Il racconto d’inverno – Atto IV

Il racconto d’inverno – Atto IV

(“A Winter’s tale”  1611)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Il racconto d’inverno - Atto IV


ATTO QUARTO – SCENA PRIMA

Entra il Tempo, a fare il Coro.

 

TEMPO

Io che ad alcuni piaccio, e tutti provo: gioia e terrore

insieme a buoni e cattivi, che faccio e svelo l’errore,

ora m’assumerò, a nome del Tempo,

d’usare le mie ali. A me, o al mio veloce

passaggio, non fate colpa, se sorvolo

sedici anni, e non rivelo quanto s’è svolto

in quest’ampio intervallo, poiché è in mio potere

sovvertire la legge, e in un solo momento da me stesso deciso,

impiantare e sradicare usanze. Ch’io sia

come sono da sempre, prima che fosse l’ordine più antico,

o quello che ora regna. Io son presente

all’era che li instaurò; e così pure

alle più fresche cose ora imperanti, e lo splendore

di questo presente offuscherò, come ora fosco

appare il mio racconto. La vostra pazienza permettendo,

do un giro alla clessidra, e alla mia scena un tempo

come se in mezzo aveste dormito: lasciando Leonte,

così afflitto dai risultati di gelosie malate

che si rinchiude al mondo, immaginate,

gentili spettatori, ch’io sia adesso

nella bella Boemia, e ricordate

come menzionai un figliolo del re, che col nome

di Florizel ora vi presento; e subito

passo a parlare di Perdita, cresciuta in grazia

adesso, come in ammiratori. Quel che sarà di lei

non voglio profetare; la cronaca del Tempo

sia nota quando accade. La figlia di un pastore,

e quel che la riguarda, con quel che segue poi,

è il mio argomento. Se mai avete trascorso

tempo peggior di questo, concedetelo;

se non è stato così, consentite che il Tempo stesso

v’auguri di cuore di non averlo mai. Esce.


ATTO QUARTO – SCENA SECONDA

Entrano Polissene e Camillo.

 

POLISSENE

Ti prego, buon Camillo, non insistere: negarti qualcosa mi fa male; ma concederti questo sarebbe la mia morte.

 

CAMILLO

Son quindici anni che non rivedo la mia patria, e anche se così a lungo ho respirato aria straniera, ora desidero deporre là le mie ossa. Inoltre, il re penitente, mio padrone, mi ha mandato a chiamare; e forse io (se non presumo troppo) potrei alleviare un po’ i suoi dolori, e questo per me è un altro pungolo a partire.

 

POLISSENE

Per l’amore che hai per me, Camillo, non buttar via il resto dei tuoi servizi abbandonandomi ora: il bisogno che ho di te è stato creato dalle tue capacità e sarebbe meglio non averti avuto affatto, se ora mi lasci così. Tu hai avviato affari dei quali nessuno senza il tuo consiglio saprebbe occuparsi, devi perciò restare per concluderli, o portar via con te i servizi compiuti; che se io non ho ricompensato abbastanza (e non potrei mai farlo), farò ora il possibile per dimostrarti la mia gratitudine, e a mio vantaggio ci sarà l’accumulo del tuo devoto servizio. Di quella terra fatale, la Sicilia, ti prego, non parlarmi più. Al solo nominarla m’affligge il ricordo di mio fratello il re penitente (come l’hai chiamato) e riconciliato, e la perdita della sua incomparabile regina e dei figli, dolorosa oggi come allora. Dimmi, quando hai veduto il principe Florizel, mio figlio? Non sono meno infelici i regnanti che hanno figli scapestrati di quelli che li hanno persi dopo che han dato prova di buone qualità.

 

CAMILLO

Sire, non vedo il principe da tre giorni. Non mi è noto quali più allegre faccende lo tengano occupato, ma ho notato (dalle sue assenze) che s’è molto appartato dalla corte di recente, ed è meno assiduo ai suoi compiti principeschi di quanto dimostrava in precedenza.

 

POLISSENE

Me ne sono accorto anch’io, Camillo, e ne sono preoccupato; tanto che ho fatto sorvegliare le sue assenze, e son venuto a sapere che di rado s’allontana dalla casa di un umilissimo pastore; un uomo, si dice, che dal nulla assoluto, e oltre la comprensione dei suoi vicini, è arrivato a indescrivibile ricchezza.

 

CAMILLO

Ho sentito, sire, di quest’uomo, che ha una figlia della più rara bellezza, e la cui fama s’è estesa ben al di là di quanto si possa concepire per una che ha origine in una capanna.

 

POLISSENE

Così pure mi dicono i miei informatori: ma ho paura che sia questa l’esca che tira verso lì il nostro figliolo. Tu ci accompagnerai sul posto, dove (senza rivelare chi siamo) avremo un abboccamento col pastore, dalla cui semplicità non penso sia difficile scoprire la causa delle visite di mio figlio. Ti prego, accompagnami in quest’affare, e metti da parte i pensieri della Sicilia.

 

CAMILLO

Volentieri obbedisco ai vostri comandi.

 

POLISSENE

Ottimo Camillo! Dobbiamo travestirci.

Escono.


ATTO QUARTO – SCENA TERZA

Entra Autolico, cantando.

 

Quando la giunchiglia è in fiore,

                   ed esce la zingara al prato,

         questo è il tempo più bello:

                   sangue rosso vince l’inverno.

         Sulla siepe s’asciuga il bucato,

                   dolci cantano uccelli, olé!

         e mi vien voglia di rubarla,

                   ché un quarto di birra è roba da re.

 

Canta l’allodola, tirra-lirra,

                   olé, olé, il tordo e la quaglia,

         cantan l’estate alle pupe ed a me

                   che ruzzoliamo in mezzo alla paglia.

 

Son stato al servizio del principe Florizel, ed a suo tempo ho portato un bel velluto spesso, ma ora sono a spasso.

 

Ma devo forse piangere, mia cara?

                   Splende la luna bianca nella notte;

         io me ne vado a zonzo qua e là,

                   ed è la miglior vita che mi va.

 

         Se agli stagnini è lecito campare

                   portando borsa in pelle di maiale,

         allora anch’io posso rendere conto

                   dichiarando il mestiere sulla gogna.

 

Io traffico in lenzuola; quando il nibbio fa il nido, attenti ai fazzoletti. Mio padre mi ha chiamato Autolico; che, essendo anche lui, come me, nato sotto Mercurio, era pure lui un arraffatore di cosette da poco. Con dadi e sottane mi son procurato questa bardatura, e il mio guadagno si basa su imbrogliucci fatti agli sciocchi. La strada maestra no; là comandano forca e bastone, ed io ho troppa paura di finire bastonato o impiccato: quanto all’altra vita, ci dormo su e non ci penso. Ma arriva un pollo, un pollo!

 

Entra il contadino.

 

CONTADINO

Vediamo un po’: undici montoni fanno una balla di lana; una balla rende una sterlina e rotti scellini: mille e cinquecento tosature, quanta lana danno?

 

AUTOLICO (a parte)

Se il cappio tiene, il galletto è mio.

 

CONTADINO

Non so farlo senza le pallotte. Vediamo; cosa devo comprare per la nostra festa della tosatura? Tre libbre di zucchero, cinque libbre di sultanina, riso – che se ne farà mia sorella del riso? Ma mio padre l’ha nominata signora della festa e lei vuol far le cose per benino. Mi ha preparato ventiquattro mazzolini per i tosatori, tutti capaci di cantare a tre voci, ed anche molto bravi; ma quasi tutti tenori e bassi tranne un puritano in mezzo a loro, che canta i salmi con la cornamusa. Devo trovare lo zafferano per colorare le focacce di pera; la cannella; i datteri, no – non sono sulla lista; noci moscate: sette; una radice o due di zenzero, ma questo me lo faccio regalare; quattro libre di prugne, e altrettante di uva passa.

 

AUTOLICO

Non fossi mai nato! (Torcendosi al suolo)

 

CONTADINO

In nome di me stesso!

 

AUTOLICO

Oh, aiutatemi, aiutatemi! Strappatemi via questi stracci, e poi, la morte venga, la morte!

 

CONTADINO

Ohimè, pover’anima! Tu hai bisogno di più stracci addosso, non di toglierti codesti.

 

AUTOLICO

O signore, la loro schifezza m’offende di più delle botte che ho preso, che eran da orbi, e a milioni.

 

CONTADINO

Ahimè, pover’uomo! Un milione di botte son davvero tante.

 

AUTOLICO

Son derubato, signore, e malmenato; m’han preso soldi e vestiti, e rivestito di queste schifezze.

 

CONTADINO

E cos’era, cavallerizzo o pedestre?

 

AUTOLICO

Pedestre, dolce signore, pedestre.

 

CONTADINO

Eh, non poteva esser altro, visto i panni che ti ha lasciato: se codesta fosse giubba di cavallerizzo, ne avrebbe fatto di servizio duro. Dammi la mano che ti aiuto; su, dammi la mano.

 

AUTOLICO

O buon signore, piano; ahi!

 

CONTADINO

Ahimè, pover’anima!

 

AUTOLICO

O buon signore, piano, buon signore! Temo, signore, che mi s’è scavicchiata la scapola.

 

CONTADINO

Allora, non puoi star ritto?

 

AUTOLICO

Piano, buon signore (Gli fruga nelle tasche); buon signore, piano. M’avete fatto un’azione caritatevole.

 

CONTADINO

Ti servon soldi? Posso dartene un po’.

 

AUTOLICO

No, buon signor mio dolce; no, vi scongiuro, signore: ho un parente a non più di tre quarti di miglio da qui; stavo appunto andando da lui: là avrò denaro e qualsiasi cosa di cui abbia bisogno: non offritemi denaro, vi prego; è una cosa che mi spezza il cuore.

 

CONTADINO

Che tipo era quello che vi ha derubato?

 

AUTOLICO

Un tipo, signore, che ho già visto andare in giro col gioco delle palle: so che una volta è stato al servizio del principe: non saprei dirvi, buon signore, per quale delle sue virtù, ma è certo che fu mandato via a frustate dalla corte.

 

CONTADINO

Quale dei suoi vizi, volevate dire; perché nessuna virtù vien cacciata a frustate dalla corte: anzi, fan di tutto per tenersela lì; eppure lei non ci resta mai tanto.

 

AUTOLICO

Vizi, appunto, volevo dire, signore. Conosco bene quest’uomo; dopo d’allora ha lavorato con le scimmie ammaestrate, poi ha fatto l’usciere di tribunale (il balivo), poi si comprò e portò in giro i burattini del Figliol Prodigo, quindi sposò la moglie di uno stagnino a meno d’un miglio da dove io ci ho casa e proprietà; e così, dopo d’esser svolazzato da un lavoro bricconesco all’altro, ora s’è specializzato in furfante e basta. Certuni lo chiamano Autolico.

 

CONTADINO

Peste lo colga! Un furfante, sicuro, un furfante: imperversa alle sagre, alle fiere e ai combattimenti degli orsi.

 

AUTOLICO

Verissimo, signore, è lui, signore, è lui: ecco il delinquente che mi ha messo in questo addobbo.

 

CONTADINO

Non c’è canaglia più vigliacca in tutta Boemia: bastava far l’occhio cattivo e sputargli addosso che sarebbe scappato.

 

AUTOLICO

Devo confessarvi, signore, che io non so fare a botte: non son proprio il tipo; e lui l’ha capito, ne son sicuro.

 

CONTADINO

Come vi sentite ora?

 

AUTOLICO

Signor mio dolce, molto meglio di prima: ora posso reggermi e camminare: perciò mi congedo da voi e piano piano m’incammino verso quel mio parente.

 

CONTADINO

Vuoi che ti accompagni?

 

AUTOLICO

No, signor faccia-buona; no dolce signore.

 

CONTADINO

E allora, buon viaggio: io devo andare a comprar spezie per la nostra festa della tosatura. Esce.

 

AUTOLICO

State bene, dolce signore! Alla vostra borsa manca ora il pepe per comprare le spezie. Verrò anche alla vostra tosatura: se lì non faccio doppietta, e i tosatori non diventano pecore nude, togliete il mio nome dall’albo e mettetelo sul libro delle persone perbene!

 

Canzone.    Trotta trotta sul sentiero,

                            forza bello, salta, hop-là;

                   cuor contento va lontano,

                            cuore triste resta qua. Esce.


ATTO QUARTO – SCENA QUARTA

Entrano Florizel (e) Perdita (seguiti, a poca distanza, da) Pastore, Contadino; Polissene, Camillo, (travestiti); Mopsa, Dorca, servitori, (pastori e pastorelle).

 

FLORIZEL

Questo insolito costume, ogni vostra parte

mette in risalto: non pastora, ma Flora che spunta

sulla fronte di aprile. Questa vostra tosatura

è come un raduno di semidei,

e voi la sua regina.

 

PERDITA

Messere, mio grazioso signore,

non spetta a me sgridarvi per le vostre stravaganze –

O, perdonate che ve le nomino! La vostra alta persona,

modello d’eleganza nel paese, avete nascosto

in un costume di pastore, e me, povera, umile ragazza,

addobbato come una dea: per fortuna alle nostre feste

la pazzia si serve ad ogni portata, e i convitati

son usi a digerirla, sennò arrossirei

a vedervi così vestito; e potrei svenire, penso,

se mi vedessi in uno specchio.

 

FLORIZEL

Benedico l’ora

che il mio buon falcone volò sopra

il campo di tuo padre.

 

PERDITA

Giove ve ne dia ragione!

A me la differenza fa paura (la vostra nobiltà

non è abituata a temere): anche ora io tremo

a pensare che vostro padre potrebbe, per un caso,

passare di qui, come successe a voi: o fati!

Come s’aggrotterebbe nel vedere l’opera sua, così alta,

messa in così vile copertina! Che direbbe? Ed io,

come potrei, in queste vesti posticce, sostenere

la sua severa presenza?

 

FLORIZEL

Prova

soltanto allegria. Gli stessi dèi,

umiliando all’amore la loro divinità, assunsero

forme di animali: Giove

si fece toro, e muggì; il verde Nettuno

caprone, e belò; e il dio rivestito di fuoco,

l’aureo Apollo, povero umile pastore,

come io appaio adesso. Le loro metamorfosi

mai avvennero per una bellezza più rara,

o in modo così casto, poiché il mio desiderio

non corre avanti al mio onore, né la mia passione

brucia più forte della mia fedeltà.

 

PERDITA

O, ma signore,

il vostro proposito non potrà durare quando sarà,

come sarà per forza, avversato dalla potenza del re:

allora solo una di due necessità

potrà parlare, che voi cambiate idea

o io la vita.

 

FLORIZEL

Tu, Perdita carissima,

con questi strani pensieri, ti prego, non sciupare

l’allegria della festa. O sarò tuo, mia cara,

o non di mio padre. Perché non posso esser

di me stesso, né niente per nessuno, se

non son tuo. A questo resterò costante

anche se il destino dica di no. Allegra, mia cara,

soffocate questi pensieri con qualsiasi cosa

che vediate adesso. Ecco i vostri ospiti:

siate gaia in volto, come fosse il giorno

di celebrare le nozze che

noi due ci siamo giurati.

 

PERDITA

O dea Fortuna,

siateci propizia!

 

(Il Pastore, il Contadino, Mopsa, Dorca, e altri si fanno avanti, insieme a Polissene e Camillo travestiti.)

 

FLORIZEL

Vedete, i vostri ospiti s’avvicinano;

preparatevi a intrattenerli allegramente, e

facciamoci rossi di gioia.

 

PASTORE

Vergogna, figlia! Quando la mia vecchia era viva,

in questo giorno era tutto, vivandiera, cantiniera, cuoca,

signora e cameriera; accoglieva tutti, serviva tutti;

faceva la sua cantatina e il suo balletto; ora stava qui

a capotavola, ora nel mezzo;

alle spalle di uno e poi di un altro; la faccia in fiamme

per il gran daffare, e quello che prendeva per rinfrescarsi

lo beveva alla salute di ciascuno. Tu te ne stai là

come se fossi una festeggiata e non

la padrona di casa; prego, dai

a questi amici sconosciuti il benvenuto,

è così che ci si conosce meglio e si diventa migliori amici.

Su, basta coi rossori, e presentati

per quella che sei, la padrona della festa. Avanti,

da’ il benvenuto ai tuoi tosatori,

che il tuo buon gregge prosperi.

 

PERDITA (a Polissene)

Signore, benvenuto:

mio padre vuole che io m’assuma

l’ospitalità del giorno. (A Camillo) Siate il benvenuto, signore.

Dammi quei fiori laggiù, Dorca. Venerandi signori,

a voi il rosmarino e la ruta; questi conservano

freschezza e profumo per tutto l’inverno:

grazia e ricordo portino a voi due,

benvenuti alla nostra tosatura!

 

POLISSENE

Pastora –

bella pastora – la canizie nostra bene s’adatta

ai vostri fiori d’inverno.

 

PERDITA

Signore, quando l’anno declina,

e non è morta ancora l’estate, né è nato

il tremolante inverno, i fiori più belli della stagione

sono i garofani e le violaciocche screziate,

che alcuni chiamano bastarde di natura: ma questo genere

non cresce nel nostro rustico giardino, né io mi curo

di cercarne i virgulti.

 

POLISSENE

Perché mai, gentile fanciulla,

li trascurate?

 

PERDITA

Perché ho sentito dire

che, nella loro screziatura, c’è un’arte che rivaleggia

con la grande natura creatrice.

 

POLISSENE

E sia;

ma non c’è mezzo per migliorare la natura

che da natura non venga: così, sopra quell’arte

che, come voi dite, aggiunge qualcosa alla natura, c’è un’arte

che la natura fa. Vedete, dolce fanciulla, noi sposiamo

un nobile virgulto al più rozzo tronco,

e facciamo concepire una vile corteccia

accoppiandola a un seme più nobile. Questa è un’arte

che corregge la natura – anzi la cambia –

ma quell’arte stessa è natura.

 

PERDITA

È così.

 

POLISSENE

E allora riempite il vostro giardino di fiori screziati

e non chiamateli bastardi.

 

PERDITA

Non pianterò

in terra il piuolo per fissarvi uno di questi innesti;

non più di quanto, s’io fossi dipinta, vorrei

che questo giovane mi trovasse bella e solo per questo

desiderasse aver figlioli da me. Ecco fiori per voi:

lavanda fragrante, menta, santoreggia, maggiorana,

il fiorrancio, che va a letto col sole

e con lui s’alza, piangendo: questi son fiori

di mezza estate, e io penso che si diano

a uomini di mezza età. Benvenuti.

(Dà loro i fiori)

 

CAMILLO

Se fossi del vostro gregge, smetterei di brucare,

e vivrei solo ammirando.

 

PERDITA

Non sia mai!

Sareste così magro che le raffiche di gennaio

vi soffierebbero attraverso. Ora mio bellissimo amico, (A Florizel)

vorrei avere fiori di primavera, adatti

alla vostra stagione; e alla vostra, e alle vostre,

(A Mopsa e alle altre ragazze)

che ancora portate sugli intatti rami

il bocciolo della verginità. O Proserpina,

avessi adesso i fiori che, spaventata, lasciasti cadere

dal carro di Plutone! Narcisi

che arrivano prima che la rondine s’azzardi, e innamorano

i venti di marzo di loro bellezza; umili violette,

ma più soavi delle palpebre di Giunone

e del fiato di Venere; primule pallide

che muoiono non maritate, prima di vedere

lo splendido Febo nel suo vigore (una malattia

molto comune tra le fanciulle); le ardite primule gialle

e l’imperiale corona; gigli di tutti i tipi,

tra i quali il fiordaliso. Questi io non ho,

per farvene ghirlande; e il dolce amico mio,

coprire da capo ai piedi!

 

FLORIZEL

E che, come un morto?

 

PERDITA

No, come un prato, perché l’amore vi si stenda e giochi:

non come un morto; o anche, coperto di fiori, ma non per seppellirvi,

ma vivo, e nelle mie braccia. Venite, prendete i vostri fiori:

mi sembra di recitare come li ho visti fare

nelle pastorali a Pentecoste: certo questo mio abito

mi cambia carattere.

 

FLORIZEL

Quel che fate

non fa che migliorare quel che avete fatto. Quando parlate, cara,

vorrei che lo faceste sempre: quando cantate,

vorrei che cantaste mentre vendete e comprate, mentre fate l’elemosina,

nel pregare, e nelle vostre faccende,

sempre cantando: quando ballate, vorrei che foste

un’onda del mare, e non faceste altro,

ma sempre foste in moto, sempre così,

senz’altra funzione. Ogni vostra azione,

in ogni particolare così perfetta,

corona ciò che fate in quel momento,

sì che regale è ogni vostro atto.

 

PERDITA

O Doricle,

le vostre lodi passan la misura: se la vostra giovinezza,

e il sangue sincero che in essa traspira,

non rivelassero in voi un pastore senza macchia,

io potrei con ragione temere, Doricle mio,

che voi mi corteggiate a un fine disonesto.

 

FLORIZEL

Penso che abbiate

così poca ragione di temere come io ho intenzione

di darvene motivo. Ma venite; è la nostra danza, prego,

la vostra mano, Perdita: così s’appaiano le tortore

che non si vogliono più separare.

 

PERDITA

Lo potrei giurare.

 

POLISSENE

Questa è la contadinella più carina che mai

abbia corso sulle zolle erbose: la sua figura,

i gesti, tutto ha un qualcosa di superiore a lei stessa,

troppo nobile per quest’ambiente.

 

CAMILLO

Lui le dice qualcosa

che fa fare capolino al suo sangue: in verità, questa

è la regina della panna e delle ricotte.

 

CONTADINO

Avanti, musica!

 

DORCA

Mopsa dev’essere la vostra innamorata: caspita! Ci vuole un po’ d’aglio per profumare i suoi baci!

 

MOPSA

Ma senti questa!

 

CONTADINO

Zitte ora, basta; non siamo dei bifolchi.

Avanti, suonate!

 

(Musica). Segue una danza di pastori e pastore.

 

POLISSENE

Vi prego, buon pastore, chi è il bel giovanotto

che danza con vostra figlia?

 

PASTORE

Lo chiamano Doricle, e si vanta

d’avere un bel pascolo: è da lui stesso

che lo so e ci credo;

ha una faccia sincera. Dice d’amare mia figlia:

e anch’io lo credo; perché mai tanto fissò la luna

l’acqua come lui se ne sta a leggere,

diciamo, negli occhi di mia figlia; e, a parlar chiaro,

penso che non ci corra un mezzo bacio tra i due,

a chi ama l’altro di più.

 

POLISSENE

È brava a ballare.

 

PASTORE

È così in tutto: non dovrei dirlo io,

che dovrei star zitto. Se il giovane Doricle

si decide per lei, ella gli porterà

ciò che lui neanche si sogna.

 

Entra un servitore.

 

SERVITORE

Padrone! Se solo sentiste il venditore ambulante qui fuori, vi passerebbe la voglia di ballare ancora a tamburino e piffero; e neppure la cornamusa vi potrebbe smuovere: quello canta tante canzoni diverse più svelto di quanto voi contate le monete; le tira fuori come se avesse mangiato ballate e nessuno riusciva a smettere d’ascoltarlo.

 

CONTADINO

Non poteva arrivare più a proposito: che entri. Io per le ballate vado matto, soprattutto se son storie tristi cantate allegramente, o roba molto allegra in tono lamentoso.

 

SERVITORE

Ha canzoni per uomo e per donna, di ogni tipo: neppure un merciaio ha guanti che calzano così bene i suoi clienti: per le ragazze ha bellissime canzoni d’amore, e senza porcate (il che è strano); con ritornelli così delicati di trallallallero, trallallallà, cioncala qui e zompala là; e quando qualche sporcaccione sta, diciamo, per vederci la malizia e vuole cacciarvi una battuta oscena, ecco che lui fa rispondere la ragazza “Oplà, buon uomo, non mi toccare”; ci resta male, preso per scemo con “Oplà, buon uomo, non mi toccare.”

 

POLISSENE

Un gran bel tipo.

 

CONTADINO

Credimi, parli di uno davvero ingegnoso. E dimmi, ha merce di buona qualità?

 

SERVITORE

Ha nastri di tutti i colori dell’arcobaleno; più ricami a più punti di quanti ne possano tirar fuori gli avvocatoni di tutta Boemia, anche se comprassero da lui all’ingrosso; fettucce, svolazzine, cambrì, lini di Reims: e poi ci canta sopra come se fossero dèi o dee; quasi vi convince che una camicia è un’angioletta, tanto ne decanta il polsino e il ricamo dello sparato.

 

CONTADINO

Ti prego, portalo dentro; e fa che arrivi cantando.

 

PERDITA

Avvertilo di non usare sconcezze nelle sue canzoni.

(Esce il servitore.)

 

CONTADINO

Ci son di questi girovaghi, sorella, che hanno in loro più di quanto si penserebbe.

 

PERDITA

Sì, fratello caro, o più di quanto si può aver voglia di pensare.

 

Entra Autolico, cantando.

 

Neve fresca è questo lino,

         tela cipriota di nero corvino,

         guanti che sanno di rose damaschine,

         per nasi e facce, ecco mascherine:

         ambra da collana, perline da bracciale,

         profumi per la camera nuziale:

         belle pettorine e cuffiette dorate

         donate giovanotti alle vostre fidanzate:

         spille, spillette, fermagli e spilloni

         servono alle donne, dalla testa ai talloni:

         Venite a comprare! Venite a comprare!

         Orsù giovanotti, non fatele frignare!

         Forza ragazzi, comprate!

 

CONTADINO

Se non fossi innamorato di Mopsa, non l’avresti un soldo da me; ma impacchettato come sono bisognerà anche impacchettare un po’ di nastri e guanti.

 

MOPSA

La promessa era per prima della festa, ma non è troppo tardi neppure ora.

 

DORCA

Ti ha promesso ben di più, se non ci son bugiardi in giro.

 

MOPSA

A te ha dato tutto quel che ha promesso: forse anche di più, che ora ti farà vergogna ridarglielo indietro.

 

CONTADINO

Ma dove son finite le buone maniere delle ragazze? Sta a vedere che ora metteranno in mostra le parti di sotto al posto delle facce. Non vi basta l’ora della mungitura, o quella di andare a letto, o quando state davanti al fuoco per borbottarvi questi segreti, che ora dovete spiattellarli qui davanti a tutti i nostri invitati? Meno male che bisbigliano tra di loro: chiudete il becco, ora, e non più una parola.

 

MOPSA

Io ho finito. Allora, mi hai promesso uno scialle a colori e un paio di guanti profumati.

 

CONTADINO

Non ti ho detto che son stato truffato per strada e mi han rubato tutti i soldi?

 

AUTOLICO

E veramente, signore, ci son truffatori in giro, per cui conviene fare attenzione.

 

CONTADINO

Non aver paura, brav’uomo, qui non ti mancherà niente.

 

AUTOLICO

Lo spero bene, signore, perché ho con me molti oggetti di valore.

 

CONTADINO

Cos’hai qui, ballate?

 

MOPSA

Ti prego comprane qualcuna: a me piace un mondo una ballata stampata, perché così uno è sicuro che è vera.

 

AUTOLICO

Eccone una, con melodia dolente, su come la moglie di un usuraio partorì venti borse di denaro in una volta, e come ebbe voglia di mangiare teste di vipera e rospi alla griglia.

 

MOPSA

Pensate che è vero?

 

AUTOLICO

Verissimo, ed è successo solo il mese scorso.

 

DORCA

Dio mi salvi dallo sposare un usuraio.

 

AUTOLICO

C’è pure il nome della levatrice, una certa signora Casciabal, e cinque o sei oneste comari ch’eran presenti al fatto. Perché dovrei portare in giro fatti non veri?

 

MOPSA

Allora su, comprala.

 

CONTADINO

Per ora mettetela da parte; fateci prima vedere altre ballate: poi compreremo altre cose.

 

AUTOLICO

Ecco un’altra ballata di un pesce che apparve sulla costa il mercoledì ottanta d’aprile, a quarantamila braccia sopra il mare, e che cantò questa ballata contro il cuor duro delle ragazze: si pensò che fosse una donna, e che fu mutata in freddo pesce perché rifiutava i rapporti carnali a uno che l’amava. La ballata è molto triste, e altrettanto vera.

 

DORCA

Pensate che anche questa è vera?

 

AUTOLICO

C’è l’autenticazione con la firma di cinque giudici, e più testimoni che potrebbe contenere il mio sacco.

 

CONTADINO

Mettete anche questa da parte: un’altra.

 

AUTOLICO

Questa è una ballata allegra, ma assai graziosa.

 

MOPSA

Sì, vediamone qualcuna allegra.

 

AUTOLICO

Allora, eccone una allegrissima che si accompagna col motivo “A un uomo due ragazze facevano la corte”; a ponente ormai quasi tutte le ragazze la sanno cantare; vi assicuro che incontra moltissimo.

 

MOPSA

Noi due la sappiamo: se tu vuoi fare una parte, la sentirai visto che è fatta per tre voci.

 

DORCA

Abbiamo imparato la musica un mese fa.

 

AUTOLICO

La mia parte la so fare, sapete, è il mio mestiere: forza, allora, assieme:

 

Canzone.

 

AUTOLICO

Fatevi da parte, ch’io debbo andare,

         dove è bene che non sappiate.

 

DORCA

Dove?

 

MOPSA

O dove?

 

DORCA

Dove?

 

MOPSA

La promessa mi facesti

         del tuo cuore rivelar…

 

DORCA

A me anche: fammi andar.

 

MOPSA

Al granaio od al mulino andrai.

 

DORCA

Se in entrambi, saran guai.

 

AUTOLICO

Non nell’altro e non nell’uno.

 

DORCA

Come, nessuno?

 

AUTOLICO

No, nessuno.

 

DORCA

Mi giurasti d’esser mio.

 

MOPSA

Lo giurasti a me di più:

         ed allora dove andrai? dimmi, dove?

 

CONTADINO

Canteremo questa canzone tra di noi più tardi: mio padre e quei signori sono immersi in discorsi seri e non è il caso di disturbarli. Prendete il vostro sacco e venitemi appresso. Ragazze, comprerò roba per tutte e due. Merciaio, vogliamo la qualità migliore. Seguitemi, ragazze.

(Esce con Dorca e Mopsa.)

 

AUTOLICO

E avrete anche il miglior prezzo.

 

Canzone.

 

Vuoi comprare un bel nastrino,

                   o un merletto al mantellino,

         tesoruccio mio carino, bella?

                   Della seta, un fil dorato,

                   per il capo un bigiottino,

         del più nuovo, del più fino, il più bello del mercato?

                   Vieni al sacco del mercante,

                   con i soldi mediatori,

         ogni merce n’esce fuori. Esce.

 

(Entra il servitore.)

 

SERVITORE

Padrone, c’è tre carrettieri, tre pastori, tre vaccari, tre porcari, che son tutti diventati uomini pelosi e si fan chiamare “sàltiri” e fanno una danza che le ragazze dicono che è solo un’accozzaglia di gambate perché loro non ci sono dentro, ma le stesse son d’accordo che (se non è troppo forte per gente che sa appena giocare a bocce) piacerà moltissimo.

 

PASTORE

No, niente da fare: per oggi basta buffonate campagnole. Lo so, signore, che il nostro trattenimento è stancante per voi.

 

POLISSENE

Ma voi stancate quelli che ci divertono: prego, fateci vedere questi quattro trii di bovari.

 

SERVITORE

Un trio di cotali, secondo quanto dicono gli stessi, signore, ha danzato davanti al re; e anche il meno abile dei tre salta almeno dodici piedi e mezzo, misurati col righello del falegname.

 

PASTORE

E non far tante storie: visto che queste brave persone son contente, falli entrare; muoviamoci, però.

 

SERVITORE

Diavolo, son qui alla porta, signore.

 

Segue una danza di dodici satiri.

 

POLISSENE

Vecchio mio, presto ne saprete di più.

(A Camillo) Non è andata troppo avanti? È ora di separarli.

È un ingenuo e parla troppo. (A Florizel) Allora, bel pastore!

Il vostro cuore è pieno di qualcosa che vi distoglie

dalla festa. In verità, quand’ero giovane

e facevo all’amore, come voi adesso, solevo

ricoprire di gingilli la mia bella: io avrei saccheggiato

il tesoro di seta del mercante, e l’avrei rovesciato su di lei

perché scegliesse; voi l’avete lasciato andare

senza comprare nulla. Se la vostra ragazza

interpretasse male e chiamasse ciò

freddezza in amore o tirchieria, non sarebbe facile

replicare, almeno se v’importa

di tenervela cara.

 

FLORIZEL

Canuto signore, io so

ch’ella non tiene a queste cianfrusaglie:

i doni che s’aspetta da me sono raccolti e chiusi

nel mio cuore, che già le ho dato,

anche se non consegnato. Sentimi mentre ti dedico la vita

davanti a questo venerando signore, che, si direbbe,

ha amato un tempo. Io prendo la tua mano, mano

soffice come piume di colomba, e come questa bianca,

o come dente d’etiope, o come neve sparsa nell’aria

e due volte vagliata dai soffi di borea.

 

POLISSENE

E cosa ne segue?

Guarda con quale grazia il bel pastore sembra lavare

la mano che già candida era prima! Vi ho interrotto:

ma torniamo alle vostre declamazioni: ch’io senta bene

quello che dichiarate.

 

FLORIZEL

Fatelo, e siatemi testimone.

 

POLISSENE

Anche il signore qui accanto a me?

 

FLORIZEL

E lui e altri ancora,

l’umanità, la terra, i cieli, il tutto;

che se io fossi incoronato il più imperiale monarca,

e di tal dignità il più degno, s’io fossi il più bel giovane

che mai facesse girar lo sguardo, avessi forza e prudenza

più che mai ebbe uomo, non me ne importerebbe

senza il suo amore; per lei, userei tutto questo

al suo servizio tutto destinerei,

o dannerei alla malora.

 

POLISSENE

Una bella dichiarazione.

 

CAMILLO

Dimostra un solido affetto.

 

PASTORE

Ma voi figlia mia,

a lui dite lo stesso?

 

PERDITA

Io non so parlare

così bene, niente affatto così bene; no, né pensar meglio:

ma sullo stampo dei miei pensieri, ritaglio

la purezza dei suoi.

 

PASTORE

Datevi la mano – è cosa fatta!

E voi, amici sconosciuti, ne sarete testimoni.

Io gli do mia figlia e le farò una dote

uguale alla sua.

 

FLORIZEL

O, quella ha da essere

nella virtù di vostra figlia: alla morte di qualcuno

io avrò più di quanto al momento potete immaginare;

tanto allora, da destare la vostra meraviglia. Su dunque,

uniteci davanti a questi testimoni.

 

PASTORE

Datemi la mano;

e voi, figlia, la vostra.

 

POLISSENE

Piano, pastore, un istante, vi prego;

avete un padre?

 

FLORIZEL

Sì, e con ciò?

 

POLISSENE

Sa lui di questo?

 

FLORIZEL

Non lo sa, né dovrà saperlo.

 

POLISSENE

Mi sembra che un padre

è agli sponsali del figlio il convitato

più adatto a sedere a tavola. Un’altra cosa, prego:

è vostro padre diventato incapace

di ragionare, istupidito

dall’età o dai flussi catarrali? Può parlare? Udire?

Riconoscere una persona dall’altra? Occuparsi dei propri beni?

O è costretto a letto, capace soltanto di rifare

quello che faceva da bambino?

 

FLORIZEL

No, buon signore;

È in buona salute, anzi più vigoroso invero

dei più della sua età.

 

POLISSENE

Per la mia bianca barba,

voi gli fate, se è così, un torto

ben poco filiale: è giusto che un figlio

scelga da sé la moglie, ma è giusto anche

che il padre (la cui gioia è tutta

in una bella discendenza) abbia un certo suo peso

in quest’affare.

 

FLORIZEL

Concedo tutto questo;

ma per altre ragioni, mio grave signore,

che non è opportuno rivelarvi, io non informo

mio padre della faccenda.

 

POLISSENE

Fate che lo s’informi.

 

FLORIZEL

Non lo sarà.

 

POLISSENE

Ti prego, fallo.

 

FLORIZEL

No, non deve.

 

PASTORE

Fallo figliolo: non avrà da lamentarsi

al conoscere la tua scelta.

 

FLORIZEL

Andiamo, andiamo, non deve.

Pensate al nostro contratto.

 

POLISSENE

Pensate al vostro divorzio, giovane signore, (Scoprendosi)

che non m’azzardo a chiamare figlio; sei troppo infame

perch’io ti riconosca: tu l’erede di uno scettro,

che sospiri per il bastone contorto del pecoraio! E tu, vecchio traditore,

mi spiace che impiccandoti t’accorcio la vita

solo di una settimana. E tu poi, fresco esemplare

di consumata stregoneria, che per forza dovevi conoscere

il regale idiota con cui hai a che fare, …

 

PASTORE

Oh, il mio cuore!

 

POLISSENE

Farò scorticare sui rovi la tua bellezza e ti farò

più scadente del tuo stato. Quanto a te, giovane stupido,

se mai vengo a sapere che solo anche sospiri

perché non rivedrai più questa cosuccia (poiché voglio

che mai la riveda), noi ti escluderemo dalla successione;

non ti considereremo del nostro sangue, no, neppure un parente

più lontano di Deucalione: ricorda le mie parole!

Seguici a corte. Tu zoticone, per questa volta,

anche se hai meritato il nostro sdegno, t’affranchiamo

dal suo castigo mortale. E tu, incantatrice, –

ben degna di un pecoraio; ma sì, anche di lui,

se la cosa non toccasse il nostro onore, che s’abbassa

fino ad essere indegno di te. Se mai d’ora in poi

gli aprirai questi rurali chiavistelli

o mai gli stringerai il corpo nei tuoi abbracci,

io ti preparerò una morte crudele almeno quanto

tu sei tenera per essa. Esce.

 

PERDITA

Anche se perduta,

non ho avuto molta paura, anzi una o due volte

stavo quasi per parlare, e dirgli francamente,

che lo stesso sole che illumina la sua corte

non storce il viso dalla nostra capanna, ma

a tutti splende uguale. Volete, prego, andarvene, signore?

Vi avevo detto come sarebbe finita: vi prego,

occupatevi del vostro stato: questo mio sogno…

ora che sono sveglia, non sarò più regina un solo istante,

ma mungerò le mie pecore e piangerò.

 

CAMILLO

Allora, padre!

Di’ qualcosa prima di morire.

 

PASTORE

Non posso parlare, né pensare,

né oso sapere quel che so. O, signore!

Avete distrutto un uomo di ottantatré anni,

che pensava di scendere in pace nella tomba; sì,

di morire nel letto in cui morì mio padre,

e giacere vicino alle sue oneste ossa: ma ora

un boia mi metterà il sudario e deporrà

in terra sconsacrata. O disgraziata,

tu sapevi che questo era il principe, ma t’arrischiasti

con lui a scambiar promessa! Rovinato sono! Rovinato!

Se di morire adesso mi è concesso, sarò vissuto

quanto ho desiderato. Esce.

 

FLORIZEL

Perché mi guardate così?

sono afflitto, ma non spaventato; ostacolato,

ma in niente mutato: quello che ero, sono;

anzi più desideroso per l’esser trattenuto; e deciso

a non obbedire controvoglia al mio guinzaglio.

 

CAMILLO

Mio grazioso signore,

voi conoscete il temperamento di vostro padre: adesso

non vuol sentir discorsi (né credo che voi

abbiate intenzione di fargliene) e temo sia anche difficile

che sopporterà di vedervi per il momento:

perciò, finché la furia di sua maestà non s’è calmata,

non comparitegli dinnanzi.

 

FLORIZEL

Non ne ho intenzione.

Camillo, suppongo?

 

CAMILLO

Proprio lui, mio signore.

 

PERDITA

Quante volte vi ho detto che sarebbe andata così!

Quante volte ho detto che la mia dignità sarebbe durata

solo finché non scoperta!

 

FLORIZEL

Essa non può fallire, se non

per violazione della mia promessa; e allora

che la natura schiacci i fianchi della terra,

e imputridisca i germi che contiene! Alza gli occhi:

dalla successione cancellami, padre; io

sono l’erede del mio amore.

 

CAMILLO

Siate ragionevole.

 

FLORIZEL

Lo sono, seguendo il mio vero amore. Se la ragione

a lui sarà obbediente, io sarò razionale;

se no, i miei sensi preferiranno la pazzia,

e a lei daranno il benvenuto.

 

CAMILLO

Questo è disperato, signore.

 

FLORIZEL

Chiamatelo così: ma soddisfa il mio voto;

perciò io debbo trovarlo giusto. Camillo,

non per la Boemia, né per la pompa che a me

ne verrebbe: per tutto ciò che vede il sole,

o la terra racchiude nel suo grembo, o il profondo mare cela

in abissi inscandagliabili, non romperei la mia promessa

a questo bell’amor mio. Perciò, vi prego,

voi che siete l’amico più ascoltato di mio padre,

quando non mi troverà – poiché, invero non intendo

mai più rivederlo, – buttate i vostri buoni consigli

sulla sua rabbia: per l’avvenire, lasciate

che me la veda io con il destino. Questo vi è dato sapere

e riferire, io prendo il mare

con lei che su questa sponda mi è negata;

e assai opportuna al nostro bisogno, ho giusto

una nave ormeggiata qui vicino, anche se non preparata

a questo scopo. La rotta che intendo seguire

non servirà a voi conoscerla, né

a me farla sapere.

 

CAMILLO

O mio signore,

vorrei il vostro animo più aperto ai consigli,

o più indurito alle avversità.

 

FLORIZEL

Ascolta, Perdita.

(Conducendola da parte)

(A Camillo) Vi ascolterò tra un momento.

 

CAMILLO

È irremovibile.

Deciso alla fuga. Come sarei felice ora

se potessi volger la sua partenza al mio disegno,

salvarlo dal pericolo, servirlo con amore e con onore,

e a me procurare di nuovo la vista della cara Sicilia

e di quel re infelice, mio padrone, che

ho tanta sete di rivedere.

 

FLORIZEL

Eccomi a voi, buon Camillo;

sono così carico di affari preoccupanti che

trascuro le buone maniere.

 

CAMILLO

Signore, penso

abbiate inteso dei miei poveri servizi, nell’affetto

che porto a vostro padre?

 

FLORIZEL

Molti meriti

vi siete nobilmente guadagnati: parlare delle vostre azioni

è la musica di mio padre, né è piccola la sua preoccupazione

che esse siano ricompensate come sono apprezzate.

 

CAMILLO

Ebbene, mio signore,

se vi compiacete di pensare che io amo il re,

e per lui chi gli è più vicino, cioè

la vostra graziosa persona, adottate il mio piano,

se il vostro ben ponderato ed approvato progetto

può essere alterato. Sul mio onore,

v’indicherò dove sarete ricevuto

secondo il merito di vostra altezza; e dove potrete

godere della vostra signora; dalla quale, vedo,

non è possibile separarvi, se non a costo –

non voglia il cielo! – della vostra rovina. Sposatela,

e in vostra assenza io farò ogni sforzo

per cercar di placare vostro padre infuriato

ed indurlo al consenso.

 

FLORIZEL

Come, Camillo,

può questo quasi-miracolo esser fatto?

Ti chiamerei qualcosa più che un uomo

e poi m’affiderei tutto a te.

 

CAMILLO

Avete pensato

a un luogo dove andare?

 

FLORIZEL

Non ancora:

ma poiché un accidente inatteso è la causa

del nostro agire avventato, così ci dichiariamo

schiavi della fortuna e mosche

ad ogni vento che soffia.

 

CAMILLO

E allora, ascoltatemi:

questo vale, sempre che non vogliate cambiare d’avviso,

ma insistete nella fuga; drizzate per la Sicilia,

e là presentatevi, voi e la vostra bella principessa

(poiché vedo che tale ha da essere) davanti a Leonte:

ella sarà vestita come conviene

a chi divide il vostro letto. Già mi par di vedere

Leonte che vi apre le braccia ospitali e piangendo

vi dà il benvenuto; e dice”Perdono, figlio!”

come si trovasse innanzi a vostro padre; e bacia le mani

della vostra giovane principessa; e più volte ricorda

la sua crudeltà passata e la sua bontà presente;

la prima conseguendo all’inferno, all’altra augurando di crescere

più rapida del pensiero o del tempo.

 

FLORIZEL

Degno Camillo,

quale motivo per la mia visita

dovrò darmi davanti a lui?

 

CAMILLO

Inviato dal re vostro padre

per salutarlo e offrirgli conforto. Signore,

il modo di comportarvi verso di lui, insieme

a ciò che (come venisse da vostro padre) dovrete dirgli,

cose note solo a noi tre, ve lo metterò per iscritto:

col che avrete indicazioni per ogni incontro

sul quel che dovete dire; così ch’egli sia sicuro

che voi avete la fiducia di vostro padre

e parlate col suo cuore.

 

FLORIZEL

Vi sono obbligato:

c’è dell’accortezza in questo.

 

CAMILLO

È un piano più promettente

del selvaggio avventurarsi

in acque inesplorate, verso lidi sconosciuti; e certamente

esporsi alle calamità: senz’altra speranza a sostenervi

se non quella che prende il posto di quella che perdete:

nulla più in cui fidare oltre alle vostre ancore

che faranno del loro meglio a trattenervi

dove vi sarà odioso di restare. Inoltre, voi sapete

che la prosperità è il vincolo più saldo dell’amore,

il cui fresco colorito e il cuore insieme

l’angustia corrompe.

 

PERDITA

È vero solo in parte:

per me l’angustia può sottomettere la guancia,

ma non intaccare l’anima.

 

CAMILLO

Sì? Così pensate?

Non nascerà presto, in casa di vostro padre,

un’altra come voi.

 

FLORIZEL

Mio buon Camillo,

ella tanto sorpassa la sua condizione

quanto ci è inferiore per nascita.

 

CAMILLO

Non posso dire “peccato

che non sia istruita”, perché potrebbe esser maestra

di molti che insegnano.

 

PERDITA

Chiedo scusa, signore, per questo

ringraziandovi, io arrossisco.

 

FLORIZEL

Mia graziosissima Perdita!

Ma, oh, su quali spine stiamo! Camillo,

salvatore di mio padre, ed ora mio,

preservatore della casa nostra, come faremo?

Non siamo equipaggiati come eredi di Boemia,

né tali appariremo in Sicilia.

 

CAMILLO

Mio signore,

non temete per ciò. Penso sappiate che le mie sostanze

sono tutte laggiù: farò in modo

che siate regalmente fornito, come se

la commedia che recitate fosse mia. Per esempio, signore,

perché sappiate che nulla vi mancherà, – una parola.

(Parlano a parte)

 

Entra Autolico.

 

AUTOLICO

Ah, ah! Quanto è scema l’Onestà! E la Fiducia, poi, sua sorella giurata, una signora molto ingenua! Ho venduto tutto il mio ciarpame: non c’è più una pietra falsa, un nastro, uno specchietto, sacchetto d’aromi, spilla, taccuino, ballata, temperino, fettuccia, guanto, stringa, braccialetto o anello di corno a rompere il digiuno del mio sacco: dovevi vederli come sgomitavano per arrivare primi a comprare, come se le mie carabattole fossero santificate e portassero al compratore una benedizione: e a quel modo io vedevo quali borse erano meglio in vista; e quel che vedevo, lo ricordavo per mio profitto. Il mio villico (cui non manca in fondo molto per essere una persona ragionevole) ha perso talmente la testa per la canzone delle ragazzotte che non ha mosso le zampe finché non ha comprato e musica e parole; cosa che mi ha attirato intorno il resto della mandria, con tutti i loro sensi concentrati nelle orecchie; avresti potuto pizzicargli la chiappa che non sentivano niente; e castrare della borsa una braghetta era cosa da nulla; avrei potuto limar via chiavi dalle catene; proprio non sentivano, non provavano niente, solo la canzone di messere, tutti in estasi per quella stronzata. Così che in quel momento di languore ho pizzicato e tagliato via la maggior parte delle loro borse della festa; e se non fosse arrivato il vecchio a far baccano contro la figlia e il figlio del re, e a far scappare i gracchi dal becchime, non ne avrei lasciata una viva di borse in tutto l’esercito.

 

(Camillo, Florizel e Perdita si fanno avanti.)

 

CAMILLO

Sì, ma le mie lettere, a questo modo trovandosi là

quando voi arrivate, chiariranno quel dubbio.

 

FLORIZEL

E quelle che voi otterrete da re Leonte?

 

CAMILLO

Soddisferanno vostro padre.

 

PERDITA

Siate felice!

Tutto quello che dite è così bello.

 

CAMILLO (vedendo Autolico)

Chi è là?

Ci serviremo anche di costui; non trascureremo

nulla che possa tornarci utile.

 

AUTOLICO

Ora, se m’han sentito, – sarò impiccato.

 

CAMILLO

Allora, buon uomo! Perché tremi così? Non temere, da bravo; nessuno qui vuol farti del male.

 

AUTOLICO

Sono un pover’uomo, signore.

 

CAMILLO

Ma certo, continua ad esserlo; questo, vedrai che nessuno qui te lo porterà via: però per l’aspetto esterno della tua povertà, dobbiamo fare un cambio; perciò spogliati subito, – come puoi vedere, è un’emergenza – e cambia i tuoi abiti con questo signore: è lui a rimetterci, ma lo stesso prendi, qui c’è un compenso.

 

AUTOLICO

Io sono un pover’uomo, signore. (A parte) Vi conosco abbastanza bene voialtri.

 

CAMILLO

Forza allora, sbrigati: il signore s’è già mezzo spogliato.

 

AUTOLICO

Dite sul serio, signore? (A parte) Sento puzza di trucco.

 

FLORIZEL

Fa presto, ti prego.

 

AUTOLICO

In verità, ho avuto una caparra, ma in coscienza non posso accettare.

 

CAMILLO

Sciogli, sciogli!

(Florizel e Autolico si scambiano d’abito)

Fortunata signora – possano le mie parole

esser profetiche! – dovete accettare

qualche travestimento: prendete il cappello del vostro innamorato

e calcatevelo sugli occhi, nascondetevi il viso,

toglietevi il manto, e (più che potete) dissimulate

il vostro aspetto veritiero; sì che possiate

(poiché io temo gli occhi delle spie) salire a bordo

non riconosciuta.

 

PERDITA

Vedo, come è messa la commedia,

che debbo assumermi la mia parte.

 

CAMILLO

Non c’è rimedio.

Avete fatto costà?

 

FLORIZEL

Se ora dovessi imbattermi in mio padre

non mi chiamerebbe figlio.

 

CAMILLO

No, senza cappello.

(Dandolo a Perdita)

Venite, signora, venite. Statemi bene, amico.

 

AUTOLICO

Addio, signore.

 

FLORIZEL

O Perdita, che abbiamo dimenticato noi due?

Vi prego, una parola. (Si mettono da parte)

 

CAMILLO

La mia prossima mossa sarà di dire al re

di questa fuga e dove son diretti;

poiché la mia speranza è che riuscirò

a convincerlo ad inseguirli: così in sua compagnia

io rivedrò la Sicilia, alla cui vista

anelo, come una donna.

 

FLORIZEL

La fortuna ci accompagni!

Così, noi partiamo, Camillo, verso il mare.

 

CAMILLO

Più rapidi andiamo, meglio sarà.

Escono (Florizel, Perdita, e Camillo).

 

AUTOLICO

Ho capito l’affare, lo sento. Aver le orecchie aperte, l’occhio veloce, e la mano lesta, è necessario per il tagliaborse; un buon naso è anche un requisito per fiutare il lavoro degli altri sensi. Vedo che questo è il momento per l’uomo iniquo di prosperare. Questo sarebbe stato un bello scambio anche senza mancia! Che bella mancia c’è qui, con questo scambio! Certo gli dèi quest’anno ci sono propizi, e possiamo fare qualsiasi cosa sul momento. Il principe stesso sta per fare qualcosa di loschetto (scappar via da suo padre con quel suo ceppo appresso): se pensassi cosa onesta informarne il re, non lo farei: nasconderlo mi sembra più canagliesco; e in questo resto fedele alla mia professione.

 

Entrano il Contadino e il Pastore.

 

Mettiamoci da parte; mettiamoci da parte; ecco altro materiale per un cervello pepato: ogni culo di vicolo, ogni bottega, chiesa, assise, impiccagione all’uomo accorto offre occasione.

 

CONTADINO

Vedete, vedete; come siete ridotto! Non c’è altro da fare che dire al re che lei è una figlia di fata, e non carne e sangue vostri.

 

PASTORE

Ma no, ascoltami.

 

CONTADINO

Ma no, ascoltate me.

 

PASTORE

E allora, parla.

 

CONTADINO

Lei non essendo vostra carne e sangue, la vostra carne e sangue non ha offeso il re; e così la vostra carne e sangue non ha da esser punita da lui. Fate vedere le cose che avete trovato accanto a lei (quelle cose segrete, tutte tranne quello che lei ha con sé): facendo così, la legge può andare a quel paese, ve lo garantisco.

 

PASTORE

Dirò tutto al re, ogni parola, già, e anche le bravate di suo figlio; che, posso dire, non s’è comportato da persona perbene, né verso suo padre né verso di me; pensa un po’ che stava per farmi diventare cognato del re.

 

CONTADINO

Davvero, cognato era il massimo che sareste potuto diventare per lui e allora il vostro sangue sarebbe stato più caro, so io di quanto all’oncia!

 

AUTOLICO (a parte)

Assai ben detto, bischeroni!

 

PASTORE

Bene, andiamo dal re: ce n’è abbastanza in questo fagottino da fargli grattare la barba.

 

AUTOLICO (a parte)

Non so che impedimento può essere questa lagnanza alla fuga del signorino.

 

CONTADINO

Speriamo davvero che sia a palazzo.

 

AUTOLICO (a parte)

Anche se non sono onesto per natura, mi capita a volte d’esserlo per caso: ora mi tolgo questa escrescenza d’ambulante. (Si toglie la barba finta) Ehi là, rustici! dove siete diretti?

 

PASTORE

A palazzo, col permesso di vossignoria.

 

AUTOLICO

Che avete a fare là, con chi, che c’è in quel fagotto, dove abitate, il nome vostro, l’età, fortuna, condizione, e ogni altra cosa che è bene sapere, rivelate!

 

CONTADINO

Siamo solo gente comune, signore.

 

AUTOLICO

Menzogna; siete rozzi e pelosi. Non raccontatemi fandonie. Quelle s’addicono solo ai mercanti, che spesso le danno a intendere a noi soldati; ma poiché noi li ripaghiamo in buona moneta e non a pugnalate, vuol dire che non riescono a imbrogliarci.

 

CONTADINO

Vossignoria stava per rifilarcene una di fandonie se non si fosse fermata sull’atto.

 

PASTORE

Siete di palazzo voi, signore, se non vi spiace?

 

AUTOLICO

Gli piaccia o no, son di palazzo. Non vedi tu l’aria di palazzo in queste coperture? Non ha la mia andatura il ritmo della corte in sé? Non riceve il tuo naso l’odore di corte che emana da me? Non si riflette nella tua bassezza la mia alterigia cortigiana? O pensi tu forse che io non sia un cortigiano perché cerco di sapere gli affari tuoi con lusinghe e moine? Io son cortigiano da capo a piedi e tale che può spingere avanti o tirare indietro quel che hai da fare là: perciò ti ordino di esporre il tuo caso.

 

PASTORE

Il mio caso, signore, è per il re.

 

AUTOLICO

Chi è il tuo avvocato presso di lui?

 

PASTORE

Non capisco, se non vi spiace.

 

CONTADINO

Avvocato è gergo di palazzo per fagiano: dite che non ne avete.

 

PASTORE

Non ne ho, signore; non ho nessun fagiano, maschio o femmina.

 

AUTOLICO

Beati noi che uomini semplici non siamo!

Eppur natura poteva ben crearmi un pari loro;

perciò non li disprezzerò.

 

CONTADINO

Questo dev’essere proprio un gran cortigiano.

 

PASTORE

Ha un vestito costoso, ma non gli calza addosso.

 

CONTADINO

Più eccentrico è, più nobile appare: è un grand’uomo, ve l’assicuro; e poi usa uno stuzzicadenti.

 

AUTOLICO

E il fagotto? Che c’è nel fagotto? A che serve quella scatola?

 

PASTORE

Signore, in questo fagotto e scatola ci sono segreti che solo il re deve sapere; e che saprà nel giro di un’ora, se mi concede udienza.

 

AUTOLICO

Sprechi il tuo tempo, vecchio.

 

PASTORE

Perché, signore?

 

AUTOLICO

Il re non è a palazzo; s’è imbarcato su una nave nuova per curarsi la malinconia e prendere aria fresca: se t’occupassi di cose serie, dovresti saperlo che il re è molto dispiaciuto.

 

PASTORE

Così si dice, signore; è per il figlio che stava per sposare la figlia di un pastore.

 

AUTOLICO

E se quel pastore non è ancora in catene, farebbe meglio a scappare: i guai che gli cadranno addosso, i tormenti che dovrà subire, romperebbero la schiena di un uomo e il cuore di un mostro.

 

CONTADINO

Così pensate, signore?

 

AUTOLICO

E non sarà il solo a soffrire ciò che la mente può inventare di crudele e la vendetta di amaro, ma quelli che sono a lui imparentati, anche se solo al cinquantesimo grado, finiranno tutti in mano al boia: il che, per quanto faccia pena, è tuttavia necessario. Un vecchio brodolone che fischia dietro alle pecore, un curatolo di montoni, che osa proporre sua figlia ad entrare in nobiltà – Si dice che sarà lapidato, ma io dico che sarebbe una morte troppo dolce per quello là. Trascinare il nostro trono in un pecorile! Non bastano tutte le morti che ci sono, e la più crudele è sempre troppo poco.

 

CONTADINO

E questo vecchio ha forse un figlio, signore, che sappiate, se non vi spiace, signore?

 

AUTOLICO

Ha un figlio, che sarà scorticato vivo, poi spalmato di miele e messo sopra un nido di vespe, e lasciato lì finché sarà morto per tre quarti abbondanti; poi ristorato con acquavite o qualche altro infuso caldo; quindi, spellato com’è, e nel giorno più caldo previsto dai lunari, sarà messo contro un muro di mattoni, faccia al sole, che lo guarderà giù da mezzogiorno, e sarà gonfiato dalle mosche, fino alla morte. Ma perché parliamo di questi traditor furfanti, delle cui sofferenze si deve sorridere, visto l’enormità delle loro colpe? Ditemi (poiché avete l’aspetto di persone semplici e oneste) cosa volete dal re. Per un po’ di gentile considerazione da parte vostra, vi porterò dove si trova imbarcato, vi farò dare udienza, gli bisbiglierò una parolina in vostro favore; e se c’è un uomo, oltre al re, in grado di soddisfare le vostre richieste, ecco qui chi potrà farlo.

 

CONTADINO

Sembra una persona di grande autorità: avvicinatevi a lui, dategli dell’oro; benché l’autorità sia ostinata come un orso, può sempre esser menata per il naso dall’oro: orsù mostrate l’interno della vostra borsa all’esterno della sua mano, e piantiamola. Ricordate “lapidato”, e “scorticato vivo”!

 

PASTORE

Se non vi spiace, signore, di occuparvi del nostro affare, ecco qui l’oro che ho; ve ne darò altrettanto ancora e vi lascerò questo giovane in pegno finché ve l’avrò portato.

 

AUTOLICO

Dopo che io avrò compiuto quello che vi ho promesso?

 

PASTORE

Sì, signore.

 

AUTOLICO

Va bene, datemi la metà. Siete anche voi parte in quest’affare?

 

CONTADINO

In un certo senso, signore; ma anche se le mie cuoia fanno pena, spero di non esserne cavato fuori.

 

AUTOLICO

O quello è il caso del figlio del pastore: che lo impicchino, servirà da esempio.

 

CONTADINO

Bella consolazione, proprio una bella consolazione! Dobbiamo andare dal re e mostrargli le strane cose che abbiamo da far vedere: bisogna ch’egli sappia che non ci ha niente a che fare con la figlia, né con mia sorella; altrimenti siamo perduti. Signore, quando l’affare è concluso, vi darò anch’io quanto questo vecchio, e nel frattempo resterò, come dice lui, in pegno vostro, finché non vi sarà portato.

 

AUTOLICO

Mi fiderò di voi. Andate avanti verso il mare; prendete a destra: io do un momento un’occhiata contro la siepe e vi seguo.

 

CONTADINO

Per noi quest’uomo è una benedizione, lasciatemelo dire, proprio una benedizione.

 

PASTORE

Precediamolo, come dice lui: la provvidenza ce l’ha mandato per il nostro bene.

(Escono il pastore e il contadino.)

 

AUTOLICO

Se anche volessi essere onesto, vedo che me lo impedirebbe la fortuna: è lei che mi fa cascare il bottino in bocca. Ora ho due piccioni sulla fava – uno è l’oro, l’altro, il mezzo di giovare al principe mio padrone; il che, chissà che non possa tornare a mio vantaggio? Ora gli porto a bordo queste due talpe, questi ciechi: se lui decide di rimetterli a terra perché la supplica che hanno per il re non lo riguarda affatto, mi chiami pure furfante per l’iniziativa che mi son preso; tanto a quel titolo ci sono abituato e il disonore che va con esso non mi tocca. Perciò ora glieli porto: può darsi che ci esca qualche cosa. Esce.


Il racconto d’inverno

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Introduzione al teatro di Shakespeare

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