Le allegre comari di Windsor – Atto II

Le allegre comari di Windsor – Atto II

(“Merry Wives of Windsor”  1599 – 1601)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Le allegre comari di Windsor - Atto II


ATTO SECONDO – SCENA PRIMA

Entra madonna Page, con una lettera.

 

MADONNA PAGE

Ma come, ho scansato le missive d’amore quando la mia beltà era in festa, e ne divengo l’oggetto ora? Vediamo. [Legge.]

“Non dirmi ch’io ti spieghi perché t’amo, dacché pur se l’Amore chiede a Ragione avviso, non l’accetta però per consigliere. Tu giovine non sei, ed io non più; e allora, dài, questa l’è affinità. Tu sei giuliva, ed io lo sono pure; ah, ah, questo ci fa più affini ancora. Ti piace il vin di Spagna, e pure a me vorresti forse affinità più affine? Deh, sìati sufficiente, monna Page – almeno, se ti basta l’amore d’un soldato – che io ti ami. Ed io non ti dirò, pietade abbi di me, ché tal non è parlare da soldato. Io dico, àmami. E firmo,

Il tuo fido scudiere,

di giorno o di sera,

per ogni lumiera,

pronto per te a pugnare

con ogni potere,

JOHN FALSTAFF.”

Ma che razza d’Erode giudeo è costui? O mondo, mondo malvagio! Un vecchiardo che sta per cascare a pezzi, venirmi qua a fare il giovine cascamorto! Ma pe’ mille diavoli qual leggerezza avrà mai pescato nella mia condotta codesto trincatore fiammingo, da osare serrarmi ora con sti lacciuoli? E dire che m’ha veduta sì e no tre volte! Ma cosa potrò avergli detto? Ché anzi nel brio allora mi tenni a freno parecchio. Che Iddio mi perdoni! Ma càspita io vo’ presentare una proposta in parlamento, per fare la festa a tutti sti maschiacci. In quale maniera potrò fargliela pagare? Perché in qualche maniera io sarò vendicata, com’è sicuro che le sua budella sono formate di salcicce!

 

Entra madonna Ford.

 

MADONNA FORD

Madonna Page! Figurati ch’io venivo da te.

 

MADONNA PAGE

E anch’io, ma pensa, io venivo a cercarti. Uh ma tu hai un sì brutto aspetto!

 

MADONNA FORD

Macché, non lo credo affatto. Ho qui la prova del contrario.

 

MADONNA PAGE

Però l’è così, t’assicuro.

 

MADONNA FORD

Bene allora sarà così. Però, ti dicevo, potrei farti vedere qualcosa che dimostra il contrario. O monna Page, dammi qualche consiglio!

 

MADONNA PAGE

Ma cosa c’è, donna mia?

 

MADONNA FORD

O amica mia, non fusse per qualche scrupolo da dozzina, che onore potrei ottenere!

 

MADONNA PAGE

Mia cara, mandalo a quel paese lo scrupolo, e beccati l’onore. Ma di che onore si tratta? Gli scrupoli lasciali perdere – che onore è?

 

MADONNA FORD

S’io volessi andare al ninferno per qualche eterno minuto, potrei divenir cavaliera.

 

MADONNA PAGE

Che? Tu mi uccelli! Ser Alice Ford? Ma bada che sti cavalieri hanno il brando facile, sai; sicché faresti meglio a non alterare il rango de’ nonni.

 

MADONNA FORD

Beh, qua si perde tempo. Tieni, leggi, leggi; guarda in che guisa posso avere il cavalierato. Sinché avrò vista per scartare il brutto dal bello, io degli uomini grassi penserò corna più che mai. Eppure costui non scuoiava santi, elogiava la donna modesta, e con tale ritegno e garbo ti biasimava ogni improprietà, ch’io l’averei giurato che l’indole sua fusse tutt’una con le parole. Invece ste cose gli van d’amore e d’accordo come il libro de’ Salmi con un’ariaccia da bordello. Ed io mi chiedo, quale tempesta ha buttato a riva in Windsor codesta balena con cento barili d’olio in pancia? Quale partito l’è meglio per vendicarmi di lui ora? La strada migliore, io mi credo, sarìa di lattarlo di speranza finché il tristo foco della sua foia non l’abbia sciolto nel suo stesso untume. Hai mai sentito l’eguale?

 

MADONNA PAGE

Lettera per lettera! Soltanto i nomi Page e Ford differiscono! A tuo grande sollievo in sto misterio de’ giudizi tristi, eccoti la gemella della tua lettera. Ma l’eredità ce l’abbia pure la tua, ché la mia, t’assicuro, non la rivendicherà. Io ci scommetto che costui ne ha mille di ste missive, con lo spazio in bianco pei vari nomi – ma che dico, più di dumila – e queste son la seconda edizione. Le stamperà, non c’è dubbio. Lui non fa differenza tra ciò che mette sotto la pressa, visto che vuole metterci sotto ambedue. Ma io vorrò piuttosto essere moglie d’un titano, e giacer sotto il monte Pelio. Affogaggine! Farei prima a trovarti venti tortore ben arrapate, che un singolo uomo pulito.

 

MADONNA FORD

Dico, questa l’è proprio uguale: stessa mano, stesse parole. Ma che diamine pensa di noi?

 

MADONNA PAGE

Beh, non lo so davvero; mi fa sentire quasi parata a bisticciar con la mia onestà. D’ora in poi vo’ trattare me stessa come una donna che non conosco; perché certo, se lui non sapesse di me qualche tratto ch’io stessa non so, non m’averebbe abbordata giammai con tanta violenza.

 

MADONNA FORD

E tu lo chiami abbordare? Ma allora io mi vo’ assicurare ch’egli rimanga sovra coverta.

 

MADONNA PAGE

Così farò anch’io: se mai riesce a infilarsi sotto la mia coperta io non rischio l’onda mai più. Sù, pigliamoci una vendetta: gli fissiamo un abboccamento, lo assecondiamo per finta nei su’ armeggi, e gli meniamo il cane per l’aia sventolandogli l’esca sotto il naso, sinché non sarà ridotto a impegnarsi i cavalli all’oste nostro della Giarrettiera.

 

MADONNA FORD

Anzi, io son pronta a fargli di contro la qualsivoglia porcheria, che non la sporchi la pulizia del nostro onore. Ah se mio marito vedesse sta lettera! La darebbe senza più fine nutrimento alla sua gelosia.

 

MADONNA PAGE

O guardalo lì che arriva, e il mio buon uomo assieme a lui. Lui l’è lontano da gelosia come son io dal dargliene causa: che l’è, spero, distanza enorme.

 

MADONNA FORD

Cara mia, sei la più fortunata.

 

MADONNA PAGE

Sù, complottiamo assieme contro codesto baron dell’unto. Vieni da questa parte.

[Vanno sul retroscena.]

 

Entrano Ford [con] Pistol, e Page [con] Nym.

 

FORD

Via, spero non sia così.

 

PISTOL

La speranza, alle volte, è un cane senza coda:

Ser John ti concupisce la mogliera.

 

FORD

Messere mio, mia moglie non l’è più una fanciulla.

 

PISTOL

Ebben? Colui corteggia in alto e in basso,

ricche e indigenti, giovani e attempate,

e l’una assieme all’altra, messer Ford.

Ama la mesticanza: Ford, rifléttici.

 

FORD

Prendersi di mia moglie?

 

PISTOL

Messere sì, col fegato che scotta.

Metti le mani avanti, oppure vai

come il Sere Atteone, proprio lui,

con Fido alle calcagna.

Oh, quale nome odioso!

 

FORD

Quale nome, messere?

 

PISTOL

Le corna, dico. Addio.

Occhi averti; sta’ in guardia; dacché i ladri

van di giro la notte; e tu previènili

prima che il caldo arrivi, o canti il cùculo.

– Andiamo, ser caporale Nym! – Tu dagli retta, Page, ché Nym parla da senno. Esce.

 

FORD [A parte]

Mi armerò di pazienza. Voglio vederci chiaro.

 

NYM [A Page]

E cotesto l’è il vero; non amo l’umor menzognero io. Lui m’ha fatto dei torti in vari umori. Io dovevo portarle la sua missiva umorosa. Ma Nym ha un brando, ed esso, se occorre, sa azzannare. Lui t’adocchia la moglie, e questo è quanto. Il nome mio l’è il Caporale Nym. Io dico e garantisco: questa è la verità. Mi chiamo Nym, e Falstaff punta a mogliera. Adieu. Io non amo l’umor del pane e cacio. Adieu. Esce.

 

PAGE

Costui va tutto in brodo d’umore, o sèntilo! È un malandrino che ti spaventa l’inglese e lo rincoglionisce.

 

FORD

Io vò a parlare a Falstaff.

 

PAGE

Mai sentito un marpione così bavoso e spocchioso.

 

FORD

Se appuro qualcosa – bene.

 

PAGE

Non credo ad una parola di sto Circasso, manco se il parroco del paese mi caldeggiasse la sua onestà.

 

FORD

Costui m’è parso un tipo giudizioso – bene.

 

PAGE

Che fai qui, monna Rita?

 

[Madonna Page e madonna Ford si fanno avanti.]

 

MADONNA PAGE

E tu dove vai, Giorgetto? T’ho da dir belle

cose.

 

MADONNA FORD

Allora, caro Frank, perché così scorbacchia-

to?

 

FORD

Io scorbacchiato? Io non lo sono per niente. Vanne in casa piuttosto, va.

 

MADONNA FORD

Ah, giuro che ci hai dei grilli pel capo ora. Vogliamo andare madonna Page?

 

MADONNA PAGE

Sì vengo. Tu vieni a pranzo, Giorgetto? [A parte a madonna Ford.] Ma guarda lì chi arriva: ci servirà da postina per il nostro poltrone.

 

MADONNA FORD [A parte a madonna Page]

Credi, pensavo proprio a lei. Ci servirà a meraviglia.

 

[Entra monna Spiccia.]

 

MADONNA PAGE

Siete venuta a vedere mia figlia Anna?

 

MONNA SPICCIA

Proprio, madonna sì; e ditemi per favore, come vive madonna Annetta?

 

MADONNA PAGE

Venite in casa e vedrete: staremo a parlare un’oretta.

Escono madonna Page, madonna Ford e monna Spiccia.

 

PAGE

Compare Ford, state bene?

 

FORD

L’avete udito, nevvero, ciò che m’ha detto quel castrone?

 

PAGE

Io ho, e voi pure udiste quel che m’ha detto l’altro?

 

FORD

Credete ci sia qualcosa di vero?

 

PAGE

Che li impicchino, schiavi! Io non credo che il cavaliere s’arrischi a codesta cosa. Via, costoro che lo accusano di intenzion sulle nostre donne sono un’appaiata di birri che costui ha cacciati: due veri furfanti, ora che han perso la mangiatoia.

 

FORD

Erano gente sua?

 

PAGE

Erano sì, la malora!

 

FORD

Non che questo m’accheti. Lui alloggia alla Giarret-

tiera?

 

PAGE

Sì, per domine, sì. E quando invero volesse viaggiare così verso mogliama, io gliela sciolgo addosso, e quel che trarrà da lei oltre alle male parole, la mia crapa lo porti.

 

FORD

Io non dubito di mogliama; ma non mi sentirei di mandarli sciolti assieme. Un uomo può fidarsi troppo. Io non vo’ trasportar nulla sul cranio. Né così facilmente mi metto il cuore in pace.

 

PAGE

O guarda lì come l’oste nostro sen vien sbraitando! Quando ha una cera così giuliva, o ci ha vino nelle cervella o pecunia nella scarsella.

 

Entra l’oste.

 

Che mi racconti, caro il mio oste?

 

OSTE

Che mi racconti tu, birbone mio? Tu sì che sei un galantuomo! – E tu palèsati, Giudice Vitaiolo!

 

Entra Shallow.

 

SHALLOW

Eccomi, oste mio, eccomi qua. Venti volte buondì, ottimo messer Page! Messere Page, volete venire con noi? C’è un gran diporto in vista.

 

OSTE

E diglielo, Giudice Vitaiolo; diglielo, birbaccione.

 

SHALLOW

Messer mio, qua s’apparecchia un duello tra don Ughetto prete gallese e Caio cerusico franzese.

 

FORD

Una parola con voi, caro il mio oste. Lo tira a parte.

 

OSTE

Cosa vuoi dirmi, baldraccone?

 

SHALLOW [A Page]

Vi va di venire a vederlo? Il nostro oste cacasollazzi ha dovuto misurar la ferraglia, e mi credo ch’ei li ha indirizzati ad abboccarsi in luoghi diversi. Perché, mi dovete credere, sento che il parroco non scherza minga. Venite, vi dico la burla che s’è parata. [Parlano a parte.]

 

OSTE

Di’, non hai tu querela contro il centauro mio, il mio cliente a cavallo?

 

FORD

No, lo giuro, nessuna. Ma vi vo’ dare un barilotto di vin speziato se mi fate arrivare da lui, dicendogli che il mio nome è messer Rivoletto – così, solo per burla.

 

OSTE

Qua la mano, birbante! Tu avrai ingresso e regresso – ho detto bene? – e il tuo nome sarà Rivoletto. Lui l’è un cavalier gioviale. Emiri miei, vogliamo andare?

 

SHALLOW

Sono teco, oste mio.

 

PAGE

Io ho sentito che il francioso sa dar bene col suo spadone.

 

SHALLOW

Oh, uh, messer mio, io arei potuto dirvi più là! Di questi nostri tempi e’ si fa tutto sulle lunghezze, sulle passate, sulle stoccate e io non so che altra cosa. Ma l’è la corata, messere Page, l’è tutto qua drento, tutto qua drento. Passato è il dì ch’io solo col mio spadone, ben quattro di quei stangoni io ve l’arei fatti schizzar come topi.

 

OSTE

Là, ragazzuoli, in guardia, là, là. Beh, ci diamo una mossa?

 

PAGE

D’accordo andiamo. Ma io preferirei vederli bezzicare e non infilzare. [Escono l’oste, Shallow e Page.]

 

FORD

Codesto Page è uno gnocco sicuro, a starsene così saldo sulla fralezza della moglie sua. Io non potrei così facilmente buttar via la mia convinzione. Ella è suta in sua compagnia in casa di Page; e cosa han compicciato lì drento, io ignoro. Bene, io vo’ vederci un poco più in là, ed ho preparato un camuffamento per scandagliare quel Falstaff. S’io truovo ch’ella è onesta, io non spreco fatica. E quando ch’ella fusse l’opposta, la mia è fatica bene impiegata. Esce.

 


ATTO SECONDO – SCENA SECONDA

Entrano Falstaff e Pistol.

 

FALSTAFF

Io non ti presto un soldo.

 

PISTOL

Ebbene, allora il mondo è l’ostrica mia, ch’io con l’acciaro spalancherò.

 

FALSTAFF

Neanche un soldo. Io ho consentito, messere, a che voi spillaste danaro sul credito mio. Io ho rotto le balle agli amici più cari, onde cavar di galera tre volte voi e il vostro compagno di pariglia, Nym; o altrimenti areste veduto il sole a sbarre, come duo gemelli babuini. Io mi son meritato l’inferno spergiurando ai gentiluomini amici miei che voi dua eravate bravi soldati e gente di fegato. E quando la monna Brigida perse il manico del ventaglio, io diedi parola d’onore che tu non ne sapevi nulla.

 

PISTOL

E non hai avuto la parte tua? Non avesti i tuoi quindici soldi?

 

FALSTAFF

Ragiona, trista cosa, ragiona: credi tu che io rischierei l’anima gratis? In una parola, non penzolarmi più dattorno, ch’io non son minga il cappio che t’impicca. Va’! – lametta in pugno e pigia pigia – al tuo maniero di Portapizzuta, va’! La lettera mia non ti va di portarla, carogna che non sei altro? Ci tieni alla tua reputazione? Ma come, tu obbrobrio senza confini, io stesso sudo le sette camicie per tenere l’onor mio senza macchia; io, io, io stesso alcune fiate, lasciando a mancina il timor d’Iddio e celando l’onore nella necessità, mi adatto a uccellare, a turlupinare, a traslare. E tu malacarne mi vuoi camuffare i tua stracci, celare il tuo muso di gattomammone, la tua parlata da bisca, e le tue bordate di moccoli, sotto l’impannucciata del tuo onore! Non ti volevi sporcare le mani, eh?

 

PISTOL

Mi arrendo: che vorresti di più da un mortale?

 

[Entra Robin.]

 

ROBIN

Signore, c’è qui una donna che vuole parlarvi.

 

FALSTAFF

La s’introduca.

 

Entra monna Spiccia.

 

MONNA SPICCIA

Buona giornata a vostra signoria.

 

FALSTAFF

Buondì, mia buona sposa.

 

MONNA SPICCIA

No, sposa no, se garba a vossignoria.

 

FALSTAFF

Madamigella, allora.

 

MONNA SPICCIA

Propio così lo giuro – come mia madre appena ch’io venni al mondo.

 

FALSTAFF

Io credo al giuro. In che cosa vi servo?

 

MONNA SPICCIA

Posso a vossignoria largire un motto o due?

 

FALSTAFF

Bellezza mia, dumila. Io largisco l’udire.

 

MONNA SPICCIA

Mio sere, v’è una certa madonna Ford – ma prego, fatevi un poco più accosto ora – io stessa vivo col ser dottore Caio…

 

FALSTAFF

Andate avanti; monna Ford, voi dite…

 

MONNA SPICCIA

Esatto, vostra grazia dice il vero – prego vossìa venire un poco accosto.

 

FALSTAFF

Io t’assicuro, nessuno qui ci sente. L’è gente mia, gente mia.

 

MONNA SPICCIA

Ah veramente? Iddio li benedica, e ne faccia suoi servi!

 

FALSTAFF

Dunque, madonna Ford – che volevate dirne?

 

MONNA SPICCIA

Ah, sere mio, un’ottima creatura! – Gesù, Gesù, vossìa l’è un seduttore! Beh il Cielo vi perdoni, io prego, e tutti noi!

 

FALSTAFF

Madonna Ford, suvvia, madonna Ford.

 

MONNA SPICCIA

Madonna santa, ecco tutta la storia: l’avete messa in tale tarantella che l’è una meraviglia. Il cortegiano meglio di tutti, quando che la corte sta in Windsor, non arebbe saputo menarla a tal paté. E dire che vi son stati cavalieri, e baroni, e signori con carrozza e cavalli – io ve lo giuro, veh, cocchio su cocchio, lettera dopo lettera, regalo su regalo – e prefumati di muschio che l’era una squisitezza, e tutti frusciamenti, giuro, di sete e d’oro, con motti così alliganti e vino e zucchero dei più prestanti e fini, che arebbero vinto il cuore d’ogni dama; ed io ve l’assicuro, che nemmanco un occhietto hanno avuto da lei; io stessa ebbi donati propio questa mattina venti angioli; ma d’angioli di tal fatta – così come li chiamano – non me ne importa un tubo, se non per cose oneste; eppoi, io ve lo giuro, mai poteron menarla manco a succiare un sorsetto col più tronfio di loro, e v’assicuro che ci sono stati dei conti, no, che dico, assai di più, guardie del Re, ma giuro, per lei son tutti cacca.

 

FALSTAFF

Ma a me che cosa dice? Sii succinta, mia ottima Mercuria.

 

MONNA SPICCIA

O Madonnuccia, lei ha ricevuta la vostra lettera, e ve ne ringrazia le mille volte; e mandavi a notificare che suo marito sarà assenza da casa tra le dieci e le undici.

 

FALSTAFF

Dieci e undici.

 

MONNA SPICCIA

Così, esatto; e allora potete venire a vedere il ritratto, dice lei, che voi sapete. Mastro Ford suo marito non ci sarà. Ah che la santa donna mena con lui una vitaccia: è una vera gelosia quel suo marito; ell’ha con lui una vita davvero sfronzolata, povera donna.

 

FALSTAFF

Dieci e undici. Donna, raccomandami a lei; non mancherò.

 

MONNA SPICCIA

Ah, che voi dite bene! Io tengo però per vossìa un altro messaggero. Anche madonna Page vi si ricorda di cuore; ed io vo’ dirvi all’orecchia, ella è moglie egualmente civile, modesta e scorreggiosa, ed una, ve lo vo’ dire, che più d’ogni altra in Windsor non si perde un patrenostro di mane e sera; e m’ha ordinato di dire a vossignoria che suo marito si spicca raramente di casa, ma ella spera che prima o poi egli si spiccherà. Mai vista una donna pigliarsi per qualcheduno una tale sbandata. Sicuramente io penso che abbiate dei talismani, va là; affemia, sicuro.

 

FALSTAFF

Non io, parola d’onore. Qualora si tenga a parte l’attrazione del mio personale, non ho talismani di sorta.

 

MONNA SPICCIA

Benedetto per questo il vostro cuore!

 

FALSTAFF

Ma per favore dimmi questo ora: la moglie di Ford e la moglie di Page, si sono ragguagliate infra loro ch’elle son cotte di me?

 

MONNA SPICCIA

Uh questa sarebbe bella assai! Non saranno così sgraziate io lo spero: codesto sarebbe sul serio un bel pasticcio! Però madonna Page ella vorrìa che le mandaste il vostro paggetto, che sarìa gran pegno d’amore. Suo marito ha una tale infezione per quel paggetto; e veramente Mastro Paggio l’è una gran pasta d’uomo. Non v’è una moglie in Windsor c’abbia vita migliore di lei: ella fà d’ogni cosa a suo modo, dice quel che le gira, accatta di tutto e tutto paga, va alla nanna quando che ha sonno e si leva quando le pare, tutto va come lei comanda e onestamente se l’è meritato, perché se esiste in Windsor una donna a modo, codesta l’è lei. Dovete mandarle il paggio, c’è poco da fare.

 

FALSTAFF

Ma certo che glielo mando.

 

MONNA SPICCIA

Beh mandatelo dunque, e guardate qua, il paggio può andare e venire infra voi due. E in ogni caso parate un motto d’intesa, ché vi possiate capire infra voi senza che il naccherino ci si raccapezzi; perché non è ben che i piccini sappian le male cose; quelli in età, lo sapete, han come dicono la discrezione, e sanno come va il mondo.

 

FALSTAFF

Va’ sana! Ricordami ad ambedue. Ecco la mia scarsella, e ancora ti son debitore. Figliolo, va’ dietro a codesta donna. [Escono monna Spiccia e Robin.] Queste nuove mi dan frastorno.

 

PISTOL

Quella battana è un legno corrier di Cupìdo.

Schiaffa più vele, incalza, drizza bande;

fuoco alle micce! È preda mia, o Netturno

li affoghi tutti! [Esce.]

 

FALSTAFF

Dunque è così, vecchio Jack? Va’ per la tua via. Da sto tuo vecchio corpaccio io voglio spremere molta più gioia di prima. Ti guardano ancora tutte allupate? Vuoi tu, che hai speso tanta pecunia, diventarmi adesso un che ne agguanta? Gran mercé, carcassona mia. Dicano pure che t’han fatto all’ingrosso; ma se ancora fai colpo non importa nulla.

 

Entra Bardolph

 

BARDOLPH

Ser John, c’è giù un certo messer Rivoletto che vuole molto parlarvi e far conoscenza con voi; ed ha mandato a vossìa un sorso mattutino di vin di Spagna.

 

FALSTAFF

Rivoletto, si chiama?

 

BARDOLPH

Messere sì.

 

FALSTAFF

Fallo salire. [Bardolph esce.] Codesti Rivoletti mi son benvenuti, dacché vi trabocca un tale liquore. Ah, ah! madonna Ford e madonna Page, dunque io v’ho incastrate? Allora sotto, via!

 

Entra [Bardolph, e con lui] Ford travestito.

 

FORD

Dio vi salvi, signore.

 

FALSTAFF

E voi pure, messere. Mi volevate parlare?

 

FORD

Io mi fò ardito di pressarvi con troppo breve preambolo.

 

FALSTAFF

Voi siete il benvenuto. In che vi posso servire? Garzone, facci il favore. [Bardolph esce.]

 

FORD

Ser John, io sono un gentiluomo che ha molto sborsato. Il mio nome è Rivoletto.

 

FALSTAFF

Caro messer Rivoletto, vorrei conoscervi meglio.

 

FORD

Mio caro Ser John, io ho eguale richiesta; non per dare alcuno carico a voi, dacché io vo’ che crediate ch’io credo di essere, più che voi stesso non siate ora, in grado di prestare moneta – il che m’ha dato un poco l’ardire di questa mia improvvisata. Perché si dice che quando fa strada la palanca, ogni porta si spalanca.

 

FALSTAFF

La palanca è un buon uomo d’arme, messere: fa sempre breccia.

 

FORD

Voi dite il vero, ed io ne ho qua una scarsella che mi dà fastidio parecchio. Se voi, Ser John, m’aiutate a portarla, pigliatevele tutte o metà, per avermi levato il trasporto.

 

FALSTAFF

Messere, ma io non so per che causa meriti il farvi da portatore.

 

FORD

Ve lo dirò, signore, se voi mi prestate ascolto.

 

FALSTAFF

Dite pure, messer Rivoletto, ch’io sarò lieto servirvi.

 

FORD

Ser John, io sento che siete un uomo di studio – con voi mi spiccio in quattro parole – e da gran pezza vi cognosco per fama. Sinora non ho mai posseduto i mezzi adeguati al mio desiderio di arrivare a conoscervi di persona. Io ora vi scopro una cosa, per cui mi sarà gran mestieri aprirvi le pecche mie. Ma caro Ser John, nel mentre tenete un occhio sulle mie follie e me le sentire sciorinare, vogliate volgere l’altro sul novero delle vostre, ch’io possa scapolarmela con un rabbuffo più lieve, dacché voi stesso sapete quant’è facile l’essere in tali peccata.

 

FALSTAFF

Molto bene, messere. Andiamo avanti.

 

FORD

C’è in questa città una dama – il suo nome di sposa è Ford.

 

FALSTAFF

Andiamo avanti, messere.

 

FORD

Io l’amo da lunga pezza e, ve l’assicuro, ho investito gran cifra su lei; le ho messo il campo attorno con deferenza infatuata; ho colto qualunque occasione d’essere seco; ho alimentato ogni appiglio più magro che tirchiamente potevami consentire vederla; non solamente ho comprato molti regali da darle, ma largamente ho donato altrui per sapere cos’ella volea le si desse; insomma, io l’ho incalzata siccome Amore incalzava me: il che è stato sull’ala di ogni casualità. Ma quale che sia il compenso che n’ho meritato, vuoi per sentire che per scucire, risarcimenti di certo non ne ho visti nessuni, tranne che l’esperienzia non sia dessa il gioiello che ho comprato a prezzo infinito, e che m’ha insegnato a dire così:

Fugge l’amor com’ombra se danaro lo incalza;

                incalza ciò che fugge, e fugge ciò che incalza.

 

FALSTAFF

Ma avete aùto da lei alcuna promessa di satisfarvi?

 

FORD

Mai.

 

FALSTAFF

Le avete fatto sollecito a tal disegno?

 

FORD

Mai.

 

FALSTAFF

Potta di Puccio! E di che tipo l’era codesto amore?

 

FORD

Era come una bella casa costruita su terra altrui, dimodoché ho perduto il mio edificio, sendo sbagliato il posto ove l’ho costruito.

 

FALSTAFF

A quale fine m’avete dischiuso codeste cose?

 

FORD

Quando ve l’avrò detto, avrò detto tutto. Dice qualcuno che mentre costei appare onesta con me, altrove l’è tanto prodiga di gaiezza, che si fanno ipotesi maliziose sul conto suo. Ora, Ser John, eccovi il cuore del mio disegno: voi siete un gentiluomo di perfetta coltura, mirabile eloquio e spaziose entrature, accreditato per rango e per prestanza, accolto dapertutto per le vostre molte doti, d’arme, di corte e di studiosità.

 

FALSTAFF

Via, messer Rivoletto!

 

FORD

Credetelo, perché già lo sapete. Qui c’è quattrini, a voi; spendeteli, spandeteli, spendete pure di più; spendete e spandete tutto ciò che possiedo; datemi solo in cambio tanto del vostro tempo che vi basti a circuire d’amoroso assedio l’onestà di questa moglie di Ford. Usate la vostra arte nell’andarle di torno. Vincetela a fare vosco. Se mai qualcuno lo può, nessun può farlo più svelto di voi.

 

FALSTAFF

E come potrà accordarsi con la vostra furiosa affezione ch’io mi vincessi la cosa che voi vorreste godervi? Io temo che voi vi ordinate una ricetta strampalata assai.

 

FORD

Oh, capite a che cosa vo’ arrivare: ella sta così salda sul suo eccellente onore, che la mia anima folle non osa appalesarlesi. È troppo luminosa per fissarla a occhio nudo. Ora, potessi accostarla con qualche pruova di sue magagne in mano, i miei desideri arebboro base di fatto e argomento per farsi valere. Allora io potrìa snidarla da’ baluardi della purezza, della reputazione, del suo voto nuziale, nonché di mille altre difese che ora mi son schierate troppo forti di contro. Ser John, voi che ne dite?

 

FALSTAFF

Messer Rivoletto, per prima cosa io mi farò ardito col danaro vostro; poi, qua la mano; e infine, per quant’è vero ch’io son gentiluomo, voi potrete volendo trombar la sposa di Ford.

 

FORD

Ma che caro signore!

 

FALSTAFF

Dico, ve la farete.

 

FORD

Non lesinate moneta, Ser John; non vi mancherà.

 

FALSTAFF

Non lesinate su lei, messer Rivoletto; lei non vi mancherà. Io posso dirvelo ora, sarò con lei per suo appuntamento; proprio mentre entravate una sua aiutante, diciamo pure ruffiana, si spiccava da me. Dico, sarò con lei tra le dieci e le undici; ché all’ora suddetta quel tanghero bue geloso di suo marito uscirà di casa. Voi venite da me stasera e saprete come la va.

 

FORD

Beata l’ora in cui v’ho conosciuto. Ford voi lo conoscete, Ser John?

 

FALSTAFF

S’impicchi, misero buggerone d’un becco, non lo conosco, no. Ma gli fò torto a chiamarlo misero; dicono che il sospettoso capron pappataci ha masse di piastre, per questo sua moglie parmi così fascinosa. Io la userò come chiave alla cassa di quel brigante bicorne, ed è lì la mia festa del grano.

 

FORD

Io vorrei che lo conosceste Ford, signor mio, per evitarlo se lo incontraste.

 

FALSTAFF

Alle forche, meccanico polpettone di burro salato! Con una sola occhiata lo fò uscire di senno; lo fò pisciarsi addosso col mio randello; gli planerà sulle corna simile ad una meteora. Messer Rivoletto, tu saprai come ti schiaccio il bifolco, e poi anderai con la sposa. Vienmi a trovare presto appena è compieta. Ford è un masnadiero, ed io a questa qualifica aggiungerò altro peso: tu, messer Rivoletto, lo vedrai masnadiero e stambecco. Vieni da me non appena è sera. Esce

 

FORD

Ma guarda un po’ che schifoso sbruffone d’un Epicuro! Il cuore per la stizza mi si sbarba dal petto. Chi dice che questa mia è gelosia insensata? Mia moglie lo manda a ciamare, l’abboccamento è fissato, ed ecco fatta la combinazione. Qual uomo poteva pensarlo? Questo è l’inferno d’avere una donna bugiarda: il mio letto verrà insozzato, saccheggeranno i miei forzieri, e sbraneranno il mio onore; ed io non soltanto mi devo sorbire codesto torto schifoso, ma ancora mi tocca di farmi ribattezzare con nomi obbrobriosi, e proprio da chi mi fa quest’affronto. Ingiurie! Nomi schifosi! Belfagor suona bene almeno; Lucifero, anche; e Barbariccia pur esso; eppure son titoli de l’inferno, nomi di diavoli. Ma cornuto? Becco pappataci? Becco! Il diavolo stesso non ha un nome sì vile. Quel ciuco di Page è un somaro sicuro: vuole fidarsi della mogliera, non vuol esser geloso lui. Io affiderei più presto a un fiammingo il mio burro, il mio cacio a don Ugo il curato gallese, la mia fiasca di grappa a un irlandese, o il mio cavallo a un ladrone per farmelo un poco ambiare, che mia moglie a se stessa. Quella subito sgarra, rumina, inventa trappole; e quel che si ficcano in crapa di fare lo fanno, il collo si rompono ma lo fanno. Domine sia lodato per la mia gelosia! – L’appuntamento è alle undici: io li saprò prevenire, discovrirò la mogliama, Falstaff a lui la farò pagare, e riderò di Page. Mi metto all’opera subito: meglio tre ore d’anticipo che un minuto di ritardo. Schifo, schifo, schifo! Becco, becco, becco!

Esce


ATTO SECONDO – SCENA TERZA

Entrano Caio e Rugby.

 

CAIO

Tu, Jack Rugby!

 

RUGBY

Messere?

 

CAIO

Che ora s’è fatta, Jack?

 

RUGBY

Messere, è passata l’ora che don Ughetto promise di rincontrarvi a sto posto.

 

CAIO

Porca vacca, ha salvato l’anima sua che egli non è venuto; ha pregato bene la Pibbia che egli non è venuto; vacca boia, coso, lui essere morto già se lui sia venuto.

 

RUGBY

È un uomo saggio, ser dottore: sapeva che se veniva vossìa lo faceva fuori.

 

CAIO

Vacca, l’aringa l’è non morta come io farò morto lui. Tira fuori lo stocco, Coso: io ora ti far vedere come volere scannare lui.

 

RUGBY

Ahimè, padrone mio, io non so tirare di scherma.

 

CAIO

Tira lo stocco, vile!

 

RUGBY

Fermo, ché arriva gente.

 

Entrano l’oste, Shallow, Slender e Page.

 

OSTE

Benedicite, Gran Dottore!

 

SHALLOW

Salve, maestro dottor Caio.

 

PAGE

Come state, caro dottore.

 

SLENDER

Vi dò il buondì, messere.

 

CAIO

Cosa essere tutti voi, due tre quattro, venuti a fare?

 

OSTE

A vederti pugnare, a vederti spaccare, a vederti saltare di qua e di là, a vederti costì, a vederti costà, far la passata di punta, la stoccata, la rovesciata, la botta in giù, la botta in sù. Lui è già morto, Abissino mio? Già defunto, Francioso mio? Eh, mio bullo? Il mio Esculapio che dice? Il mio Galeno? Il mio cuor di sambuco? È già morto, il mio gran pisciologo? È già morto?

 

CAIO

Vacca boia, lui essere il vile prete scimia del mondo, lui non mostrare sua faccia.

 

OSTE

Tu sei il Pitale del Re di Castiglia! Sei Ettore greco, ragazzo mio!

 

CAIO

Io vi prego testimoniare io stare fermo sei o sette, due tre ore ad aspettare, e il curato non arrivare.

 

SHALLOW

Ser dottore, lui è il più furbo dei due; perché lui cura le anime come voi curate la carne. E se voi due v’azzuffate è come fare il contropelo ai mestieri vostri. Non è così, messer Page?

 

PAGE

Mastro Shallow, voi medesimo siete stato una lama furiosa, anche se siete un uomo di pace ora.

 

SHALLOW

Sangre di domine, messer Page, io sono vecchio ora, e del partito di pace, ma quando sbircio uno stocco fuori io mi sento il pizzicorino ai diti per la smania di tirare una botta anch’io. Siamo giudici, e siamo dottori, e gente di chiesa messere Page, ma ci abbiamo drento un poco del sale di gioventù; siamo figli di donna messere Page.

 

PAGE

Questo l’è vero, mastro Shallow.

 

SHALLOW

Lo si vedrà messer Page. Maestro il dottore Caio, sono venuto a portarvi a casa. Ho giurato di portar pace. Voi messere vi siete mostrato un cerusico savio, e don Ughetto s’è mostrato un uomo di chiesa paziente e saggio. Dovete venire con me, dottore.

 

OSTE

Scusatemi, ospite giudice. Una parola, Monsieur Arruffaminzione.

 

CAIO

Arruffaminzione? Che è?

 

OSTE

Arruffaminzione, nella nostra lingua, vuol dire valore, bullo mio.

 

CAIO

Vacca, io avere allora tanta arruffaminzione che l’uomo inglese. Quel bastardo tignoso d’un prete! Porca vacca, io volere mozzare sua orecchia.

 

OSTE

Lui volerti bacchiare di brutto, bullo mio.

 

CAIO

Bacchiare? Che voler dire?

 

OSTE

Farti ammenda, vuol dire.

 

CAIO

Porca la vacca, io sperare che lui bacchia me. Porca Eva io volere ciò.

 

OSTE

Ed io volere aizzarlo a ciò, o vada all’inferno.

 

CAIO

Io grazie mille di questo.

 

OSTE

E per giunta, o bullo mio… [Agli altri, a parte.] Ma prima di tutto, maestro ospite mio, e voi messer Page e altresì Cavaliero Slender, dovete recarvi a Frogmore tagliando per la città.

 

PAGE

Don Ugo è lì, nevvero?

 

OSTE

Proprio laggiù. Sondate l’umor suo; ed io vi porto il dottore andando traverso i prati. Vi va sta cosa?

 

SHALLOW

Sì, la cosa ci va.

 

PAGE, SHALLOW E SLENDER

Addio, messer dottore.

[Escono Page, Shallow e Slender.]

 

CAIO

Porca vacca, io scannare curato perché lui parlare ad Annetta a favore d’uno scimmione.

 

OSTE

Sì, che muoia. Rinfodera l’impazienza. Sulla stizza butta acqua fredda. Vieni con me per Frogmore, passando per i prati. Ti porterò dov’è monn’Annetta, a una festa in un casolare: così la puoi corteggiare. Lepre scovata, dico bene?

 

CAIO

Per la vacca, grazie per questo; per le messe, io portarvi affetto. Io procacciare voi i buoni clienti: i conti, i cavalieri, i baroni i signori miei pazienti.

 

OSTE

E io per questo ti sarò avverso con monna Annetta. Dico bene?

 

CAIO

Affogaggine, bene! Detto bene.

 

OSTE

Diamoci allora una mossa, via.

 

CAIO

Rugby, segui i miei tacchi. Escono


La dodicesima notte

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

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