I due nobili cugini – Atto IV

I due nobili cugini – Atto IV

(o “I due nobili congiunti”)

di William Shakespeare e John Fletcher
(“The two noble kinsmen” – 1613)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

I due nobili cugini - Atto IV


ATTO QUARTO – SCENA PRIMA

Entrano il Carceriere e il suo Amico.

 

CARCERIERE

Non avete sentito altro? Nulla fu detto di me

riguardo alla fuga di Palamone?

Buon signore, ricordate.

 

PRIMO AMICO

Niente che io sentii,

perché tornai a casa prima che l’affare

fosse concluso. Ma già potevo anticipare,

prima di andarmene, la grande probabilità

del perdono per entrambi; perché Ippolita

ed Emilia occhi-belli, in ginocchio,

facevano una così convinta scena di pietà che il Duca

mi sembrò stare in dubbio se seguire

la sua promessa avventata o la dolce compassione

di quelle due signore; e a spalleggiarle

quel davvero nobile principe Piritoo, che tiene

metà del suo cuore, ci si mise pure, sicché spero

che andrà tutto bene; né sentii nominare

il vostro nome, o la sua evasione.

 

CARCERIERE

Voglia il cielo che resti così!

 

Entra il Secondo Amico.

 

SECONDO AMICO

Su con la vita, amico; vi porto notizie,

notizie buone.

 

CARCERIERE

Son benvenute.

 

SECONDO AMICO

Palamone vi ha scagionato,

e ottenuto il vostro perdono, e rivelato come

e con l’aiuto di chi riuscì a fuggire, cioè vostra figlia,

il cui perdono è pure assicurato; e il prigioniero,

per non parere ingrato per questo favore,

le assegna una dote per il suo matrimonio,

e cospicua pure, vi assicuro.

 

CARCERIERE

Voi siete un brav’uomo

e le vostre notizie sono sempre buone.

 

PRIMO AMICO

E com’è finita?

 

SECONDO AMICO

Diavolo, come dovrebbe; quelle che non chiesero mai

senza ottenere ebbero le loro richieste soddisfatte;

i prigionieri han salva la vita.

 

PRIMO AMICO

Sapevo che sarebbe andata così.

 

SECONDO AMICO

Però ci sono nuove condizioni che sentirai

a un momento più opportuno.

 

CARCERIERE

Spero siano buone.

 

SECONDO AMICO

Sono onorevoli;

ma quanto a dimostrarsi buone, non saprei.

 

PRIMO AMICO

Si vedrà.

 

Entra il Corteggiatore.

 

CORTEGGIATORE

Ahimè, signore, dov’è vostra figlia?

 

CARCERIERE

Perché lo chiedete?

 

CORTEGGIATORE

Oh, signore, quando la vedeste?

 

SECONDO AMICO

Che brutto aspetto!

 

CARCERIERE

Questa mattina.

 

CORTEGGIATORE

Stava bene? Era in salute, signore?

Aveva dormito?

 

PRIMO AMICO

Queste sono strane domande.

 

CARCERIERE

No, non stava molto bene, adesso

che mi ci fate pensare, e proprio oggi

le feci alcune domande, e lei mi dette risposte

molto diverse dal solito, molto infantili,

sciocche, come se fosse matta,

una toccata, tanto che mi arrabbiai.

Ma che volete dire, signore?

 

CORTEGGIATORE

Nulla se non per pietà;

ma voi dovete sapere, e meglio da me

che da un altro che l’ami di meno…

 

CARCERIERE

Cosa, signore?

 

PRIMO AMICO

Non sta a posto?

 

SECONDO AMICO

Non sta bene?

 

CORTEGGIATORE

No, signore, non bene.

Purtroppo è vero, è matta.

 

PRIMO AMICO

Non può essere.

 

CORTEGGIATORE

Credetemi, è la verità.

 

CARCERIERE

Già sospettavo

quel che m’avete detto; gli dei l’aiutino!

Così divenne per amore di Palamone,

o nel timore per la mia sorte dopo la fuga di lui,

o tutti e due.

 

CORTEGGIATORE

È possibile.

 

CARCERIERE

Ma perché tanta precipitazione, signore?

 

CORTEGGIATORE

Vi dirò rapidamente. Mentre ero a pescare poco fa

nel grande lago che c’è dietro al palazzo,

dalla riva opposta, densa di canne e carici,

mentre pazientemente attendevo al mio passatempo,

udii una voce, acuta; e con attenzione

vi prestai orecchio, sicché ne potei dedurre

che era qualcuno che cantava, e dalla sua dolcezza,

un ragazzo o una donna. Lasciai allora la mia lenza

a governarsi da sola, mi avvicinai, ma non vedevo ancora

chi facesse quel suono, tanto i giunchi e le canne

l’avevano inviluppato. Mi misi giù

ad ascoltare le parole che cantava, e allora,

attraverso una piccola apertura fatta dai pescatori,

vidi che era vostra figlia.

 

CARCERIERE

Prego continuate, signore.

 

CORTEGGIATORE

Cantava molto, ma tutto senza senso; solo la sentii

ripetere questo spesso: “Palamone è andato,

è andato nel bosco a raccoglier le more;

lo troverò domani.”

 

PRIMO AMICO

Anima gentile!

 

CORTEGGIATORE

“Le sue catene lo tradiranno; sarà preso,

e che farò io allora? Metterò insieme una bell’adunata,

cento fanciulle dagli occhi neri, innamorate come sono io,

col capo incoronato d’asfodeli,

labbra di ciliegie e guance di rose damascene,

e danzeremo tutte un saltarello davanti al Duca,

e chiederemo il perdono per lui.” Poi parlò di voi, signore;

che dovete perder la testa domani mattina,

e che lei deve raccoglier fiori per seppellirvi,

e far bella la casa. Poi non cantò

altro che “Salice, Salice, salice”, e in mezzo

c’era sempre “Palamone, bel Palamone”,

e “Palamone era un baldo giovanotto.” Dove

sedeva l’erba era alta; le trecce scompigliate

una ghirlanda di giunchi incoronava; su lei s’appuntava

un migliaio di fiori d’acqua di diverso colore,

sì che mi sembrò come l’apparizione della bella ninfa

che nutre d’acque il lago, o come Iride

appena caduta dal cielo. Faceva anelli

coi giunchi che crescevano vicino, e ad essi dava

i motti più graziosi, “Così s’unisce il nostro vero amore”,

“Questo puoi perdere, non me”, e altri simili.

E poi piangeva, e cantava di nuovo, e sospirava,

e con lo stesso fiato sorrideva e si baciava la mano.

 

SECONDO AMICO

Ahimè, che pena!

 

CORTEGGIATORE

Mi mossi verso lei;

mi vide, e si buttò dritto nell’acqua. La ripescai,

e la rimisi salva a terra; ma subito

mi sfuggì via, e corse in città

con tali grida e rapidità che, credetemi,

mi lasciò molto indietro. Tre o quattro

vidi da lontano andarle incontro – uno di loro

riconobbi essere vostro fratello – là si fermò,

e cadde, non potendo sfuggirgli. Li lasciai là con lei,

e qui venni ad informarvi.

Entrano il Fratello del Carceriere, la Figlia del Carceriere, e altri.

Eccoli.

 

FIGLIA [canta]

Che non possiate più goder la luce, ecc.

Vero che è una bella canzone?

 

FRATELLO

Oh è bellissima.

 

FIGLIA

Così ne so altre venti.

 

FRATELLO

Non ne dubito.

 

FIGLIA

No, veramente; io so cantare “La scopa”,

e “Bel Robin”. Voi non siete un sarto?

 

FRATELLO

Sì.

 

FIGLIA

Dov’è il mio abito da sposa?

 

FRATELLO

Ve lo porto domani.

 

FIGLIA

Fatelo, molto presto; perché io debbo uscire

a chiamare le damigelle, e pagare i suonatori.

Perché debbo perdere la verginità al cantar del gallo;

o porterà sfortuna.

[Canta]

O bello, o dolce, ecc.

 

FRATELLO

Dovete avere molta pazienza.

 

CARCERIERE

È giusto.

 

FIGLIA

Buona sera, buoni signori. Prego sentiste mai

di un certo giovane Palamone?

 

CARCERIERE

Sì, ragazza, lo conosciamo.

 

FIGLIA

Vero che è un bel giovane signore?

 

CARCERIERE

Così è, amore.

 

FRATELLO

Non contradditela in niente; sennò potrebbe delirare

molto peggio di come mostra adesso.

 

PRIMO AMICO

Sì, è un bell’uomo.

 

FIGLIA

Oh, è così? Voi avete una sorella.

 

PRIMO AMICO

Sì.

 

FIGLIA

Ma lei non lo avrà mai, ditele così,

per un trucco che so io. Farete bene a tenerla d’occhio;

perché basta che lo veda una volta, ed è partita, fatta,

e disfatta in un’ora sola. Tutte le ragazze

della nostra città son cotte di lui, ma io ci rido su,

e le lascio fare; piano prudente, no?

 

PRIMO AMICO

Sì.

 

FIGLIA

Ce ne saranno almeno duecento adesso incinte di lui…

no, quattrocento forse; ma io resto tappata a questo riguardo,

tappata come una conchiglietta; e saranno tutti maschi…

lui sa come si fa… e a dieci anni

saranno tutti castrati per la musica,

e canteranno le guerre di Teseo.

 

SECONDO AMICO

Questo è strano.

 

FIGLIA

Più di così non sentiste mai; ma non dite nulla.

 

PRIMO AMICO

No.

 

FIGLIA

Vengono da ogni parte del ducato da lui.

Vi assicuro che ieri notte ne aveva non meno di

venti da servire; ma lui le diverte tutte

in un paio d’ore, se ci si mette.

 

CARCERIERE

È perduta

incurabilmente.

 

FRATELLO

Il cielo non voglia, fratello!

 

FIGLIA [al Carceriere]

Venite qui; voi siete un uomo saggio.

 

PRIMO AMICO

Lo sa chi è?

 

SECONDO AMICO

No; magari lo sapesse.

 

FIGLIA

Voi siete il capitano di una nave?

 

CARCERIERE

Sì.

 

FIGLIA

Dove avete la bussola?

 

CARCERIERE

Qui.

 

FIGLIA

Mettetela giusta al nord;

ed ora fate rotta verso il bosco, dove Palamone

giace spasimando per me. Quanto al paranco

lasciatelo a me. Su l’ancora, belli miei, da bravi!

 

TUTTI GLI ALTRI

Oh issa! Oh, issa!

 

FIGLIA

È su. Il vento è buono; tesate la bolina;

fuori la vela maestra! Dove hai il fischietto, capitano?

 

FRATELLO

Portiamola dentro.

 

CARCERIERE

Su in coffa, mozzo.

 

FRATELLO

Dov’è

il pilota?

 

PRIMO AMICO

Son qua.

 

FIGLIA

Cosa avvisti?

 

SECONDO AMICO

Un bel bosco.

 

FIGLIA

Dirigi là, capitano; bordeggia!

[Canta]

Quando Cinzia dalla luce riflessa, ecc.

Escono.


ATTO QUARTO – SCENA SECONDA

Entra Emilia sola, con due ritratti.

 

EMILIA

Sono in tempo a tamponare quelle ferite che si dovranno aprire

altrimenti e sanguinare a morte per causa mia; farò la mia scelta

e porrò termine alla loro contesa. Due così baldi giovani

non periranno mai per colpa mia; mai madri piangenti

seguendo le morte, fredde ceneri dei loro figli,

malediranno la mia crudeltà. Buon cielo,

che dolce viso ha Arcite! Se la saggia Natura

con tutti i suoi migliori attributi, tutte quelle bellezze

che elargisce alla nascita di nobili corpi,

fosse una donna mortale, e in sé avesse

la ritrosia delle giovani vergini, anch’essa senza dubbio

impazzirebbe per quest’uomo. Che occhi,

di quale fiero splendore e viva dolcezza,

ha questo giovane principe! Qui amore stesso siede sorridendo.

Proprio con tali occhi il vezzoso Ganimede

infiammò Giove, e costrinse il dio

a rapire il. divino ragazzo e porselo accanto,

quale luminosa costellazione. Che fronte,

di maestosa ampiezza, porta, arcuata

come quella di Giunone grandi-occhi, ma assai più dolce,

più liscia della spalla di Pelope! Gloria ed onore,

paionmi, da essa, come da un promontorio

proiettato nel cielo, spandere le ali, e cantare

a tutto il. mondo sottostante gli amori e le tenzoni

degli dei e degli eroi accanto ad essi. Palamone

non è che il suo contrasto; semplice ombra a lui, senza colore.

È grigio e secco, con l’occhio mesto

come se avesse perso la madre; mite temperamento,

non ha spirito in sé, non ha prontezza,

neppure un’oncia dell’arditezza gaia di quell’altro.

Eppure questi che consideriamo difetti a lui stan bene;

Narciso era un ragazzo cupo, ma bellissimo.

Oh, chi può trovare il bandolo nel cuore d’una donna?

Sono una sciocca; ho perso la ragione,

non posso scegliere, e ho mentito così stupidamente

che le donne dovrebbero picchiarmi. In ginocchio

ti chiedo perdono; Palamone, tu solo sei,

e tu soltanto, bello, e questi gli occhi,

queste le lampade luminose di bellezza, che comandano

e minacciano amore; e quale fanciulla oserebbe contrastarli?

Che chiara pacatezza, eppure invitante,

è nel suo bruno volto virile! O amore, questo soltanto

sarà d’ora in poi il colore giusto. Resta lì, Arcite;

tu sei rispetto a lui solo uno scambio, uno zingaro,

il vero nobile è questo. Sono confusa,

completamente persa; la mia serenità di vergine è sparita.

Perché se mio fratello un minuto fa m’avesse chiesto

quale dei due amavo, “Arcite”, avrei detto, “pazzamente”;

se ora mia sorella, “Palamone di più”.

State qua insieme. Vieni a chiedermi adesso, fratello…

Ahimè, non so! Chiedi tu ora, dolce sorella;

che ti rispondo? La fantasia è soltanto un bambinello

che avendo due gingilli d’uguale delizia

non sa scegliere e strilla per entrambi!

Entra un Gentiluomo.

Che c’è, signore?

 

GENTILUOMO

Dal nobile Duca vostro cognato,

madama, vi porto avviso; i cavalieri sono arrivati.

 

EMILIA

Per porre fine alla contesa?

 

GENTILUOMO

Sì.

 

EMILIA

Vorrei finire io prima!

Quali colpe ho commesso, casta Diana,

perché la mia pura gioventù si macchi ora

del sangue di principi, e la mia castità

sia fatta altare su cui la vita di amanti –

due più nobili e belli mai finora

rallegrarono madri – sia sacrificata

alla mia sfortunata bellezza?

 

Entrano Teseo, Ippolita, Piritoo, e seguito.

 

TESEO

Fateli venire

subito, senza indugio; sono impaziente di vederli. –

I tuoi innamorati rivali sono tornati,

e con i loro bravi campioni; ora, mia bella sorella,

dovrai sceglierne uno.

 

EMILIA

Preferirei tutti e due,

sì che nessuno muoia per causa mia prima del tempo.

 

TESEO

Chi li ha visti?

 

PIRITOO

Io, poco fa.

 

GENTILUOMO

Io pure.

 

Entra un Messaggero.

 

TESEO

Da parte di chi venite, signore?

 

MESSAGGERO

Dei cavalieri.

 

TESEO

Prego, riferite,

voi che li avete visti, come sono.

 

MESSAGGERO

Lo farò, Sire,

e sarò schietto su ciò che penso. Sei più valenti spiriti

di questi che han portato – a giudicare dall’aspetto –

non vidi mai, né lessi in alcun libro. Quello che sta

al primo posto con Arcite, a vederlo

si direbbe un coraggioso; dal viso, un principe.

Le sue fattezze così dicono di lui; il colorito

più scuro che nero, severo eppure nobile,

lo dichiara un veterano, impavido, amante dei pericoli;

le ruote degli occhi mostrano fuoco in lui,

e come un leone infuriato, così appare;

i capelli gli cadono lunghi dietro, neri e lucenti

come ali di corvo; le spalle larghe e forti,

braccia lunghe e tornite; e sulla coscia una spada,

sospesa a una tracolla lavorata, con cui suggella

quello che vuole, quando s’aggrotta – migliore amico,

in coscienza, non ebbe mai soldato.

 

TESEO

L’hai descritto bene.

 

PIRITOO

Eppure lo trovo

molto al di sotto del primo che sta con Palamone.

 

TESEO

Prego, descrivetelo, amico.

 

PIRITOO

Penso sia pure un principe,

e se possibile, di rango superiore; poiché il suo aspetto

ha tutto il corollario dell’onore in esso.

È un po’ più grande del campione descritto da lui,

ma d’espressione molto più dolce; di colorito

è, come l’uva matura, rossiccio; ed ha provato,

non c’è dubbio, quello per cui si batte, perciò più adatto

a sposare la causa come sua. Sul viso mostra

le migliori speranze per ciò che ha intrapreso,

e quando s’adira, allora un pacato vigore,

senza passioni estreme, gl’invade il corpo,

e guida il braccio verso audaci imprese; non sa paura,

tale debole umore non dimostra. In testa è giallo,

capelli crespi e ricci, folti e intrecciati come viluppi d’edera,

che il tuono non scompiglia, sul viso

porta i colori della vergine guerriera,

vermiglio e bianco, poiché barba non l’ha colorato ancora;

negli occhi roteanti risiede la vittoria

come se da sempre volesse premiarne il valore.

Ha il naso in su, distinzione d’onore;

le labbra rosse, dopo la lotta, son pronte per le dame.

 

EMILIA

Dovranno anche questi morire?

 

PIRITOO

Quando parla, la lingua

gli suona come una tromba; ogni sua parte

è come la vorrebbe un uomo, forte e ben fatta;

porta un’ascia ben temprata con impugnatura d’oro;

d’età sui venticinque.

 

MESSAGGERO

C’è un altro,

un uomo piccolo, ma d’animo forte, all’apparenza

nobile come ogni altro; maggior prestanza

in tale corpo non vidi mai finora.

 

PIRITOO

Oh, è quello con le lentiggini?

 

MESSAGGERO

Quello, milord.

Vero che son carucce?

 

PIRITOO

Sì, stanno bene.

 

MESSAGGERO

M sembra,

che essendo così poche e ben disposte, mostrino

la grande e bella arte della Natura. È biondo di pelo,

non biondo come una donna, ma di un colore virile

vicino al rame; robusto e agile di corpo,

che mostra uno spirito attivo; le braccia muscolose,

son foderate di tendini nodosi; verso la spalla

s’ingrossano un po’, come le donne incinte da poco,

indice che è portato al travaglio, non uno che sviene

sotto il peso delle armi; saldo di cuore, calmo,

ma quando si muove, un tigre; ha gli occhi grigi,

che concedono misericordia quando vince; acuti

nel trovare i vantaggi, e quando li trova,

rapido a farli suoi; non fa torti,

né li riceve; ha il viso tondo, e quando sorride

appare l’amante, quando s’acciglia, il guerriero;

in testa porta il serto di quercia,

e in esso è infilato il pegno della sua dama;

d’età sui trentasei; in mano

tiene la lancia d’assalto, laminata d’argento.

 

TESEO

Sono tutti così?

 

PIRITOO

Sono tutti figli dell’onore.

 

TESEO

Adesso, sull’anima mia, io bramo di vederli!

Milady, vedrete come si battono gli uomini ora.

 

IPPOLITA

Volentieri;

ma non la causa, milord. Li vedrei meglio

se fosse in palio il titolo di due reami;

è un peccato che l’amore sia così tiranno.

Che pensate voi sorellina cuor-tenero? Non piangete

finché non piangon sangue, fanciulletta; così dev’essere.

 

TESEO

Li avete temprati con la vostra bellezza. – Onorato amico,

affido a voi la lizza; vi prego, preparatela

degna delle persone che l’useranno.

 

PIRITOO

Sì, sire.

 

TESEO

Su, andrò io da loro; non posso trattenermi –

tanto la loro fama mi ha ispirato – finché compaiano.

Buon amico, siate regale.

 

PIRITOO

Per fasto non si sfigurerà.

 

EMILIA

Tu, povera fanciulla, va’ e piangi il tuo errore

ché un nobile cugino perderà il vincitore. Escono.


ATTO QUARTO – SCENA TERZA

Entrano il Carceriere, il Corteggiatore e il Dottore.

 

DOTTORE

La sua pazzia cresce in certe fasi della luna più che in altre, nevvero?

 

CARCERIERE

È sempre in uno stato di delirio non violento; dorme poco, completamente senza appetito, però beve spesso; sogna d’un altro mondo, uno migliore; e qualsiasi discorso strampalato faccia, il nome di Palamone spunta fuori, ne infarcisce ogni argomento, lo infila in ogni questione.

Entra la Figlia del Carceriere.

Eccola che arriva; ora vedrete come si comporta.

 

FIGLIA

L’ho dimenticata completamente; il ritornello faceva “giù là, giù là”, e l’ha composta nientemeno che Geraldo, maestro di Emilia. È un fantasioso quello là, che ci potrebbe pure marciare sulle gambe; perché nell’altro mondo, non farà in tempo Didone a vedere Palamone che subito non sarà più innamorata di Enea.

 

DOTTORE

Ma che dice! Pover’anima.

 

CARCERIERE

È così tutto il santo giorno.

 

FIGLIA

Allora per quell’incantesimo che vi dicevo, dovete mettervi un soldo d’argento sulla punta della lingua, sennò niente traghetto; poi, se vi capita d’arrivare dove stanno gli spiriti beati – che spettacolo allora! Noi vergini cui s’è inaridito il fegato, spaccato in pezzettini per amore, ci raduneremo là, e non faremo niente tutto il giorno se non raccoglier fiori con Proserpina. Allora io farò a Palamone un mazzolino; così lui s’accorgerà di me… poi…

 

DOTTORE

Com’è graziosa nella sua pazzia! Ascoltiamola ancora un po’.

 

FIGLIA

Invero, vi dirò, qualche volta andiamo a giocare a fendi-l’orzo, noi beati. Ma poveretti che brutta vita che fanno in quell’altro posto, un tal bruciare, friggere, bollire, fischiare, ululare, digrignare i denti, imprecare… Oh, gliela danno colma la misura; meglio stare attenti! Se uno esce di matto, o s’impicca o s’annega, è lì che si finisce – Giove ci scampi! – e lì ci mettono in un calderone di piombo fuso e grasso d’usuraio, in mezzo a un milione e passa di tagliaborse, e là si cucina come un prosciuttone che non è mai pronto.

 

DOTTORE

Ha il cervello pieno di stranezze!

 

FIGLIA

Signori e cortigiani che han messo incinte le ragazze, sono in quel posto; stanno dritti nel fuoco fino all’ombelico e nel ghiaccio fino al cuore, così la parte che ha fatto il guaio brucia e quella che ha ingannato si congela – davvero una punizione molto severa, direi, per una sciocchezza così. Credetemi, uno sposerebbe anche una strega lebbrosa per liberarsi, ve l’assicuro.

 

DOTTORE

Come persiste in queste fantasie! Non si tratta di un accesso di pazzia temporanea, ma di una malinconia profonda e radicata.

 

FIGLIA

Le sentite la gran dama e la ricca signora di città come strillano insieme? Sarei una bestia se dicessi che è divertente! Urla la prima ‘Oh, il fumo!’, e l’altra ‘Il fuoco!’; la prima piange ‘Perché mai lo feci dietro l’arazzo!’, e poi ulula; l’altra maledice il suo amante e il padiglione nel giardino.

[Canta]

Sarò fedele, mie stelle, mio destino, ecc. Esce.

 

CARCERIERE

Che pensate di lei, signore?

 

DOTTORE

Penso che ha la mente turbata, per cui io non ho rimedi.

 

CARCERIERE

Ahimè, che fare allora?

 

DOTTORE

Che sappiate, ha mai provato affetto per qualcuno prima di vedere Palamone?

 

CARCERIERE

Un tempo, signore, avevo grandi speranze che si fosse decisa per questo gentiluomo amico mio.

 

CORTEGGIATORE

Così pensavo anch’io ed ero convinto che ci avevo fatto un buon affare ad assegnarle metà del mio patrimonio così che entrambi lei ed io al momento eravamo senza finzioni in termini pari.

 

DOTTORE

L’incontinente soddisfazione della vista ha sfasato gli altri sensi; potranno tornare al loro posto e svolgere le loro preordinate funzioni, ma al momento si trovano in una dislocazione stravagantissima. Questo è quanto dovete fare: confinatela in un luogo dove la luce possa dirsi arrivare di soppiatto più che le sia permesso di entrare; voi giovane signore suo amico, assumete il nome di Palamone; ditele che venite a mangiare con lei e a discorrere d’amore. Questo coglierà la sua attenzione poiché è ciò che le ossessiona la mente; ogni altro oggetto inserito tra la mente e l’occhio suo diventa solo idiozia o giocattolo della sua compulsione. Cantate per lei quelle semplici canzoni d’amore che lei dice Palamone ha cantato in prigione; presentatevi a lei appuntato di tutti i fiori più soavi di cui disponga la stagione, e a questi aggiungete altri profumi mescolati che siano piacevoli all’olfatto. Tutto questo sarà appropriato a Palamone, perché Palamone canta, e Palamone è fragrante e tutte le altre cose buone. Chiedetele il privilegio di mangiare con lei, tagliate per lei gli arrosti, bevete alla sua salute, e metteteci sempre in mezzo la speranza delle sue grazie e d’essere ricevuto nei suoi favori. Informatevi quali fanciulle sono state sue amiche e compagne di giochi e fate che vadano a trovarla e le parlino di Palamone, e portino dei regalini, come se lui volesse esser ricordato. Ella si trova in uno stato d’illusione che va combattuto con le illusioni. Ciò potrebbe ricondurla a mangiare, a dormire e riportare ciò che è al momento fuori registro in lei alla sua precedente regola e governo. Ho visto questo metodo aver successo, quante volte non so, ma di aumentarne il numero, ho grandi speranze in questo caso. Tra i vari stadi di questo trattamento io interverrò con le mie cure. Cominciamo subito, perciò, e affrettiamone il risultato, che non dubito porterà sollievo.

Escono.


I due nobili cugini

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