Il racconto d’inverno – Atto V

Il racconto d’inverno – Atto V

(“A Winter’s tale”  1611)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Il racconto d’inverno - Atto V


ATTO QUINTO – SCENA PRIMA

Entrano Leonte, Cleomene, Dione, Paolina, (e) servitori.

 

CLEOMENE

Signore, avete fatto abbastanza, e sopportato

le pene di un santo: non potevate commettere peccato,

che non abbiate redento; in verità, la vostra penitenza

è superiore alla colpa commessa: infine,

fate come han fatto gli dei, dimenticate il male compiuto,

e con essi, perdonate a voi stesso.

 

LEONTE

Finché ricordo

lei, e le sue virtù, non scorderò

le mie accuse, e sempre penso

al torto che da me mi feci: e che fu sì grande

che il mio regno ha privato di un erede,

ed ha distrutto la più dolce compagna da cui mai uomo

abbia generato le sue speranze.

 

PAOLINA

Vero, troppo vero, mio signore:

se, una dopo l’altra, voi le sposaste tutte, al mondo,

o se di ognuna prendeste la miglior parte,

per far la donna perfetta, quella che avete uccisa

rimarrebbe impareggiabile.

 

LEONTE

Lo penso anch’io. Uccisa!

Quella che io ho uccisa! Così ho fatto:

ma mi colpisci duro a dirmi questo: è amaro

in bocca a te, come nella mia mente. Ora, ti prego, ormai

non dirlo così spesso.

 

CLEOMENE

Anzi, mai più, buona signora:

mille altre cose potevate dire

più opportune al momento e più consone

alla vostra gentilezza.

 

PAOLINA

Voi siete di quelli

che vorrebbero farlo risposare.

 

DIONE

Se voi non lo volete,

non avete pietà per lo stato, né per la memoria

del suo nome sovrano; e poco considerate

quali calamità, la mancanza di un erede,

può far precipitare sul regno e divorare

i sudditi lasciati senza guida. Che c’è di più santo

del rallegrarsi per la pace che gode la defunta regina?

E che di ancora più santo, per il sostegno della dinastia,

un presente sicuro e un futuro prospero,

del benedire il letto di sua maestà

con una nuova tenera compagna?

 

PAOLINA

Non ne esiste una degna,

rispetto a quella che non è più. Inoltre gli dei

vorranno che i loro segreti disegni sian compiuti;

non ha forse detto il divino Apollo,

non è questo il tenore del suo oracolo,

che re Leonte non avrà un erede,

finché sua figlia perduta sia trovata? E che ciò avvenga

è così assurdo alla ragione umana

che se il mio Antigono rompesse la sua tomba

e ritornasse a me; lui che, sicuro,

morì con l’infante. Il vostro avviso è

che il mio signore sia contrario agli dei,

e s’opponga alla loro volontà. (A Leonte) Non vi curate della discendenza;

la corona troverà un erede. Il grande Alessandro

lasciò la sua al più degno, sì che potesse

succedergli il migliore.

 

LEONTE

Buona Paolina,

che conservi, lo so, la memoria di Ermione

in tanto onore, – Oh, se io avessi

seguito il tuo consiglio! Così, anche in quest’ora,

potrei guardare la mia regina nei begli occhi,

e suggerne tesori dalle labbra…

 

PAOLINA

Lasciandole

più ricche per quello che han concesso.

 

LEONTE

Tu dici il vero.

Mogli siffatte non ci sono più; perciò, niente moglie: una peggiore,

da me trattata meglio, farebbe la sua anima beata

riprender corpo, e su questa scena

(se questo errore ora commettessi) apparire mortificata

e dire, “Perché a me?”

 

PAOLINA

Se avesse tale potere,

ne avrebbe buon motivo.

 

LEONTE

L’avrebbe sì; e mi spingerebbe

a uccidere la nuova sposa.

 

PAOLINA

Io farei così:

se fossi il fantasma che cammina, mi chiederei di osservarle

gli occhi, e dirmi per quale smorta parte in essi

la sceglieste: quindi urlerei, tanto che le vostre orecchie

si spaccherebbero a sentirmi; e le parole in seguito

sarebbero”Ricorda i miei.”

 

LEONTE

Stelle erano, stelle!

E tutti gli altri occhi, carboni spenti! Non temere;

non prenderò altra moglie, Paolina.

 

PAOLINA

Mi giurerete

di non sposarvi mai se non col mio consenso?

 

LEONTE

Mai, Paolina; sulla salvezza della mia anima!

 

PAOLINA

Allora, miei buoni signori, siate testimoni al giuramento.

 

CLEOMENE

Voi gl’imponete troppo.

 

PAOLINA

A meno che un’altra,

simile a Ermione come il suo ritratto,

non gli compaia innanzi.

 

CLEOMENE

Buona signora…

 

PAOLINA

Ho finito.

Tuttavia, se il mio signore vuole sposarsi – se voi volete, sire;

non vi sarà rimedio – datemi l’incarico

di scegliervi una regina: ella non sarà così giovane

come la vostra prima, ma sarà tale

che, se il fantasma della prima regina camminasse, avrebbe gioia

a vederla nelle vostre braccia.

 

LEONTE

Mia fedele Paolina,

noi non ci sposeremo finché non ce lo dirai tu.

 

PAOLINA

Il che

sarà quando la prima regina respirerà di nuovo:

fino ad allora, mai.

 

Entra un servitore.

 

SERVITORE

Uno che s’annuncia come il Principe Florizel,

figlio di Polissene, con la sua principessa (costei

la più bella che abbia mai veduto) richiede accesso

al cospetto di vostra maestà.

 

LEONTE

Che vuole? Non viene

come s’addice alla grandezza di suo padre: il suo arrivo

(così informale e senza preavviso) ci prova

che non si tratta di visita ufficiale, ma forzata

dal caso o dal bisogno. Chi è con lui?

 

SERVITORE

Pochi

e in malo arnese.

 

LEONTE

La principessa, dite, l’accompagna?

 

SERVITORE

Sì, il più impareggiabile pezzo di terra, penso,

su cui mai il sole abbia sfolgorato.

 

PAOLINA

O Ermione,

come ogni tempo presente si vanta superiore

a un passato migliore, così deve la tua tomba

far posto a ciò che ora si vede! Signore, voi stesso

avete detto e pure scritto; ma il vostro scritto è ora

più freddo del suo argomento: “Ella non era stata,

né potrebbe mai essere eguagliata”; – così il vostro verso

fluiva un tempo con la bellezza di Ermione: ora è assai in riflusso,

se dite che ne avete vista una più bella.

 

SERVITORE

Perdonate, signora:

la prima l’ho quasi dimenticata – ve ne chiedo perdono –

la seconda, quando avrà colpito il vostro occhio,

conquisterà la vostra lingua pure. Ella è una creatura

che, se fondasse una nuova setta, estinguerebbe lo zelo

di chiunque ne professi altre; e convertirebbe

chiunque lei invitasse a seguirla.

 

PAOLINA

Andiamo! Anche le donne?

 

SERVITORE

Le donne l’ameranno, perché è una donna

con più meriti di qualsiasi uomo; gli uomini, perché

è la più preziosa fra tutte le donne.

 

LEONTE

Andate, Cleomene;

voi, assistito dai vostri onorati amici,

conduceteli al nostro abbraccio.

Escono (Cleomene e altri).

Eppure, è strano

che venga così di soppiatto.

 

PAOLINA

Se il nostro principe

(gioiello di figliolo) fosse vivo adesso, avrebbe un buon compagno

in questo signore: c’era meno di un mese

tra le loro nascite.

 

LEONTE

Ti prego, basta; smetti; sai bene

che per me muore di nuovo, quando se ne parla: certo,

quando vedrò questo gentiluomo, i tuoi discorsi

mi porteranno a pensieri che potrebbero

privarmi della ragione. Eccoli qui.

 

Entrano Florizel, Perdita, Cleomene e altri.

 

Vostra madre, principe, fu fedelissima alle nozze;

poiché fece una copia del vostro regale padre,

concependo voi. Se avessi i miei ventun anni,

l’immagine di vostro padre è così scolpita in voi,

con la sua stessa aria, che potrei chiamarvi fratello,

come facevo con lui, e ricordare qualche scappata

compiuta prima insieme. Il più affettuoso benvenuto!

E la vostra bella principessa – una dea! – Oh, ahimè!

Io persi un paio, che fra cielo e terra

potrebbe adesso stare e destar meraviglia, come

voi fate adesso, nobile coppia: e poi persi anche –

solo per mia follia – la compagnia

e pure l’amicizia, del vostro valente padre, che

rivedere una volta (sebbene in afflizione)

mi fa desiderare ancora la vita.

 

FLORIZEL

Per suo comando

sono qui approdato, in Sicilia, e da lui

vi porto tutti i riguardi che un re (da amico)

può inviare a suo fratello: e se l’infermità

(che accompagna l’età avanzata) non riducesse alquanto

le forze desiderate, lui stesso avrebbe

e terre ed acque tra il suo trono e il vostro

attraversato per vedervi; voi ch’egli ama

(così m’ha ordinato di dirvi) più di ogni scettro

e di coloro che vivi li reggono.

 

LEONTE

O mio fratello –

cortese nobil uomo! – i torti che ti ho fatto, riaffiorano

in me; e questi tuoi riguardi,

di squisita gentilezza, si fanno interpreti

della mia pigra negligenza! Siate benvenuto qui

come la primavera sulla terra. Ed ha egli anche

esposto questa perla al trattamento brutale

(almeno poco gentile) dell’orrido Nettuno,

per salutare un uomo indegno delle sue pene, e ancora più

del rischio della sua persona?

 

FLORIZEL

Mio buon signore,

ella viene dalla Libia.

 

LEONTE

Dove il fiero Smalo,

quel nobile, onorato signore, è temuto e amato?

 

FLORIZEL

Da lì, nobilissimo sire; da lui, la cui figlia qui

fu ben provata sua dalle lacrime che versò al separarsi da lei; quindi,

favoriti da un felice scirocco, abbiamo passato il mare,

per eseguire l’incarico affidatomi da mio padre

di visitare vostra altezza: il meglio del mio seguito

l’ho congedato sulle coste siciliane;

son diretti in Boemia, ad annunciare

non solo il mio successo in Libia, sire,

ma il mio felice arrivo, e quello di mia moglie,

qui, dove siamo.

 

LEONTE

Gli dèi beati

purghino l’aria nostra di ogni infezione mentre voi

soggiornate qui! Avete un padre venerando,

un gentiluomo pieno di virtù; contro la cui persona

(sacra com’è) io ho peccato,

per cui, i cieli (presane irata nota)

mi hanno lasciato senza discendenza: vostro padre è benedetto

(ben meritandolo dal cielo) d’avere voi,

che siete degno della sua bontà. Oh, come avrei potuto essere,

se avessi un figlio ed una figlia ora da contemplare,

due belle creature come voi!

 

Entra un nobile.

 

NOBILE

Nobilissimo signore,

ciò che sto per riferire non sarebbe credibile

se la prova non fosse così vicina. Compiacetevi, grande signore,

Boemia in persona vi manda per me il suo saluto;

chiede che voi arrestiate suo figlio, il quale –

rifiutando insieme dignità e dovere –

è fuggito da suo padre, dalla sua eredità, e insieme

alla figlia di un pastore.

 

LEONTE

Dov’è Boemia? Parlate.

 

NOBILE

Qui nella vostra città; l’ho lasciato adesso.

Parlo confusamente, come conviene

al mio stupore ed al mio messaggio. Mentre s’affrettava

verso il palazzo – in caccia, sembra,

di questa vaga coppia – s’imbatte per strada

nel padre di questa sedicente signora e

nel fratello, essendo entrambi partiti dal loro paese

con questo giovane principe.

 

FLORIZEL

Camillo mi ha tradito;

il cui onore ed onestà finora avevano resistito

ad ogni intemperia.

 

NOBILE

Potete ben accusarlo:

accompagna il re vostro padre.

 

LEONTE

Chi? Camillo?

 

NOBILE

Camillo, signore; ho parlato con lui; e ora

interroga quei due poveracci. Mai vidi

sventurati tremare così: stanno in ginocchio, baciano la terra;

rinnegano ogni parola che dicono.

Boemia si tappa le orecchie, e li minaccia

di morte in mille modi.

 

PERDITA

O povero padre mio!

Gli dei ci fanno spiare, hanno deciso

che il nostro matrimonio non si celebri.

 

LEONTE

Voi siete sposati?

 

FLORIZEL

Non lo siamo, signore, né sembra che lo saremo mai:

le stelle, vedo, baceranno prima le valli:

grandi o piccini siamo zimbelli della fortuna.

 

LEONTE

Signor mio,

è costei la figlia di un re?

 

FLORIZEL

Lo è,

nel momento che diventa mia moglie.

 

LEONTE

Quel “momento”, considerando la fretta del vostro buon padre,

sarà molto lento ad arrivare. Son dispiaciuto,

davvero dispiaciuto, che vi siate staccato dal suo affetto,

cui eravate legato dal dovere; e dispiaciuto pure

che la vostra scelta non sia ricca in nobiltà come in bellezza,

sì che possiate godere di lei appieno.

 

FLORIZEL

Cara, alza il viso:

per quanto la fortuna, a noi ovviamente avversa,

ci perseguiti, insieme a mio padre, essa non può

neppure di uno iota alterare il nostro amore. Vi supplico, sire,

ricordatevi di quando non dovevate al tempo più

di me adesso: e col pensiero degli affetti di allora,

fatevi mio avvocato: se voi glielo chiedete,

mio padre concederà cose preziose come fossero inezie.

 

LEONTE

Se così farà, io vorrei chiedergli la vostra preziosa amica,

che egli considera solo un’inezia.

 

PAOLINA

Signore, mio sovrano,

il vostro occhio ha troppa gioventù; neppure un mese

prima di morire la vostra regina meritava meglio quegli sguardi

che ora posate su costei.

 

LEONTE

Pensavo a lei,

proprio mentre posavo questi sguardi. (A Florizel) Ma la vostra richiesta

non ha ancora risposta. Andrò incontro a vostro padre:

se il vostro onore non è sommerso dai vostri desideri,

io sono amico loro e vostro: con questo intento

vado ora da lui; perciò seguite me

ed osservate quale metodo seguo. Venite, mio buon signore.

Escono.


ATTO QUINTO – SCENA SECONDA

Entrano Autolico e un gentiluomo.

 

AUTOLICO

Vi prego, signore, voi eravate presente a questo racconto?

 

PRIMO GENTILUOMO

Ero là quando hanno aperto il fardello, ho sentito il vecchio pastore raccontare come lo trovò: quindi, dopo un momento di stupore, ci fu ordinato a tutti di uscire dalla camera; solo una cosa, m’è sembrato di sentire il vecchio pastore che diceva d’aver trovato la bambina.

 

AUTOLICO

Mi piacerebbe tanto sapere com’è finita.

 

PRIMO GENTILUOMO

Ve ne faccio un racconto incompleto; ma le alterazioni che ho osservato nel re e in Camillo erano vere esclamazioni di meraviglia: sembrava quasi che, nel fissarsi l’un l’altro, gli venissero fuori gli occhi dalle orbite: c’era tutto un discorso nel loro silenzio, un linguaggio nei gesti; avevan l’aria di chi ha sentito di un mondo riscattato, o di uno distrutto: gli si leggeva addosso una vera frenesia di stupore; ma l’osservatore più acuto, che non sapesse di più di quanto vedeva, non avrebbe potuto dire se l’accento stava sulla gioia o sul dolore; comunque, doveva essere il culmine di uno dei due.

 

Entra un altro gentiluomo.

 

Ecco che arriva un gentiluomo che forse ne sa di più. Che novità, Rogero?

 

SECONDO GENTILUOMO

Si pensa solo ad accendere i falò: l’oracolo è compiuto; la figlia del re ritrovata: sono scoppiate in quest’ultima ora tali meraviglie, che i compositori di ballate non ce la fanno a esprimerle.

 

Entra (un terzo) gentiluomo.

 

Ecco che arriva il maggiordomo di donna Paolina: lui potrà informarvi meglio. Che succede adesso, signore? Questa notizia, che si dice vera, somiglia così tanto ad una fiaba che si dubita molto della sua autenticità. Il re ha dunque trovato il suo erede?

 

TERZO GENTILUOMO

È verissima, se mai verità fu provata dai fatti: ciò che si dice in giro potreste giurare d’averlo visto, tanto combaciano tutte le prove. Il mantello della regina Ermione, il suo gioiello al collo della bambina, le lettere di Antigono trovate con esso, la sua scrittura che hanno riconosciuto; la maestà della creatura a somiglianza della madre, la dote di nobiltà che la natura mostra superiore alla condizione, e molte altre prove la proclamano, con ogni certezza, figlia del re. Avete visto l’incontro dei due re?

 

SECONDO GENTILUOMO

No.

 

TERZO GENTILUOMO

Allora avete perduto uno spettacolo che bisognava vedere; non si può descriverlo a parole. Avreste visto una gioia coronarne un’altra, e in maniera che sembrava che il dolore piangesse al separarsi da loro, perché la loro gioia attraversava un fiume di lacrime. C’erano occhi che s’alzavano al cielo, mani che si tendevano, ed espressioni così commosse, che per riconoscerli bisognava guardare l’abito, non la faccia. Il nostro re, quasi saltando fuori di sé per la gioia d’aver ritrovato la figlia, come se quella gioia diventasse all’improvviso una perdita, grida “Ah, tua madre, tua madre!” Quindi chiede a Boemia perdono; poi abbraccia il genero; poi soffoca di nuovo la figlia coi suoi abbracci; ora ringrazia il vecchio pastore che se ne sta lì come un mascherone di fontana, consumato dalle intemperie e che ha visto i regni di molti re. Non ho mai sentito di un incontro come questo che storpia il racconto che se ne vuole fare e distrugge la descrizione che si cerca di darne.

 

SECONDO GENTILUOMO

E, vi prego, che è successo di Antigono che portò via la bambina?

 

TERZO GENTILUOMO

Ancora come una vecchia favola che ha sempre materia da recitare, anche quando la credulità s’è addormentata e le orecchie non prestano più attenzione. Fu fatto a pezzi da un orso: così testimonia il figlio del pastore, il quale non ha solo la sua ingenuità, che si dimostra abbondante, a provarlo, ma anche un fazzoletto suo e degli anelli che Paolina riconosce.

 

PRIMO GENTILUOMO

E che ne è stato del suo vascello e di quelli con lui?

 

TERZO GENTILUOMO

Naufragarono nel momento stesso della morte del loro padrone, e sotto gli occhi del pastore: così che tutti gli agenti che concorsero all’abbandono dell’infante si persero nel momento stesso in cui fu trovata. Ma, oh, quale nobile battaglia tra gioia e dolore si combatté in Paolina! Con un occhio guardava giù per la perdita del marito, con l’altro gioiva perché l’oracolo s’era compiuto: sollevò la principessa da terra e tanto se la strinse tra le braccia come se volesse appuntarsela sul cuore, perché non potesse mai più andare perduta.

 

PRIMO GENTILUOMO

La nobiltà di questa scena era davvero degna di un pubblico di principi e di re; poiché erano loro stessi a recitarla.

 

TERZO GENTILUOMO

Uno dei suoi tocchi più belli, e che buttò la lenza per agganciarmi gli occhi (pescò solo acqua però, non pesci) fu, quando al racconto della morte della regina (come ella vi giunse, fu coraggiosamente confessato e lamentato dal re) la figlia rimase ferita nell’ascoltarlo; finché, passando da un’espressione di dolore all’altra, uscì con un “Ahimè”, a, potrei dire, sanguinare lacrime, perché sono sicuro che il mio cuore in quel momento piangeva sangue. Anche chi era fatto di marmo, lì per lì cambiò colore; alcuni svennero, tutti erano afflitti: se il mondo intero avesse potuto assistere a quella scena, il mortorio sarebbe stato universale.

 

PRIMO GENTILUOMO

Son tornati a palazzo?

 

TERZO GENTILUOMO

No: avendo sentito la principessa della statua di sua madre che è in casa di Paolina, – un’opera costata molti anni di lavoro e ora da poco completata da quel grande maestro italiano, Giulio Romano, che, se avesse l’immortalità e potesse soffiar la vita nella sua arte, toglierebbe il mestiere alla natura, tanto perfetta è la sua imitazione di essa: egli ha fatto un’Ermione così simile a Ermione, che dicono che uno le parlerebbe e starebbe lì ad aspettare una risposta. Là sono andati con l’ardente curiosità dell’affetto, e là hanno intenzione di cenare.

 

SECONDO GENTILUOMO

Già me l’immaginavo che lei macchinava qualcosa di grosso lì; perché sempre, da quando Ermione è morta, lei da sola visitava quel padiglione appartato due o tre volte al giorno. Andiamo anche noi a far più allegra la festa con la nostra compagnia?

 

PRIMO GENTILUOMO

Chi mai, avendo il privilegio dell’accesso, ne starebbe via? Ad ogni batter d’occhio nasce una grazia nuova: la nostra assenza ci fa perdere l’occasione di arricchirci in sapere. Andiamo.

Escono (i gentiluomini).

 

AUTOLICO

Adesso, se non fosse per la macchia della mia vita passata, come niente mi toccherebbe una promozione. Fui io a portare il vecchio e suo figlio sulla nave del principe; e gli dissi anche che li avevo sentiti parlare di un fagotto e non so che altro: ma era tutto preso in quel momento dalla figlia del pastore (che tale allora la riteneva), la quale cominciava a soffrire un gran mal di mare, e lui stesso non stava molto meglio, con quel tempaccio che infuriava, e questo mistero rimase irrisolto. Ma per me fa lo stesso; perché se fossi stato io lo scopritore di questo segreto, non mi avrebbe giovato, vista la mia reputazione.

Entrano il Pastore e il Contadino.

Ecco che arrivano quelli che ho beneficato senza saperlo, e già appaiono nel fiore della loro fortuna.

 

PASTORE

Vieni, ragazzo; io ho passato l’età d’avere altri figlioli, ma i tuoi figli e figlie nasceranno tutti gentiluomini.

 

CONTADINO

Ben trovato, signore. Voi rifiutaste di battervi con me l’altro giorno dicendo che non ero gentiluomo nato. Vedete adesso questi abiti? Dite che non li vedete e consideratemi pure non nato gentiluomo: fareste meglio a dire che questi vestiti non sono gentiluomini nati: datemi la smentita; avanti, su; e provatevi ora a dire che non sono un gentiluomo nato.

 

AUTOLICO

Mi è noto, signore, che adesso siete un gentiluomo nato.

 

CONTADINO

Giusto, e lo sono stato da quattro ore.

 

PASTORE

Anch’io, ragazzo.

 

CONTADINO

Anche voi, sì: ma io son gentiluomo nato prima di mio padre; perché prima il figlio del re prese la mano a me e mi chiamò fratello; e solo dopo i due re chiamarono fratello mio padre; e poi il principe, mio fratello, e la principessa, mia sorella, chiamarono padre mio padre; e così ci mettemmo a piangere; e furono le prime lacrime da gentiluomini che mai versammo.

 

PASTORE

Ma nella vita possiamo, figlio, versarne molte altre.

 

CONTADINO

Già; sarebbe altrimenti mala sorte, vista la nostra prepostera situazione.

 

AUTOLICO

Vi supplico umilmente, signore, di perdonarmi tutte le colpe da me commesse verso vostra eccellenza e dire per me una buona parola al principe mio padrone.

 

PASTORE

Ti prego, figlio, fallo; perché dobbiamo essere gentili, ora che siamo gentiluomini.

 

CONTADINO

Cambierai vita?

 

AUTOLICO

Sì, se così piace a vostra eccellenza.

 

CONTADINO

Dammi la mano: giurerò al principe che sei il più onesto e sincero giovanotto che ci sia in Boemia.

 

PASTORE

È meglio dirlo senza giurarlo.

 

CONTADINO

Come non giurarlo, ora che sono un gentiluomo? Lasciate che burini e paesani dicano, io lo giurerò.

 

PASTORE

E se poi si scopre che è falso, figliolo?

 

CONTADINO

Sia pure falso quanto vuole, un vero gentiluomo può sempre giurarlo per aiutare un amico: e così, io giurerò al principe che sei un uomo di fegato quando c’è da menar le mani e che non ti ubriachi mai; ma io so che tu non sei per niente un uomo di coraggio con le mani e che ti ubriachi spesso: ma lo giurerò lo stesso, sperando che tu diventi un uomo di fegato quando c’è da menar le mani.

 

AUTOLICO

Farò il possibile, signore, per dimostrarmi tale.

 

CONTADINO

Ah sì, con ogni mezzo devi dimostrare d’essere un tipo in gamba: se io non mi stupisco di come tu osi ubriacarti, non essendo un tipo in gamba, non ti fidare di me. Ma ascoltate! I re e i principi, nostri parenti, vanno a vedere il ritratto della regina. Vieni con noi, seguici: saremo i tuoi buoni padroni.

Escono.


ATTO QUINTO – SCENA TERZA

Entrano Leonte, Polissene, Florizel, Perdita, Camillo, Paolina, nobili, (e servitori).

 

LEONTE

O Paolina buona e saggia, quale conforto

ho io trovato in te!

 

PAOLINA

Se non sempre ho agito bene,

maestà, l’intenzione è stata sempre buona. I miei servizi

l’avete tutti più che ripagati: ma ora che vi degnate,

col vostro coronato fratello ed i riconosciuti eredi

dei vostri regni, di visitare la mia povera casa,

è un onore per me così speciale che mai

avrò vita abbastanza per ricambiarlo.

 

LEONTE

O Paolina,

noi vi onoriamo dandovi fastidio: ma siamo venuti

a vedere la statua della nostra regina: la vostra galleria

abbiamo attraversato, non senza deliziarci

per le sue molte opere rare; ma non abbiamo visto

ciò che mia figlia è venuta a vedere,

la statua di sua madre.

 

PAOLINA

Com’ella fu impareggiabile in vita,

così la sua morta immagine, io stimo

ben al di sopra d’ogni cosa che avete visto finora,

o che mano d’uomo abbia fatto; perciò la tengo

isolata, a parte. Ma eccola qui: preparatevi

a vedere la vita così da vicino imitata come mai

l’immobile sonno imitò la morte; guardate ed ammirate.

(Paolina tira una tenda e scopre Ermione in piedi come una statua)

Mi piace il vostro silenzio, prova di più

la vostra meraviglia: ma tuttavia parlate; voi, per primo, mio signore.

È somigliante, vero?

 

LEONTE

Che posa naturale!

Rimproverami, cara pietra, ch’io possa dire invero

che sei Ermione; o piuttosto, lo sei davvero

perché non mi rimproveri; poiché ella era dolce

quanto l’infanzia e la grazia. Però, Paolina,

Ermione non era così rugosa, non così avanti

negli anni come appare qui.

 

POLISSENE

Oh, no davvero.

 

PAOLINA

Tanto più grande l’arte del nostro scultore,

che mostra il passaggio di circa sedici anni e la rappresenta

come se fosse viva adesso.

 

LEONTE

E se lo fosse,

Tanto sarebbe il mio conforto, quanto essa

ora mi trafigge il cuore. Oh, così stava,

con questa stessa viva maestà, calda vita,

come ora essa è fredda, quando la corteggiai la prima volta!

Sono umiliato: non mi rinfaccia forse la pietra

d’essere più pietra di lei? O regale opera!

C’è una magia nella tua maestà, che ha

risvegliato alla memoria le mie malvagità, ed ha

sospeso la vita nella tua stupefatta figlia

lasciandola di pietra accanto a te.

 

PERDITA

E datemi licenza,

e non dite che è superstizione, se ora a lei davanti

m’inginocchio e ne imploro la benedizione. Signora,

cara regina, che finiste quando io appena cominciavo,

lasciate che vi baci la mano.

 

PAOLINA

Oh, aspettate!

La statua è stata appena dipinta, il colore

non s’è ancora asciugato.

 

CAMILLO

Mio signore, così profondo in voi si radicò il dolore,

che sedici inverni non poterono soffiarlo via,

né sedici estati asciugarlo: raramente una gioia

visse mai tanto a lungo; né mai dolore

che non si spegnesse assai prima.

 

POLISSENE

Fratello mio caro,

permettete a chi fu causa di ciò di potervi

sollevare di una parte della vostra pena

per aggiungerla alla sua.

 

PAOLINA

In verità, mio signore,

se avessi immaginato che la vista della mia povera immagine

vi avrebbe fatto tale effetto – poiché la pietra è mia –

non ve l’avrei mostrata.

 

LEONTE

Non tirate la tenda.

 

PAOLINA

Non dovete più fissarla così, o la vostra immaginazione

potrà illudersi che ora cominci a muoversi.

 

LEONTE

Lasciate, lasciate!

Ch’io possa morire qui, ma già così mi sembra –

cos’era chi l’ha fatta? Guardate, mio signore,

non direste che respira? E che quelle vene

portano vero sangue?

 

POLISSENE

Magistralmente fatta:

la stessa vita sembra calda sul suo labbro.

 

LEONTE

C’è movimento nell’occhio che ci fissa,

tanto c’inganna l’arte.

 

PAOLINA

Io tiro la tenda:

il mio signore è ora tanto rapito che presto

penserà che sia viva.

 

LEONTE

Oh dolce Paolina,

fammi pensare così vent’anni in fila!

Non c’è senso pacato a questo mondo che valga

il piacere di questa follia. Lasciala stare così.

 

PAOLINA

Mi spiace, sire, d’avervi turbato a tal punto: ma

potrei affliggervi di più.

 

LEONTE

Fallo, Paolina;

perché quest’afflizione ha un sapore dolce

quanto ogni conforto del cuore. Eppure mi sembra

che un respiro venga da lei. Quale scalpello sopraffino

poté mai scolpire anche il fiato? Nessuno si burli di me,

ma io la voglio baciare.

 

PAOLINA

Mio buon signore, fermatevi:

il rosso delle labbra è umido ancora;

se lo baciate, lo rovinerete, e voi vi sporcherete

con olio di pittura. Posso tirare la tenda?

 

LEONTE

No, non per vent’anni ancora.

 

PERDITA

Tanti potrei anch’io

restare ad ammirarla.

 

PAOLINA

O desistete adesso

e subito lasciate la cappella, o siate pronti

ad altre meraviglie. Se potrete tollerarlo,

farò davvero muovere la statua; scendere

e prendervi per mano: ma allora penserete

(cosa che nego) che sono assistita

da poteri oscuri.

 

LEONTE

Tutto ciò che potrete farle fare,

sarò contento di vederlo: tutto ciò che potrete farle dire,

sarò contento di udire; farla parlare

dev’essere facile come farla muovere.

 

PAOLINA

È necessario

che svegliate in voi la fede. E adesso tutti fermi:

o – chi pensa che sia illecito

ciò che sto per fare, esca.

 

LEONTE

Va’ pure avanti:

nessuno oserà muoversi.

 

PAOLINA

Musica, destala; comincia! (Musica)

È ora; scendete; non siate più di pietra; avvicinatevi;

colpite di stupore chi vi guarda. Venite!

Colmerò io la vostra tomba: destatevi ormai, scendete:

lasciate alla morte il vostro torpore; poiché da lei

la cara vita vi riacquista. Come vedete, si muove:

(Ermione scende dal piedistallo)

Non trasalite; i suoi atti saranno sacri come

vi dico che il mio incantesimo è lecito. (A Leonte) Non v’allontanate

da lei finché non la vedrete morire di nuovo; perché così

la uccidereste per la seconda volta. Su, datele la mano:

quand’era giovane la corteggiaste; ora, in età,

è lei che vi corteggia?

 

LEONTE

Oh, ma è calda!

Se questa è magia, che essa diventi un’arte

legale come il mangiare.

 

POLISSENE

Ella l’abbraccia!

 

CAMILLO

E gli si stringe al collo.

Se è tra i vivi, fate che anche parli!

 

POLISSENE

Sì, e che riveli dove è vissuta,

o come fu rapita ai morti!

 

PAOLINA

Che è vivente,

se vi fosse detto, verrebbe canzonato

come una vecchia fiaba: ma sembra viva,

anche se non parla ancora. Ma aspettate un momento.

(A Perdita) Vi prego, intervenite, bella signora, inginocchiatevi

e implorate la benedizione di vostra madre. (A Ermione) Volgetevi, buona signora,

la nostra Perdita è stata ritrovata.

 

ERMIONE

Voi dei, volgete giù lo sguardo,

e dai vostri sacri vasi versate grazie

sul capo di mia figlia! Dimmi, mia cara,

dove sei stata salvata? Dove hai vissuto? Come sei giunta

alla corte di tuo padre? Poiché ora sentirai che io,

saputo da Paolina che l’oracolo

dava speranza che tu fossi in vita, mi son conservata

per assistere a questo finale.

 

PAOLINA

Per questo c’è tempo;

o loro vorranno (a questo punto) che voi turbiate

la vostra gioia con simili racconti. Andate,

voi tutti illustri vincitori; la vostra esultanza

dividete con tutti. Io, vecchia colomba,

volerò su qualche ramo secco, e là

il mio compagno (che mai più potrà esser ritrovato)

lamenterò, finché sarò finita.

 

LEONTE

Oh, basta così, Paolina!

Dovresti prendere marito per mio consenso,

come io ho preso moglie per il tuo: questo è un patto

suggellato tra noi con giuramento. Tu hai trovato la mia;

come, è ancora da chiedersi; poiché io la vidi,

come credetti, morta; e invano dissi molte

preghiere sulla sua tomba. Non cercherò lontano –

in quanto a lui, so in parte come la pensa – per trovarti

un marito degno di te. Vieni, Camillo,

e prendila per mano; tu il cui merito e onestà

sono ben noti; e qui garantiti

da noi, coppia di re. Adesso andiamo.

(A Ermione) Ah! Guardate mio fratello: perdonatemi entrambi,

che mai io misi tra i vostri puri sguardi

il mio perfido sospetto. Ecco vostro genero,

e figlio del re, che, con l’aiuto del cielo,

è promesso sposo di vostra figlia. Buona Paolina,

guidaci via da qui, dove possiamo in tutta pace

interrogarci l’un l’altro, e spiegare ognuno la parte

che ha recitato in quest’ampio intervallo di tempo,

da quando fummo separati: facci uscire presto.

Escono.


Il racconto d’inverno

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