 

OFELIA

Potenze divine guaritelo!

 

AMLETO

Ho anche sentito dei vostri trucchi, fin troppo. Dio v’ha dato una faccia e voi ve ne fate un’altra. Ancheggiate, ondeggiate, e scilinguate, affibbiate nomignoli alle creature di Dio e fate passare per candore la vostra impudicizia. Va’ via, ho chiuso con tutto questo, m’ha fatto diventare pazzo. Dico che non avremo più matrimoni. Quelli che son già sposati  tutti tranne uno – vivranno, gli altri resteranno come sono. Va’ in convento, va’. Esce.

 

OFELIA

O che nobile mente è qui distrutta!

Occhio, lingua, spada d’un principe, di uno

studioso, di un soldato,

la rosa e la speranza d’uno stato felice,

lo specchio della moda, il modello del gusto,

l’idolo d’ogni suddito, finito, proprio finito!

Ed io, la più infelice e sventurata delle donne,

che bevvi il miele delle sue dolci promesse,

ora sento quella mente nobile e sovrana

che stride e stona come una campana sbattuta,

e vedo quel giovane fiorente, senza pari,

bruciato dalla pazzia. O misera me

che ho visto ciò che ho visto, vedo ciò che vedo.

 

Entrano il Re e Polonio.

 

RE

Amore? No, il suo animo

non muove in quella direzione,

e ciò che ha detto, sebbene un po’ sconnesso,

non somiglia affatto alla pazzia.

Ha qualcosa dentro, che la sua malinconia

sta covando, e quando sarà maturo e

schiuso, ho paura che ne nascerà

un pericolo. Per prevenirlo

ho preso rapidamente

questa decisione: partirà subito per l’Inghilterra

per reclamarvi i nostri tributi arretrati.

E forse i mari, i paesi diversi,

la varietà delle cose espelleranno

dal suo cuore questo deposito oscuro

su cui il cervello batte continuamente

e che l’ha tanto mutato. Tu che ne pensi?

 

POLONIO

L’idea è buona. Però io credo sempre

che la causa e l’inizio del risentimento

sia l’amore respinto. Ah eccoti, Ofelia.

Non occorre che ci ripeta ciò che ha detto,

abbiamo sentito tutto.

Monsignore, fate come vi piace,

ma, se lo credete opportuno, dopo la recita

lasciate che la regina sua madre da sola

lo preghi di dirle perché soffre

e gli parli chiaro,

e io, se volete, farò da orecchio

per tutta la conversazione.

Se lei non ne cava nulla

mandatelo in Inghilterra, o confinatelo

dove la vostra saggezza crede meglio.

 

RE

Faremo così. La pazzia dei grandi

non può non essere sorvegliata. Escono


ATTO TERZO – SCENA SECONDA

Entrano Amleto e tre degli attori.

 

AMLETO

Ti prego, recita la battuta come te l’ho detta io, agile sulla lingua. Se ti sgoli come fanno molti dei nostri attori, tanto valeva dare i versi al banditore. E non trinciare l’aria con la mano, così, ma in tutto abbi misura; perché nel torrente, nella tempesta, e per così dire nell’uragano stesso della passione, devi raggiungere e far sentire una moderazione che la renda soave. Ah mi disturba fin nel profondo dell’anima sentire un energumeno imparruccato che ti sbrana una passione, la riduce in cenci, per rintronare la platea, la quale per lo più non apprezza che mimi insensati e fracasso. Un tipo così lo farei frustare perché vuol esser più Orco d’un Orco, più Erode di Erode. Ti prego, évitalo.

 

I ATTORE

Vostro Onore ci conti.

 

AMLETO

Ma non essere nemmeno troppo controllato, lasciati guidare dal tuo stesso giudizio. Accorda l’azione alla parola, la parola all’azione, con questa particolare avvertenza, di non andare mai oltre la moderazione della natura. Perché ogni eccesso in questo è lontano dallo scopo del teatro, il cui fine, agli inizi come ora, è stato sempre ed è di porgere, diciamo, uno specchio alla natura; di mostrare alla virtù il suo volto, al vizio la sua immagine, e all’epoca stessa, alla sostanza del tempo, la loro forma e impronta. Ora se questo si esaspera o s’infiacchisce, farà forse ridere gli incompetenti, ma non può che attristare gli esperti, il cui giudizio deve avere più peso nella vostra considerazione di un intero teatro di quegli altri. Oh ci sono attori che ho visto recitare – e che ho udito altri lodare e molto – che Dio mi perdoni non avevano accento di cristiani né portamento di cristiani e neanche di pagani o di uomini, parevano pavoni e buoi a tal punto che ho pensato, forse la natura li ha dati da fare a qualche suo manovale e non gli son venuti bene, tanto abominevole era la loro imitazione dell’umano.

 

I ATTORE

Io spero che ciò lo si sia corretto abbastanza.

 

AMLETO

No, correggetelo tutto! E quelli che fan le parti del clown, badate che non dicano più di quanto è scritto per loro – ce n’è che si mettono a ridere per far ridere qualche pugno di spettatori idioti, e proprio quando si dovrebbe prestare attenzione a qualche punto essenziale del dramma. Il che è da furfanti e mostra una ben pietosa ambizione nello sciocco che lo fa. Su andate, preparatevi. Escono gli attori.

 

Entrano Polonio, Rosencrantz e Guildenstern.

 

Allora, signor mio, verrà il re a sentire quest’opera d’arte?

 

POLONIO

E anche la Regina, e subito.

 

AMLETO

Dite agli attori di sbrigarsi. Esce Polonio

Volete, anche voi due, dare una mano a far presto?

 

ROSENCRANTZ

Certo, monsignore.

Escono Rosencrantz e Guildenstern

 

AMLETO

Oh, Orazio!

 

Entra Orazio.

 

ORAZIO

Ai vostri ordini, monsignore.

 

AMLETO

Orazio, tu sei davvero l’uomo più giusto

con cui abbia avuto a che fare.

 

ORAZIO

Via, monsignore.

 

AMLETO

No, non pensare che voglia adularti.

Che vantaggi vuoi che speri da te

che non hai altra rendita per nutrirti e vestirti

tranne il buonumore? Perché adulare i poveri?

No, la lingua zuccherata lecchi lo sfarzo assurdo

e pieghi le giunture docili dei ginocchi

là dove piaggeria è profitto. Ascoltami:

da quando la mia anima è stata padrona delle sue scelte

e ha saputo distinguere tra gli uomini con giudizio,

ti ha aggiudicato a sé; perché tu sei stato

come chi, di tutto soffrendo, nulla soffre,

un uomo che gli schiaffi e i favori della Fortuna

li ha presi con grazia uguale; e beati coloro

in cui sangue e senno sono così ben commisti

da non farli pifferi che le dita della Fortuna

suonino alla nota che le piace. Datemi un uomo

che non è schiavo della passione, ed io lo terrò

in fondo al cuore, sì, nel cuore del cuore

come faccio con te. Ma di questo basta.

Stasera si recita in presenza del re:

una scena del dramma s’avvicina ai fatti

che t’ho detto sulla morte di mio padre.

Ti prego, quando vedi cominciare quell’episodio

con tutto l’acume della tua anima osserva

mio zio. Se la sua colpa nascosta

non si stana da sé a una precisa battuta

allora lo spirito che abbiamo visto è malefico

e le mie fantasie sono sordide come

la forgia di Vulcano. Scrutalo con attenzione;

perché io inchioderò gli occhi al suo viso,

e dopo confronteremo le impressioni e giudicheremo

il suo comportamento.

 

ORAZIO

Bene, monsignore.

Se durante la recita mi ruba qualcosa

e io non lo scopro, pagherò il furto.

 

Entrano trombettieri e timpanisti e suonano alcune battute.

 

AMLETO

Arrivano. Debbo fare l’idiota.

Trovati un posto.

 

Entrano il Re, la Regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz, Guildenstern e altri signori del seguito, con le guardie del re che portano delle torce.

 

RE

Come vive il nostro nipote Amleto?

 

AMLETO

Magnificamente! Del cibo del camaleonte. Mangio l’aria farcita di promesse. Non è cibo adatto a ingrassar capponi.

 

RE

Questa non è risposta per me, Amleto. Di queste tue parole non so che farne.

 

AMLETO

E neanch’io. (A Polonio.) Monsignore, avete recitato all’università, avete detto?

 

POLONIO

Sicuro, signor mio, e fui reputato un buon attore.

 

AMLETO

Che parte avete recitato?

 

POLONIO

Fui Giulio Cesare. Venni ucciso in Campidoglio. Bruto mi uccise.

 

AMLETO

Che azione brutale, uccidere un simile capodoglio. Sono pronti gli attori?

 

ROSENCRANTZ

Sissignore, aspettano un vostro cenno per cominciare.

 

REGINA

Vieni qui, Amleto, siedi vicino a me.

 

AMLETO

No cara madre, qui c’è un metallo più attraente. (Si volta verso Ofelia.)

 

POLONIO (a parte al re)

Oh oh! Avete sentito?

 

AMLETO (si sdraia ai piedi di Ofelia)

Signora, posso starvi in grembo?

 

OFELIA

No, monsignore.

 

AMLETO

Voglio dire, con la testa sul grembo?

 

OFELIA

Sì, monsignore.

 

AMLETO

Pensate alludessi a cose meno edificanti?

 

OFELIA

Non penso a niente, monsignore.

 

AMLETO

Niente? È un bel pensiero da mettere fra le gambe alle ragazze.

 

OFELIA

Che pensiero, monsignore?

 

AMLETO

Niente.

 

OFELIA

Siete allegro, monsignore.

 

AMLETO

Chi, io?

 

OFELIA

Sì, monsignore.

 

AMLETO

O per Dio, re dei mattacchioni!  E che può fare un uomo se non essere allegro? Guardate che aria allegra ha mia madre, e mio padre non è morto da due ore.

 

OFELIA

No, son due volte due mesi, monsignore.

 

AMLETO

Già tanto? Ma allora al diavolo il lutto, mi vestirò di zibellino. O Dio, morto da due mesi e non ancora dimenticato! Allora c’è speranza che la memoria d’un grand’uomo gli sopravviva un semestre. Ma per la Madonna in tal caso dovrà costruirne di chiese, altrimenti andrà al dimenticatoio come il cavallin di maggio col suo epitaffio: Ma oh, ma uh, chi se ne ricorda più?

 

Suonano le trombe. Comincia la pantomima.

 

Entrano un re e una regina, lei abbraccia lui e lui lei. Lei s’inginocchia, gli fa proteste d’amore. Lui la solleva e china il capo sulla spalla di lei. Poi si stende su una sponda fiorita. Vedendolo dormire lei lo lascia. Subito entra un altro, toglie al re la corona, la bacia, versa un veleno nell’orecchio al dormiente ed esce. La regina torna, trova il re morto, fa gesti disperati. Torna l’avvelenatore con tre o quattro figuri. Mostrano di condolersi con lei. Il morto è portato via. L’avvelenatore corteggia la regina con doni. Lei sembra scontrosa per un po’ ma infine accetta il suo amore. Escono.

 

OFELIA

Che vuol dire, monsignore?

 

AMLETO

Oh diamine, mal serpìno. Vuol dire malefizio.

 

OFELIA

Il mimo spiega l’intreccio del dramma?

 

Entra il Prologo.

 

AMLETO

Ce lo dirà lui. Gli attori non hanno segreti, dicono sempre tutto.

 

OFELIA

Ci dirà che senso aveva quella scena?

 

AMLETO

Certo, o qualsiasi altra scena che vorrete mostrargli. Non abbiate ritegno a mostrare, e lui non avrà ritegno a dirvi di che si tratta.

 

OFELIA

Siete cattivo, cattivo. Guarderò gli attori.

 

PROLOGO

Per noi e la tragedia

         dalla vostra clemenza

         invochiamo pazienza. Esce.

 

AMLETO

Ma cos’è, un prologo o il motto d’un anello?

 

OFELIA

È breve, monsignore.

 

AMLETO

Come l’amore delle donne.

 

Entrano il Re e la Regina (del dramma).

 

ATTORE RE

Ben trenta volte il carro di Febo è andato attorno

         al sale di Nettuno e al fermo globo, il Mondo,

         e trenta volte dodici lune, luci d’accatto,

         dodici volte trenta giri del mondo han fatto

         dacché ci strinse assieme i cuori Amore, e Imene

         con santissimi vincoli ci unì le mani assieme.

 

ATTORE REGINA

E tanti viaggi possano ancora e Luna e Sole

         farci contare prima che finisca l’amore.

         Ma ultimamente, ahimè, voi siete triste, e tanto

         stanco, e dallo stato di prima sì lontano

         che per voi tremo. Eppure, sebbene per voi tremi,

         questo non deve, o mio signore, darvi pena,

         ché in noi paura e amore sono sì rapportati

         che entrambi o non ci sono, o sono esagerati.

         Ch’io v’ami lo sapete per prova, ed a misura

         di questo amore grande, grande è la mia paura.

         Ama forte, e ogni lieve sospetto è già timore,

         e dove questo cresce, lì cresce un grande amore.

 

ATTORE RE

In verità io devo lasciarti, amore, e presto:

         delle forze vitali in me il ritmo s’arresta,

         e tu vivrai, me morto, in questo mondo bello,

         amata e onorata; e un altro non indegno,

         forse, come tuo sposo…

 

ATTORE REGINA

Oh, all’inferno il resto!

         Un altro amore in me sarebbe tradimento.

         Che io sia maledetta se mi sposo di nuovo!

         Solo chi ha ucciso il primo, si trova un altro sposo.

 

AMLETO (A parte)

Questo è assenzio!

 

ATTORE REGINA

Le ragioni che portano a un secondo consorte

         sono di basso calcolo, mai nessuna è d’amore.

         Ucciderei di nuovo il mio marito morto

         se ne bacio un secondo e a letto lo sopporto.

 

ATTORE RE

Io ti credo sincera in ciò che dici adesso;

         ma ciò che decidiamo, noi lo cambiamo spesso.

         Un’intenzione è solo serva della memoria,

         nasce assai vigorosa, ma di sostanza è povera,

         è come i frutti acerbi che stan saldi sul ramo

         ma senza scosse, appena sono maturi, cadono.

         È davvero fatale che noi dimentichiamo

         di pagare a noi stessi quello che ci dobbiamo.

         Ciò che ci proponiamo in preda alla passione,

         la passione finita, perde la sua intenzione.

         Hanno tanta violenza la gioia ed il dolore

         che essa li distrugge con la loro attuazione.

         Più la gioia si sfrena, più il dolor si lamenta,

         e dolor ride e gioia piange per un niente.

         Questo mondo non dura per sempre, e non è strano

         che, se cambia la sorte, anche gli amori cambiano,

         perché è domanda a cui non c’è risposta alcuna

         se chi guida è l’amore oppure la fortuna.

         Se il grande cade, fugge il favorito;

         il povero diventa ricco, e si fa amico

         il nemico, e fin qui amor segue fortuna:

         chi non è nel bisogno non avrà mai penuria

         d’amici, e chi in angustia prova un suo falso amico

         immediatamente lo matura in nemico.

         Ma, a finire con ordine lì dove ho cominciato,

         desideri e destini vanno in senso contrario

         tanto, che i nostri calcoli son sempre rovesciati:

         nostri sono i progetti, ma non i risultati.

         Così ora tu pensi che non avrai altro sposo,

         ma, morto il primo, forse muore anche il tuo proposito.

 

ATTORE REGINA

Che non mi dia più cibo la terra, il cielo luce,

         neghi il giorno la gioia e la notte la pace,

         la fede e la speranza siano disperazione,

         la mia vita sia quella d’un romìto in prigione,

         e ogni contrasto che la gioia sbianca

         urti e distrugga ciò che più mi manca,

         e qui e dopo eterna discordia mi sia data

         se, una volta vedova, sarò mai maritata.

 

AMLETO

E se ora manda tutto per aria?

 

ATTORE RE

Un forte giuramento! Cara, lasciami un poco.

         I sensi mi s’intòrpidano, e col sonno

         vorrei ingannare il giorno tedioso.

 

ATTORE REGINA

La tua mente

         culli il sonno, e fra noi ogni male sia assente.

Esce. Il re dorme.

 

AMLETO

Signora, come vi pare questo dramma?

 

REGINA

Direi che la dama fa troppi giuramenti.

 

AMLETO

Oh, ma terrà la parola.

 

RE

Conosci il soggetto? Non c’è niente che offenda?

 

AMLETO

No, no, fanno solo per finta – avvelenano per finta. Nessuna offesa al mondo.

 

RE

Come si chiama il dramma?

 

AMLETO

La trappola per topi. E che tropo, per la Madonna! Il dramma riproduce un omicidio compiuto a Vienna – Gonzago è il nome del duca, sua moglie è Baptista – lo vedrete subito. È una gran canagliata ma che importa? Vostra Maestà e tutti noi che abbiamo la coscienza pulita, non ci tocca. Scalci la rozza piena di guidaleschi, il nostro garrese è intatto.

 

Entra Luciano.

 

Questo qui è un certo Luciano, nipote del re.

 

OFELIA

Monsignore, siete bravissimo a far da coro.

 

AMLETO

Potrei spiegare quel che succede tra voi e il vostro amante, se avessi sott’occhio i pupi che si trastullano.

 

OFELIA

Siete pungente, monsignore, siete pungente.

 

AMLETO

Vi costerebbe un gemito smussarmi la punta.

 

OFELIA

Ancora meglio e peggio.

 

AMLETO

Per il meglio e il peggio, dite così nel malmaritarvi. Su attacca assassino. Piantala con le smorfie e attacca. Forza! Gracchia il corbaccio un mugghio di vendetta.

 

LUCIANO

Neri intenti, mani abili, droghe adeguate, acconcio

         momento, ora propizia quando nessuno è attorno,

         tu fetida mistura d’erbe raccolte a mezza –

         notte e dal male d’Ecate tre volte unte ed infette,

         la tua magia spontanea, la tua atroce virtute

         usurpano di colpo ogni vital salute.

Versa il veleno nell’orecchio al dormiente.

 

AMLETO

L’avvelena in giardino per il suo regno. Il suo nome è Gonzago. È una storia d’oggi, scritta in italiano sceltissimo. Ora vedrete come l’assassino si becca la moglie dell’altro.

 

OFELIA

Il re si alza.

 

AMLETO

Come, spaventato da un colpo a salve?

 

REGINA

State male, mio signore?

 

POLONIO

Interrompete la recita!

 

RE

Fàtemi luce. Andiamo.

 

POLONIO

Luce, luce, luce!

Escono tutti tranne Amleto e Orazio.

 

AMLETO

Beh! Pianga il cervo preso

e scherzi quello illeso;

lo non dormo, lui sì,

il mondo va così!

Non basterebbe questo risultato, mio caro, se il resto delle mie fortune mi tradisce, con una foresta di piume e due rosette di Provenza sulle scarpine a spacco, a farmi avere una quota in una muta di attori?

 

ORAZIO

Una mezza quota.

 

AMLETO

No una intera, te lo dico io.

Perché tu sai, Damone caro,

che dal regno han cacciato

Giove stesso, e qui adesso

regna un vero… villano!

 

ORAZIO

Si poteva far rima.

 

AMLETO

O buon Orazio, punto mille sterline sulla

parola del fantasma. Hai visto?

 

ORAZIO

Benissimo, monsignore.

 

AMLETO

Alla battuta del veleno?

 

ORAZIO

Non m’è sfuggito niente.

 

AMLETO

Ah, ah! su, un po’ di musica! Avanti, i flauti!

Ché se il re la commedia non ama,

chiaro è che non l’ama, perdiana.

Un po’ di musica, forza!

 

Entrano Rosencrantz e Guildenstern.

 

GUILDENSTERN

Mio buon signore, concedetemi una parola.

 

AMLETO

Un discorso intero, signore.

 

GUILDENSTERN

Il re, signore…

 

AMLETO

Ma certo, il re che cosa?

 

GUILDENSTERN

È nelle sue stanze, del tutto fuori di sé.

 

AMLETO

Per il vino, signore?

 

GUILDENSTERN

No monsignore, per la collera.

 

AMLETO

Dimostrereste molto più senno a parlarne al medico, perché, se fossi io a ordinargli una purga, gli farei venire ancora più collera.

 

GUILDENSTERN

Monsignore, date del senso alle vostre parole, non deviate da ciò che vi dico in modo così balzano.

 

AMLETO

Sono ammansito, signore. Pronunciatevi.

 

GUILDENSTERN

Mi manda da voi la regina vostra madre, con l’animo affranto.

 

AMLETO

Siete il benvenuto.

 

GUILDENSTERN

Nossignore, no, questa cortesia non è di buona lega. Se vi degnate di darmi risposte sensate eseguirò l’ordine di vostra madre. Altrimenti, col vostro permesso, mi ritiro, e qui finisce il mio compito.

 

AMLETO

Signore, non posso.

 

ROSENCRANTZ

Che cosa, monsignore?

 

AMLETO

Darvi risposte sensate. È la mia testa che non va. Comunque, le risposte che potrò darvi saranno ai vostri ordini – anzi come dite voi agli ordini di mia madre. Basta perciò, veniamo al punto. Mia madre, dicevate…

 

ROSENCRANTZ

Dunque, lei dice così: la vostra condotta l’ha lasciata sbalordita e perplessa.

 

AMLETO

O figlio ammirevole, che tanto sai sbalordire tua madre! Ma non c’è un seguito alle calcagna di questo stupore materno? Dite pure.

 

ROSENCRANTZ

Ella desidera parlarvi nelle sue stanze prima che andiate a letto.

 

AMLETO

Obbediremo, fosse dieci volte nostra madre. Avete altro da sbrigare con noi?

 

ROSENCRANTZ

Monsignore, mi volevate bene una volta.

 

AMLETO

E ve ne voglio ancora, per queste mani ladre e borsaiole.

 

ROSENCRANTZ

Signor mio, cos’è che vi angustia? Sbarrate la porta in faccia alla vostra guarigione, se nascondete i dolori a un amico.

 

AMLETO

Amico mio, è che non ho prospettive.

 

ROSENCRANTZ

Ma come, se il re stesso s’impegna a farvi succedere al trono!

 

AMLETO

Sì è vero, ma mentre l’erba cresce… il proverbio è alquanto ammuffito.

 

Entrano gli attori coi flauti.

 

Ah, i flauti. Datemene uno. – In confidenza, perché cercate sempre di cogliermi da sopravvento, come per spingermi in qualche rete?

 

GUILDENSTERN

Oh, monsignore! Se il dovere mi fa importuno, il mio affetto supera ogni misura.

 

AMLETO

Questa non la capisco bene. Vorreste suonare questo flauto?

 

GUILDENSTERN

Non so farlo, monsignore.

 

AMLETO

Ve ne prego.

 

GUILDENSTERN

Credetemi, non ne sono capace.

 

AMLETO

Ve ne scongiuro.

 

GUILDENSTERN

Non saprei dove metter le dita, monsignore.

 

AMLETO

È facile come mentire. Controllate questi fori con dita e pollice, date fiato con la bocca, e lui parlerà in musica con grande eloquenza. Ecco qui le chiavi.

 

GUILDENSTERN

Ma non saprei cavarne nessuna armonia. Non conosco l’arte.

 

AMLETO

Ma allora lo vedete, che cosa indegna fate di me. Vorreste suonarmi, vorreste dare a intendere che conoscete i miei tasti, vorreste svellere il cuore del mio mistero, e farmi cantare dalla nota più bassa fino in cima al mio registro. C’è tanta musica, c’è una voce eccellente in questo piccolo strumento, eppure non sapete farlo parlare. Sanguediddio, mi credete più facile a suonarsi d’un piffero? Prendetemi pure per lo strumento che preferite: per quanto stiate a grattarmi non potrete farmi cantare.

 

Entra Polonio.

 

Dio benedica vossignoria.

 

POLONIO

Monsignore, la regina vuol parlarvi, e subito.

 

AMLETO

Vedete quella nuvola che sembra quasi un cammello?

 

POLONIO

Per la santa messa è così… un cammello.

 

AMLETO

O forse una donnola.

 

POLONIO

Infatti la schiena è di donnola.

 

AMLETO

O una balena.

 

POLONIO

Una balena, tale e quale.

 

AMLETO

Beh andrò subito da mia madre. (A parte) Mi trattano da pazzo al punto che ne scoppio. – Sarò da lei subito.

 

POLONIO

Le dirò così.

 

AMLETO

“Subito” è subito detto. Lasciatemi, amici.

(Escono tutti tranne Amleto)

È l’ora più malefica della notte.

I cimiteri sbadigliano, e l’inferno

àlita il suo contagio sul mondo. Ora potrei

bere sangue ancora caldo, e fare cose che il giorno

tremerebbe a vedere. Calma: da mia madre.

Cuore, non perdere la tua natura. L’anima di Nerone

non entrerà in questo petto.

Sarò crudele, non snaturato.

Non avrò altri pugnali che le parole.

E la mia lingua e la mia anima saranno ipocrite:

se in qualche modo la colpirò a parole,

tu anima non sigllarle con l’azione. Esce.


ATTO TERZO – SCENA TERZA

Entrano il Re, Rosencrantz e Guildenstern.

 

RE

Non mi piace affatto, e non è prudente per noi lasciare in libertà la sua follia. Perciò, siate pronti.

Preparerò subito le vostre credenziali

ed egli andrà con voi in Inghilterra.

La nostra sicurezza non può tollerare

il pericolo così vicino che d’ora in ora

gli matura nel cervello.

 

GUILDENSTERN

Ci prepareremo subito.

È scrupolo sacrosanto pensare alla sicurezza

di quei tanti e tanti individui

cui Vostra Maestà dà vita e nutrimento.

 

ROSENCRANTZ

Ogni singolo vivente ha il dovere

di proteggersi dalle offese

con ogni forza e arma dello spirito.

Tanto più colui dal cui benessere

dipendono le vite di tanti. La maestà

non muore sola, ma attira a sé come un gorgo

ciò che gli è vicino. O è come una ruota massiccia

fissa in cima al monte più alto

che sui raggi enormi ha infitte e incollate

diecimila cose di minor conto,

e quando essa cade, ogni piccolo annesso,

ogni trascurabile derivato, accompagnano

la sua fragorosa rovina. Mai da sé,

senza un lamento di tutti, sospirò un re.

 

RE

Vi prego, disponetevi a questo rapido viaggio.

Metteremo dei ceppi a questa paura

che va troppo libera.

 

ROSENCRANTZ

Saremo subito pronti.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

 

Entra Polonio.

 

POLONIO

Mio signore, sta andando da sua madre.

Dietro l’arazzo starò ben nascosto

a sentire che dicono.

Lo sgriderà a dovere, ci scommetto,

e come avete detto – e saggiamente –

è bene che qualcuno oltre la madre,

parziale per natura, porga l’orecchio

in aggiunta. Mio sovrano, addio.

Verrò da voi prima che andiate a letto

per dirvi ciò che so.

 

RE

Grazie, signore caro.

Esce Polonio.

Ah, il mio delitto è fetido e impesta il cielo.

Ha addosso la più antica maledizione

il fratricidio. Pregare non posso

anche se lo desidero e lo voglio,

lo voglio fortemente ma la colpa è più forte,

e come uno costretto a fare due cose

resto incerto su dove incominciare

e non comincio affatto.

Ma questa mano dannata

fosse anche più grossa di com’è

per il sangue di mio fratello

non c’è pioggia abbastanza lassù nei cieli pietosi

per renderla di neve? A che serve la grazia

se non ad affrontare di faccia il delitto?

E non c’è una doppia virtù nella preghiera,

di trattenerci dalla caduta, o caduti

di farci perdonare? Allora, su la testa!

La mia colpa è lontana… Ah, ma quale preghiera

formulerò? “Perdona il mio turpe assassinio”?

No certo, perché ancora posseggo i frutti

dell’assassinio – la mia corona, la mia

ambizione, la mia regina.

Si può essere perdonati e tenersi il delitto?

Quaggiù, in questo mondo corrotto,

la mano d’oro della colpa

può allontanare la giustizia,

e spesso il frutto stesso del male

compra la legge. Ma lassù non è così:

lì non c’è imbroglio, lì l’azione appare

nella sua vera natura, e noi stessi

siamo forzati a testimonianza

davanti al ghigno delle nostre colpe.

E allora che mi resta? Tentare

ciò che può il pentimento. E che cosa non può?

Ma cosa può se un uomo non riesce

a pentirsi? Ah maledizione. Cuore nero

come la morte. Anima impaniata,

più sbatti per salvarti, e più ti invischi.

Aiuto, angeli, venite a salvarmi. E voi

ginocchia caparbie, piegatevi,

e tu cuore d’acciaio fatti tenero

come le carni d’un neonato. Ancora

tutto può finir bene. S’inginocchia.

 

Entra Amleto.

 

AMLETO

Ora potrei spacciarlo, ora che prega.

Lo farò. (Sguaina la spada)

E così va in cielo.

E io sono vendicato. Devo pensarci bene.

Un furfante mi uccide il padre, e allora

io, l’unico figlio, quel furfante

lo mando in paradiso.

Ma questa è ricompensa, non vendetta.

Mio padre, lui l’ha preso impuro, pieno

di pane, tutte le sue colpe in fiore,

in rigoglio di maggio; e come stiano i suoi conti

solo il cielo lo sa,

ma per quanto si può saperne e

capirne in terra, per lui va male. E allora

è una vendetta se l’ammazzo

mentre si purga l’anima, ed è pronto e maturo

al passaggio?

No.

Rientra, spada, sèrbati per un colpo più orribile:

quand’è ubriaco nel sonno, o imbestialito

dalla rabbia, o si gode l’incesto nel suo letto,

o mentre impreca al gioco, o fa qualcosa

che non ha sapore di salvezza, allora

dagli lo sgambetto, i suoi talloni

tirino calci al cielo, e l’anima

sia dannata e nera come l’inferno

dove andrà. Mia madre aspetta.

Questa medicina non fa che allungarti la malattia. Esce.

 

RE

Le mie parole volano, i pensieri

si trascinano a terra. E le parole sole

non raggiungono mai il cielo. Esce.


ATTO TERZO – SCENA QUARTA

Entrano la Regina e Polonio.

 

POLONIO

Viene subito. Sgridatelo a dovere, mi raccomando.

Ditegli che le sue stramberie sono andate

troppo oltre per sopportarle,

e Vostra Grazia s’è posta in mezzo tra lui

e una gran collera. Io mi zittisco qui dietro.

Franchezza, vi prego.

 

[AMLETO (da dentro)

Madre, madre, madre!]

 

REGINA

Ve lo prometto, contateci.

Andate. Lo sento venire.

(Polonio si nasconde dietro un arazzo.)

 

Entra Amleto.

 

AMLETO

Allora, madre, che volete?

 

REGINA

Amleto, hai molto offeso tuo padre.

 

AMLETO

Madre, avete molto offeso mio padre.

 

REGINA

Andiamo, andiamo, mi dai risposte senza senso.

 

AMLETO

Andate, andate, mi fate domande senza vergogna.

 

REGINA

Come? Che ti prende, Amleto?

 

AMLETO

Perché? Che c’è di nuovo?

 

REGINA

Hai dimenticato chi sono?

 

AMLETO

No, per la santa croce!

Siete la regina, moglie del fratello di vostro marito,

e siete, così non fosse, mia madre.

 

REGINA

Ah, vado a chiamare qualcuno che ti saprà parlare.

 

AMLETO

Andiamo, andiamo! Sedetevi! Non vi muoverete.

Non uscirete di qui prima che v’abbia messo davanti

uno specchio in cui vi vedrete fino in fondo all’anima.

 

REGINA

Che vuoi fare? Vuoi uccidermi?

Ah, aiuto.

 

POLONIO (dietro l’arazzo)

Oh oh! Aiuto!

 

AMLETO

Che c’è? Un topo! Un ducato che è morto, morto!

(Affonda la spada nell’arazzo)

 

POLONIO (dietro)

Ah, mi ha ucciso!

 

REGINA

Ahimè, che cosa hai fatto?

 

AMLETO

Non lo so, non lo so.

È il re?

(Solleva l’arazzo e scopre Polonio morto.)

 

REGINA

Ah che atto assurdo, sanguinoso!

 

AMLETO

Sì, sanguinoso. Perverso, buona madre,

quasi come uccidere un re e sposarne il fratello.

 

REGINA

Uccidere un re?

 

AMLETO

Sissignora, l’ho detto.

Tu povero sciocco, temerario, invadente, addio.

T’ho preso per uno che vale di più. Accetta la tua sorte.

Vedi ora il pericolo d’intrigarsi troppo.

Smettetela di torcervi le mani. Siate calma, sedete,

e fatevi torcere il cuore: perché lo farò

se ancora lo si può torcere, se l’abitudine maledetta

non ne ha fatto un baluardo di bronzo

a prova di sentimenti.

 

REGINA

Che ho fatto, che tu osi menare la lingua

per gettarmi addosso parole così villane?

 

AMLETO

Hai fatto qualcosa

che sconcia la grazia e la vampa del pudore,

che chiama ipocrita la virtù, che strappa la rosa

dalla bella fronte di un amore innocente

e la marchia a fuoco, che fa i voti nuziali

falsi come i giuramenti del giocatore – oh qualcosa

che strappa l’anima dal corpo

di ogni accordo, e riduce la dolce religione

a una caterva di parole. La faccia del cielo

avvampa su questa massa densa e discorde

e quasi anticipasse afflitta il giudizio

si angoscia a quel tuo atto.

 

REGINA

Ahimè, quale atto

che solo a pronunciarsi rugge e tuona?

 

AMLETO

Guarda questo dipinto, e guarda questo:

sono i ritratti di due fratelli.

Guarda che grazia possiede questo volto,

i riccioli d’Iperione, la fronte stessa di Giove,

l’occhio di Marte che incute paura e obbedienza,

il portamento di Mercurio, l’araldo

appena sceso su un monte che bacia il cielo,

un’armonia di parti, una forma su cui davvero

sembra che ogni dio abbia impresso un sigillo

per dare al mondo il modello dell’uomo.

Questo era tuo marito. E ora l’altro:

questo qui è tuo marito, una spiga ammuffita

che impesta l’altra sana. Non hai gli occhi?

Hai potuto lasciare un pascolo di montagna

per ingozzarti in questa fossa. Hai gli occhi, no?

Non dirmi che fu per amore; alla tua età

la foga del sangue si smorza, e ubbidisce

con umiltà al giudizio, e quale giudizio

andrebbe da questo a quello? Certo i sensi

li hai, o non potresti muover dito,

ma sono diventati ottusi, perché

la stessa pazzia non sbaglierebbe così,

e i sensi non furono mai tanto asserviti

al delirio da non conservare

qualche capacità di scelta, che servisse

a distinguere questo da questo. Quale diavolo

ti ha ingannato giocando a mosca cieca?

Gli occhi senza le mani, il tatto

senza la vista, orecchi senza mani e occhi,

odorato e nient’altro, oppure una sola parte

malata di un solo senso, non avrebbero preso

un simile abbaglio. O vergogna,

dov’è il tuo rossore? Inferno ribelle,

se puoi ammutinarti nelle ossa d’una donna matura

allora nei ragazzi la virtù sarà cera

e si scioglierà al loro fuoco.

Non sarà più vergogna la violenza

imposta da quel calore,

se A ghiaccio brucia con la stessa fiamma

e la ragione è ruffiana del desiderio.

 

REGINA

Amleto, basta.

Mi rivolti gli occhi dentro l’anima,

e vedo macchie nere, abbarbicate,

che non andranno più via.

 

AMLETO

Ma come puoi vivere

nel sudore e nel puzzo di un letto lercio,

e marcire nel vizio, e fare le moine,

l’amore in un porcile.

 

REGINA

Basta, basta!

Le tue parole tagliano come pugnali.

Basta, Amleto mio caro.

 

AMLETO

Un assassino, un cialtrone,

un cane che non vale la millesima parte

del tuo primo marito, un re da farsa,

un ladro dell’impero e del potere,

che ha tolto da una mensola il diadema prezioso

e se l’è messo in tasca.

 

REGINA

Basta!

 

AMLETO

Un re

di stracci e toppe

 

Entra il fantasma.

 

Salvatemi, stendetemi sopra le vostre ali

guardie celesti! Che vuole la tua santa immagine?

 

REGINA

Ahimè, è pazzo.

 

AMLETO

Vieni a rimproverare il tuo figlio poltrone

che perde tempo e slancio, e trascura

di eseguire il tuo ordine terribile e urgente?

Oh parla!

 

FANTASMA

Non dimenticare. Questa mia visita

vuole solo ritemprare il tuo proposito

quasi smussato. Ma guarda, tua madre

è sconvolta. Mettiti tra lei

e la sua anima tormentata. La fantasia

agisce con più forza nei corpi

più fragili. Parlale, Amleto.

 

AMLETO

Come state, signora?

 

REGINA

Ahimè, come stai tu

che sbarri gli occhi nel vuoto

e parli con l’aria incorporea.

Gli spiriti stravolti s’affollano ai tuoi occhi,

come milizie deste da un allarme

i tuoi capelli composti si rizzano

e stanno dritti come se avessero

vita propria. O caro figlio mio

spargi fresca pazienza sul calore

e sulla fiamma del tuo male. Che guardi?

 

AMLETO

Lui, lui. Vedi come ci fissa pallido.

La sua causa e il suo aspetto insieme,

se parlassero alle pietre le smuoverebbero.

Non guardarmi così, la pietà che mi susciti

smorza la mia fermezza. E ciò che devo fare

perde sostanza: lacrime e non sangue.

 

REGINA

A chi parli?

 

AMLETO

Non vedi niente lì?

 

REGINA

Proprio niente. Ma quel che c’è, lo vedo.

 

AMLETO

E non hai udito niente?

 

REGINA

Niente, no, solo le nostre voci.

 

AMLETO

Ma guarda lì, guarda che si ritrae.

Mio padre, vestito come quando era vivo!

È lì, guarda, sta uscendo dalla porta.

Il fantasma esce.

 

REGINA

È il tuo cervello che l’ha inventato.

Queste cose incorporee, la pazzia

è molto abile a farle.

 

AMLETO

La pazzia!

Il mio polso va a tempo come il tuo,

e il ritmo è altrettanto sano. Non è pazzia

ciò che ho detto. Mettimi alla prova

e lo ripeterò punto per punto, mentre

un pazzo s’imbizzarrirebbe. Madre, per amor di Dio,

non ti ungere l’anima con questo linimento

che non sia la tua colpa ma la pazzia a parlare.

Sarebbe, sulla tua ulcera, una pelle sottile,

e la cancrena, scavandoci dentro

t’infetterebbe invisibile. Confessati al cielo,

pèntiti del passato, scansa ciò che verrà,

e non dare il concime alla malerba

per renderla più fetida. Perdònami

la mia virtù, ché in questi tempi obesi

è la virtù che chiede scusa al vizio

e si piega e l’implora per poterlo aiutare.

 

REGINA

O Amleto, mi hai spaccato il cuore.

 

AMLETO

Gettane via la peggior parte, e vivi

più pura con quell’altra. Buona notte.

Non andare nel letto di mio zio.

Simula una virtù se non ce l’hai.

Quel mostro, l’abitudine, che si mangia

ogni senso del male, è però angelo in questo

che al praticare cose buone e giuste

sa anche dare un abito, una livrea

facili a indossarsi. Astieniti stanotte,

e questo darà un che di naturale

alla prossima astinenza, e quella dopo

sarà ancora più facile. L’abitudine

riesce quasi a cambiare l’impronta della natura,

essa ospita il demonio o lo respinge

con forza meravigliosa. Di nuovo, buona notte.

E quando vorrai essere benedetta

ti chiederò di benedirmi. Quanto a questo signore,

me ne pento. Ma è piaciuto al cielo

punire me con lui e lui con me,

fare di me il suo braccio e il suo flagello.

Mi occuperò di lui, risponderò in tutto

per la sua morte. Di nuovo, buonanotte.

Debbo essere crudele per essere gentile.

Quest’inizio è cattivo, e il peggio è da venire.

Ancora una parola, signora.

 

REGINA

Che debbo fare?

 

AMLETO

Non quello, Dio ne scampi, che t’ho detto di fare:

lascia che il re pancione ti attiri ancora a letto,

ti pizzichi la guancia, ti chiami sua topina,

e per un paio di baci schifosi

o qualche frugatina delle sue dita infami

ti faccia snocciolare tutta questa faccenda

che in realtà non sono affatto pazzo

ma pazzo ad arte. È bene farglielo sapere

perché chi mai, essendo soltanto una regina

bella, sobria, saggia, nasconderebbe a un rospo,

a un pipistrello, a un micione, faccende

così gravi per lui? Chi lo farebbe?

No, contro ogni buonsenso, ogni riservatezza,

togli il piolo alla gabbia sul tetto della casa,

fa volar via gli uccelli, e come la scimmia

della favola, per arrivare in fondo,

cacciati nella gabbia e giù, rompiti il collo.

 

REGINA

Sta’ certo, se le parole sono fiato

e il fiato è vita, non ho vita

per dare fiato a quello che m’hai detto.

 

AMLETO

Parto per l’Inghilterra, lo sapete?

 

REGINA

Ahimè,

l’avevo dimenticato. Così è deciso.

 

AMLETO

Han sigillato lettere, e i miei due ex compagni –

di cui mi fido come di serpi velenose –

loro portano gli ordini, loro mi fanno strada

e mi scortano in trappola. Ma lasciamoli fare.

È uno spasso veder l’artificiere

saltare col suo ordigno, e dovrebbe davvero

andarmi male se non scaverò due metri

sotto le loro mine, e le farò saltare

fino alla luna. Oh, è meraviglioso

quando due marchingegni sbattono assieme il muso

sulla stessa rotta. Quest’amico

mi spinge a far fagotto.

Rimorchierò le trippe nella stanza qui accanto.

Madre, buonanotte davvero. Questo consigliere

è ora tanto immobile, e muto, e sornione,

mentre vivo fu sciocco, furfante e chiacchierone.

Messere, via, facciamola finita.

Buonanotte, madre!

Esce tirando via Polonio. (La Regina rimane.)


Amleto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

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