I due gentiluomini di Verona – Atto I

I due gentiluomini di Verona – Atto I

(“The two Gentlemen of Verona” 1590 – 1595)

Introduzione - Riassunto

Atto I       Atto II       Atto III       Atto IV       Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

I due gentiluomini di Verona - Atto I

 

 


Personaggi

DUCA di Milano, padre di Silvia
VALENTINO e PROTEO, i due Gentiluomini [di Verona]
ANTONIO, padre di Proteo
TURIONE, uno sciocco [rivale di Valentino]
AGLAMORO, che aiuta Silvia a fuggire
SVELTO, servo [buffone] di Valentino
LANCIOTTO, [idem] di Proteo
PANTINO, famiglio di Antonio
OSTE della locanda che ospita Giulia
FUORILEGGE capitanati da Valentino
GIULIA, [gentildonna di Verona] amata da Proteo
SILVIA, [la figlia del Duca] amata da Valentino
LUCETTA, cameriera di Giulia

Persone del seguito, ancelle, musici, servitori


ATTO PRIMO – SCENA PRIMA

Entrano Valentino e Proteo.

 

VALENTINO

Non farla tanto lunga, Proteo, amico mio caro:

il giovane che in casa si chiude avrà mente chiusa.

Se la passione non incatenasse la tua verde età

ai dolci sguardi di colei che tu ami ed onori,

sarei tentato d’indurti a venire con me

a scoprire le meraviglie del vasto mondo,

per non lasciarti a casa, stoltamente infiacchito,

a dissipare la tua giovinezza in trastulli senza senso.

Ma poiché ami, continua ad amare e sii fortunato

quanto vorrei esser io, fossi anch’io innamorato.

 

PROTEO

Te ne vai, allora? Buon Valentino, addio.

Pensa al tuo Proteo, se mai ti accadrà di vedere

cose rare e inconsuete nel corso dei tuoi viaggi.

Immagina ch’io sia con te, compagno del tuo piacere,

ogni volta che incapperai in qualcosa di buono; e nel pericolo

(se mai dovessi rischiare di trovarti in pericolo)

affida la tua pena alle devote mie preci,

ché sarò io, Valentino, a sgranarti il rosario.

 

VALENTINO

E a pregare per me su un breviario d’amore?

 

PROTEO

A pregare per te su di un libro che amo.

 

VALENTINO

Vuoi dire, su qualche effimera storia d’amore eterno:

il giovane Leandro che si fa l’Ellesponto…

 

PROTEO

Ma quella è una storia eterna, di un amor senza fondo:

tant’è che lui, per amore, rimase un’eternità a mollo.

 

VALENTINO

È vero. Mentre tu, per amore, ti sei rammollito,

senza mai aver nuotato l’Ellesponto.

 

PROTEO

Rammollito? Suvvia, non mi dare del molle!

 

VALENTINO

No, non lo farò: la mollezza non fa per te.

 

PROTEO

Che intendi?

 

VALENTINO

L’essere innamorato: per cui lo spregio lo paghi gemendo,

la freddezza con sospiri dolenti, il piacere effimero d’un istante

con chissà quante veglie notturne, ansiose e defatiganti.

Se mai hai fortuna, potrai ben dirti sfortunato;

se perdi, beh, potrai dir tua un’improba fatica.

Come che vada, è una follia pagata con la ragione,

se non è la ragione a cedere alla follia.

 

PROTEO

Così, a rigor di logica, mi definisci un folle.

 

VALENTINO

Temo che la tua logica mi dia in questo ragione.

 

PROTEO

Stai cavillando sull’amore. Ma io non sono Amore.

 

VALENTINO

Amore è il tuo padrone, visto che è lui a dominarti;

e chi si sottomette al giogo di un folle

non passerà alla storia, penso, come uomo saggio.

 

PROTEO

Eppure è scritto: come nel più tenero boccio

si annida, avido, il verme, così l’avido Amore

s’insedia negli spiriti più eletti.

 

VALENTINO

Ma è anche scritto: come il bocciolo più precoce

dal verme è roso prima di fiorire,

così gli spiriti più giovani ed ingenui

son volti dall’Amore alla follia e, devastati in boccio,

a primavera perdono le foglie

e ogni bella speranza o promessa di futuro.

Ma a che pro perdo tempo a consigliarti,

votato come sei a dissennata passione?

Addio di nuovo. Mio padre, all’imbarcadero,

attende il mio arrivo per vedermi salpare.

 

PROTEO

Ti accompagno, Valentino.

 

VALENTINO

No, mio buon Proteo: salutiamoci adesso.

Mandami tue notizie, per lettera, a Milano:

delle tue fortune amorose, e d’ogni altro evento

che qui abbia luogo, in assenza dell’amico;

ed io del pari ti manderò mie nuove.

 

PROTEO

Che a Milano t’arrida ogni fortuna!

 

VALENTINO

Ed altrettanto a te che resti. Addio. Esce.

 

PROTEO

Lui va a caccia d’onore, ed io d’amore.

Lui lascia perder gli amici per meglio onorarli,

ed io per amore perdo me stesso, gli amici e tutto.

Tu, Giulia, tu mi hai metamorfosato,

mi hai fatto trascurare gli studi, perdere il mio tempo,

far guerra al buon consiglio, far del mondo uno zero,

fiaccar cuore e intelletto, confondere il pensiero.

 

Entra Svelto.

 

SVELTO

Salute a voi, Ser Proteo. Avete visto il mio padrone?

 

PROTEO

È partito un momento fa: s’imbarca per Milano.

 

SVELTO

Scommetto venti a uno che è già salito a bordo,

e a farmelo scappare sono stato un balordo.

 

PROTEO

Sicuro: anche una pecora si rende latitante

se il pecoraio la molla, sia pure un solo istante.

 

SVELTO

Volete dire che il padrone è il pecoraio, e io sono un pecorone?

 

PROTEO

Esatto.

 

SVELTO

Allora, che io sia vigile oppure dormiglione, le corna sono mie, quanto del mio padrone.

 

PROTEO

Una risposta sciocca, ben degna d’un montone.

 

SVELTO

Ciò prova che son sempre un pecorone.

 

PROTEO

Giusto: e il tuo padrone un pecoraio.

 

SVELTO

No, questo posso negarlo a fil di logica.

 

PROTEO

Sarà difficile che, a fil di logica, non sia io a provarlo.

 

SVELTO

Il pecoraio corre appresso alla pecora, non la pecora al pecoraio; ma io corro appresso al mio padrone: non è il padrone che corre appresso a me. Laonde io non sono un pecorone.

 

PROTEO

La pecora, per trovar pascolo, tien dietro al pecoraio; se il pecoraio ha fame, non tien dietro alla pecora. Tu tieni dietro al padrone per via della paga, non è mica lui a tener dietro a te. Laonde tu sei un pecorone.

 

SVELTO

Un’altra dimostrazione come questa, e mi metto a belare!

 

PROTEO

Dammi retta, piuttosto: gliel’hai data la mia lettera, a Giulia?

 

SVELTO

Sissignore. Io, il pecorone sperduto, ho dato la lettera a lei, la pecorella smarrita; ma lei, la pecorella smarrita, a me, pecorone sperduto, non ha dato nulla in cambio di tale servizio.

 

PROTEO

Non c’è pascolo che basti, per un gregge così numeroso!

 

SVELTO

Se il pascolo è troppo sfruttato sarà bene sbatter fuori lei.

 

PROTEO

No, qui sei fuori strada: sarà meglio sbatter dentro te.

 

SVELTO

Via, signore! Sbattermi dentro per avervi recapitato una lettera?

 

PROTEO

Non c’intendiamo. Voglio dire, dentro a uno stabbio, a un ovile.

 

SVELTO

Un ovile, o uno vile? Avete voglia di girar la frittata!

Un compenso tre volte vile, per una lettera alla donna amata.

 

PROTEO

Ma lei ha detto qualcosa?

 

SVELTO [scuote il capo prima di parlare]

Ah, sì.

 

PROTEO

Ah sì? No? Insomma, a-si-no.

 

SVELTO

Vi sbagliate, signore. Vi dico che lei ha scosso il capo, voi mi chiedete se ha detto “Sì” e io vi dico di “No”.

 

PROTEO

Il che, tirando le somme, equivale a “A-si-no”.

 

SVELTO

Giacché vi siete preso la briga di tirare le somme, il totale spetta a voi di diritto.

 

PROTEO

No, no, spetta a te, che hai portato la lettera.

 

SVELTO

E va bene. Mi rendo conto che con voi occorre portare pazienza.

 

PROTEO

Come osi, messere? Cos’è che occorre portare?

 

SVELTO

Diamine, signore, la lettera: recapitata come di dovere, e solo per sentirmi dare dell’asino pel mio disturbo.

 

PROTEO

Ch’io sia dannato se non hai la battuta facile.

 

SVELTO

Non tanto facile da indurvi ad aprire la borsa.

 

PROTEO

Via, via, fuori le notizie e alla svelta. Che cosa t’ha detto?

 

SVELTO

E voi, fuori la borsa. Quattrini contro notizie. Ci sentiremo tutti e due più leggeri.

 

PROTEO

E va bene, messere, ecco qua, pel disturbo. Che risposta ti ha dato?

 

SVELTO

In fede mia, signore, penso che la conquista sarà tutt’altro che facile.

 

PROTEO

Perché? Da cosa lo percepisci?

 

SVELTO

Signore, da lei non ho percepito un bel nulla, no, nemmeno l’ombra di un ducato per averle consegnato la vostra missiva. E poiché è stata così dura con me che le ho portato il vostro cuore, temo sarà altrettanto dura con voi che gliel’avete messo a nudo. Non datele altri pegni che selci: quella lì è dura come l’acciaio.

 

PROTEO

Ma cos’ha detto? Proprio nulla?

 

SVELTO

Nulla, nemmeno un “Prendi, per il tuo disturbo”. E grazie a voi: siete generoso, mi avete assoldato per un soldone. Se tanto mi dà tanto, le lettere, d’ora in poi, portatevele da voi. E così, signore, vi raccomando al mio padrone.

[Esce]

 

PROTEO

Va’, va’, sparisci, e salva la tua nave dal naufragio:

non può colare a picco, con te a bordo!

Il tuo destino è a terra: una morte secca…

Dovrò trovarmi un corriere un po’ migliore.

Temo che Giulia reagirà con sdegno

a versi inviati con un messo indegno. Esce.


ATTO PRIMO – SCENA SECONDA

Entrano Giulia e Lucetta.

GIULIA

                Dimmi, Lucetta – ora che siamo sole:

                me lo consiglieresti tu d’innamorarmi?

LUCETTA

                Certo, madonna: ma attenta ai passi falsi.

GIULIA

                Di tutta la lieta brigata di gentiluomini

                che ogni giorno vengono a rendermi omaggio

                chi, secondo te, è il più degno di amore?

LUCETTA

                Vogliate, di grazia, ripeterne i nomi: vi dirò quel che penso

                con quel po’ di modesto buonsenso di cui sono capace.

GIULIA

                Cosa ne pensi del bel Ser Aglamoro?

LUCETTA

                Un fine dicitore, elegante e compito cavaliere;

                ma, fossi in voi, non ne vorrei sapere.

GIULIA

                E di Mercazio cosa ne pensi? È ricco.

LUCETTA

                Gran bella cosa. Lui però è un po’ micco.

GIULIA

                E il gentil Proteo? Ti par poco attraente?

LUCETTA

                Siamo impazzite? Che vi salta in mente!

GIULIA

                Com’è che adesso reagisci con veemenza?

LUCETTA

                Madonna, chiedo scusa. È un’indecenza

                che io, creatura indegna come sono,

                censuri questo o quel bel gentiluomo.

GIULIA

                Ma Proteo non l’hai messo in discussione.

LUCETTA

                Ebbene, sì: fra tutti, è l’eccezione.

GIULIA

                E per quale ragione?

LUCETTA

                Nient’altro che la ragione di una donna:

                credo sia lui, perché credo sia lui.

GIULIA

                E vorresti che a lui facessi dono del mio amore?

LUCETTA

                Sì, se non pensate di gettarlo al vento.

GIULIA

                Ma è l’unico, fra tutti, che mai si è dichiarato.

LUCETTA

                Pure, fra tutti, è l’unico davvero innamorato.

GIULIA

                Un ben povero amore, se è tanto reticente.

LUCETTA

                Se ben coperto il fuoco arde più intensamente.

GIULIA

                Non ama veramente chi occulta la passione.

LUCETTA

                Oh, ama ancora meno chi ne fa esibizione.

GIULIA

                Se almeno lo sapessi, cosa gli frulla in mente!

LUCETTA

                Leggete questo foglio, madonna, immantinente.

GIULIA

                “A Giulia”. – Ma di’, chi l’ha mandata?

LUCETTA

                Lo dice il contenuto. Voi dateci un’occhiata.

GIULIA

                Ma insomma, dimmi, chi è che te l’ha data?

LUCETTA

                Di Valentino il paggio; e Proteo l’ha vergata.

                Doveva darla a voi, ma mi sono intromessa –

                scuserete l’ardire – per consegnarla io stessa.

GIULIA

                Sul mio onore di donna, e brava la ruffiana!

                Tu osi dar ricetto a scritti licenziosi?

                Brigare e cospirare ai danni della mia innocenza?

                Davvero, dai retta a me, hai scelto un gran bel mestiere,

                e fatto su misura per una come te.

                Ecco, prendi la lettera. Fa’ di rimandarla al mittente,

                oppure non farti rivedere mai più.

LUCETTA

                La causa dell’amore non merita la vostra esecrazione.

GIULIA

                Te ne vai o no?

LUCETTA

                                               Sol per lasciarvi alla meditazione. Esce.

GIULIA

                Eppure avrei voluto leggerla, la missiva.

                Sarebbe una vergogna richiamarla di nuovo

                e indurla a commettere l’indiscrezione per cui l’ho sgridata.

                Che sciocca è costei! Sa bene che sono vergine:

                doveva forzarmi a prender visione di quella lettera,

                dal momento che le vergini, per pudore, dicon di no

                a chi le corteggia, sperando che lui intenda “Sì”.

                Che disdetta! Com’è imprevedibile questo assurdo amore

                che, come un bimbo bizzoso, si mette a graffiare la balia

                e un attimo dopo si fa piccolo piccolo, e bacia la sferza.

                Ho sgridato Lucetta, scacciandola in malo modo,

                quando ben volentieri l’avrei tenuta con me.

                Con quale sforzo mi sono imposta le mie occhiatacce

                quando un’intima gioia voleva indurmi al sorriso!

                Dovrò far penitenza, e richiamare Lucetta,

                e chiederle perdono per la follia di poc’anzi.

                Ehilà, Lucetta!

[Rientra Lucetta]

LUCETTA

                                               Vossignoria comanda?

GIULIA

                Non è già ora di cena?

LUCETTA

                                                               Fosse vero!

                Così sarebbero le vivande a guastarvi il fegato,

                e non la vostra ancella.

GIULIA

                Cos’è che hai raccolto, facendo finta di niente?

LUCETTA

                Nulla.

GIULIA

                E allora perché ti sei chinata?

LUCETTA

                Per raccattare un biglietto cadutomi di mano.

GIULIA

                E quel biglietto è un nulla?

LUCETTA

                Nulla che riguardi me.

GIULIA

                Allora lascia perdere, se non riguarda te.

LUCETTA

                Però potrebbe perdere colei cui è indirizzato,

                per poco che il messaggio sia mal interpretato.

GIULIA

                Qualche tuo innamorato ti ha scritto dei versi.

LUCETTA

                Perch’io li canti, madonna, a suon di musica.

                Datemi il “la”: vossignoria sa comporre.

GIULIA

                Appena un po’: delle ariette da nulla.

                Meglio cantare al suon di “Levità d’amore”.

LUCETTA

                Un’aria troppo lieve per un qualcosa di basso.

GIULIA

                Basso? Non ci vorrà un bell’organo per suonarla?

LUCETTA

                Sì: ma se foste voi a cantare, sarebbe una bella musica.

GIULIA

                E perché non tu?

LUCETTA

                                               Le note alte non fanno per me.

GIULIA

                Vediamola, la canzone. Suvvia, colombella!

LUCETTA

                La stessa solfa di prima: cantiamola fino in fondo…

[Giulia la colpisce e le strappa la lettera di Proteo]

                Eppure questa musica non mi piace.

GIULIA

                Non ti piace?

LUCETTA

                                               No, madonna: è una brutta stecca.

GIULIA

                E tu, colombella, sei troppo sfrontata.

LUCETTA

                No, siete voi che siete stonata

                e guastate l’armonia con brusche variazioni:

                al vostro canto mancan le note alte.

GIULIA

                Le note alte sono sommerse da un basso sfrenato.

LUCETTA

                Se son caduta in basso, l’ho fatto per Proteo.

GIULIA

                Non perderò altro tempo con tali corbellerie.

                La fa ben lunga, con le dichiarazioni.

[Fa a pezzi la lettera]

                Va’, sparisci, e lascia stare quei pezzi di carta.

                Ti piacerebbe metterci mano, sol per farmi arrabbiare.

LUCETTA

                Si finge indifferente, ma cosa non darebbe

                per arrabbiarsi così per un’altra lettera! [Esce]

GIULIA [raccattando i frammenti della lettera]

                No, è proprio per questa che vorrei arrabbiarmi.

                Oh mani detestabili, che han fatto a brani parole tanto amorose!

                Oh, perniciose vespe! Nutrirvi d’un miele sì dolce

                e uccidere le api che l’han prodotto coi vostri pungiglioni!

                Voglio baciare ogni frammento per fare ammenda.

                Guarda, qui è scritto, “soave Giulia”. Altro che soave!

                Per vendicare la tua ingratitudine

                scaglio il tuo nome contro la ruvida pietra

                per calpestare, sdegnosa, il tuo disdegno.

                E qui c’è scritto, “Proteo d’amor ferito”.

                Povero nome ferito! Il mio seno, come un’alcova,

                ti accoglierà finché la ferita non guarisca del tutto:

                e così io lo esploro con un bacio sovrano.

                Ma “Proteo” l’ho visto scritto due o tre volte.

                Sta’ calmo, vento benigno, non involarti con una sola parola,

                fammi prima trovare ogni lettera della lettera,

                eccezion fatta per il mio proprio nome: che un mulinello l’involi

                su una scogliera aspra, scoscesa, incombente,

                da cui scagliarlo nel mare procelloso!

                Ecco, in una sola riga due volte ricorre il suo nome:

                “Il povero, derelitto Proteo, Proteo l’appassionato

                alla soave Giulia”. Questa la strapperò.

                Eppure no, giacché con tanta grazia

                tal nome accoppia ai nomi suoi dolenti.

                Così, li piegherò l’un sull’altro:

                ora baciatevi, stringetevi, urtatevi, fate quel che vi pare.

[Rientra Lucetta]

LUCETTA

                Madonna,

                la cena è pronta, e vostro padre vi attende.

GIULIA

                Orbene, andiamo.

LUCETTA

                Ma come, questi pezzi di carta restano qui a tradirci?

GIULIA

                Se li tieni così da conto, fai meglio a raccattarli.

LUCETTA

                No, mi avete già ripresa per non averli presi.

                Pure, non resteran qui a prender freddo.

[Li raccoglie]

GIULIA

                Vedo che ti ci sei proprio fissata.

LUCETTA

                Sissignora: ditelo pure, quel che vedete.

                Voi mi credete orba, ma ho anch’io la vista buona.

GIULIA

                Su, andiamo, ti vuoi muovere o no? Escono.


ATTO PRIMO – SCENA TERZA

Entrano Antonio e Pantino.

ANTONIO

                Dimmi, Pantino, di quali gravi cose ti parlava

                mio fratello, trattenendoti nel chiostro?

PANTINO

                Di suo nipote Proteo, il figliol vostro.

ANTONIO

                Perché, che diceva di lui?

PANTINO

                                                               Si stupiva che Vossignoria

                gli lasciasse sprecare a casa la sua giovinezza

                mentre altri, di assai minor reputazione,

                mandano i loro rampolli a far carriera lontano:

                chi in guerra, a tentarvi la fortuna,

                chi alla scoperta di isole remote,

                chi in università di chiara fama.

                In ciascuno di questi campi, se non in tutti –

                diceva lui – il vostro Proteo potrebbe farsi onore;

                per cui mi ha chiesto di sollecitarvi

                a non lasciarlo più starsene a casa:

                ché, grave d’anni, assai nuocerebbe al suo prestigio

                il non aver mai viaggiato in gioventù.

ANTONIO

                Non occorre che ti dilunghi tanto su questo punto:

                è da un mese che mi ci sto arrovellando.

                Ho a lungo meditato sulla dissipazione del suo tempo,

                e so che mai potrà dirsi uomo completo

                senza lo studio e l’esperienza delle vie del mondo.

                L’esperienza si acquista con una vita attiva,

                per poi affinarsi nel rapido corso del tempo.

                E allora dimmi, dove farei meglio a mandarlo?

PANTINO

                Penso che Vossignoria non ignori

                che il suo amico del cuore, il giovane Valentino,

                si trova a corte, al servizio dell’Imperatore.

ANTONIO

                Lo so bene.

PANTINO

                Credo sia bene Vossignoria mandi a corte anche lui:

                colà farà pratica di giostre e tornei,

                presterà orecchio a eletti conversari, s’intratterrà coi nobili,

                e si cimenterà in ogni esercizio

                che ben si addica ai suoi anni e al suo alto lignaggio.

ANTONIO

                Apprezzo il tuo consiglio, ch’è saggio e ponderato;

                e, a che tu sappia quanto esso m’aggrada,

                ti dico subito come lo metto in pratica.

                Con tutta la speditezza e l’urgenza del caso,

                lo mando alla corte dell’Imperatore.

PANTINO

                Domani – con vostra licenza – Don Alfonso,

                con altri gentiluomini di gran conto,

                si reca a rendere omaggio all’Imperatore

                e a offrire i lor servigi al suo volere.

ANTONIO

                Ottima compagnia: e Proteo se ne andrà con loro.

[Entra Proteo]

                Ah, giusto in tempo! Adesso glielo diciamo.

PROTEO [a parte]

                Dolce amore, dolci parole, dolce vita!

                Ecco la sua scrittura, tramite del suo cuore;

                eccone il giuramento d’amore, a pegno del suo onore.

                Oh, che i nostri padri plaudano all’amor nostro,

                e il loro assenso suggelli la nostra felicità!

                Sublime Giulia!

ANTONIO

                Che c’è? Che lettera mi stai leggendo?

PROTEO

                Con vostra licenza, mio signore, solo qualche parola

                di convenevoli, da parte di Valentino,

                recatami da un amico inviato da lui.

ANTONIO

                Passami la lettera: vediamo che novità.

PROTEO

                Novità nessuna, mio signore: dice soltanto

                che fa una vita felice, è quanto mai benvoluto,

                non passa giorno senza un segno del favore imperiale,

                e mi vorrebbe con sé, a condividere la sua fortuna.

ANTONIO

                E tu? Come lo prendi questo suo desiderio?

PROTEO

                Come uno che è ligio al volere di Vossignoria,

                e non dipende dal desiderio dell’amico.

ANTONIO

                Il mio volere coincide, più o meno, con tal desiderio.

                Non farti l’idea ch’io ora agisca così, per impulso:

                so quel che voglio e lo voglio, punto e basta.

                Ho deciso che per qualche tempo tu dovrai soggiornare

                alla corte dell’Imperatore, insieme con Valentino.

                La stessa rendita che lui riceve dai familiari

                tu avrai da me, con pari elargizione.

                Tieniti pronto a partire domani,

                e niente storie: qui son categorico.

PROTEO

                Mio signore, non posso equipaggiarmi su due piedi.

                Vi prego, temporeggiate un giorno o due.

ANTONIO

                Qualunque cosa ti manchi, te l’invieremo dopo.

                Bando agli indugi: partirai domani.

                Vieni, Pantino: tu ti adoprerai

                ad affrettare questa sua partenza.

[Escono Antonio e Pantino]

PROTEO

                Così, per tema di bruciare, ho scansato il fuoco

                tuffandomi nel mare, e adesso affogo.

                Avevo paura di mostrare a mio padre la lettera di Giulia

                per tema che si opponesse all’amor mio,

                e proprio la mia scusa gli offre il destro

                di ostacolare al massimo il mio amore.

                Oh, come questa primavera amorosa è tal quale

                l’incerta gloria d’un giorno d’aprile,

                che ora proclama la beltà del sole,

                e in un istante l’offusca poi di nubi!

[Entra Pantino]

PANTINO

                Ser Proteo, vostro padre vi chiama.

                Ha molta fretta, perciò vi prego di andare.

PROTEO

                Ci siamo! In fondo, il cuor dice, “Ci sto”,

                eppur risponde mille volte, “No!”. Escono.


I due gentiluomini di Verona

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali