Le allegre comari di Windsor – Atto I

Le allegre comari di Windsor – Atto I

(“Merry Wives of Windsor”  1599 – 1601)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Le allegre comari di Windsor - Atto I


Personaggi

SER JOHN FALSTAFF
FENTON, giovane nobiluomo
SHALLOW, giudice di campagna
ABRAMO SLENDER, nipote di Shallow
FRANK FORD, cittadino di Windsor
GEORGE PAGE, cittadino di Windsor
GUGLIELMO PAGE, figlioletto di Page e madonna Page
DON UGO EVANS, parroco gallese
IL DOTTOR CAIO, medico francese
L’oste della locanda della Giarrettiera
BARDOLPH, PISTOL, NYM: gente al soldo di Falstaff
ROBIN, paggio di Falstaff
PIERINO IL SEMPLICE, creato di Slender
JOHN RUGBY, famiglio di Caio
JOHN e ROBERT, domestici di Ford
MADONNA ALICE FORD
MADONNA MARGARET PAGE
ANNA PAGE, figlia di Page e madonna Page
MONNA SPICCIA, fantesca di Caio
Tre o quattro ragazzini (vestiti da fate nell’ultimo atto)


ATTO PRIMO – SCENA PRIMA

Entrano il giudice Shallow, Slender e Don Ugo Evans.

 

SHALLOW

Don Ughetto, non v’affannate a convincermi: io ne vo’ fare un caso da corte suprema, vo’ farne. Fuss’egli venti volte Ser John Falstaff, non piglierà pe’ fondelli Roberto Shallow, Scudiere.

 

SLENDER

Che sù da noi in contea è Giudice di Pace e Coram.

 

SHALLOW

Tu dici bene, nipote, e Custalorum.

 

SLENDER

Sorbole! E Ratolorum! E uno di nobile parto, messer curato, un omo che in ogni fattura, quietanza, atto o contratto, si pò firmare “Armigero”, niente di manco: “Armigero”!

 

SHALLOW

Messere che sì, io lo fò e l’ho fatto a ogni tempo, son trecent’anni a ora.

 

SLENDER

Eh sì, l’han fatto i suoi posteri prima di lui, e lo faranno i proavi che gli tengono adrieto: in sul blasone ci schiaffano i dodici lucci bianchi.

 

SHALLOW

L’è il mio vecchio blasone, oh va’!

 

EVANS

Dodici pulci pianche vanno pene sul vecchio plusone; passanti, ci stanno pene; la pulce è di casa per l’omo, e significa amore.

 

SHALLOW

Ma don Ughetto, il luccio è pesce guizzante. Sul vecchio plusone ci metterei un baccalà.

 

SLENDER

E io lo posso inquartare il mio blasone, zietto?

 

SHALLOW

Caspio se lo puoi fare! Ma prima devi sposarti.

 

EVANS

Cosa? Lo disfa, io dico, se ve lo squarta.

 

SHALLOW

Sù non diciamo castronerie.

 

EVANS

Ma sì, per la Monna! Se lo fa in quattro e se ne piglia un quarto, a voi del plusone vi restan solo le code, a mio modesto parere. Lasciamo perdere, va’! Se il sere Falstaff vi ha pigliati per fessi, qua ci son io uomo di chiesa, e parato a metterci una puona parola, per far rattoppamenti e cucimenti in tra voi.

 

SHALLOW

Mi appellerò al consiglio reale; è un caso di turbativa.

 

EVANS

E ché, portare in consiglio una turpativa non parmi lecito no! Non ci è fifa di Domineddio nella turpativa. Stàteci pene attenti, ché il consiglio vorrà trattar di fifa di Domineddio, micca vorrà trattare di turpativa. Stàteci attenti pene.

 

SHALLOW

Ah per la potta di Puccio! S’io fussi giovine ancora, cotesta faccenda la spaccerebbe il mio brando.

 

EVANS

No, meglio amici che prando, e pietra sopra; e c’è pure un’ altra pensata in zucca mia, che forseforse l’è carca di puoni discernimenti. Ci è drento l’Annetta Page, la figlia di mastro Tommaso: un pel poccon di verginità.

 

SLENDER

Chi, la madonna Annetta? L’è una moretta e parla così, cicì, cicì, come fan le donnette.

 

EVANS

Ah sì, ah sì, “cicì, cicì”! Alla salute sua, ella è proprio così! E ci è settecento pesoni contanti, più ori e argenti, che le ha intestati il nonnetto sul cataletto (Domineddio lo conservi ai felici rinascimenti!) quando che la figlietta scavalca i diciassett’anni. Pella pensata sarìa lassare stare peghe e pisticci e puntare a un pel parentado fra il qui presente messer Abramo e la madonna Annetta Page.

 

SLENDER

Doh ma davvero il nonnetto le ha lasciato settecento pesoni?

 

EVANS

Gnorsì, e il padre le fa una pella pecunia.

 

SHALLOW

Io la conosco codesta giovine gentildonna; una dama capitale.

 

EVANS

Settecento pesoni e più in vista l’è un pel capitale.

 

SHALLOW

Orsù, andiamo a trovare l’onesto messere Page. Falstaff si trova da lui?

 

EVANS

Dovrò dirvi pugia? Io disdegno un pugiardo come disdegno uno che dice pugie, o come disdegno qualcuno che non dice la verità. Il cavaliere Ser John è da lui; ed io ve ne sconciuro, fatevi governare da chi vi vuol pene. Adesso io vò a picchiare la porta di messer Page. [Bussa.] Ohù, c’è nessuno qui? Dio penedica la vostra casa!

 

PAGE [Di dentro]

Chi domine è?

 

[Entra Page.]

 

EVANS

È la penedizione d’Iddio e il vostro amico, e il giudice Shallow, e il giovine mastro Slender qui, che forseforse vi vuole contare una storia diversa, se le cose v’andranno a geni.

 

PAGE

Lieto di veder bene lorsignori. Mastro Shallow, io vi ringrazio pel mio salvatico.

 

SHALLOW

Mastro Page, io godo a vedervi: Dio rimeriti il vostro buon cuore! Il vostro sarvatico io l’arei voluto migliore; l’è stato ammazzato male. E come sta la cara madonna Page? Ed io vi dico mercé sempre col cuore, là! Sempre col cuore.

 

PAGE

Gran mercé a voi, messere.

 

SHALLOW

Messere, mercé a voi, alle guagnèle, mercé.

 

PAGE

Al piacer di vedervi, caro messere Slender.

 

SLENDER

E come sta, messere, il vostro bracchetto rosso? Io sento dire che suso ai colli ve l’han battuto alle corse.

 

PAGE

Non l’han potuto appurare, messere.

 

SLENDER

Via, non lo volete ammettere, non lo volete ammettere.

 

SHALLOW

Sfido che non l’ammette! Tu erri, nipote, tu erri; è un cane coi fiocchi.

 

PAGE

Un cane e basta, messere.

 

SHALLOW

Amico mio, è un cane co’ fiocchi, e un cane di qualità; si può dire di più? Coi fiocchi e di qualità. Trovasi qui il sere John Falstaff?

 

PAGE

Messersì, è di là, e io vorria potere apporre i mia buoni uffici tra di voi dua.

 

EVANS

Cotesto qua l’è detto come un cristiano dorebbe dire.

 

SHALLOW

Egli m’ha fatto un torto, messere Page.

 

PAGE

Messere, in qualche maniera e’ lo confessa.

 

SHALLOW

Confessato non è riparato; non è così messer Page? Egli m’ha fatto un torto, m’ha fatto un torto davvero; in una parola, mi potete credere, egli m’ha fatto un torto. Roberto Shallow, Scudiere, dice: m’ha fatto un torto.

 

PAGE

Eccolo qua Ser John.

 

Entrano Ser John Falstaff, Bardolph, Nym e Pistol

 

FALSTAFF

Allora, mastro Shallow, sporgerete querela al Sovrano?

 

SHALLOW

Cavaliere, m’avete mazzolati i miei servi, avete mazzati i miei cervi e sforzato il mio chiosco di caccia.

 

FALSTAFF

Sì ma forse ho sforzata la figlia del guardiacaccia?

 

SHALLOW

Uh spirito di patata! Voi me ne dovrete rispondere.

 

FALSTAFF

Ve ne rispondo subito: tutto questo l’ho fatto, là. Ora ve n’ho risposto.

 

SHALLOW

Lo si saprà in Camera Alta.

 

FALSTAFF

Meglio sarìa per voi se lo si sapesse in camera di carità: per non farvi ridere dietro.

 

EVANS

Pauca verba; Ser John, pene asseccate.

 

FALSTAFF

Pene asseccate! Pene una succa! Slender, a vossìa ho rotto la zucca: cosa avete contro di me?

 

SLENDER

Per la Mariola, messere, ho parecchio qua nella zucca contro di voi, e contro i vostri marpioni acchiappafessi Baldolfo, Nym e Pistola.

 

BARDOLPH

Oibò, caciottina di Banbury!

 

SLENDER

Dite, dite pure, io sto fresco.

 

PISTOL

Cos’hai da protestar, Mefostofilo?

 

SLENDER

Ma sì, sì, me ne frego.

 

NYM

Fetta di cacio che non sei altro! Pauca, pauca: ti faccio a fette, son proprio di quest’umore!

 

SLENDER

Dov’è il mio creato, il Semplice? Zietto, l’avete veduto?

 

EVANS

Acchetatevi, per fafore! Cerchiamo un po’ di capire: ci sono tre arpitri in questa faccenda, a mio modesto parere; cioè, messere Page (fidelicet mastro Page); e ci è il sottoscritto (fidelicet me medesmo); e c’è la parte tre (per ultima e per finire), l’oste mio della Giarrettiera.

 

PAGE

Giusto, ci siamo noi tre per arbitrare e raccapezzar la cosa tra i dua.

 

EVANS

Penissimo! Io ne fazzo nota nel mio calepino, e appoi

ci ponziamo sopra la causa con tanto discretamente come si pò.

 

FALSTAFF

Pistol!

 

PISTOL

Pistol ha orecchie per sentire.

 

EVANS

Ma santo diafolone! Che moto di dire è questo,”ha orecchia per sentire”? Ma sentilo che spruffoni!

 

FALSTAFF

Ehi Pistol, hai forse fregato la borsa a mastro Slender?

 

SLENDER

Per li guantacci miei, sì che l’ha fatto! Sennò ch’io possa non più rientrare nella mia camara granda! Sette grossi in moneta di zecca m’ha fregati, e duo piastrelle d’Edoardo che avevo pagate ognuna due scellini e du soldi a Nardo Bezzifasulli, lo giuro su sti guantacci.

 

FALSTAFF

Pistol, è vero codesto?

 

EVANS

No, sarà falso, visto che lui è tagliaporse.

 

PISTOL

Ehi tu, quel bufalaccio che vien da’ monti!

Ser John maestro mio, io sfida esigo

da questo sciabolino di latta. Avanti,

un motto di disdetta sulle tue labras, lesto!

Niega il tuo dire, svelto! Feccia e sborra!

Tu dici le bugie!

 

SLENDER [Indica Nym]

Allora è stato lui, per ste manopole.

 

NYM

Messere, dammi retta, pìgliala d’umor buono. Ché se ti salta l’umore di chiamare il birro per me, allora io ti dico “Bada ch’io ti scavezzo”; hai capito l’antifona?

 

SLENDER

Ma allora, per questo nicchio, me l’ha fregati quello con la faccia rossa! È vero che non ricordo cosa che ho fatto quando m’avete briaco, ma vivavvio non mi son completamente somaro.

 

FALSTAFF

Che gli rispondi, Gianni e Rubizzo?

 

BARDOLPH

Bene, mio sere, da parte mia io ci dico che trinca e ritrinca il valentuomo aveva perso le cinque sentenze.

 

EVANS

I cinque sensi, si dice! Ppù, che schifo è l’ignoranza!

 

BARDOLPH

E sendo briaco, sere, ei venne, come si dice, scassato; e in tale modo gli eventi son iti oltre i sua intenti.

 

SLENDER

Uh, pure allora parlavi latino! Ma lasciamo stare.

Per questo vostro lacciuolo io non m’ubriaco mai più in vita mia se non tra persone oneste, civili e scrupolose. Se mi briaco lo fò con quei che hanno timor d’Iddio, mai più con furfantacci beoni come voialtri.

 

EVANS

Pel ciudizio d’Iddio, questo è virtuoso proposito.

 

FALSTAFF

Padroni miei, voi sentite: tutte le vostre accuse sono respinte. Voi lo sentite, no?

 

Entrano Anna Page [che porta del vino; e poi] madonna Ford e madonna Page.

 

PAGE

No, figliola, il vino riportalo in casa; lo berremo dentro.

[Esce Anna Page.]

 

SLENDER

O Cielo, è monna Annetta!

 

PAGE

Monna Ford, che mi dite?

 

FALSTAFF

Sull’onor mio, monna Ford, vi vedo con grande giubilo: col vostro permesso, madonna. La bacia.

 

PAGE

Moglie, fa’ buona festa a questi signori. Venite, ché abbiamo per desinare, caldo caldo, un bel pasticcio di lepre. Venite, sù, miei signori, io spero che i dissapori li affogheremo nel bicchiere. Escono tutti tranne Slender.

 

SLENDER

O porca miseria, darei sti quaranta scellini per aver qui i miei Canti e Sonetti.

 

[Entra il Semplice.]

 

O Pierino, ma dove domine t’eri imboscato? Devo far da creato a me stesso ora? Non hai mica portato con te il mio libro d’Indovinelli?

 

SEMPLICE

Indovinelli? Ma non li avete imprestati all’Alice Biscotta all’ultima festa d’Ognissanti, due settimane prima del Sammichele?

 

[Entrano Shallow e Evans.]

 

SHALLOW

Sveglia, nipote! Sveglia, nipote! Non aspettiamo che te. Una parola, nipote. Per la Madosca, sentimi qua, nipote; c’è, diciamo, un progetto, oh, una sorta di proposta che qui don Ughetto ha buttato lì alla lontana. Tu mi capisci?

 

SLENDER

Messersì, voi mi troverete ragionevole. Se la cosa è così, io farò ciò che vuol ragione.

 

SHALLOW

Adagio, prova a capirmi.

 

SLENDER

Zietto, è questo ch’io fò.

 

EVANS

Suvvia, date orecchio alle sua mozioni. Mastro Slender, io vi spiecare codesta faccenda, se ne siete capacità.

 

SLENDER

None, io farò come dice zio Shallow; scusatemi tanto, don Ughetto: lui è giudice di pace in zona sua, chiaro com’io son qua.

 

EVANS

Ma il punto qui non è questo: il punto è il vostro parentado.

 

SHALLOW

Esatto, questo l’è il punto, caro.

 

EVANS

Per la Maretta, questo! Il punto preciso l’è questo qua: voi con madonna Annetta.

 

SLENDER

Sorbole! Se questo è il punto io me la impalmo subito con ragionevoli patti.

 

EVANS

Ma siete capace o no di affezionare la femmina? Permetteteci di pressarvi per sapere codesto dalla vostra pocca o dalle labia vostre, dacché svariati filosofi tengon le labia esser una mera porzion della pocca. Dunque per l’esattezza ce la fate a volere un poco di pene alla figlia?

 

SHALLOW

Abramo Slender, nipote mio, te la senti di volerle bene?

 

SLENDER

Io lo spero, zietto. Io vo’ fare come conviene ad uno che segue ragione.

 

EVANS

No, per tutti li santi e sante del Patreterno! Qua mi dovete dire per chiaro se ce la fate a spostar su lei i desideri vostri per lei.

 

SHALLOW

Questo tu devi fare e non altro. Te la senti di maritartela con un buon appannaggio?

 

SLENDER

Io vo’ fare codesto e più, se me lo chiede zietto, sempre secondo ragione.

 

SHALLOW

No, nipote mio, sforzati, sforzati di capire: quel ch’io fò lo fò per il tuo vantaggio, nipote. Ce la fai ad amar la ragazza?

 

SLENDER

Io son saldo a pigliarla, zio, se me lo chiedi tu. E se poi non c’è grande amore all’inizio, magari il Cielo può farlo decrescere con miglior conoscenza, quando che siamo accasati e con più occasione di capirci l’un l’altro. Io spero dimestichezza ci porti la contentezza. Ma se voi dite “spòsala” io me la sposo, ché a questo io sono liberamente dissolto, e dissolutamente.

 

EVANS

Risposta propio discrepita! Ci è solo un piccolo punto dov’è cascato l’asino, quel “dissolutamente”. A mio modesto parere la parola dev’esser “risolutamente”. Ma l’intenzione è puona.

 

SHALLOW

Non c’è dubbio, credo che mio nipote volesse dir cosa buona.

 

SLENDER

Domine sì, sennò ch’io finisca alle forche, là!

 

SHALLOW

Ecco, ecco che arriva la bella madonna Annetta.

 

[Entra Anna Page.]

 

Io vorrei tornar garzone per amor vostro, madonna!

 

ANNA

Il desinare è pronto in tavola. Mio padre prega lorsignori di fargli compagnia.

 

SHALLOW

Saremo ai sua ordini, bella monna Annetta.

 

EVANS

O penedetto Iddio, non sarò certo assenza a sto penedicite. [Escono Shallow e Evans.]

 

ANNA

Si compiace d’entrare vossignoria?

 

SLENDER

No, vi ringrazio davvero, di tutto cuore; sto molto bene così.

 

ANNA

Il pranzo v’aspetta, signor mio.

 

SLENDER

Io non ho appetito veruno, gran mercé veramente. [Al Semplice.] Tu vai pure, briccone! Sebben tu sia mio creato, vai pure a servire Shallow, il mio zio. [Esce il Semplice.] Ad un Giudice di Pace ci può pure capitare di obbligarsi all’amico che gl’impresta il famiglio. Io pago tuttora tre creature e un paggio, io, finché la mamma non muore; ma che m’importa, vah, vivo lo stesso come un nobile squattrinato.

 

ANNA

Ma io non posso rientrare senza vossignoria: loro non siedono a tavola finché non siete arrivato.

 

SLENDER

Parola d’onore, io non tocco di nulla; ve ne dico mercé come se avessi magnato.

 

ANNA

Io ve ne prego, entrate, signore.

 

SLENDER

Gran mercé, preferisco far due passi qua fuori. Mi sono sbucciato uno stinco ieri l’altro tirando di stocco e pugnale con un mastro di spata: tre botte per un piatto di prugna cotte; e da allora affemia non sopporto il puzzo di carne cotta. Ma perché mai abbaiano i vostri cani? Che forse c’è orsi in paese?

 

ANNA

Messersì ce ne sono, penso; ne ho sentito conversare.

 

SLENDER

Ah cotesto l’è un trastullo ch’io amo assai, epperò io ci fò obiezione più di chiunque nel reame. Dite, che voi vi spaventate al vedere un orso slegato?

 

ANNA

Oh sì, davvero, messere.

 

SLENDER

Toh, e invece per me l’è un invito a carne e vino. Io l’avrò visto venti volte Sackerson bello e slegato, e l’ho pure pigliato per la catena, vah. Ma le donne, ve l’assicuro, l’eran ululi e strilli che non vi dico: lo sapete, al sesso donnesco gli orsi proprio non vanno giù. Sono cosacce brutte e sarvatiche assai.

 

Entra Page.

 

PAGE

Allora venite, caro messere Slender, venite: vi stiamo tutti aspettando.

 

SLENDER

Messere, gran mercé, non mi va di mangiare.

 

PAGE

Per l’anima di San Puccio, voi non avete scelta, messere! Venite, venite drento.

 

SLENDER

Bene ma non così: appresso a voi.

 

PAGE

Passate avanti, messere!

 

SLENDER

Madonna Annetta, passate prima voi.

 

ANNA

Oh no, io no. Ve ne prego, entrate.

 

SLENDER

No di sicuro, io non passo per primo. Là, veramente, non vi fò quest’affronto.

 

ANNA

È una preghiera, signore mio.

 

SLENDER

Doh, meglio villano che importuno. Però vi fate torto, là! Vi fate torto davvero! Escono.


ATTO PRIMO – SCENA SECONDA

Entrano Evans e il Semplice.

 

EVANS

Muoviti, va’ a domandare della casa del dottor Caio come che ci si giugne; e colà ci apita una tale monna Spiccia, il quale gli fa a un dipresso da balia, ovvero da balia asciutta, ovvero da cuoca ovvero da lavanderia, ovvero da donna che lava e strizza.

 

SEMPLICE

Allora io vado, messere.

 

EVANS

Adagio un poco, che ora viene il meglio. Dalle sta lettera qui; perché sta ‘onna l’è totalmente intrinseca con la madonna Annetta Page; e la lettera è per precarla e postularla a secondare le cupidigie del tuo patrone appo la monna Annetta Page. Forza, smuovi le chiappe. Io vò a finire il pasto: hanno ancor da venire cacio e pomi. Escono.


ATTO PRIMO – SCENA TERZA

Entrano Falstaff, l’oste, Bardolph, Nym, Pistol e Robin.

 

FALSTAFF

L’oste mio della Giarrettiera!

 

OSTE

Che mi dice il mio gran marpione? Sù vocifera, da persona colta e saggia.

 

FALSTAFF

In verità oste mio, ho da mandare a spasso qualchedun della mia brigata.

 

OSTE

Sbattili via, Ercolone, scassali tutti quanti; si diano una mossa: trotta trotta.

 

FALSTAFF

Io scucio dieci sterline la settimana.

 

OSTE

Tu sei un imperatore, un Cesare, un Kaiser, un Fesser! Il tuo Bardolfo l’assumo io: spillerà, stapperà. Ho ben favellato, Ettore magno?

 

FALSTAFF

Fa’ come dici, oste mio bello.

 

OSTE

Ho detto; venga meco. [A Bardolph.] Io vo’ vederti elargire schiuma e calce. Ho una sola parola. Segui. Esce.

 

FALSTAFF

Bardolph, seguilo. Stapparvino è un gran bel mestiere; vecchia guarnacca fa panciotto nuovo; fante insecchito fa garzon fiorito. Va’! Addio.

 

BARDOLPH

L’è una vita che ho tanto desiato: mi ci farò la grana.

 

PISTOL

O vil uomo gitano, vuoi tu brandir lo zipolo?

Bardolph esce.

 

NYM

Ei fu concepito in fiasco. Non è spiritoso il mio umore?

 

FALSTAFF

Che sollievo ragazzi, mi sono sgravato d’un tale mazzo di solfanelli! Le sue ruberie erano troppo lampanti: quando ficcava le mani in tasca altrui ei pareva un cantore ciuco, non andava a tempo.

 

NYM

Un bell’umore sgraffigna bruciando l’attimo.

 

PISTOL

“Trasferire” l’appella il saggio. “Sgraffignare”! Vah, ci sputo sopra a codesta parola!

 

FALSTAFF

Bene, signori miei, io son ridotto quasi sui muriccioli.

 

PISTOL

Benben, che allor ti vengano i geloni alle chiappe.

 

FALSTAFF

Non c’è rimedio:; debbo cacciare polli; debbo alzare l’ingegno.

 

PISTOL

Le cornacchiette devono pur magnare.

 

FALSTAFF

Chi di voialtri conosce un tale Ford del paese?

 

PISTOL

Io cognosco costui: è di grana ben carco.

 

FALSTAFF

Miei onesti giovini, vi farò parte d’un raggiro che ho in pancia.

 

PISTOL

A giro di pancia due canne e più.

 

FALSTAFF

Pistol, basta coi lazzi. Lo so che di pancia sarò a dir poco due canne, ma ora ne va della pancia, ne va del magnare. Insomma, io vo’ porre il campo attorno alla moglie di Ford. A giudicare di naso ella promette spasso: chiacchiera, fa il ditino, ti getta occhiate con l’esca; io intendo che sti sua vezzi mirano tutti all’atto, e se li sua atti parlassero, la loro voce più dura, a dirla correttamente nell’inghilese, è questa: “Io sono di Ser John Falstaff”.

 

PISTOL

Ma guarda un po’, le ha studiato le volontà, e l’ha tradotte dall’onestà in inghilese.

 

NYM

L’àncora è nel profondo: sono o no un bell’umore?

 

FALSTAFF

Ora, si dice in giro che lei tien tutti i cordoni della scarsella di suo marito; e lui di angioli ne possiede legioni.

 

PISTOL

E tu ci contrapponi altrettante di diavoli. Fatti sotto, ragazzo, sù.

 

NYM

L’umore cresce: benone! Umorizzatemi gli angioli.

 

FALSTAFF

Eccola qua, la lettera che le ho scritta: ed eccone un’altra per la moglie di Page, che pure lei mi faceva l’occhietto or non è molto, e mi scrutava le parti con espertissime scandagliate: a tratti il faro dell’occhio mi bagnava d’oro il mio piede, a tratti la mia ventraia regale.

 

PISTOL

E allora il Sol brillò sul letamaio.

 

NYM

Ottimo umore! Grazie.

 

FALSTAFF

Dico, mi perlustrava le prominenze con sì rapace arrapamento, che l’ardore del raggio suo parevami sbruciacchiare come uno specchio ustorio! Eccola qua l’altra lettera per lei. Anche costei tiene la cassa, anche costei l’è terra di Guiana, tutt’oro ed opulenza. Io ci farò da ministro del tesoro ad entrambe, ed esse saranno i mia due dicasteri: saranno le Indie d’Oriente e di Tramontana, ed io farò commercio con ambedue. Tu vai a portar questa lettera a monna Page; e tu quest’altra a madonna Ford. Ragazzi miei qua ci rimpannucciamo, ci rimpannucceremo.

 

PISTOL

Ed io dovrei Ser Pandaro troiano

divenir, mentre pende al fianco mio

l’acciaro? No, Lucifero

vi mangi tutti!

 

NYM

E pure io non ho minga voglia di farmi galoppino di st’umori osceni. Qua, ripigliati la tua epistola umorosa, ch’io serberò i costumi dell’onore.

 

FALSTAFF [A Robin]

Ehi tu, portali tu questi viglietti

da bravo; sù veleggia, o mia pinnaccia,

a quelle piagge d’oro. E voi fuori dai piedi,

beccamorti, svanite come grandine,

zoccolate, scasate, pisciate in altre nevi,

fate fagotto, marsc! Falstaff imparerà

lo spirito dei tempi: economia

alla francese, cancheri! Io da solo

e il mio paggio in livrea.

Escono Falstaff e Robin.

 

PISTOL

Gli avvoltoi ti possano adugnare

le trippe! I dadi con il trucco reggono

ancora e ben piombati i bassi e gli alti

fregano ricchi e poveri. Avrò tanti soldoni

nella scarsella, quando tu sarai

in un lecceto, o vile Turco Frigio!

 

NYM

Ne’ miei programmi guazzano umori di vendetta.

 

PISTOL

Vuoi vendicarti?

 

NYM

Sì, pel firmamento

e la sua stella!

 

PISTOL

Con furbizia o acciaro?

 

NYM

Con ambo questi umori: io me ne vò da Ford

e spiattello l’umor di quell’amore.

 

PISTOL

Ed io pur io, il Page conoscerà

come qualmente Falstaff schiavo bòffice

la sua colomba a prova metterà,

si becca l’oro e sporca il giaciglio suo soffice.

 

NYM

Quest’umor mio non si raffredda minga saprò infiammare Page ad adoprar veleni, lo farò bello e gonfio d’un giallo furioso, dacché la mia rivolta l’è rischiosa. Questo è il mio umor verace.

 

PISTOL

Uomo, sei proprio il Marte dello Scazzo. Io t’assecondo: in marcia! Escono.


ATTO PRIMO – SCENA QUARTA

Entrano monna Spiccia e il Semplice.

 

MONNA SPICCIA

Eh, Giovanni! [Entra Rugby.] Fammi il favore, va’ alla finestra e guarda un po’ se vedi venire il dottore Caio. Ché se mi spunta, sull’anima mia, e ci trova in casa qualcuno, qua si verifica altro che abuso della pazienza di Domine e della lingua del Re.

 

RUGBY

Bene, vò a fare la guardia.

 

MONNA SPICCIA

Vai, ché poi non appena è l’avemaria ci beviamo suso un poncino che lévati, sulla bragia d’un buon carbone di quel di mare. [Esce Rugby.] L’è un gran bravo figliolo dài, lesto, onesto, come in casa ne arrivan pochi così. E ve lo dico io, lui non fa chiacchiera né zizzania. Ché il suo vizio peggiore è l’uzzolo d’infilzar paternostri; beh da quel lato l’è un pochino toccato; ma uomo vivo non c’è che non aggia il suo difetto, lasciamo stare. Pierino il Semplice avete detto, così vi chiamate?

 

SEMPLICE

Monna sì, in mancanza di meglio.

 

MONNA SPICCIA

E il vostro padrone l’è mastro Slender?

 

SEMPLICE

Monnasì, esatto.

 

MONNA SPICCIA

Non porta micca un barbone tondo come la mezzaluna del guantaio?

 

SEMPLICE

Ma che voi dite! Tiene una faccina così, con quattro peluzzi gialli – una barbetta color di Caino.

 

MONNA SPICCIA

Allora l’è un tipo di pasta frolla, o dico male?

 

SEMPLICE

Càzzica! Dite bene. Però l’è lesto di mano come qualunque tra sta zucca e la sua: ha baccagliato di brutto con un guardiano di conigli.

 

MONNA SPICCIA

No, dite da vero? O ‘spetta ch’io lo ricordo: non tiene come s’ei fusse la testa in suso, e marcia che pare un palo?

 

SEMPLICE

Proprio così, dite bene, proprio così.

 

MONNA SPICCIA

Orben, che Dominiddio non mandi all’Annetta nulla di peggio! Voi dite a messer curato ch’io farò quanto posso per il vostro padrone: l’Annetta è una brava figlia, e io vorrìa…

 

[Entra Rugby.]

 

RUGBY

Fuora, fuora per carità, arriva il principale.

 

MONNA SPICCIA

Ora sì che ci scuoia tutti. Giovinotto, scappa di qua, ficcati nell’armadio. Lui non si ferma a lungo. [Semplice si caccia nell’armadio.] Ehi tu, Rugby! Giovannino! Senti qua, Giovannino! Giovannino, va’ fuori a chiedere del padrone: mi vien paura che non stia bene, ché non mi rientra in casa.

[Canticchia.] E giù, poi giù, e poi colaggiù ecc.

 

[Entra il dottor Caio.]

 

CAIO

Che domine voi cantare? Io non mi piacciono le baggianate. Pregovi andare e pigliare per me in mio armadio une boitine verte – ah scatolina, uh, una verde scatolina. Voi intendere cosa io parlare? Una verte scatolina.

 

MONNA SPICCIA

Sicuro, sicuro, ve la vò a prendere io. [A parte.] Manco male che non c’è ito lui stesso. Se ci trovava il garzone, si scaldava peggio d’un bue.

 

CAIO

Fe, fe, fe, fe, ma foi, il fait fort chaud Je m’en vais voir à la court la grande affaire.

 

MONNA SPICCIA

È questa qua, messere?

 

CAIO

Oui, mette-le in tasca mia, dépêche, spiccia. Dove essere il magnapagnotte Rugby?

 

MONNA SPICCIA

Ehi, Rugby, John Rugby!

 

RUGBY

Son qua, messere!

 

CAIO

Tu essere Rugby mio giovanotto ed essere Rugby fessacchiotto. Dài, piglia mio spadone e segui miei tacchi adessadesso alla corte.

 

RUGBY

L’è apparecchiato, messere, è qui nel portico.

 

CAIO

Io tardo troppo, affé. Malnaggia, que ai je oublié? Vi essere alcuno semplice lattovaro nell’armadio ch’io non voglio per tutto il mondo lasciarlo dietro.

 

MONNA SPICCIA

Ah misericordia, ora ci trova il garzone e dà di matto!

 

CAIO

O diable, diable! Che è nell’armadio mio? Infamia, larron! [Tira fuori il Semplice.] Rugby, il mio spadone!

 

MONNA SPICCIA

Padrone mio, state cheto.

 

CAIO

Perché dover stare a-cheto?

 

MONNA SPICCIA

Il garzone è uomo per bene.

 

CAIO

E che farci in mio armadio l’uomo per bene? Non c’è uomo per bene chi viene in mio armadio.

 

MONNA SPICCIA

Io vi scongiuro non siate così flemmatico! Eccovi la verità: lui veniva a parlarmi da parte del parroco don Ughetto.

 

CAIO

Bien?

 

SEMPLICE

Messersì è la verità: venivo a chiederle di…

 

MONNA SPICCIA

Statevi zitto per carità!

 

CAIO

Zitto la vostra lingua. [Al Semplice.] Dite-ah vostra

nuova.

 

SEMPLICE

Chiedere a questa onesta monna, vostra fantesca, di dire una buona parola alla monna Annetta pel mio padrone a riguardo del parentado.

 

MONNA SPICCIA

Tutto qui ve lo giuro, là! Ma io non ci metto il dito nel foco, quando non c’è bisogno.

 

CAIO

Vacca boia, don Ugo vi manda? Rugby, passami un foglio di carta. Voi aspettare un poco. Scrive

 

MONNA SPICCIA [A parte al Semplice]

Manco male che l’ha presa fresca. S’egli s’avviluppava sul serio, sentivate le urla, le collere. Ma con tutto codesto, giovinotto, io farò pel vostro padrone tutto il bene che posso. E il vero, a dirvela tutta, è che questo dottor franzese mio padrone – e io lo posso chiamar padrone, io, perché gli tengo la casa; e gli lavo e gli strizzo, fò la birra fò il pane fò pulizia, appresto magnare e bere, fò i letti fò tutto da sola…

 

SEMPLICE [A parte a monna Spiccia]

Càspita, l’è un gran peso mettersi in questo modo sotto ad un omo.

 

MONNA SPICCIA [A parte al Semplice]

Ve ne rendete conto no? Un bel peso per chi sta sotto; e levarsi al mattino presto, ire a nanna a notte fonda, ma con tutto codesto – ve lo vo’ dire in un’orecchia e non vorrìa se ne dica motto – il mio principale in persona l’è cotto di monna Annetta. Ma con tutto codesto, io so cosa pensa l’Annetta – lasciamo perdere vah!

 

CAIO

Bertuccia, tu portare cotesta lettera a don Ughetto. Vacca boia, l’è una disfida. Io volergli tagliare gola in bosco, e volere insegnare ad un piteco rognoso di prete a impicciarsi e darsi da fare. Puoi partire, vah! Non star bene tu restare più. Porca vacca, io volere tagliare tutt’e due i di lui corbelli. Parbleu, non avrà una balla da buttare al cane.

[Il Semplice esce.]

 

MONNA SPICCIA

Poverino, lui parla solo a favor dell’amico suo.

 

CAIO

Non fottemi nulla di ciò. Voi non dire che monna Annetta io averla tutta per me? Porca vacca, io ammazzare quel prete scimia; ed ho caricato l’oste nostro de la Giartella di misurare strumento nostro. Vacca boia, monna Annetta sarà di me.

 

MONNA SPICCIA

Messere mio, la figlia vi ama e tutto andrà bene. Lasciamo cianciar la gente: ma che domine!

 

CAIO

Coso, vieni con me alla corte. [A monna Spiccia.] Per la vacca, s’io non avere Annetta io cacciare la vostra zucca fora della mia porta. – Segui miei tacchi, coso.

 

MONNA SPICCIA

Voi l’avrete, voi l’avrete An… [Escono Caio e Rugby.] dico, ancora e sempre la vostra zucca di matto. No, io so quel che pensa Annetta; non ci è femmina in Windsor che sappia meglio di me il pensiero d’Annetta, né che la possa fare con lei quello ch’io posso, graziaddio.

 

FENTON [Di dentro]

Ohù, c’è nessuno in casa?

 

MONNA SPICCIA

E ora chi domine è? Venite accosto alla casa, prego.

 

[Entra Fenton.]

 

FENTON

Orbé buona donna, come la va?

 

MONNA SPICCIA

Meglio da quando vossignoria è così buona da domandarlo.

 

FENTON

E quali notizie? Come la sta la gentile Annetta?

 

MONNA SPICCIA

Proprio vero, signore, gentile e onesta e graziosa, e la vi guarda con occhio amico – questo poi ve lo posso assicurare, sia grazie a Domine.

 

FENTON

Ma tu credi che avrò successo? Non sarà una inutile corte?

 

MONNA SPICCIA

Monsignore, veramente l’è tutto nelle Sue mani lassù; ma con tutto codesto, mastro Fenton, lo giurerei sovra una bibbia ch’ella vi ama. Vossignoria non ha minga un porricino sull’occhio?

 

FENTON

Sì perbacco, ce l’ho: e allora?

 

MONNA SPICCIA

Ben, ci è tutta una storia. L’è un tal tipetto, Dio bono; ma una figliola onesta, ve lo detesto, come poche che magnan pane. Si è conversate un’ora su quel cecino, oh và! Niuna mi farà ridere come codesta figliola! Però l’è vero che cede troppo a ponzamenti e allicòlle. Ma verso di voi – benbé – non dico.

 

FENTON

Bene, la vedo oggi stesso. Tieni, questo è danaro per te. Méttici a mio favore qualche buona parola. E se tu la vedessi prima raccomandami a lei.

 

MONNA SPICCIA

Ma scherzate? Affé mia se non lo faremo; e a vossìa dirò altro su quel porricino la prossima volta che abbiam confidenza; e pure su alcuni altri che le van d’attorno.

 

FENTON

Bene, a presto, ch’io vò di gran prescia ora.

 

MONNA SPICCIA

Buona serata a vostra eccellenza! [Esce Fenton.] Propio un onesto gentiluomo, oh và! – però l’Annetta non gli vuol bene; ch’io lo conosco meglio di altre cosa bolle in quel cervellino. – Oh malnaggia, mi stavo scordando!

Esce.


La dodicesima notte

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