Enrico VI – Parte I – Atto II

Enrico VI – Parte I – Atto II

(“Henry VI, part 1” – 1588 – 1590)

Introduzione - Riassunto

Atto I       Atto II       Atto III       Atto IV       Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali


ATTO SECONDO – SCENA PRIMA

Entrano [sugli spalti] un ufficiale [francese] con due sentinelle.

 

UFFICIALE

Signori, prendete posizione e vigilate.

Se udite un suono, o se scorgete un soldato

presso le mura, con un segnale ben chiaro

dateci l’allarme al corpo di guardia.

 

PRIMA SENTINELLA

Signorsì. [Esce l’ufficiale.]

E così, noi poveri servi,

mentre gli altri dormono in placidi letti,

siamo costretti a montare la guardia

nelle tenebre, sotto la pioggia, al gelo.

 

Entrano Talbot, Bedford, Borgogna [e soldati], con scale d’assalto, mentre i tamburi battono una marcia funebre.

 

TALBOT

Lord reggente e temutissimo Borgogna,

grazie al cui arrivo sono a noi amiche

le regioni di Artois, di Vallonia e di Piccardia,

in questa notte propizia i Francesi si sentono

al sicuro, dopo aver gozzovigliato tutto il giorno.

Abbranchiamo questa occasione

per dare ottima quietanza al loro inganno

perpetrato con sortilegi e magie funeste.

 

BEDFORD

Quel vigliacco di un Francese, come danneggia

la sua reputazione, diffidando della forza

del suo braccio per entrare in combutta

con le streghe, e i ministri dell’inferno!

 

BORGOGNA

I traditori non hanno mai altra compagnia.

Ma chi è la Pulzella, colei che da tutti

viene proclamata tanto pura?

 

TALBOT

Dicono sia vergine.

 

BEDFORD

Una vergine? Così bellicosa?

 

BORGOGNA

Preghiamo Dio che ella non neghi a lungo

la sua natura femminile, visto che continua

a portare il peso dell’asta francese inalberata.

 

TALBOT

Lasciamoli a praticare e a trafficare

con gli spiriti. Dio è la nostra fortezza e nel suo nome

vindice apprestiamoci a scalare i bastioni di pietra.

 

BEDFORD

Sali, coraggioso Talbot. Noi ti stiamo dietro.

 

TALBOT

Non tutti assieme; meglio distanti, credo,

così da irrompere in più direzioni,

e se per caso uno di noi fallisce,

un altro può superare le difese.

 

BEDFORD

D’accordo. Tento da quel lato.

 

BORGOGNA

E io da questo.

 

TALBOT

Qui salirà Talbot, o scenderà nella tomba.

Adesso, Salisbury, per te e per l’onore d’Enrico

d’Inghilterra, questa notte mostrerò il legame

che a voi mi unisce nel dovere supremo.

[Avendo scalato le mura, gli Inglesi] gridano, “San Giorgio!”, “Per Talbot!”.

 

SENTINELLE

All’armi, all’armi! Il nemico ci assale! [Allarme.]

 

Le sentinelle francesi balzano sulle mura in maniche di camicia [ed escono. In alto escono gli Inglesi]. Da diversi ingressi [in basso] entrano il Bastardo, Alençon, Reignier, semisvestiti.

 

ALENÇON

E adesso, miei signori? Cosa? Così svestiti?

 

BASTARDO

Svestiti? Sì, e lieti d’esserne usciti al meglio.

 

REIGNIER

Era tempo davvero di svegliarci e lasciare

il letto; l’allarme si udiva sulla porta della camera.

 

ALENÇON

Di tutte le imprese militari che conosco,

da quando seguo la sorte delle armi, nessuna

mai ho udito più audace e disperata di questa.

 

BASTARDO

Quel Talbot dev’essere un demonio dell’inferno.

 

REIGNIER

Se non l’inferno, di sicuro lo protegge il cielo.

 

ALENÇON

Arriva Carlo. Mi chiedo come se l’è cavata.

 

Entrano Carlo e Giovanna [la Pulzella].

 

BASTARDO [a parte]

E sì, Giovanna era a santa difesa del suo corpo.

 

CARLO

È questa la tua magia, ingannatrice?

Dapprima come lusinga ci hai concesso

un guadagno meschino, così che ora

dieci volte più grande sia la nostra perdita?

 

PULZELLA

Perché Carlo è irritato con l’amica?

In ogni ora, con uguale potere,

che io dorma o vegli, mi vuoi sempre attiva,

oppure mi getti addosso il biasimo, la colpa?

Soldati imprevidenti, se aveste fatto buona guardia,

mai ci sarebbe capitato questo rovescio improvviso.

 

CARLO

Duca d’Alençon, la mancanza è tua;

tu, che comandavi la guardia questa notte,

non hai saputo eseguire meglio un compito

così importante.

 

ALENÇON

Se i vostri alloggiamenti

fossero stati tutti tenuti saldamente

come quello di cui avevo la responsabilità,

avremmo evitato l’onta della sorpresa.

 

BASTARDO

Il mio era sicuro.

 

REIGNIER

E anche il mio, signore.

 

CARLO

In quanto a me, la notte l’ho passata

quasi tutta a fare avanti e indietro

tra l’alloggio di lei e il mio comando

per provvedere al cambio della guardia.

Dunque, come e dove sarebbe iniziata l’irruzione?

 

PULZELLA

Non discutete più a lungo la questione,

miei signori, di come e dove. Quello che è indubbio

è che hanno fatto breccia dopo aver scoperto

un luogo debolmente sorvegliato. Non resta

che raccogliere le truppe sparpagliate e disperse,

e fare un nuovo piano per colpirli.

[Si dirigono verso una porta.]

 

Suona l’allarme. Entra un soldato [inglese] gridando “Per Talbot! Per Talbot!”. [I Francesi] fuggono [per il palcoscenico] lasciandosi dietro i vestiti [ed escono].

 

SOLDATO

Sarò così impertinente da prendergli la roba.

Il grido “Talbot” funziona come una spada,

perché mi sono caricato di un bel po’ di spoglie

usando come arma solo il suo nome. Esce.


ATTO SECONDO – SCENA SECONDA

Entrano Talbot, Bedford, Borgogna, [un Capitano e altri].

 

BEDFORD

Il giorno aggredisce e mette in fuga

la notte, il cui mantello di pece ricopriva

la terra come un velo pesante. Suonate la ritirata

e la fine del nostro accanito inseguimento.

[Viene suonata la] ritirata.

 

TALBOT

Portate fuori il corpo del vecchio Salisbury

e deponetelo sulla piazza del mercato, nel recinto

che è al centro di questa città maledetta.

[Marcia funebre. Avanza il corteo con il corpo di Salisbury.]

Ora il mio voto è reso all’anima sua:

per ogni goccia di sangue a lui spillata

almeno cinque Francesi sono morti questa notte.

E perché possano scorgere le epoche future

la gran rovina provocata a sua vendetta,

dentro il tempio maggiore del nemico

erigerò una tomba, dove il suo corpo

sarà tumulato. Sopra di essa verrà inciso,

affinché ognuno possa leggere, il sacco d’Orléans,

la maniera proditoria della sua morte luttuosa,

e quale terrore egli incuteva alla Francia. [Esce il funerale.]

Ma, signori, in tutto il cruento massacro

mi chiedo perché nessuno di noi abbia incontrato

sua grazia, il Delfino, ovvero il suo recente

campione di virtù, Giovanna d’Arco,

né il resto della sua banda di impostori.

 

BEDFORD

Si pensa, Lord Talbot, che, scoppiata la battaglia,

di colpo svegli, i letti sonnolenti abbandonati,

essi siano balzati, tra le schiere in armi,

dalle mura, per cercare riparo tra i campi.

 

BORGOGNA

In quanto a me, se bene ho intravisto

tra il fumo e i foschi vapori della notte,

di certo ho scorto il Delfino e la puttana

mentre a braccetto correvano a perdifiato

come un paio di tortore amorose

che non potrebbero staccarsi giorno e notte.

Dopo che qui le cose sono sistemate,

li inseguiremo con tutte le nostre forze.

 

Entra un Messaggero.

 

MESSAGGERO

Salute a tutti, miei signori! In questa eletta

schiera, chi chiamate Talbot, il guerriero,

applaudito per le sue gesta in tutto il regno di Francia?

 

TALBOT

Sono io Talbot. Chi vorrebbe parlargli?

 

MESSAGGERO

La Contessa d’Auvergne, mia virtuosa signora,

con pudicizia ammirando la tua fama,

per mio tramite, grande Lord, ti rivolge la preghiera

di concederle una visita nel povero castello

sua dimora, per potersi vantare d’aver posato

lo sguardo sull’uomo la cui gloria

riempie il mondo con voce fragorosa.

 

BORGOGNA

Ma davvero? Dunque le nostre guerre, m’avvedo,

diverranno gioiose pacifiche tenzoni

se le dame ambiscono a prender parte alla contesa.

Non puoi, mio signore, rifiutare il gentile invito.

 

TALBOT

Altrimenti, non merito da voi nessuna fiducia,

poiché, laddove una massa di uomini

non avrebbe eloquenza sufficiente,

trionfa invece una dolcezza muliebre. –

[Al messaggero] Dalle perciò caldi ringraziamenti:

mi sottometto al suo volere. Andrò.

Le vostre grazie mi terranno compagnia?

 

BEDFORD

No, né lo suggerisce il galateo.

Gli ospiti non richiesti, a quanto ho udito,

ricevono i saluti più cordiali alla partenza.

 

TALBOT

Va bene, andrò solo. Non c’è rimedio.

Metterò alla prova la cortesia della signora.

Vieni qui, capitano. Bisbiglia. Mi hai inteso?

 

CAPITANO

Sì, mio signore, e mi comporterò di conseguenza. Escono.


ATTO SECONDO – SCENA TERZA

Entra la Contessa [d’Auvergne assieme al custode del suo castello].

 

CONTESSA

Custode, rammenta l’incarico a te affidato,

e quando l’hai eseguito, riportami le chiavi.

 

CUSTODE

Sì, signora. Esce.

 

CONTESSA

La trama è ordita; se tutto va per il verso giusto,

io sarò famosa per questa impresa

come la scita Tomiri, che a Ciro

diede la morte. Grandissima è la fama

di questo temibile cavaliere,

e i suoi successi anch’essi rinomati.

Vorrei testimoni occhi e orecchie

per valutare queste novelle eccezionali.

 

Entrano il Messaggero e Talbot.

 

MESSAGGERO

Signora, secondo i desideri di vostra grazia,

eccovi il nobile Talbot, implorato dal messaggio.

 

CONTESSA

Sia benvenuto. Cosa? È lui quell’uomo?

 

MESSAGGERO

Sì, signora.

 

CONTESSA

Lui il flagello di Francia?

Costui è Talbot, tanto temuto in ogni luogo

che col suo nome le mamme zittiscono i bambini?

Favola vuota è la sua fama, vedo.

Pensavo che avrei visto uno come Ercole,

un secondo Ettore, dall’aspetto torvo

gagliardo di membra, nerboruto.

Ahimè, questo è un fanciullo, uno sciocco nano!

Questo fiacco granchietto raggrinzito

non può incutere tale terrore ai nemici.

 

TALBOT

Signora, fui così temerario da recare disturbo,

ma poiché vossignoria non è a suo agio,

rinvio la visita a un’altra occasione. [Fa per andarsene.]

 

CONTESSA

Cosa gli salta in mente? Chiedigli dove va.

 

MESSAGGERO

Fermo, Lord Talbot, perché la mia padrona

desidera sapere la causa della vostra brusca partenza.

 

TALBOT

Madre mia, poiché sta facendo un grosso errore,

me ne vado per informarla che Talbot è qui.

 

Entra il custode con le chiavi

 

CONTESSA

Se tu sei Talbot, allora ti dichiaro prigioniero.

 

TALBOT

Prigioniero? E di chi?

 

CONTESSA

Mio prigioniero,

Lord sanguinario, e per questo motivo

ti ho adescato dentro la mia casa.

Da molto la tua immagine è stata in mio possesso,

perché nella mia galleria è appeso il tuo ritratto;

ora la tua sostanza materiale farà la stessa fine,

e io metterò in ceppi gambe e braccia

del tiranno che da molti anni devasta

il nostro paese, ne uccide i cittadini, tiene

segregati i nostri figli e mariti.

 

TALBOT

Ah, ah, ah!

 

CONTESSA

Ridi, infame? La tua allegria si muterà in lamento.

 

TALBOT

Rido a vedere vossignoria che s’illude

di avere qualcosa di più dell’immagine

di Talbot su cui fare violenza.

 

CONTESSA

Be’? Non sei tu l’uomo?

 

TALBOT

Oh sì, davvero.

 

CONTESSA

Allora io ho anche la tua sostanza.

 

TALBOT

No, no, io sono solo un’immagine

di me: ti sei ingannata, poiché tu vedi solo

la porzione più minuta di me, l’infima particella

della forma d’un uomo. Ti dico, signora,

che se l’intera sostanza di cui dispongo

fosse qui, sarebbe di tali dimensioni

che, a contenerla, non basterebbe il tuo tetto.

 

CONTESSA

Costui è un venditore di indovinelli

d’occasione. E qui, eppure non c’è;

come si spiegano tali contraddizioni?

 

TALBOT

Te lo mostrerò immediatamente.

Suona il corno, rulli di tamburi; una scarica di cannoni. Entrano i soldati.

Che ne dici, signora, sei convinta ora

che Talbot è solo l’immagine di sé?

Ecco le sue sostanze: muscoli, braccia,

il vigore con cui egli soggioga il vostro collo

ribelle, rade al suolo le vostre città, distrugge

i borghi, e in un istante fa terra bruciata.

 

CONTESSA

Vittorioso Talbot, perdona il mio tranello;

mi accorgo che sei come la fama ha divulgato,

e più di quanto non esprima il tuo aspetto.

La mia arroganza non provochi la tua ira,

poiché mi dolgo di non averti accolto

con riverenza per quel che sei.

 

TALBOT

Non affliggerti, bella dama, e non fraintendere

il pensiero di Talbot, così come errasti

nel calcolare l’involucro esteriore del suo corpo.

Ciò che tu hai fatto, non mi ha recato offesa,

né altra riparazione io ambisco

se non, col tuo permesso, di poter gustare

il tuo vino e provare le tue leccornie.

Poiché i soldati hanno sempre grandi appetiti.

 

CONTESSA

Con tutto il cuore, considerami onorata

di festeggiare un così grande guerriero a casa mia.

Escono.


ATTO SECONDO – SCENA QUARTA

Entrano Riccardo Plantageneto, Warwick, Somerset, Pole [Conte di Suffolk, Vernon e un avvocato].

 

PLANTAGENETO

Nobili lord e signori, perché questo silenzio?

Nessuno osa rispondere a difesa della verità?

 

SUFFOLK

Dentro le aule del Temple abbiamo gridato troppo.

Meglio si prestano questi giardini.

 

PLANTAGENETO

E allora di’ se non ho affermato verità,

o se non sbagliava il capzioso Somerset?

 

SUFFOLK

Parola mia, ho studiato poco la legge,

mai ho potuto adattarla al mio volere

e dunque adattare il mio volere alle sue norme.

 

SOMERSET

Allora giudica tu, mio signore di Warwick

chi tra noi due abbia ragione.

 

WARWICK

Tra due falchi, quello che vola più alto;

tra due cani, quello che ringhia più forte,

tra due lame, la più temprata;

tra due cavalli, quello che si porta meglio;

tra due ragazze, quella che ha l’occhio più vispo.

Il mio giudizio è forse poco profondo,

ma in questi begli arzigogoli legali,

in fede, non sono più saggio d’una taccola.

 

PLANTAGENETO

Suvvia, questa è cortese reticenza.

La verità appare così nuda al mio fianco

che anche un occhio miope la può scorgere.

 

SOMERSET

E al mio fianco è tanto bene adorna,

così chiara, scintillante, nitida,

da risplendere tra le palpebre d’un cieco.

 

PLANTAGENETO

Dacché tenete la bocca serrata,

né vi azzardate a proferire parola,

con segni silenziosi mimate il vostro pensiero:

colui che è un gentiluomo tutto d’un pezzo

e saldo sta sull’onore del suo lignaggio,

se ritiene che io abbia affermato la verità,

colga con me tra questi rovi una rosa bianca.

 

SOMERSET

E chi non è né un codardo né un adulatore,

ma osa schierarsi con il partito della verità,

colga con me tra quelle spine una rosa rossa.

 

WARWICK

Non mi piacciono i colori, né il colore

dell’adulazione bassa, insinuante:

colgo col Plantageneto questa rosa bianca.

 

SUFFOLK

Con il giovane Somerset colgo la rosa rossa,

e dico inoltre che ritengo egli abbia ragione.

 

VERNON

Fermi, lord e gentiluomini, non cogliete

altre rose, finché non avrete stabilito

che la fazione che ha strappato meno rose dalla pianta

concederà il verdetto ai suoi rivali.

 

SOMERSET

Una valida obiezione, mio buon signore;

se ne avrò meno, sottoscriverò in silenzio.

 

PLANTAGENETO

Anch’io.

 

VERNON

Allora, per la verità e l’evidenza del caso,

colgo questo bocciolo pallido e virginale:

A mio giudizio va a favore della rosa bianca.

 

SOMERSET

Non pungerti le dita, mentre lo cogli;

altrimenti, con il tuo sangue dipingerai di rosso

la rosa bianca, senza averne l’intenzione,

e ti schiererai dalla mia parte.

 

VERNON

Mio signore, se sanguinerò per la mia opinione,

la buona opinione che gli altri hanno di me

farà da chirurgo alla mia ferita

e mi terrà dalla parte dove sono ora.

 

SOMERSET

Ma bene: su, coraggio; chi altri?

 

AVVOCATO

Se i miei studi e i miei libri non dicono

il falso, le vostre argomentazioni

sono sbagliate di fronte alla legge.

In segno di ciò anch’io colgo la rosa bianca.

 

PLANTAGENETO

Allora, Somerset, dove sono i tuoi argomenti?

 

SOMERSET

Qui nel mio fodero, a ragionare

sulla vostra rosa bianca, tinta di rosso sangue.

 

PLANTAGENETO

Intanto, le vostre guance imitano

le nostre rose, poiché appaiono bianche di paura,

a testimonianza che la verità è dalla nostra parte.

 

SOMERSET

No, Plantageneto, non è per la paura,

ma per la rabbia, che le tue guance arrossiscono

di vergogna sfacciata, imitando le nostre rose,

e la tua lingua non vuole confessare l’errore.

 

PLANTAGENETO

Somerset, non nutre un verme la tua rosa?

 

SOMERSET

E la tua rosa, Plantageneto, non ha spine?

 

PLANTAGENETO

Sì, aguzze e laceranti, per sostenerne la verità,

mentre il tuo verme divoratore mangia il falso.

 

SOMERSET

Ebbene, troverò amici pronti a indossare

le mie rose sanguinanti, che sosterranno quel che dico,

mentre il falso Plantageneto non oserà mostrarsi.

 

PLANTAGENETO

Ora, con questo bocciolo virgineo in mano,

tengo in disprezzo te e le tue maniere, ragazzaccio.

 

SUFFOLK

Risparmiaci il tuo disprezzo, Plantageneto.

 

PLANTAGENETO

Arrogante d’un Pole, invece lo rivolgo

contro di lui e anche contro di te.

 

SUFFOLK

Quel che mi dai, te lo ricaccio in gola.

 

SOMERSET

Via, andiamo, buon William de la Pole;

diamo credito a questo villanzone conversando con lui.

 

WARWICK

Ora, per Dio, gli fai torto, Somerset.

Il suo nonno era Lionel, Duca di Clarence,

terzo figlio di Edoardo Terzo d’Inghilterra.

Da radici così fonde spuntano villani spennacchiati?

 

PLANTAGENETO

Approfitta dei privilegi del luogo;

non oserebbe altrimenti parlare così

con il suo ignobile cuore.

 

SOMERSET

Nel nome del Creatore,

sosterrò le mie parole su ogni lembo di suolo cristiano.

Non fu Riccardo, conte di Cambridge,

tuo padre, giustiziato per alto tradimento

nei giorni del defunto re Enrico?

E, per quel tradimento, non sei anche tu reo,

degradato, escluso dal rango della nobiltà?

Il crimine della sua disobbedienza vive

dentro il tuo sangue. Sei un villano qualunque

finché non verrai riabilitato.

 

PLANTAGENETO

Mio padre fu arrestato, incriminato

illegalmente, e condannato a morte

per tradimento, senza aver tradito.

Questo proverò contro uomini migliori di Somerset,

quando i tempi saranno maturi al mio volere.

In quanto al tuo compare Pole, e a te stesso,

vi segnerò nel mio libro della memoria,

per farvi pagare la vostra malafede.

Fate tesoro di questo avvertimento.

 

SOMERSET

Ah, ci troverai sempre a tua disposizione,

ci riconoscerai come nemici dal colore della rosa,

un colore che indosseranno i miei amici, tuo malgrado.

 

PLANTAGENETO

Per la mia anima, questa rosa pallida, irosa,

come emblema del mio odio assetato di sangue,

sempre indosserò assieme alla mia fazione,

finché essa non appassisca sulla mia tomba,

o non fiorisca fino all’altezza del mio rango.

 

SUFFOLK

Va’ pure avanti, e ti strozzi l’ambizione!

Addio, dunque, fino al prossimo incontro. Esce.

 

SOMERSET

Vengo con te, Pole. Addio, ambizioso Riccardo! Esce.

 

PLANTAGENETO

Quanti insulti mi tocca sopportare!

 

WARWICK

La macchia rinfacciata al tuo casato

sarà cancellata dal prossimo parlamento,

convocato a sancire la tregua tra Winchester

e Gloucester. Se non sarai fatto York,

io non vivrò per fregiarmi del titolo di Warwick.

Intanto, come pegno del mio amore,

contro l’altero Somerset e William Pole,

indosserò questa rosa cara al tuo partito,

e profetizzo qui che la contesa odierna,

trasformata in lotta di fazioni nei giardini del Temple,

spedirà anime a migliaia, le rose rosse e le bianche,

verso la morte e la notte spietata.

 

PLANTAGENETO

Mio buon Vernon, ti sono obbligato,

perché hai colto un fiore in mio appoggio.

 

VERNON

In tuo appoggio lo indosserò sempre.

 

AVVOCATO

Anch’io.

 

PLANTAGENETO

Grazie, nobile signore. Andiamo

a pranzo: in quattro facciamo una bella tavolata.

Questa contesa berrà sangue un’altra giornata. Escono.


ATTO SECONDO – SCENA QUINTA

Entrano Mortimer, trasportato su una seggiola, e i carcerieri.

 

MORTIMER

Gentili custodi della mia età, fiacca, declinante,

lasciate riposare qui Mortimer morente.

Come in un uomo appena uscito dalla tortura

le mie membra soffrono la lunga prigionia,

e queste chiome grigie, messaggere di morte,

proclamano la fine di Edmund Mortimer,

un vecchio Nestore carico d’affanni.

Simili a lampade il cui olio è consumato,

questi occhi s’offuscano, già spenti.

Schiacciate dal fardello del dolore,

le deboli spalle, le braccia smidollate,

assomigliano a una vite inaridita,

coi tralci secchi penzolanti verso terra.

Eppure a questi piedi, paralitico sostegno

incapace di reggere questo mucchietto di creta,

mette ali il desiderio di una tomba,

perché sanno che non ho altro conforto.

Ma dimmi, carceriere, verrà mio nipote?

 

PRIMO CARCERIERE

Riccardo Plantageneto verrà, mio signore:

lo abbiamo mandato a chiamare al Temple,

nelle sue stanze, e ci fu confermata la sua venuta.

 

MORTIMER

Tanto mi basta. La mia anima avrà soddisfazione.

Povero gentiluomo! I suoi torti sono pari ai miei.

Da quando salì al trono Enrico Monmouth,

prima della cui gloria ero un grande guerriero,

io subisco quest’orribile sequestro.

E da allora Riccardo è messo in ombra,

depredato degli onori e dell’eredità.

Ma ora, il giudice conciliatore degli afflitti,

la giusta Morte, arbitro imparziale

d’ogni miseria umana, mi affranca da questo luogo

con un gradito congedo. Vorrei che anche i suoi guai

fossero in procinto di scomparire,

così che egli possa recuperare ciò che fu perso.

 

Entra Riccardo [Plantageneto].

 

PRIMO CARCERIERE

Mio signore, il tuo affezionato nipote è giunto.

 

MORTIMER

Riccardo Plantageneto, amico mio, sei giunto?

 

PLANTAGENETO

Sì, nobile zio, tanto maltrattato; ecco

tuo nipote Riccardo, di recente altrettanto oltraggiato.

 

MORTIMER

Levate le mie braccia verso il suo collo,

che lo possa stringere, ed esalargli sul petto

l’ultimo rantolo. Oh, ditemi quando

le mie braccia sfiorano le sue guance,

che gli possa dare un amorevole bacio

prima della fine. [Lo abbraccia.] Dolce ramo del gran ceppo di York,

dimmi ora il fresco oltraggio che hai subito.

 

PLANTAGENETO

Prima, poggia la tua vecchia schiena

contro il mio braccio, così che, a tuo agio,

ti possa raccontare del mio disagio.

Oggi, mentre discutevo d’una questione legale,

scoppiò una lite tra Somerset e me,

e, nello scambio di insulti, quella sua lingua

spudorata mi rinfacciò la morte di mio padre.

Quell’accusa m’inceppò la lingua,

altrimenti avrei ribattuto alle sue offese.

Perciò, buon zio, per amore di mio padre,

in onore di un vero Plantageneto,

in considerazione del legame di parentela,

dimmi la causa che costò la testa

a mio padre, il Conte di Cambridge.

 

MORTIMER

La stessa causa che, caro nipote,

ha consumato dentro un odioso carcere, in agonia,

tutta la mia fiorente giovinezza,

fu il dannato strumento della sua dipartita.

 

PLANTAGENETO

Dischiudimi più in dettaglio tale causa,

perché io la ignoro e non riesco a immaginarla.

 

MORTIMER

Così sarà, se lo consente il mio fioco respiro

e se la morte attende la fine del racconto.

Enrico Quarto, il nonno del presente re,

depose suo cugino Riccardo, figlio d’Edoardo,

il primogenito e il legittimo erede

di Re Edoardo, il terzo di sua stirpe.

Durante il suo regno, i Percy del Nord,

ritenendo l’usurpazione atto assai ingiusto,

appoggiarono la mia candidatura al trono.

La ragione che spinse quei bellicosi lord

fu che (una volta eliminato il giovane Riccardo

senza ch’egli avesse generato alcun erede)

ero io il successore per nascita e lignaggio.

Infatti, per parte di madre, io provengo

da Lionel, Duca di Clarence, terzo figlio

di Re Edoardo Terzo, mentre il re

vanta discendenza da Giovanni di Gaunt,

soltanto il quarto di quella eroica schiatta.

Ma prendi nota: mentre erano impegnati

nel poderoso e nobile sforzo di radicare

il legittimo erede, io persi la libertà, loro la vita.

Molto tempo dopo, durante il regno di Enrico Quinto

(succeduto a suo padre Bullingbrook),

tuo padre, allora Conte di Cambridge, discendente

dal celebre Edmund Langley, Duca di York,

sposando mia sorella, e cioè tua madre,

preso da pietà per la mia dura sorte,

arruolò un nuovo esercito, con l’intenzione

di reclamare la corona e pormi sul trono.

Ma come gli altri, quel nobile conte fu sconfitto

e decapitato. Così i Mortimer a cui

apparteneva il titolo, vennero liquidati.

 

PLANTAGENETO

Tu, mio signore, sei l’ultimo di loro.

 

MORTIMER

È vero, e vedi che sono senza discendenza

e che le mie parole, sempre più deboli,

sono garanti di morte. Tu sei il mio erede.

il mio auspicio è che tu ti riprenda tutto;

però sii cauto e accorto nei tuoi progetti.

 

PLANTAGENETO

Mi farò guidare dai tuoi voti solenni.

Eppure, credo, l’esecuzione di mio padre

non fu altro che un atto di sanguinaria tirannia.

 

MORTIMER

Nipote, il silenzio è prudenza politica.

La casa di Lancaster ha salde fondamenta,

che, come una montagna, non possono essere smosse.

Ma ora è tuo zio a muoversi di qui,

come i principi abbandonano la corte

quando hanno a noia una protratta e fissa residenza.

 

PLANTAGENETO

Se solo potessi riscattare la tua vecchiaia,

zio, con una porzione dei miei giovani anni!

 

MORTIMER

Mi faresti torto, come chi massacra

infliggendo molte ferite, quando una sola uccide.

Niente lutto, a meno che non ti dolga per il mio bene.

Da’ solo disposizione per il funerale, e, dunque,

addio. Tutte le tue speranze siano esaudite

e prospera la tua vita in pace e in guerra. Muore.

 

PLANTAGENETO

E si diparta in pace, non in guerra, la tua anima!

In prigione compisti un lungo pellegrinaggio,

consumando da eremita i tuoi giorni.

Bene, serro i suoi consigli nel mio petto,

e quello che mi passa per la mente, tengo in serbo.

Carcerieri, portatelo via: io stesso

provvederò a funerali migliori della sua vita.

Escono [i carcerieri con il corpo di Mortimer].

Qui si spenge la tenue fiaccola di Mortimer,

soffocata dall’ambizione di gente meschina.

In quanto ai torti, agli amari insulti

che Somerset ha elargito alla mia casata,

sono certo di saldare il conto con onore.

Perciò mi affretto verso il parlamento,

per essere reintegrato nel mio lignaggio,

o perché dalle mie disgrazie possa trarre vantaggio.

Esce.


Enrico VI – Parte I

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali