I due gentiluomini di Verona – Atto IV

I due gentiluomini di Verona – Atto IV

(“The two Gentlemen of Verona” 1590 – 1595)

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I due gentiluomini di Verona - Atto IV


ATTO QUARTO – SCENA PRIMA

Entrano diversi Fuorilegge.

 

PRIMO FUORILEGGE

Nervi a posto, ragazzi: ho avvistato un viandante.

 

SECONDO FUORILEGGE

Fossero dieci, niente paura: diamogli addosso!

 

[Entrano Valentino e Svelto]

 

TERZO FUORILEGGE

Alto là, messere! Gettateci quanto avete,

o vi gettiamo a terra per depredarvi.

 

SVELTO

Signore, siamo rovinati. Son questi i malfattori

di cui tanta paura han tutti i viaggiatori.

 

VALENTINO

Amici miei…

 

PRIMO FUORILEGGE

Non siamo amici, signore: siamo nemici.

 

SECONDO FUORILEGGE

Zitti! Lasciamolo parlare.

 

TERZO FUORILEGGE

Certo, per la mia barba! È uno come si deve.

 

VALENTINO

Sappiate allora che ho ben poco da perdere.

Sono un uomo colpito dalle avversità:

i poveri abiti che indosso son tutto il mio avere,

e se qui voi me ne spogliate

vi prendete l’intero ammontare di ciò che possiedo.

 

SECONDO FUORILEGGE

Dove siete diretto?

 

VALENTINO

A Verona.

 

PRIMO FUORILEGGE

Da dove venite?

 

VALENTINO

Da Milano.

 

TERZO FUORILEGGE

Vi avete soggiornato a lungo?

 

VALENTINO

Sedici mesi, più o meno, e avrei prolungato il soggiorno

se non ci si fosse messo di mezzo un destino maligno.

 

PRIMO FUORILEGGE

Perché, siete stato bandito?

 

VALENTINO

È così.

 

SECONDO FUORILEGGE

E per quale reato?

 

VALENTINO

Uno che molto mi affligge dover raccontare.

Ho ucciso un uomo, della cui morte sono assai pentito –

anche se l’ho ucciso da uomo, in duello,

ad armi pari e senz’ombra di slealtà o tradimento.

 

PRIMO FUORILEGGE

Beh, non c’è da pentirsi, se è andata così.

Ma vi han messo al bando per tanto poco?

 

VALENTINO

Sì, e fui pure lieto di uscirne con tale sentenza.

 

SECONDO FUORILEGGE

Conoscete le lingue?

 

VALENTINO

I miei viaggi giovanili me ne han dato l’opportunità:

altrimenti mi sarei spesso trovato nelle peste.

 

TERZO FUORILEGGE

Sulla tonsura del fratacchione di Robin Hood,

costui sarebbe un capo ideale, per la nostra masnada.

 

PRIMO FUORILEGGE

Sarà dei nostri. Signori, una parola.

 

SVELTO

Padrone, siate dei loro: son malviventi, ma uomini d’onore.

 

VALENTINO

Taci, screanzato!

 

SECONDO FUORILEGGE

Ma dite un po’: davvero non sapete a che santo votarvi?

 

VALENTINO

Soltanto alla mia buona stella.

 

TERZO FUORILEGGE

Sappiate allora che alcuni di noi sono gentiluomini,

che l’irruenza di una gioventù intemperante

strappò al consorzio delle persone dabbene.

Io stesso fui esiliato da Verona

per aver tramato il rapimento d’una dama:

un’ereditiera, più o meno imparentata con il Duca.

 

SECONDO FUORILEGGE

Ed io da Mantova, per via d’un gentiluomo

che, in un impeto d’ira, ho pugnalato al cuore.

 

PRIMO FUORILEGGE

E io per reati minori della stessa natura.

Ma veniamo al sodo… Noi si cita queste colpe

in parte per giustificare un’esistenza senza legge,

e in parte perché, nel vedervi dotato

di sì bella presenza e – per vostra stessa ammissione –

versato nelle lingue, ed in possesso di quei raffinamenti

che a noi, in questa professione, fan difetto…

 

SECONDO FUORILEGGE

Invece è perché vi hanno bandito,

soprattutto per questo, che veniamo a patti con voi.

Volete essere il nostro generale,

e fare di necessità virtù

e vivere come noi in queste plaghe selvagge?

 

TERZO FUORILEGGE

Cosa ne dici? Vorrai far parte della banda?

Di’ “Sì”, e sarai il capitano di noi tutti.

Ti renderemo omaggio, resteremo ai tuoi ordini,

ti avremo caro, da capo e condottiero.

 

PRIMO FUORILEGGE

Ma se hai in spregio la nostra cortesia, morrai.

 

SECONDO FUORILEGGE

Non vivrai tanto da vantarti di tale offerta.

 

 

VALENTINO

Accetto l’offerta, e vivrò con voi,

a patto che non rechiate oltraggio alcuno

a donne indifese o poveri viandanti.

 

TERZO FUORILEGGE

No, noi detestiamo sì turpi vigliaccate.

Su, dagli altri della banda: vieni con noi.

Vedrai le ricchezze rastrellate:

di noi e di esse, disponi come vuoi. Escono.


ATTO QUARTO – SCENA SECONDA

Entra Proteo.

 

PROTEO

Ho già tradito l’amico Valentino:

dovrò fare altrettanto con Turione.

Con il pretesto di tesserne gli elogi

coglierò il destro di corteggiarla io stesso;

ma Silvia è troppo onesta, troppo sincera e pura

per farsi sedurre dalle mie indegne profferte.

Quando protesto la mia assoluta sincerità

lei mi rinfaccia d’aver tradito l’amico;

quando consacro i miei voti alla sua beltà

lei mi fa ricordare che fui spergiuro

perché ho tradito l’amor della mia Giulia.

Ma nonostante le impennate sarcastiche –

l’ultima delle quali basterebbe a soffocare ogni mia speranza –

pure, a mo’ di cane fedele, più lei spregia il mio amore

più questo cresce e le si accuccia ai piedi.

[Entrano Turione e i musici]

Ma ecco, arriva Turione. Andiamo al balcone di lei

a gratificarne l’orecchio con una serenata.

 

TURIONE

Ebbene, Ser Proteo, ci avete preceduto di soppiatto?

 

PROTEO

Sì, nobile Turione: sapete bene che l’amore

agisce di soppiatto, se gli sbarran la strada.

 

TURIONE

Sì, ma spero, signore, che non sia qui la vostra bella.

 

PROTEO

Signore, è proprio qui: o sarei da un’altra parte.

 

TURIONE

Chi è mai? Silvia?

 

PROTEO

Sì, Silvia: e la corteggio per voi.

 

TURIONE

Grazie di tanta corte. E ora, signori,

accordate, e poi suonate a tutto spiano.

 

[Entrano l’Oste e Giulia travestita]

 

OSTE

Mi sa tanto, giovin signore, che siete un po’ condriaco: e come mai, se è lecito?

 

GIULIA

Beh, caro il mio oste: ho poco da stare allegro.

 

OSTE

Via, ci pensiamo noi a farvi stare allegro; ora vi porto dove c’è della musica, e là vedrete il gentiluomo di cui avete chiesto.

 

GIULIA

Ma lo sentirò parlare?

 

OSTE

Sì, certamente.

 

GIULIA

Quella sì, sarà musica!

 

OSTE

Sentite, sentite!

 

GIULIA

Lui è tra costoro?

 

OSTE

Sì. Ma tacete! Ascoltiamoli.

 

Canzone

Chi mai è Silvia? chi è costei

Cui s’inchina ogni pastore?

Bella e saggia, e santa sei,

E al tuo viso ed al tuo cuore

Le sue grazie il ciel versò.

 

Tu sei buona al par che bella,

Ché saggezza a leggiadria

S’accompagna; e amor novella

Luce a chiederti venìa:

Ne’ tuoi sguardi amor brillò.

 

Così a te risuoni il canto

Non mortal, divina cosa!

Sovra ogni altra ha Silvia il vanto;

E la terra, ov’ella posa

De’ suoi fior la coronò.

 

OSTE

Che vi succede? Siete più triste di prima? Come mai, giovanotto? Non vi garba la musica?

 

GIULIA

Vi sbagliate: è il musico che non mi garba.

 

OSTE

E perché, mio bel giovane?

 

GIULIA

Mi suona falso, vecchio mio.

 

OSTE

Come? Le corde non son accordate?

 

GIULIA

Non è questo, è il canto: un falsetto da straziarmi fin le corde del cuore.

 

OSTE

Avete un orecchio sensibile.

 

GIULIA

Sì, e vorrei esser sordo: fa perdere colpi al mio cuore.

 

OSTE

Mi par di capire che non amate la musica.

 

GIULIA

Neanche un poco, quando è tanto stonata.

 

OSTE

Udite, che fine variazione sul tema!

 

GIULIA

È proprio la variazione a offendermi.

 

OSTE

Vorreste suonassero sempre la stessa solfa?

 

GIULIA

Vorrei che ciascuno suonasse sempre la stessa musica.

Ma, oste, codesto Ser Proteo di cui si parla

si reca spesso da questa gentildonna?

 

OSTE

Vi dico quel che il suo uomo, Lanciotto, ha detto a me: lui l’ama a dismisura.

 

GIULIA

Dov’è Lanciotto?

 

OSTE

È andato in cerca del suo cane, che domani, per ordine del padrone, dovrà portare in dono alla signora.

 

GIULIA

Zitto! Fatevi da parte: la compagnia si scioglie.

 

PROTEO

Ser Turione, non temete: perorerò così bene

da farvi dire che l’astuta mia trama è impareggiabile.

 

TURIONE

Dove ci ritroviamo?

 

PROTEO

Al Pozzo di San Gregorio.

 

TURIONE

Addio.

[Escono Turione e i Musici]

 

[Entra Silvia, al balcone]

 

PROTEO

Buonasera a Vossignoria, madonna.

 

SILVIA

Grazie della serenata, signori.

Chi era a parlare?

 

PROTEO

Uno, signora, che se ne conosceste il cuore puro e fedele,

imparereste subito a riconoscere dalla voce.

 

SILVIA

Volete dire Ser Proteo.

 

PROTEO

Ser Proteo, nobile dama: al vostro servizio.

 

SILVIA

Il vostro desiderio?

 

PROTEO

Che il mio coincida col vostro.

 

SILVIA

Sarete soddisfatto: il mio desiderio è sempre lo stesso,

che ve ne torniate difilato a casa e a letto.

O uomo astuto, spergiuro, mendace, sleale,

tu mi pensi così sciocca e sprovveduta

da esser sedotta dalle tue lusinghe?

Tu che giurando ne hai ingannate tante?

Torna, sì, torna in patria a fare ammenda alla tua donna.

Quanto a me – lo giuro su questa pallida regina della notte –

son così lungi dall’accordarti ciò che desideri

che ti disprezzo per la tua colpevole corte;

e per cominciare me la prendo con me stessa

per tutto il tempo sprecato a parlare con te.

 

PROTEO

Lo ammetto, dolce amore, ho amato un’altra donna:

ma è morta.

 

GIULIA [a parte]

Sarebbe falso, se fossi io a dirlo:

sono ben sicura che non è sepolta.

 

SILVIA

Quand’anche fosse, il tuo amico Valentino

è sempre in vita; e a lui – ne sei tu stesso testimone –

io son promessa. E non hai vergogna

di fargli torto con la tua insistenza?

 

PROTEO

Ma ho anche sentito che Valentino è morto.

 

SILVIA

E allora immagina che sia morta anch’io: nella sua tomba,

puoi starne certo, è sepolto anche il mio amore.

 

PROTEO

Dolce madonna, lasciatemelo strappare alla terra.

 

SILVIA

Corri alla tomba della donna amata, e strappale il suo.

O quantomeno seppellisci in essa il tuo.

 

GIULIA [a parte]

Da quell’orecchio non ci sente.

 

PROTEO

Madonna, se tanto indurito è il vostro cuore,

concedete all’amor mio almeno il vostro ritratto,

il quadro appeso nella vostra stanza:

ad esso io parlerò, ad esso andran pianti e sospiri.

Se la sostanza della vostra mirabile persona

è votata ad altri, io non son che il simulacro d’un amante,

e al vostro simulacro farò dono verace del mio amore.

 

GIULIA [a parte]

Se fosse sostanza, certo la tradiresti

per farne il simulacro che son io.

 

SILVIA

Son quanto mai riluttante a farvi da idolo, signore;

ma poiché alla vostra falsità bene si addice

riverir simulacri e adorare fantasmi,

domattina mandatemi qualcuno, e ve lo farò avere.

E ora, buonanotte.

 

PROTEO

Sì, la notte dei poveri condannati

che attendon l’esecuzione mattutina.

[Escono Proteo e Silvia]

 

GIULIA

Oste, volete venire?

 

OSTE

O santi numi! Dormivo della grossa.

 

GIULIA

Di grazia, dove abita Ser Proteo?

 

OSTE

Diavolo, a casa mia. Ma guarda! dev’esser quasi giorno.

 

GIULIA

Non ancora, ma è stata la notte più lunga

da me trascorsa in veglia, e la più tormentosa. [Escono]


ATTO QUARTO – SCENA TERZA

Entra Aglamoro.

 

AGLAMORO

È questa l’ora che Madama Silvia

m’indicò, per farle visita e appurarne gl’intenti.

Avrà da darmi qualche grossa incombenza.

Madonna, madonna!

 

[Entra Silvia, in alto]

 

SILVIA

Chi chiama?

 

AGLAMORO

Il servo vostro, e vostro amico:

e sempre agli ordini di Vossignoria.

 

SILVIA

Ser Aglamoro, mille volte buongiorno.

 

AGLAMORO

O nobile signora, altrettante a voi.

Secondo le istruzioni di Vossignoria

sono venuto così di buon’ora per sapere a quale servizio

il vostro piacere ambisce a destinarmi.

 

SILVIA

O Aglamoro, tu sei un gentiluomo –

non credere lo dica per adularti, ti giuro, non è così –

ardito, savio, compassionevole, compìto.

Tu non ignori qual profondo affetto

io porti all’esiliato Valentino;

né che mio padre vorrebbe forzarmi a sposare

il vanesio Turione, ch’io aborro dal profondo dell’anima.

Tu stesso hai amato, e ti ho anche udito dire

che mai dolore ti è giunto dritto al cuore

quanto la morte della dama che tanto amavi,

sulla cui tomba giurasti eterna castità.

Ser Aglamoro, vorrei andar da Valentino

a Mantova, ove mi han detto che dimora;

e poiché le strade son piene di pericoli

vorrei che mi facessi degnamente compagnia:

del tuo onore e della tua fedeltà posso fidarmi.

Non farti schermo dell’ira di mio padre, Aglamoro,

ma pensa al mio dolore, al dolore d’una donna,

al buon diritto che ho di fuggir via

per salvarmi da una di quelle unioni disgraziate,

che cielo e sorte da sempre ripagano con mille guai.

Io ti scongiuro – e lo faccio con cuore

pieno di angustie, come il mare di sabbia –

di farmi da cavaliere e partire con me.

Se no, di tacere su quanto t’ho confidato,

così da poter rischiare di partire da sola.

 

AGLAMORO

Madonna, assai mi dolgo delle vostre pene,

e poiché so che hanno un virtuoso oggetto

acconsento ad accompagnarvi,

senza far conto delle conseguenze:

tanto mi sta a cuore la vostra buona fortuna.

Quando intendete partire?

 

SILVIA

Stasera stessa.

 

AGLAMORO

Dove potrò incontrarvi?

 

SILVIA

Alla cella di Fra’ Patrizio,

dove farò la santa confessione.

 

AGLAMORO

Non deluderò Vossignoria. Buongiorno, nobile dama.

 

SILVIA

Buongiorno, Ser Aglamor cortese. Escono.


ATTO QUARTO – SCENA QUARTA

Entra Lanciotto [con il cane.]

 

LANCIOTTO

Quando un servo si comporta da cane col padrone – dico bene? – son grane: uno che mi son tirato su sin da cucciolo, uno che ho salvato dall’annegare quando tre o quattro dei suoi fratellini e sorelline, ancora ciechi, fecero quella fine. L’ho ammaestrato proprio a regola d’arte, come si suol dire: “Così andrebbe ammaestrato un cane”. Mi hanno mandato a consegnarlo in dono a Madonna Silvia, da parte del mio padrone: e manco arrivo nella sala da pranzo che lui salta sul vassoio di lei e le fa fuori la coscia di cappone. Oh, gran brutta rogna quando un figlio di cane non sa ben comportarsi in società! Io vorrei avere, tanto per dire, uno che si accolli la responsabilità di fare il cane per davvero, di essere, insomma, cane in tutto e per tutto. Se non avessi avuto più cervello di lui, ad addossare a me stesso le sue malefatte, credo davvero che me l’avrebbero impiccato. Com’è vero che sono vivo, gliel’avrebbero fatta pagare. Giudicate voi stessi: mi s’intrufola in compagnia di tre o quattro cani di razza superiore sotto la tavola del Duca. Non ci rimane, con licenza parlando, il tempo d’una pisciata, che tutta la sala lo sentiva all’odore. “Fuori quel cane!” dice uno. “Che razza di bastardo è quello?” dice un altro. “Cacciatelo via a frustate!” dice il terzo. “Impiccatelo!” dice il Duca. Io, che quell’odoraccio lo conosco bene, sapevo che era Cànchero, e allora corro da quello che frusta i cani. “Amico”, gli faccio, “hai mica in mente di frustarlo, il cane?”. “Sì, perdiana”, fa lui. “Gli fate un grave torto”, faccio io, “son stato io a far quella cosa”. Lui non sta a far cerimonie, ma mi caccia dalla stanza a frustate. Quanti padroni farebbero ciò per un loro servo? Eh sì, ve lo giuro, sono stato messo ai ferri per le salsicce che aveva rubato lui, altrimenti me lo giustiziavano. Sono stato messo alla gogna per delle oche che aveva ucciso lui, altrimenti gliel’avrebbero fatta pagare. Adesso tu a questo non ci pensi. Ma sì, mi ricordo lo scherzo che mi combinasti quando mi congedai da Madonna Silvia. Non te l’avevo detto di tenermi d’occhio, e fare come facevo io? Quando mai mi hai visto alzare la gamba e far pipì sul guardinfante d’una gentildonna? Mi hai mai visto fare uno scherzo del genere?

 

[Entrano Proteo e Giulia travestita]

 

PROTEO

Ti chiami Sebastiano? Mi vai a fagiolo,

e ti darò pronto impiego in qualche servizio.

 

GIULIA

Ai vostri comandi: farò del mio meglio.

 

PROTEO

Lo spero. [A Lanciotto] E allora, tanghero, figlio di puttana!

dove sei stato a vagabondare questi due giorni?

 

LANCIOTTO

Diamine, signore, ho portato il cane a Madonna Silvia, come m’avete ordinato.

 

PROTEO

E lei che dice di quel piccolo tesoro?

 

LANCIOTTO

Diavolo, dice che quel vostro cane è una bestiaccia, e vi manda a dire che per un tal presente vi ringrazia ringhiando.

 

PROTEO

Ma il cane se l’è tenuto?

 

LANCIOTTO

No, in verità, non se l’è tenuto. Eccolo qui, l’ho riportato indietro.

 

PROTEO

Cosa? Le hai portato questo da parte mia?

 

LANCIOTTO

Sì, signore. L’altro, quella specie di scoiattolo, me l’han rubato al mercato quei ragazzacci scavezzacolli; e allora le ho offerto il mio, di cane, che è grande quanto dieci dei vostri, e perciò è un dono tanto più grande.

 

PROTEO

Filatene di qui e ritrova il mio cane,

o non far più ritorno al mio cospetto.

Fuori, ti dico! Che aspetti, di farmi andare in bestia?

[Esce Lanciotto]

Un manigoldo, che mi fa fare eterne figuracce!

Sebastiano, t’ho assunto al mio servizio

un po’ perché ho bisogno d’un giovane come te,

che sappia con discrezione attendere ai miei affari

(c’è poco da fidarsi di quello scriteriato),

ma soprattutto per le tue fattezze e il tuo contegno

che – se l’istinto non m’inganna –

dicon che sei ricco, bene educato e leale.

Sappi pertanto che proprio per questo ti prendo con me.

Va’ senza indugio, prendi con te quest’anello,

consegnalo a Madonna Silvia…

Mi amava molto, chi me ne fece dono.

 

GIULIA

Si direbbe che non l’amavate, se date via il suo pegno.

È forse morta?

 

PROTEO

No, credo che sia viva.

 

GIULIA

Ahimè!

 

PROTEO

Perché gridi “Ahimè”?

 

GIULIA

Non posso far altro

che compiangerla.

 

PROTEO

E perché dovresti compiangerla?

 

GIULIA

Perché mi pare che lei doveva amarvi

quanto voi amate la vostra dama, Silvia.

Ella sogna di un uomo dimentico del suo amore,

voi vi struggete per una donna che ha in spregio il vostro.

È un guaio che quest’amore sia un tal bastian contrario,

e se ci penso mi vien da dire “Ahimè!”.

 

PROTEO

Bene, dalle l’anello e, giacché ci sei,

questa lettera. Quella è la sua stanza. Dite alla mia dama

che le ricordo la promessa di quel ritratto celestiale.

A missione compiuta, torna in camera mia,

e là mi troverai, triste e solitario. [Esce]

 

GIULIA

Quante donne si accollerebbero una tale ambasciata?

Ahimè, povero Proteo, tu hai arruolato

una volpe, a far la guardia ai tuoi agnellini.

Ahimè, povera sciocca, perché mi muovo a pietà di colui

che mi disprezza dal profondo del cuore?

Poiché lui ama lei, di me lui non si cura,

e poiché io amo lui, devo averne pietà!

Questo è l’anello che gli affidai nel separarmi da lui,

per vincolarlo alla memoria del mio affetto;

e ora son io, infelice messaggero,

a invocare ciò che mai vorrei ottenere,

a portare ciò che vorrei veder respinto,

a lodare una fede che vorrei screditare.

Io sono il vero amore del mio padrone, a lui consacrata,

ma non posso essere il suo fedele servitore,

a costo di essergli infedele, tradendo me stessa.

Corteggerò per lui, ma lo sa il cielo

che farà fiasco: ché io sarò di gelo.

[Entra Silvia]

Gentildonna, buongiorno. Vi prego, siatemi d’aiuto:

portatemi a parlare con Madonna Silvia.

 

SILVIA

Che avreste mai da dirle, foss’io colei?

 

GIULIA

Se foste voi, vi chiederei, con pazienza,

di ascoltare il messaggio di cui sono latore.

 

SILVIA

Da parte di chi?

 

GIULIA

Del mio padrone Ser Proteo, madonna.

 

SILVIA

Ah, t’ha mandato a prendere il ritratto.

 

GIULIA

Sì, signora.

 

SILVIA

Orsola, portami il ritratto.

Va’, consegnalo al tuo padrone. Digli, da parte mia,

che una tal Giulia, obliata dai suoi volubili pensieri,

meglio si converrebbe alla sua stanza di questa mia parvenza.

 

GIULIA

Signora, vi prego, leggete questa missiva…

Oh, chiedo venia, signora: per distrazione

vi ho consegnato il foglio sbagliato.

Questa è la lettera per Vossignoria.

 

SILVIA

Ti prego, fammi dare un’occhiata anche a quell’altra.

 

GIULIA

Meglio di no, signora. Vogliate scusarmi.

 

SILVIA

Ecco, tieni!

Non li voglio vedere, gli scritti del padron vostro.

So che sono farciti di invocazioni

e lardellati di giuramenti di nuovo conio, che infrangerà

con la facilità con cui gli strappo la sua lettera.

[Strappa la lettera]

 

GIULIA

Signora, egli vi manda quest’anello.

 

SILVIA

A sua maggior vergogna se lo manda a me,

poiché gli ho udito dire mille volte

che glielo dette Giulia, alla partenza.

E se il suo dito infedele ha profanato l’anello

Il mio non farà un tal torto alla sua Giulia.

 

GIULIA

Ed ella ve ne ringrazia.

 

SILVIA

Che hai detto?

 

GIULIA

Vi ringrazio, madonna, di preoccuparvi di lei.

Povera gentildonna! Il mio padrone le fa gran torto.

 

SILVIA

La conosci?

 

GIULIA

Quasi quanto me stesso.

Quando penso alle sue pene, posso giurarvi

che ho pianto cento e più di cento volte.

 

SILVIA

Forse lei crede che Proteo l’abbia lasciata.

 

GIULIA

Credo di sì; ed è questa la causa del suo dolore.

 

SILVIA

Non è donna di eccezionale bellezza?

 

GIULIA

È stata più bella, signora, che non sia ora.

Quando credeva che il mio padrone l’amasse davvero

ella era, a mio giudizio, bella quanto voi.

Ma da allora ella ha messo da parte lo specchio

e gettato il velo che la proteggeva dal sole

sì che l’aria ha avvizzito le rose delle sue gote

e illividito il candore di giglio del suo volto,

il quale adesso si è oscurato, ed è come il mio.

 

SILVIA

È alta?

 

GIULIA

Più o meno quanto me. Tant’è vero che a Pentecoste –

tempo di recite e liete mascherate –

i nostri giovani mi fecero impersonare una donna

e fui abbigliato nella gonna di Madonna Giulia:

la quale, a detta di tutti, mi stava a pennello,

quasi che l’indumento l’avessero fatto su misura.

Per questo so che è alta quanto me.

E in quell’occasione la feci piangere sul serio,

visto che recitavo una parte assai commovente.

Signora, si trattava di Arianna, in preda alla passione

pel tradimento di Teseo e la sua fuga crudele;

ed io recitai con tale slancio e tante lacrime

che la mia povera padrona, commossa com’era,

ne pianse amaramente; e vorrei esser morto

se non provai, intimamente, la sua stessa pena.

 

SILVIA

Dovrebbe esserti grata, paggio cortese.

Ah, la povera signora, sola e abbandonata!

Viene anche a me da piangere, se penso alle tue parole.

A te, bel giovane: eccoti la mia borsa. Te ne faccio dono

in onore della tua padrona, giacché le vuoi tanto bene.

Addio. [Esce]

 

GIULIA

Ella ve ne ringrazierà, se mai la conoscerete.

Una gentildonna virtuosa, bella e gentile.

La corte che le fa il mio padrone la lascerà, spero, fredda,

tale è il rispetto ch’ella nutre per la mia padrona.

Ahi, come l’amore sa illudere se stesso!

Ecco il suo ritratto: guardiamolo da vicino. Io credo

che, con la sua pettinatura, questo mio volto

apparirebbe in tutto e per tutto leggiadro quanto il suo:

eppure il pittore l’ha un tantino abbellita

sempre che non sia io a lusingare me stessa.

I suoi capelli sono fulvi, i miei di un biondo perfetto.

Se tutta qui è la differenza, per il suo amore,

dovrò portare una parrucca di quel colore.

I suoi occhi sono cerulei come il vetro, e così i miei;

vero, ma la sua fronte è bassa, la mia alta.

Ma cos’è mai che lui può ammirare in lei

e ch’io non possa fargli ammirare in me,

se questo folle Amore non fosse una divinità cieca?

Vieni, o parvenza, vieni a confrontarti con quest’altra parvenza:

è lei la tua rivale. Oh, tu forma insensibile,

tu sarai venerata, baciata, amata, adorata!

E se ci fosse un senso nella di lui idolatria

la mia sostanza sarebbe l’idolo, e non tu.

Ti tratterò bene, per riguardo alla tua padrona

che così mi ha trattato; non fosse stato così, giuro, per Giove,

ti strapperei questi occhi senza vista

pur di strapparti dal cuore al mio signore. Esce.


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