I due gentiluomini di Verona – Atto III

I due gentiluomini di Verona – Atto III

(“The two Gentlemen of Verona” 1590 – 1595)

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I due gentiluomini di Verona - Atto III


ATTO TERZO – SCENA PRIMA

Entrano il Duca, Turione [e] Proteo.

 

DUCA

Ser Turione, di grazia, lasciateci soli per qualche istante:

abbiamo qualche segreto di cui parlare. [Esce Turione]

Ora ditemi, Proteo, in che posso aiutarvi?

 

PROTEO

Mio nobile principe, ciò che vorrei svelarvi

le leggi dell’amicizia m’impongono di tacere;

ma se ripenso ai graziosi favori

che mi avete concesso, per quanto immeritevole,

il senso del dovere mi pungola a riferire cose

che niente al mondo potrebbe altrimenti cavare da me.

Sappiate, nobile principe, che Ser Valentino, il mio amico,

stanotte intende involarsi con vostra figlia.

Soltanto io sono al corrente della trama.

So che avete deciso di darla in sposa

a quel Turione che vostra figlia detesta:

dovesse ella venirvi così sottratta,

sarebbe un gran tormento, alla vostra età.

Pertanto, in nome del dovere, scelgo piuttosto

di ostacolare l’amico nel progettato intento,

che di serbare il segreto, gettandovi fra capo e collo

un cumulo di dolori che potrebbero schiacciarvi,

non prevenuti, e portarvi anzitempo alla tomba.

 

DUCA

Proteo, ti rendo grazie della tua onesta dedizione.

Per ricompensa, finché vivrò potrai disporre di me.

Il loro amore, in più occasioni, l’avevo io stesso notato,

mentre loro, guarda caso, mi credevano immerso nel sonno;

e mi ero spesso ripromesso di proibire

a Ser Valentino la sua compagnia e la mia corte.

Ma temendo che ansie e sospetti m’inducessero a errore,

facendolo immeritatamente cadere in disgrazia –

ché sempre ho saputo evitare le azioni impulsive –

l’ho sempre accolto con volto benigno, con l’idea di scoprire

ciò che tu stesso m’hai or ora svelato.

Tanto perché tu sappia che son già sul chi vive,

sapendo che una giovane inesperta si fa presto a sedurla,

la notte la metto a dormire in cima a una torre

di cui io stesso ho sempre tenuto la chiave:

e da lassù non c’è modo di venirla a rapire.

 

PROTEO

Sappiate, nobile principe, che han trovato il sistema:

lui darà la scalata al balcone di lei

e con una scala di corda la farà venir giù,

scala che il giovane amante è già andato a cercare:

e tra non molto lui, con essa, ripassa di qui.

E qui, se lo vorrete, si potrà intercettarlo.

Ma, mio buon Duca, fatelo con prudenza,

che mai sospetti che l’ho tradito io:

l’amore che vi porto, non l’odio per l’amico,

mi ha indotto a rivelare quest’inganno.

 

DUCA

Sull’onor mio, costui non saprà mai

che fosti tu a mettermi sull’avviso.

 

PROTEO

Addio, mio Duca. Arriva Valentino. [Esce]

 

[Entra Valentino]

 

DUCA

Ser Valentino, dove andate così di fretta?

 

VALENTINO

Con licenza di Vostra Grazia, c’è un corriere

in attesa di certe lettere da portare ai miei,

e sto andando a consegnargliele.

 

DUCA

Sono molto importanti?

 

VALENTINO

Il loro tenore non fa che dar contezza

della mia salute e della mia felicità d’essere a corte.

 

DUCA

Oh, allora non c’è fretta. Resta un po’ con me.

Ti voglio rivelare alcune faccende

che mi toccano da vicino e che dovrai tener segrete.

Non puoi ignorare quant’io mi sia sforzato

di far sposare a mia figlia l’amico Ser Turione.

 

VALENTINO

Lo so bene, mio Duca, e certo tale unione

sarebbe colma di ricchezze e d’onori; senza contare che quel gentiluomo

è virtuoso, facoltoso, munifico, pieno di qualità

ben confacenti a una sposa bella quanto vostra figlia.

E Vostra Grazia non può indurla a farglielo amare?

 

DUCA

No, credimi: è permalosa, petulante e riottosa,

altera, disobbediente, cocciuta e irrispettosa;

fa come se non fosse figlia mia,

e non mi teme come si teme un padre.

E – posso confidartelo – codesta sua protervia

le ha alienato, non senza motivo, l’amore che le portavo;

ed io che m’illudevo che gli anni che mi restano

sarebbero stati allietati dalla sua filiale devozione,

sono ora ben deciso a risposarmi

e a darla via al primo che se la prenda.

Che s’abbia in dote la sola sua bellezza,

se tanto in spregio ha me e la mia ricchezza.

 

VALENTINO

Ma, Vostra Grazia, che c’entro in tutto questo?

 

DUCA

C’è qui una gentildonna di Verona

che assai mi è cara: ma è riservata e contegnosa

e poco apprezza la mia eloquenza d’altri tempi.

Vorrei perciò che fossi tu il mio precettore

(da troppo tempo ho obliato l’arte del corteggiare,

e ben altre son le mode d’oggigiorno):

su come e in che modo debba comportarmi

per trovare favore ai suoi occhi radiosi.

 

VALENTINO

Conquistatela coi doni, se le parole ha a noia.

Spesso un monile muto, un silenzioso oggetto

fa colpo su una donna, più d’ogni frase a effetto.

 

DUCA

Ma se lei ha disdegnato il dono che le ho inviato…

 

VALENTINO

La donna spregia, a volte, l’oggetto più apprezzato.

Mandategliene un altro, non mollatela mai:

il disdegno iniziale l’amore accende assai.

S’ella vi tiene il broncio, non per ciò vi detesta:

vuol solo che l’amore vi vada un po’ alla testa.

Se ve ne dice quattro, non è per farvi andare:

da sole, le sciocchine, si metton poi a smaniare.

Non subite ripulse, qualunque cosa sia:

l'”Andatevene!”, per lei, non è un “Andate via!”.

Lusingate, lodate, vantate e idolatrate

e, per brutte che siano, ditele angelicate.

Non è un uomo quell’uomo, dotato di favella,

che conquistar non sappia, parlando, la sua bella.

 

DUCA

Ma quella che dico io è promessa dai suoi

a un giovane gentiluomo d’un certo rango,

e ben segregata da compagnie maschili:

nessun uomo la può accostare alla luce del giorno.

 

VALENTINO

In tal caso, beh, ci proverei di notte.

 

DUCA

Sì, coi lucchetti alle porte e le chiavi al sicuro!

Non c’è uomo che possa accostarla, nemmeno di notte.

 

VALENTINO

Ma che impedisce di entrare dalla finestra?

 

DUCA

La sua stanza è su in alto, distante dal terreno,

e sporge in modo che non si può scalare

senza rischiare di perdere la vita.

 

VALENTINO

E allora una scala di corda intrecciata a dovere,

da gettar su, ancorata a un paio di rampini,

ce la farebbe a scalare un’altra torre di Ero

sol che ci fosse un ardito Leandro a tentare la sorte.

 

DUCA

Ebbene, com’è vero che sei nato gentiluomo,

dimmi come trovare una scala siffatta.

 

VALENTINO

Per quando vi serve? Potete dirmelo, signore?

 

DUCA

Per questa stessa notte: l’Amore è come un bimbo,

che vuol far suo tutto ciò che può toccare.

 

VALENTINO

Per le sette vi farò avere quella scala.

 

DUCA

Ma, ascolta: mi recherò da lei da solo.

Qual è il modo migliore di portarla sul posto?

 

VALENTINO

Sarà leggera, mio Duca, e potrete portarla

sotto un mantello appena un po’ ampio.

 

DUCA

Un mantello come il tuo farebbe alla bisogna?

 

VALENTINO

Certo, buon Duca.

 

DUCA

Allora fammi dare un’occhiata al tuo:

ne voglio uno della stessa taglia.

 

VALENTINO

Ma, mio Duca, qualsiasi mantello serve allo scopo.

 

DUCA

E come dovrei portarlo poi, il mantello?

Ti prego, fammi un po’ provare il tuo.

[Solleva il mantello di Valentino e scopre una lettera e una scala di corda]

Che lettera è mai questa? Come! “A Silvia”!

E qui è l’arnese adatto alla mia impresa.

Per una volta sarò indiscreto e romperò il sigillo.

[Legge] “A notte, presso a Silvia volano i pensier miei,

E schiavi umili e fidi si prostran sempre a lei.

Ire e redir potessi, lieve del pari anch’io,

Colà dove s’annida l’insensibìl desìo!

Sovra il tuo puro seno riposa il mio pensiero,

Ma il suo signor non viene, seguace al messaggero.

A maledir rimango la grazia a lui concessa,

E il cor segreto invidia cotesta grazia istessa.

E contro a me rivolgo l’odio del cenno mio:

Perch’esso alberga dove posar vorrei sol io.”

E qui che leggo?

“Silvia, stanotte ti vengo a liberare.”

Benone! E qui è la scala per l’impresa.

Bravo Fetonte! Tal come il figlio di Merope,

vorresti guidar tu il carro del cielo

e con folle temerità bruciare il mondo!

Vorresti attingere alle stelle perché ti brillano sul capo!

Via, vile intruso, schiavo presuntuoso!

I tuoi accattivanti sorrisi dispensali ai tuoi pari,

e sappi che non i tuoi meriti ma la mia indulgenza

ti offrono il destro di andar via sano e salvo.

Dovresti essermi grato, più che d’ogni altro favore

di cui ti ho fatto smodata elargizione.

Ma se rimani nei miei possedimenti

un attimo di più di quanto occorra

a lasciare a spron battuto la nostra reggia,

per tutti i santi! la mia collera travolgerà ogni affetto

ch’io porti alla mia figlia, oppure a te.

Sparisci! A vane scuse io non do retta.

Va’, se hai cara la vita, e in tutta fretta!

[Esce]

 

VALENTINO

E perché non la morte, in luogo d’una vita di tormento?

Morire è esser banditi da se stessi,

e Silvia sono io stesso: bandito da lei

l’io è bandito da me. Un esilio di morte!

Qual luce è luce, se Silvia non appare?

Qual gioia è gioia, se Silvia non è lì?

A men d’immaginarla a me vicina

e far mia una parvenza di perfezione.

Se nella notte mi trovo accanto a Silvia

non sento più nemmeno l’usignolo.

A men di contemplar Silvia di giorno

non c’è più giorno ch’io voglia contemplare.

Non vivo più se lei – di me l’essenza –

mi toglie la benigna sua influenza

che mi dà vita, cibo, luce e affetto.

Non evito la morte, se sfuggo a tal verdetto:

se qui m’attardo, corteggio certa morte,

ma dalla vita fuggo, se fuggo dalla corte.

 

Entrano Proteo e Lanciotto.

 

PROTEO

Corri, ragazzo, corri, e vedi di stanarlo!

 

LANCIOTTO

A-ho! A-hooo!

 

PROTEO

Cosa vedi?

 

LANCIOTTO

Colui che cerchiamo: non ha un capello in testa che non sia un Valentino.

 

PROTEO

Valentino?

 

VALENTINO

No.

 

PROTEO

Chi allora? Il suo spirito?

 

VALENTINO

Neppure.

 

PROTEO

Che cosa allora?

 

VALENTINO

Nessuno.

 

LANCIOTTO

Può un nessuno parlare? Padrone, gliele suono?

 

PROTEO

A chi vorresti suonarle?

 

LANCIOTTO

A nessuno.

 

PROTEO

Fermati, mascalzone!

 

LANCIOTTO

Ma, signore, io non le suono a nessuno. Vi prego…

 

PROTEO

Falla finita, mariolo! Amico Valentino, una parola.

 

VALENTINO

Le mie orecchie son sorde a ogni buona novella,

tante brutte notizie le hanno già possedute.

 

PROTEO

Allora in muto silenzio seppellirò le mie:

notizie amare, cattive, spiacevoli.

 

VALENTINO

È morta Silvia?

 

PROTEO

Mai più, Valentino!

 

VALENTINO

Già, mai più Valentino, per l’adorata Silvia!

Mi è stata infedele?

 

PROTEO

Mai più, Valentino!

 

VALENTINO

Mai più Valentino, se Silvia m’ha tradito!

Insomma, che notizie?

 

LANCIOTTO

Signore, c’è un editto che fa di voi un poscritto.

 

PROTEO

Che fa di te un proscritto – Sì, è questa la notizia! –

Dalla città, da Silvia, da me che ti sono amico.

 

VALENTINO

Oh, di questa pena mi son già nutrito,

ma questo è troppo, ne farò indigestione.

Silvia lo sa che mi hanno messo al bando?

 

PROTEO

Sì, sì; ed ella ha offerto alla condanna –

che, se non revocata, resta valida a tutti gli effetti –

un mare di perle liquefatte che i più chiamano lacrime:

queste ella ha offerto, ai piedi del burbero padre suo.

E inginocchiata e in lacrime, la sua umile persona

si torceva le mani, di un accattivante candore,

come se appena le avesse sbiancate il dolore.

Ma né le genuflessioni, né la purezza di quelle mani protese,

né mesti sospiri, cupi gemiti o argentei rivoli di pianto

valsero a far breccia in quel genitore inflessibile.

Se Valentino si farà prendere, dovrà morire.

Inoltre, l’intercessione di lei l’ha tanto irritato

quando lei lo supplicava di farti la grazia –

che l’ha relegata in un’angusta prigione

con molte aspre minacce di tenercela a lungo.

 

VALENTINO

Basta così: a meno che la prossima parola che ti esce di bocca

non abbia un effetto letale sulla mia vita.

Se è così, ti prego, sussurramela all’orecchio

come lamento funebre pel mio dolore infinito.

 

PROTEO

Smetti di lamentare ciò a cui non c’è rimedio,

e sforzati di trovare rimedio a ciò che lamenti.

È il tempo che genera e fa progredire ogni cosa buona.

Se resti qui, non potrai vedere il tuo amore,

e per di più, restare ti accorcerà la vita.

Sostegno degli amanti è la speranza: portala via con te,

fattene un’arma, contro i pensieri disperati.

Le tue missive giungeranno qui, pur se sarai lontano

e, inviate a me, saranno recapitate

nel seno candido dell’amor tuo.

Ora non è il momento di recriminare.

Vieni, ti accompagnerò oltre la porta della città;

e prima di dirci addio discuteremo con calma

tutto ciò che riguarda i tuoi affari di cuore.

Per l’amore che porti a Silvia – se non a te stesso –

bada ai rischi che corri, e vieni ora con me.

 

VALENTINO

Ti prego, Lanciotto, se vedi il mio ragazzo,

digli di far presto: mi troverà alla porta di settentrione.

 

PROTEO

Va’, giovanotto, cerca di trovarlo. Vieni, Valentino.

 

VALENTINO

Oh mia diletta Silvia! Infelice Valentino.

[Escono Valentino e Proteo]

 

LANCIOTTO

Io non sarò che un ingenuo – dico bene? – ma ho sale in zucca bastante da pensare che il padrone è uno che vuol fare il furbo: ma fa tutt’uno, visto che come furbo è veramente unico. Non c’è al mondo chi sappia che sono anch’io innamorato, eppure lo sono; ma nemmeno due pariglie di cavalli mi strapperebbero un tal segreto, e nemmeno il nome di colei che amo. Eppure è una donna, ma quale donna sarò il primo a non dirlo, anche se è la serva del lattaio, anche se non serve più, visto che l’han bella e servita le comari, anche se resta a servizio perché è pur sempre la serva del suo padrone e si fa pure pagare. Ha più qualità d’un cane maltese: più che abbastanza per una cristiana nuda e cruda. [Legge da un foglio] Ecco il catalogo delle sue qualità. Imprimis: sa prelevare e trasportare. Beh, un cavallo non sa far di meglio; anzi, un cavallo non sa prelevare ma solo trasportare, e quindi lei va anche meglio d’una giumenta. Item: sa mungere. Gran bella virtù – dico bene? – in una serva dalle mani pulite.

 

[Entra Svelto]

 

SVELTO

Ehilà, messer Lanciotto! Qual buon vento vi mena?

 

LANCIOTTO

Buon vento? Se per questo, la nave ha già preso il largo.

 

SVELTO

Eh sì, il tuo viziaccio di sempre: prendi fischi per fiaschi. Che novità, in quella carta?

 

LANCIOTTO

Le novità più nere che tu abbia mai sentito.

 

SVELTO

Come sarebbe, amico? Nere come?

 

LANCIOTTO

Nere come l’inchiostro, perdinci!

 

SVELTO

Fammi un po’ leggere.

 

LANCIOTTO

Accidenti a te, cetriolo! Non sai mica leggere.

 

SVELTO

Menti. So farlo.

 

LANCIOTTO

Ti faccio l’esame. Di’ un po’: chi t’ha generato?

 

SVELTO

Diamine, il figlio di mio nonno.

 

LANCIOTTO

O illetterato buono a nulla! Il figlio di tua nonna. Il che dimostra che non sai leggere.

 

SVELTO

Dài, scemo che sei! Su, carta alla mano, mettimi alla prova.

 

LANCIOTTO

A te. E per San Nicola, sii svelto.

[Gli dà il foglio]

 

SVELTO

Imprimis: sa mungere.

 

LANCIOTTO

Sì, certo che sì.

 

SVELTO

Item: sa far dell’ottima birra.

 

LANCIOTTO

Donde il proverbio, “Chi beve birra campa cent’anni”.

 

SVELTO

Item: sa cucire.

 

LANCIOTTO

Che è come dire: “È questo il punto!”.

 

SVELTO

Item: sa scopare.

 

LANCIOTTO

Scopare? Niente male, la ragazza! e senza manco usare la ramazza…

 

SVELTO

Item: sa usare il ranno ed il sapone.

 

LANCIOTTO

Una virtù tutta speciale: così risparmia le strigliate.

 

SVELTO

Item: sa filare.

 

LANCIOTTO

Allora potrei filare a divertirmi, mentre lei fila per mantenersi.

 

SVELTO

Item: ha molte virtù senza nome.

 

LANCIOTTO

Che è come dire, virtù bastarde, che non conoscendo i loro padri, restano senza nome.

 

SVELTO

Ora vengono i vizi.

 

LANCIOTTO

Alle calcagna delle virtù.

 

SVELTO

Item: non va baciata a digiuno, visto l’alito cattivo.

 

LANCIOTTO

Beh, un difetto a cui si rimedia con una colazione. Continua.

 

SVELTO

Item: è di bocca buona.

 

LANCIOTTO

Il che compensa l’alito cattivo.

 

SVELTO

Item: parla dormendo.

 

LANCIOTTO

Oh, non importa: purché non dorma parlando.

 

SVELTO

Item: è di poche parole.

 

LANCIOTTO

Oh disgraziato, chi ha messo questo fra i suoi vizi! L’esser di poche parole è l’unica virtù di una donna. Ti prego, depenna, e mettilo al primo posto tra le virtù.

 

SVELTO

Item: va in calore.

 

LANCIOTTO

Via anche questo: è il retaggio di Eva, non si può mica toglierglielo.

 

SVELTO

Item: le mancano i denti.

 

LANCIOTTO

Neanche questo mi tocca: a me piacciono le croste.

 

SVELTO

Item: è mordace.

 

LANCIOTTO

Meno male: senza denti c’è poco da mordere.

 

SVELTO

Item: si attacca alla bottiglia.

 

LANCIOTTO

Se il vino è buono, fa bene; e se non lo fa lei lo farò io: bisogna pur attaccarsi alle cose buone.

 

SVELTO

Item: è prodiga.

 

LANCIOTTO

Di parole non può essere, visto ch’è scritto che è di poche parole. Di denaro non può essere, visto che i cordoni della borsa li tengo chiusi io. Beh, potrebbe esserlo di quell’altra cosa, e lì posso farci ben poco. Su, va’ avanti.

 

SVELTO

Item: ha più capelli che sale in zucca, più difetti che capelli, e più soldi che difetti.

 

LANCIOTTO

Alto là: me la sposo! Quest’ultimo articolo me l’ha fatta prendere e lasciare almeno due o tre volte. Vuoi ricapitolare?

 

SVELTO

Item: ha più capelli che sale in zucca.

 

LANCIOTTO

Più capelli che sale in zucca? Provo a dimostrarlo: il coperchio della saliera sta sopra il sale, e quindi val più del sale; i capelli che copron la zucca valgono più del sale in zucca, ché il più sta sempre sopra al meno. Che c’è ancora?

 

SVELTO

Ha più difetti che capelli…

 

LANCIOTTO

Questo sì è mostruoso! Vorrei che non ci fosse!

 

SVELTO

E più soldi che difetti.

 

LANCIOTTO

Beh, la cosa rende appetibili i difetti. Bene, la faccio mia e, se si arriva a combinare, dato che nulla è impossibile…

 

SVELTO

Ebbene?

 

LANCIOTTO

Ebbene, allora te lo devo dire: il tuo padrone ti attende alla porta di settentrione.

 

SVELTO

Me?

 

LANCIOTTO

Proprio te! Ma sì, chi credi di essere? Ha atteso uomini ben superiori a te.

 

SVELTO

E devo andar da lui?

 

LANCIOTTO

E anche di corsa: ti sei fatto attendere tanto che la tua solita andatura non fa più al caso.

 

SVELTO

Perché non me l’hai detto subito? Un cànchero, alle tue lettere d’amore! [Esce]

 

LANCIOTTO

Adesso sarà strigliato a dovere per aver letto la mia lettera. Un tanghero e un cialtrone, a ficcare il naso nei segreti altrui! Gli terrò dietro, voglio godermela, la punizione del giovanotto. Esce.


ATTO TERZO – SCENA SECONDA

Entrano il Duca [e] Turione.

 

DUCA

Ser Turione, non temete, ella vi amerà,

ora che Valentino è bandito dal suo cospetto.

 

TURIONE

Dacché è in esilio lei mi disprezza più che mai:

ha ricusato la mia compagnia, e se l’è presa con me,

tanto che ormai dispero di farla mia.

 

DUCA

Questo labile stampo dell’amore è una figura

intagliata nel ghiaccio, che in un’ora di calore

in acqua si dissolve e perde i suoi contorni.

Ci vorrà un po’ di tempo a sciogliere il gelo dei suoi pensieri,

ma poi l’indegno Valentino sarà dimenticato.

Entra Proteo.

Ehilà, Ser Proteo! Il tuo concittadino

è poi partito, secondo il nostro editto?

 

PROTEO

Partito, mio buon Duca.

 

DUCA

Mia figlia si affligge molto per la sua partenza?

 

PROTEO

Un po’ di tempo, mio Duca, ne estinguerà l’afflizione.

 

DUCA

Lo credo anch’io, ma Turione non la pensa così.

Proteo, la buona opinione che ho di te –

e dei tuoi meriti mi hai dato qualche prova –

mi rende ben disposto a consultarti.

 

PROTEO

Se mai verrò meno alla lealtà che devo a Vostra Grazia,

possa cessare di vivere, e mai più rivedervi.

 

DUCA

Tu sai quanto sarei felice di combinare

il matrimonio fra Ser Turione e la mia figliola.

 

PROTEO

Lo so, mio signore.

 

DUCA

Ed anche, credo, non ti giunge nuovo

che lei non fa che opporsi al mio volere.

 

PROTEO

Certo, mio Duca: finché c’era Valentino.

 

DUCA

Sì, ma lei è tanto perversa da perseverare.

Che si può fare per indurla a dimenticare

l’amore di Valentino, e farla amare Ser Turione?

 

PROTEO

La cosa migliore è diffamare Valentino,

tacciarlo di malafede, viltà, bassi natali:

tre cose che le donne altamente hanno in spregio.

 

DUCA

Sì, ma lei penserà che lo si dica in odio a lui.

 

PROTEO

Certo, se a diffamarlo è un suo nemico:

per cui è d’uopo che a parlare, con cognizione di causa,

sia uno da lei stimato amico suo.

 

DUCA

Allora dovrete farlo voi, il calunniatore.

 

PROTEO

È questo, mio Duca, che mi ripugna di fare:

è un tristo ufficio per un gentiluomo,

specie se ai danni del suo migliore amico.

 

DUCA

Laddove una buona parola non lo può aiutare,

una vostra calunnia non potrà fargli altro danno:

tal vostro ufficio è moralmente neutro,

ed il mandante vuol esser vostro amico.

 

PROTEO

L’avete vinta, mio signore. Se riesco nell’intento

di dir qualcosa che sia a suo detrimento,

lei non continuerà ad amarlo a lungo.

Ma se l’amore per Valentino ne sarà sradicato,

non ne consegue che lei s’innamori di Turione.

 

TURIONE

Pertanto, se sdipanate il suo amore da lui

per non ingarbugliarlo – il che non serve a nessuno –

badate bene a riavvolgerlo su di me:

il che va fatto sia tessendo le mie lodi

che disfacendo l’onor di Valentino.

 

DUCA

Proteo, osiamo affidarvi tale impresa

poiché sappiamo – l’ha detto Valentino –

che siete già fermamente votato ad Amore

e non potete, lì per lì, cambiare idea e ad esso ribellarvi.

Questa è la garanzia che vi dà accesso

a Silvia, a conferire con lei liberamente.

Ella è plumbea, depressa, malinconica

e, per amore dell’amico vostro, sarà lieta di vedervi:

e qui potrete indurla, eloquente come siete,

a odiare il giovane Valentino e amare il mio protetto.

 

PROTEO

Farò tutto quel che posso.

Ma voi, Ser Turione, mancate di mordente:

dovreste adescarla con del vischio, impaniarne i desideri

con dolenti sonetti, le cui rime ben limate

sian ben ricolme di voti e di promesse.

 

DUCA

Vero.

Dono del cielo è la poesia, e grande il suo potere.

 

PROTEO

Ditele che sull’altare della sua beltà

sacrificate lacrime, sospiri, affetti.

Scrivete fino a prosciugar l’inchiostro, che poi torni a fluire

diluito nel pianto, e componete i versi con sentimento

tale da illuminare la vostra dedizione.

Il liuto d’Orfeo aveva per corde i nervi d’un poeta,

ed il suo aureo tocco inteneriva acciaio e selce,

rendeva mansuete le tigri, faceva sì che immensi leviatani,

lasciassero abissi insondabili per danzar sulle spiagge.

Dopo qualche elegia soffusa di mestizia,

recatevi la notte sotto il verone della vostra bella

con dolci musicanti, i cui strumenti

dian voce a lacrimevoli lamenti: il silenzio profondo della notte

si addice a dolci note sì struggenti.

Questo, e nient’altro, potrà mai conquistarla.

 

DUCA

Questi precetti dimostrano che sai cos’è l’amore.

 

TURIONE

Stanotte metterò in pratica il consiglio.

Pertanto, Proteo, dolce mio istruttore,

rechiamoci subito in città

a cercare dei gentiluomini che sian musici esperti.

Con me ho un sonetto che servirà allo scopo,

per dar l’avvio al tuo saggio consiglio.

 

DUCA

All’opera, signori!

 

PROTEO

Resteremo con Vostra Grazia sino a dopo cena

per poi dar corso ai piani progettati.

 

DUCA

                No, adesso! Vi ritengo esonerati. Escono


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