1590/1594 – La commedia degli errori

La commedia degli errori

anche “La commedia degli equivoci”
(“The Comedy of errors” 1590 – 1594)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

La commedia degli errori


Introduzione

         Nel registro delle uscite di bilancio della corte della regina Elisabetta, alla data del 15 marzo 1595 figura il pagamento di 50 sterline a favore di William Kempe e Richard Burgage: sono i nomi dei capocomici della compagnia dei “Chamberlain Men”, “Gli uomini del lord Ciambellano di Casa Reale”, come si chiamavano gli attori della compagnia che recitava al “Theatre”, e della quale faceva parte Shakespeare. (Gli attori, per sfuggire ai rigori di una legge emanata da Elisabetta nel 1572 che prevedeva l’arresto immediato per ogni loro recita considerata offensiva di qualche pezzo grosso, si mettevano sotto la protezione di un alto dignitario del regno, che dava loro una livrea e il nome.) Quella somma era il compenso per due recite date dalla compagnia per conto della corte il 26 e il 28 dicembre 1594. In verità, la prima recita, del 26, si era tenuta a corte, presente la regina; la seconda, quella del 28, alla “Gray’s Inn” – una delle quattro famose scuole di legge di Londra – al termine di un veglione(“revel”) e come riempitivo di una notte rimasta famosa, come “la notte degli equivoci” (“The night of errors”), per la baldoria e la confusione alla quale si era abbandonata la nobiltà inglese intervenuta.

          Se questo epiteto avesse a che fare con il titolo della commedia che vi si recitò, non si sa; ( Il titolo “The Comedy of Errors” figura nello “Stationer’s Register” alla data 8 novembre 1623 fra i sedici drammi shakespeariani depositati dagli editori Edward Blunt e Isaac Jaggard ai fini della protezione del diritto d’autore.) né v’è alcuna prova che il lavoro sia stato scritto da Shakespeare per quella occasione. Sta però che esso è il più breve di tutti i lavori teatrali di Shakespeare (appena 1770 righe tra versi e prosa) e sembra fatto apposta per essere una specie di riempitivo da concludere una notte di festino. Si tratta di un divertimento, tirato sulla falsariga dei “Menecmi” di Plauto, in cui la comicità della trama deriva dalle disavventure di un uomo che, alla ricerca di un suo fratello gemello da lungo tempo lontano, si trova ad esser coinvolto in una serie di equivoci, per essere scambiato per suo fratello perfino dalla moglie e dall’amante di questi.
Shakespeare aggiunge alla confusione dei due fratelli, che chiama entrambi Antifolo (un nome preso in prestito, verosimilmente, da un personaggio dell’“Arcadia”, un romanzo epicopastorale allegorico di sir Philip Sydney), un’altra confusione di persone, dando a ciascuno come servi due fratelli, anch’essi gemelli e anch’essi dello stesso nome (Dromio); non solo: ma attinge da un’altra commedia di Plauto, l’“Anfitrione”, la figura della moglie di uno dei fratelli Antifolo, Adriana, la quale chiude fuori di casa il marito, avendo dentro casa il di lui gemello, credendolo suo marito. Poi, per allontanarsi dal modello buffonesco plautino, dà un tocco di romanzesco all’azione scenica introducendovi a mo’ di cornice la vicenda del vecchio padre dei due gemelli che, giunto ad Efeso in cerca di loro, rischia la condanna a morte per via del conflitto esistente fra Efeso e Siracusa, se non trova qualcuno che ne paghi il riscatto: uno spunto basato sulla storia di Apollonio di Tiro, che Shakespeare conosce attraverso il racconto che ne aveva fatto il poeta John Gower alla fine del trecento, e che userà, molti anni più tardi, nel suo “Pericle principe di Tiro”.
L’azione si svolge in poche ore e in un sol luogo; solo la “Tempesta”, tra gli altri drammi di Shakespeare, ha questa aristotelica unità di tempo e di luogo.

*****

        Racconta lo studioso inglese Stephen Greenblatt, nel suo bel libro “Vita, arte e passioni di William Shakespeare” che nella cittadina di Stratford, dove il grande drammaturgo elisabettiano è nato e vissuto, vi era una scuola, frequentata dal Bardo, dove quasi sicuramente venivano studiate e recitate le commedie dell’antichità, su tutte quelle di Plauto e Terenzio. Greenblatt insinua che qualche anno dopo, nel 1594, aspirante commediografo a Londra, Shakespeare abbia ripreso l’intreccio di una di quelle commedia di Plauto – “I Menecmi” -, aggiungendovi una seconda coppia di gemelli per rendere tutto ancora più confuso, e abbia scritto “La commedia degli errori”.

Opera prima, dunque, e per certi aspetti ancora imperfetta, la commedia – la più breve mai scritta da Shakespeare, poco più di millesettecento versi suddivisi in cinque atti – di ’assurdi equivoci’ è zeppa sul serio. Il drammaturgo inglese mescola insieme tutto quello che conosce: la farsa plautina, di cui riprende il tema del doppio, da lui a sua volta raddoppiato, e quello degli scambi di persona -, l’ambientazione esotica tipica del romance inglese e certi morality plays molto in voga in quel periodo. E proprio dai morality plays Shakespeare attinge una comicità sovversiva e una certa solida energia teatrale.

Comica e volutamente confusa, la commedia, ambientata in una Efeso magica e onirica, racconta la vicenda di Egeone, mercante di Siracusa che, arrestato e portato al cospetto di Solino, duca di Efeso, giustifica la sua presenza in città – Siracusa ed Efeso sono acerrime nemiche – raccontando i motivi della sua venuta. Narra allora la storia del suo naufragio, avvenuto molti anni prima, in cui furono dispersi la moglie Emilia, il figlio Antifolo e il suo servo Dromio


RIASSUNTO

da Il nodo.com

La commedia sia apre con Egeone, mercante di Siracusa, arrestato a Efeso per via della rivalità tra le città di Efeso e Siracusa. Egeone racconta la sua vicenda a Solino, duca di Efeso. Gli dice del suo naufragio di molti anni prima, mentre navigava con sua moglie Emilia e due coppie di gemelli identici – i loro figli, di nome entrambi Antifolo, e i servi, di nome entrambi Dromio. Durante la tempesta, sua moglie, uno dei figli e uno dei servi sono dispersi. All’età di diciottanni, Egeone ha permesso agli Antifolo e Dromio rimasti con lui a Siracusa di partire per Efeso, alla ricerca dei gemelli perduti tanto tempo prima. Ma anche di essi si perdono le tracce.

Cinque anni dopo, Egeone parte a sua volta per Efeso alla loro ricerca. Solino, commosso dal racconto del vecchio, rimanda la sentenza di Egeone; Egeone ha tempo fino a sera per procurarsi i soldi per riscattare la sua vita, o l’esecuzione non potrà più essere dilazionata. A questo punto giunge a Efeso Antifolo di Siracusa, e la farsa comincia quando ognuno – gemelli compresi – confonde le identità dei gemelli. Antifolo di Siracusa finisce a pranzo con la moglie del suo gemello Antifolo di Efeso, Adriana. Nel frattempo Angelo, un orefice, consegna per errore a Antifolo di Siracusa una catena d’oro ordinatagli da Antifolo di Efeso, dicendogli che sarebbe passato più tardi per il pagamento. Quando Antifolo di Efeso si rifiuta di pagare, Angelo lo fa arrestare. Nel frattempo, Adriana e sua sorella, Luciana, si convincono che Antifolo e Dromio (di Efeso) siano usciti di senno, il che le induce a farli legare e portare da un dottore. Naturalmente, quando in seguito Adriana incontra Antifolo e Dromio (di Siracusa), pensa che siano sfuggiti alle cure del dottore. La coppia di Siracusa è costretta a rifugiarsi in una vicina abbazia. Nel frattempo, Antifolo e Dromio di Efeso riescono davvero a sfuggire al dottore, e arrivano dal Duca mentre Egeone è condotto al patibolo. Nella confusione che si crea mentre ognuno racconta la sua versione degli accadimenti del giorno, Antifolo e Dromio di Siracusa arrivano con la badessa – che risulta essere Emilia, moglie perduta di Egeone. I gemelli chiariscono le loro storie alla presenza del Duca. Alla fine, la condanna a morte di Egeone è condonata e egli può riunirsi a moglie e figli, Antifolo di Siracusa si accinge a sposare Luciana, e tutti vissero felici e contenti.


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