Pene d’amor perdute – Atto IV

Pene d’amor perdute – Atto IV

(“Love’s Labour’s Lost” 1593 – 1596)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Pene d'amor perdute - Atto IV


ATTO PRIMO – SCENA PRIMA

Entrano la Principessa, Rosalina, Maria, Caterina, Boyet e altri due baroni del seguito, e un guardaboschi.

 

PRINCIPESSA

Era il Re che spronava così forte il suo cavallo

su per quell’erta ripida del colle?

 

PRIMO BARONE

Non lo so, ma non credo che fosse il Re.

 

PRINCIPESSA

Chiunque fosse, mostrava un animo rampante.

Bene, signori, oggi riceveremo il commiato,

e torneremo in Francia sabato. Amico mio

guardaboschi, qual è dunque il cespuglio

dove appostarci a fare gli assassini?

 

GUARDABOSCHI

Qui presso, proprio all’orlo del boschetto;

di là potete fare i più bei tiri.

 

PRINCIPESSA

Ringrazio la beltà! Io che tiro son bella,

ed è perciò che dici “i più bei tiri”.

 

GUARDABOSCHI

Chiedo venia, signora, non intendevo questo.

 

PRINCIPESSA

Come, come? Mi lodi, e poi neghi il già detto?

O breve vanità! Non son bella? O dolore!

 

GUARDABOSCHI

Bella, signora, e come.

 

PRINCIPESSA

Via, ora non mi adulare!

Se non son bella, una lode non mi può render tale.

Qui, specchio mio, un regalo per essere stato schietto;

(Gli dà del denaro.)

di più non potrei fare: pago bene un brutto detto.

 

GUARDABOSCHI

Tutto quello che siete è bellezza e null’altro.

 

PRINCIPESSA

Ma guarda, la mia bellezza è salvata da ciò che ho fatto!

O eresia della bellezza, ben t’adatti al nostro tempo!

Chi fa regali, anche se brutto, vien giudicato bello.

Ma via, datemi l’arco! La pietà va ad ammazzare,

e allora il tirare bene vien giudicato male.

Io lo salvo così, il mio credito nel tirare;

se non ferisco, è la pietà che non me lo fa fare;

se invece ferisco lo fò per mostrare la mia bravura:

voglio uccidere non per uccidere ma per farci bella figura.

E senza dubbio è proprio così, parecchie volte

la gloria si fa colpevole di tanti delitti atroci,

quando, per le apparenze, per amore di fama o lode,

pieghiamo a queste passioni l’operato del nostro cuore;

come me, che solo per lode cerco adesso di spillare

il sangue del povero cervo, cui il mio cuore non vuole male.

 

BOYET

Che forse le mogli bisbetiche non sono tiranne su se stesse,

solo per aver lode, quando fan tutto per essere

signore dei loro signori?

 

PRINCIPESSA

Sì, solo per aver plauso, e sia pure da noi elargito

ad ogni signora che sottomette il marito.

 

Entra Melacotta.

 

BOYET

Ecco che arriva un membro della comunità.

 

MELACOTTA

Buon pomeriggio conceda a tutte il Patreterno! Chiedo venia, chi l’è qua la dama in capo?

 

PRINCIPESSA

Buonuomo, la puoi distinguere dalle altre che sono scapate.

 

MELACOTTA

Qual è insomma la dama più granda, la più alta?

 

PRINCIPESSA

Quella che l’è più in polpe e la più slanciata.

 

MELACOTTA

La più in polpe e slanciata? Propio così, il vero è il vero.

Se il vostro vitino, signora, fusse sottile come il mio ingegno,

la cinta di una di ste ragazze v’anderebbe a pennello.

Siete voi la dama in capo? La più polputa siete voi.

 

PRINCIPESSA

Che volete da noi, amico? Che possiamo fare per voi?

 

MELACOTTA

Qua ho una lettera di Ser Birùn ad una certa Rosalina.

 

PRINCIPESSA

Dammela, dammela! Ser Birùn è un mio amico di famiglia.

Prende la lettera.

Buon postino, aspetta più in là. Boyet, siete un ottimo scalco.

Apritemi questo cappone.

 

BOYET

Sono qui proprio per farlo.

Legge l’intestazione.

Ma questa lettera è uno sbaglio, qui non riguarda nessuno.

È indirizzata a Giachenetta.

 

PRINCIPESSA

La si legge lo stesso, giuro.

Voi spezzate il collo al sigillo, e faccia attenzione ognuna.

 

BOYET (legge)

Pel firmamento, che tu sia bella è infallibilissimo; veritiero che sia venusta; il vero istesso che tu sia amabile. O tu più bella della beltà, più venusta che venustà, più vera del vero istesso, abbi commiserazione del tuo eroico vassallo. Il magnanimo, illustratissimo re Cofetua pose l’occhio sovra la perniciosa e indubitatissima accattona Zenelofona, ed era talmente regale da poter giustamente dire Veni, vidi, vici, che a sviscerarlo in lingua volgare – o vile e oscuro volgare! – videlicet, ei venne, vide e vinse. Ei venne, uno; vide, due; vinse, tre. Ma chi venne? Il re. Perché venne? Onde vedere. Perché mai vide? Per vincere. Ma a chi venne? All’accattona. Cosa vide? L’accattona. Chi mai vinse? L’accattona. La conclusione è la vittoria. Da parte di chi? Del re. La catturata s’è arricchita. Chi s’arricchisce? L’accattona. La catastrofe è un imeneo. Da parte di chi? Del re. No, da parte di ambo in uno, ovvero di uno in ambo. Io sono il re, ché così funziona il ragguaglio. Tu l’accattona, ché così ci attesta la tua bassezza. Ti ordinerò d’amarmi? Sarebbe facile farlo. Ti forzerò ad amare? Fare codesto io potrei. Ti chiederò di amarmi? Sicuro che lo farò. E cosa avrai in cambio dei tuoi stracci? Ricche vesti, toh. Dei tua titilli? Titoli. E di te stessa? Me. Laonde, in attesa d’un tuo riscontro, io profano le labia mie sul tuo pié, gli oculi miei sul tuo ritratto, e il cuore mio su tutte le tue contrade.

Tuo col più vivo impegno d’industrioso servigio,

Don Adriano de Armado

                               Così il Nemeo lion odi ruggire

                                               contra di te, agnellino, che sei la sua rapina.

                               S’umile ai piedi suoi vorrai finire

                                               ei smette la sua furia e al gioco inclina.

                               Resisti? Ma qual fine farai, o pover’anima?

                               Cibo per la sua rabbia, pasto per la su’ tana.

 

PRINCIPESSA

Ma quale pennacchio tronfio ha mai scritto un tale sproloquio?

Che banderuola o gallo sul tetto? Avete udito migliore eloquio?

 

BOYET

O io mi sbaglio di brutto, oppure ricordo lo stile.

 

PRINCIPESSA

Oppure la vostra memoria ha già il fiato senile.

 

BOYET

Questo Armado è uno spagnolo che vive qui a corte, un pazzo,

un fantastico vantone, uno che serve da sollazzo

al principe e ai suoi sgobboni.

 

PRINCIPESSA

Ma dimmi un po’, amicone.

Chi t’ha affidata la lettera?

 

MELACOTTA

Ve l’ho detto, il mio padrone.

 

PRINCIPESSA

E a chi dovevi portarla?

 

MELACOTTA

Dal signore alla signora.

 

PRINCIPESSA

Sì, ma da quale signore a quale signora?

 

MELACOTTA

Da sua eccellenza Birùn, mio padrone di mano larga,

ad una signora di Francia che Rosalina si chiama.

 

PRINCIPESSA

Ti sei sbagliato di lettera. Sù, signori, alla nostra posta.

(A Rosalina)

Cara, tieni la lettera. La tua verrà un’altra volta.

Escono tutti, tranne Boyet, Rosalina, Maria e Melacotta.

 

BOYET

Chi è che vi punta? Chi è che vi punta?

 

ROSALINA

Dovrò dirvelo chiaro?

 

BOYET

Sì, mia America di bellezza.

 

ROSALINA

Ebbene, chi tiene l’arco.

Bella parata, no?

 

BOYET

La principessa va a caccia di corna, ma se voi vi sposate

quell’anno le corna non mancheranno, o ch’io muoia impiccato.

Bella frecciata, no?

 

ROSALINA

Bene, allora io sono l’arciera.

 

BOYET

E il vostro cervo chi è?

 

ROSALINA

A dirlo dalle corna, voi stesso. State via da me!

Bella botta davvero!

 

MARIA

Se v’azzuffate con lei, lei mira all’osso frontale.

 

BOYET

Ma lei stessa è colpita più in basso. Tiro bene o tiro male?

 

ROSALINA

Vuoi che ti ribatta con un vecchio adagio, ch’era già adulto quanto il re Pipino di Francia non era che un ragazzetto, e che parla del fare centro?

 

BOYET

Purché io ti possa rispondere con una storiella altrettanto vetusta, che era già donna fatta quando Ginevra di Bretagna era una ragazzina, e che parla anch’essa del fare centro.

 

ROSALINA

Ma non lo sai fare, amico mio,

non lo sai fare, in verità.

 

BOYET

S’io non so farlo, s’io non so farlo,

se non so farlo, un altro saprà.

Esce Rosalina.

 

MELACOTTA

Per la Marana che spasso! E che accordo nel darci dentro!

 

MARIA

Un tiro in buca mirabile. Tutt’e due han fatto centro.

 

BOYET

In buca! L’avete sentita? Adopera il termine esatto!

Mettiamoci il chiodo dentro, e l’affare è bell’e fatto.

 

MARIA

Tirate largo, troppo a manca! In verità siete fuori forma.

 

MELACOTTA

Se lui non si fa sotto non farà mai la bisogna.

 

BOYET

S’io sono fuori forma, forse è in forma la vostra manina.

 

MELACOTTA

Certo, se spacca il chiodo, fa una bella spruzzatina.

 

MARIA

Via, via, parlate grasso, vi s’insudicia la bocca.

 

MELACOTTA

Col chiodo ci sa far troppo. Avanti, sfidatela a bocce.

 

BOYET

Temo troppi strofinamenti. Buona notte, mio buon allocco.

Escono Boyet e Maria.

 

MELACOTTA

All’anima mia! Un vero bifolco, uno zotico semplicione!

Dio Gesù! Le donne ed io gli abbiamo dato una bella lezione!

Affemìa! Che scherzi magnifici, che squisite finezze volgari,

quando sborrano via così lisce, così oscene, così naturali.

C’è poi l’Armado – ah quello! è un tipetto che l’è uno schianto!

Dovreste vederlo far strada a una donna, e reggerle il ventaglio!

O mandar baci sulla mano! E con che garbo ti scuoia i santi!

E quel suo paggio dall’altro canto, che manciata di spiritosaggini!

Ah, Dominiddio sia lodato, l’è un moschino così toccante!

Grida di dentro.

Oilà, al cervo, al cervo! Esce.


ATTO PRIMO – SCENA SECONDA

Entrano Oloferne, Don Natalino e Intronato.

 

DON NATALINO

Svago degno d’assai rispetto, davvero, e svolto sotto l’egida d’una pretta coscienza.

 

OLOFERNE

Il cervo l’era, come sapete, d’ottimo sangue, sanguis, maturo come il pomo di paradiso, che ora pende come un gioiello dall’orecchia del coelum, cielo, firmamento, volta celeste, e tutt’a un tratto ti casca come mela sarvatica sovra la faccia di terra, suolo, terreno, globo terracqueo.

 

DON NATALINO

Davvero, mastro Oloferne, gli epiteti sono squisitamente variati, farina del sacco d’uno studioso per dire il meno; ma signor mio, io v’assicuro che si trattava d’un cervotto con le prime corna sul capo.

 

OLOFERNE

Haud credo, don Natalino.

 

INTRONATO

Gnornò che non era un alto redo, ma un cerbiatto d’anni dua.

 

OLOFERNE

O quanto mai barbara intrusione! Ma pure una sorta d’insinuazione, come può dirsi, in via, a mò di spiegazione, o come dire un modo di fàcere, di fare replicazione, o per dire meglio di ostentare, come si dice, di mostrare la sua propensione – secondo il suo modo indirozzato, disadorno, inesercitato, srifinito, diseducato, poco sfrondato oppure a dir meglio illetterato, o a dire ancor meglio incoltivato, di mutar di straforo il mio haud credo in un cervo cornuto.

 

INTRONATO

Io dissi che il cervo non era un alto grigio redo, ma solo un cerbiatto.

 

OLOFERNE

Candore a doppia cottura! Bis coctus!

O tu mostro dell’ignoranza, come deforme ti mostri!

 

DON NATALINO

Ei mai si nutrì di leccalecca che da un libro sian sfornati.

In altre parole come può dirsi, ei non ha mai magnato carta, mai bevuto inchiostro. Il suo comprendonio non è punto infarcito. È solo un animale, solo sensibile nelle sue parti più intronate.

E queste sterili piante ci son messe sott’occhio al fin che noi siam grati

– come siam noi di cuore e gusto – per i frutti a lui negati.

Come mai s’addirebbe a me stesso l’esser vano, indiscreto e babbione,

così mandarlo a scuola sarebbe voler istruire un coglione.

Ma omne bene, dico io, con quel vecchio Padre sapiente:

molti sopportano il brutto tempo, che non amano affatto il vento.

 

INTRONATO

Voialtri dua gente libresca, sapete dirmi col vostro ingegno,

chi alla nascita di Caino era d’un mese, che oggi non è più vecchio?

 

OLOFERNE

Dictynna, compare Intronato. Dictynna, compare mio.

 

INTRONATO

Cos’è sta Dictima?

 

DON NATALINO

È un nome di Febe, di Luna, insomma la luna.

 

OLOFERNE

La luna era vecchia d’un mese quando Adamo ne aveva non più,

e quando lui ebbe cent’anni ell’era d’un mese o poco più.

Pure se cambi i nomi ti funziona la mia allusione.

 

INTRONATO

Ma guarda un poco, l’è vero: cambio i nomi e ci è sempre la collusione.

 

OLOFERNE

Dio aiuti il tuo comprendonio! Ho detto: la mia allusione.

 

INTRONATO

Ed io ci dico che cambio i nomi, e c’è sempre la polluzione. Imperocché la luna non ha mai più d’un mese. E ci dico inoltre che l’era un cerbiatto quello che venne ucciso.

 

OLOFERNE

Don Natalino, ve la sentite d’udire un epitaffio estemporaneo sulla morte del cervo? E per far contento sto deficiente, chiamerò cerbiatto il cervo ucciso dalla Principessa.

 

DON NATALINO

Perge, buon maestro Oloferne, perge, purché abbiate la compiacenza di abrogare le scurrilità.

 

OLOFERNE

Io vorrò usare alquante volte l’allitterazione, la qual denota una vena scorrevole.

La principessa predace punse e prese un piacevole piccolo cervo;

qualcuno dice acerbo, e certo inacerbato dal dardo.

I cani fecer cagnara, e se stiracchi il cervo un cerbiatto salta dal cespo;

ma cervo, cervotto o cerbiatto, la gente comincia il chiasso.

Se il cervo raddoppia la C, ciò indica cervi cento,

e se ancor v’aggiungo una C, di cervi ne avrò dugento.

 

DON NATALINO

Ma guarda un po’ che raro talento!

 

INTRONATO

Se sto talento vuol dire tallone, sto suo talento non merita altro che un bel colpo di tallone.

 

OLOFERNE

Questo mio è un dono di natura che ho, semplice semplice; è un folle spirito stravangante, pieno di forme, figure, profili, oggetti, idee, apprensioni, mozioni e revoluzioni. Codesti son generati nel ventricolo della memoria, nutriti nel grembo della pia mater, e sbrodolati al maturarsi dei tempi. Ma il dono funziona solo in quei che han l’ingegno affusolato, ed io ne dico mercé.

 

DON NATALINO

Messere mio, io ci dico mercé al Sommo Fattore che ci ha donato vossignoria, e similmente dorebbono fare i miei parrocchiani, dacché da vossia i lor figlioli sono bene istruiti, e le figliole si fanno pregne di scienza sotto di voi. Siete davvero un ottimo membro della comunità.

 

OLOFERNE

Mehercle! Se i loro figlioli han dell’ingegno, non gli mancherà nutrimento. E se le figliole ci sanno fare, potete contarci che glielo saprò inculcare. Ma vir sapit qui pauca loquitur. Un’anima femminina viene a trovarci.

 

Entrano Giachenetta con una lettera, e Melacotta.

 

GIACHENETTA

Dio vi dia il buondì, messere il curato.

 

OLOFERNE

Messere il curato fa rima con penetrato, e se qualcheduno andrebbe penetrato qua chi sarebbe?

 

MELACOTTA

Per le Maremme, sor maestro di scuola, quello che più assomiglia a un barilotto.

 

OLOFERNE

Penetrare un barilotto! Buona scintilla d’arguzia in una zolla di fango, degna di far da acciarino, e vera perla da porci. Mi compiaccio, l’è buona davvero.

 

GIACHENETTA

Messer curato, pregovi leggermi questa lettera qua. Me l’ha data Melacotta, e me la manda don Armado. Vi prego proprio con calore, leggétemela.

 

OLOFERNE

Fauste precor gelida quando pecus omne sub umbra

                ruminat…

e via dicendo. Ah, vecchio buon Mantovano, io posso dire di te quel che dice il viatore di Venezia:

Venezia, Venezia,

                               chi non ti vede non ti prezia.

Ah vecchio Mantovano! Vecchio Mantovano! Colui che non t’assapora ei non t’adora. (Canta) Do, re, mi, sol, la, mi, fa. – Chiedo venia, messer curato, che contiene la epistola? O per meglio dire, come Orazio direbbe ne’ sua …ma come, all’anima mia, è in versi?

 

DON NATALINO

Messersì, e molto dotti.

 

OLOFERNE

Fate sentire una strofa, una stanza, un rigo. Lege, domine.

 

DON NATALINO (legge)

Se amor fammi spergiuro, come giurare amore?

                               Ah mai durò una fede che a beltà non si lega!

                A me stesso spergiuro, ti do per sempre il cuore;

                               Quercia mi fu il mio giuro, per te giunco che piègasi.

                Lo studio lascia i libri, de’ tuoi occhi fa pagina,

                               in essi son le gioie tutte che l’arte abbraccia.

                Se la mira è il sapere, saper te sola bàstami,

                               ben dotta è quella lingua che le tue lodi traccia.

                Tutta ignorante è l’anima che in te non ha stupore,

                               e il mio merito è questo, ammirar le tue lande.

                L’occhio ha il lampo di Giove, il tuono la tua voce,

                               ch’è musica e calore, se d’ira non vibrante.

                Celeste come sei, perdonami la fiacchezza

                               nel cantar lode al cielo con sì mortal favella!

 

OLOFERNE

Se non fate sentire gli apostrofi, vi fate sfuggire il ritmo. Lasciate ch’io sopravveda la canzonetta.

Prende la lettera.

Qua va bene solo la metrica; ma in quanto all’eleganza, alla scorrevolezza, e alla soave cadenza del carme, caret. Ovidio Nasone, lui ci sapeva fare, e invero perché ‘Nasone’ se non perché sapeva fiutare i fiori odorosi della fantasia, gli scatti dell’invenzione? Imitari è nulla di nulla. Lo fa il cane col suo padrone, la scimia col suo guardiano, e il cavallo bardato col suo cavaliere. Ma dite, mia vergine damigella, è stato questo a voi indirizzato?

 

GIACHENETTA

Messersì, da un certo Mossier Birùn, ch’è l’uno dei signori della Regina forastiera.

 

OLOFERNE

Fatemi un po’ vedere la sovrascritta. (legge) Alla nivea manina della stupenda madonna Rosalina. Io vo’ scrutare di nuovo l’intendimento della missiva, onde precisare colui che scrive alla persona cui viene scritto: Il di Vossignoria in qualsivoglia servigio ch’ella mi possa chiedere, Berowne. Don Natalino, questo Birùn è uno di quei che han fatto voto col Re, e qui ha composta un’epistola ad una seguace della Regina forastiera, la quale missiva per accidente ovver nel corso del suo viaggio ha presa la via sbagliata. Trotterella, dolcezza mia, e consegna sta carta nelle regali mani del Re; può avere parecchia rilevanza. Non perdere tempo co’ convenevoli, ti dispenso dall’obbligo. Adieu.

 

GIACHENETTA

Buon Melacotta, accompagnami tu. Monsignore, Dio vi tuteli la vita.

 

MELACOTTA

Eccomi tutto a te, forosetta mia.

Escono Melacotta e Giachenetta.

 

DON NATALINO

Monsignore, avete fatto sta cosa nel timore d’Iddio, da omo assai devoto. E come disse quel Padre…

 

OLOFERNE

Don Natalino, lasciamoli stare sti Padri, ch’io temo quei pennoncelli che ognuno dipinge a piacer suo. Ma per tornare a quei versi: davvero vi son piaciuti, don Natalino?

 

DON NATALINO

Ottimi veramente per la calligrafia.

 

OLOFERNE

Io vò a desinare oggi a casa del padre d’un certo scolare mio. Se prima del pasto voleste compiacervi di santificare la mensa con un deograzias, io in forza del privilegio di cui godo co’ genitori del sovradetto naccherino o scolare, vi garantisco il benvenuto. E lì vi dimostrerò che quei versi son molto incolti, né insaporiti di poesia, né d’arguzia o invenzione. Onoratemi della vostra compagnia.

 

DON NATALINO

E ve ne dico mercé per giunta, dacché, come dice il testo, la compagnia è la felicità della vita.

 

OLOFERNE

E di sicuro il testo dice molto infallibilmente la parola decisiva. (A Intronato) Invito anche voi, messere; non mi direte di no. Pauca verba. Andiamo! I signori se la spassano a caccia, e pure noi ci piglieremo le nostre distrazioni.

Escono.


ATTO PRIMO – SCENA TERZA

Entra Berowne, solo, con un foglio in mano.

 

BEROWNE (legge)

Il Re va a caccia del cervo,

                                               io di me stesso…

Hanno teso una rete; sono irretito in pégola – a insozzarmi di pece. “Insozzare” – che sporca parola! Bene, accòmodati pure, dolore, così mi si dice che ha detto quel buffone, e così dico io – il buffone che sono. Come logica non fa grinze, intelligentone! Per Domineddio, questo Amore è un pazzo furioso, come Aiace: ammazza le pecore, ammazza me. Sono una pecora. Un’altra prova di ferro a mio favore! Io non mi voglio prendere questa cotta, mi impicchino se lo fò! Per l’anima mia, non amerò. Ah, ma i suoi occhi! Per la luce del dì, non fosse per i suoi occhi non sarei mica innamorato – sì, per tutti e due i suoi occhi. Ecco, non fò altro al mondo che mentire, e mentire per la gola. Per il cielo, io amo, e l’amore m’ha insegnato a far le rime, e ad essere scorbacchiato; ed eccolo qua un bel saggio dei miei versi, ed eccola qua la mia depressione. Beh, uno dei miei sonetti lei l’ha già ricevuto. L’ha portato quel buzzurro, l’ha mandato un buffone, e la bella l’ha avuto; caro buzzurro, più caro buffone, carissima bellezza! Malnaggia, la cosa non mi darebbe il minimo pensiero se pure gli altri si trovassero impegolati. Ma guarda, ne arriva uno con un foglio in mano. Iddio gli faccia la grazia di farsi scappare una lagna!

Si nasconde.

 

Entra il Re con un foglio.

 

RE

Aimè!

 

BEROWNE

Beccato, per le messe! Procedi, dolce Cupido. L’hai urtato con la freccina sotto la mamma sinistra. Scommetto che adesso mi scoprirà i suoi altarini!

 

RE (legge)

Un bacio così dolce non manda il sole d’oro,

                               sorgendo, a quelle fresche gocciole sulle rose,

                come i tuoi occhi, se i lor raggi irrorano

                               la rugiadosa notte che sul mio viso scorre.

                Né la luna d’argento è di metà lucente

                               traverso il petto diafano dell’abisso marino,

                come il tuo volto, quale nel pianto mio risplende:

                               tu brilli in ogni lacrima ch’io verso dal mio ciglio.

                Come un cocchio ti porta ogni mia goccia.

                               Così in trionfo avanzi per tutta la mia doglia.

                Guarda solo le lacrime che dentro mi si gonfiano:

                               attraverso il dolore mostreran la tua gloria.

                Ma non amar te stessa: ché allora penserai

                specchio il mio pianto, e ancora ne vorrai.

                Regina di regine, quanto tu sia eccellente

                né lingua potrà dirlo, né pensarlo una mente!

Ma come le fò sapere questi miei triboli? Getto per terra questo foglio. Celate la mia follia, o amiche foglie. Ma chi è che arriva? Si nasconde.

 

Entra Longaville con parecchi fogli.

Ma guarda, Longaville, Longaville che legge!

Orecchio mio, sta attento!

 

BEROWNE

Ecco, in copia conforme, un altro deficiente!

 

LONGAVILLE

Aimè, sono spergiuro!

 

BEROWNE

Difatti, arriva come lo spergiuro, con tutti i suoi cartelli.

 

RE

Stracotto, spero – compagno in frodo

è gran consòlo!

 

BEROWNE

Un ubriaco ama un altro che si dice alzi il gomito.

 

LONGAVILLE

Sono io il primo ad essere in tal modo spergiuro?

 

BEROWNE

Consòlati, sei il terzo – ne son proprio sicuro.

Completi il triunvirato, sei il tricorno della famiglia,

e formi la forca d’amore che impicca la nostra idiozia.

 

LONGAVILLE

Sti rozzi versi, io temo, non han forza di commuovere.

(Legge) Dolcissima Maria, imperatrice del mio cuore!…

No, questi versi li strappo, e mi provo a scrivere prose.

Strappa un foglio.

 

BEROWNE

Attento, i versi a Cupido gli ricamano le uose;

non sfigurargli la bottega.

 

LONGAVILLE (prende in mano un altro foglio)

Questo credo che possa andare.

(Legge)

Non fu degli occhi tuoi la divina loquela,

                               contro cui il mondo oppor non sa ragione,

                a persuadermi il cuore a quest’offesa?

                               Ma un voto per te infranto non merita sanzione.

                Giurai non amar donna, ma posso dimostrare

                               che, sendo tu una dea, contro te non giurai.

                Terrestre fu il mio giuro, il tuo amor celestiale;

                               avendo la tua grazia, ogni offesa curai.

                Un voto è solo un fiato, ed il fiato è un vapore;

                               e tu, bel sol che brilli sul mio suolo,

                aspiri a rendi tua quella mia espirazione:

                               pur da me fatto, non è mio quel dolo.

                S’io l’infrango, qual folle non è cotanto ardito

                da rompere il suo voto per vincere un paradiso?

 

BEROWNE

Questo è l’idioma del fegato, che la carne umana indìa,

e fa una dea d’una papera. Pura, pura idolatria.

Dio ci corregga! Dio ci perdoni! Siamo proprio fuor di via.

 

Entra Dumaine con un foglio di carta.

 

LONGAVILLE

Con chi lo mando? Ma chi viene? Nascondiamoci, via.

Si nasconde.

 

BEROWNE

Tutti, tutti a nascondarella – è un vecchio gioco da bambini.

Ed io me ne sto tra le stelle, come un essere semidivino,

ad origliare i segreti di quei poveri disgraziati.

Altri sacchi al mulino! O Dio, ciò che avevo sperato!

Quattro beccacce in un piatto! Dumaine transfigurato!

 

DUMAINE

O divinissima Cate!

 

BEROWNE

O profanissimo idiota!

 

DUMAINE

Pel cielo, tu stupore d’uno sguardo mortale!

 

BEROWNE

Per la terra, tu menti, o erotico caporale!

 

DUMAINE

I suoi capelli ambrati fan sfigurare l’ambra.

 

BEROWNE

Sicuro, han visto volare una cornacchia gialla.

 

DUMAINE

È dritta come un cedro.

 

BEROWNE

Cala un poco, coraggio!

Ha la gobba di sette mesi.

 

DUMAINE

È come un dì di maggio.

 

BEROWNE

Sì, qualche dì ch’è nuvolo, e il sole non appare.

 

DUMAINE

Potessi averla!

 

LONGAVILLE

Ed io la mia! In questo siamo pari.

 

RE

E avessi anch’io ciò che sogno, oh sì, buon Dio!

 

BEROWNE

Amen, se a me va bene! Non è un ottimo auspicio?

 

DUMAINE

Pure vorrei scordarmela, ma è una febbre che impazza

nel sangue mio, ed esige rimembranza.

 

BEROWNE

Una febbre nel sangue? Allora un buon salasso

e lei giù in bacinella. Bel malinteso, caspio!

 

DUMAINE

Rileggo ancora l’ode che le avevo dedicato.

 

BEROWNE

E noi constatiamo il fiasco del poeta innamorato.

 

DUMAINE (legge)

Un dì – ahimè qual dì, mal n’aggio! –

                Amor, che sempre adora il maggio,

                vide stupenda rosellina

                trastullarsi all’aria lasciva.

                Tra i suoi petali di velluto

                scivola il vento non veduto;

                e Amor che muore di gelosia

                esser vorrebbe fiato dell’aria.

                Aria, dice, tu puoi soffiare,

                potess’io come te trionfare!

                Aimè, con mano mia ho giurato

                di non spiccarti mai dal ramo.

                È un giuro avverso a giovinezza,

                pronta ognora a spiccar dolcezza!

                Non lo chiamare in me peccato,

                s’io per te son spergiurato;

                per te Giove giurerebbe

                che Giunone è nera di pelle,

                e negherebbe d’esser Giove,

                facendosi uomo per il tuo amore.

Codesta sì gliela mando, con qualcosa di più chiaro,

che esprima il mio d’amor digiuno amaro.

Ah, magari Birùn, e Longaville e il Re

fossero cotti anche loro! Il loro precedente

torrebbe alla mia fronte immantinente

il marchio dello spergiuro. Infatti è chiaro

che dove ognuno è folle, nessuno fa peccato.

 

LONGAVILLE (facendosi avanti)

Dumaine, non c’è carità nella tua passione,

se desideri compagnia nelle tue grane d’amore.

Tu impallidisci, vedo, ma io sarei rosso, o bella,

se fossi udito e colto a fare sta pennichella.

 

RE (facendosi avanti)

Dovreste arrossire voi! Il vostro caso è uguale:

rimproverate lui e fate assai più male.

Voi non amate Maria! Il nostro amico è puro,

mai compilò sonetti per l’amor suo, lo giura,

né mai represse il battito del cuore

serrando il petto ansante a braccia in croce.

In questo cespo io m’ero defilato,

e, arrossendo per voi, v’ho tutt’e due osservati.

Ho udito i vostri versi colpevoli, le azioni

ho visto e i fiati ansanti, ho scoverta la vostra passione.

“Aimè!” dice uno: “O Giove!” strilla l’altro.

Uno: “Ha la chioma d’oro”; l’altro: “Ha i rai di cristallo!”

(A Longaville)

Per avere il paradiso romperesti patto e giuro.

(A Dumaine)

E Giove, per la tua bella, si sarebbe fatto spergiuro.

Che cosa dirà Birùn quando saprà

che avete rotto il voto fatto con tanta solennità?

Come vi frusterà coi suoi lazzi di sfottimento!

E come trionferà, saltando di gioia e ridendo!

Per tutte le ricchezze che mai ho potuto vedere,

tutto questo io non vorrei che da me lo venisse a sapere.

 

BEROWNE (facendosi avanti)

Ora m’avanzo io per frustare l’ipocrisia.

Ah, prégoti perdonarmi, caro signore mio!

Ma per l’anima tua, con che faccia ardisci di farti avante

ad accusar questi vermi, che più di loro sei amante?

I tuoi occhi non sono cocchi; nelle tue goccioline

non si rispecchia mica una certa principessina.

Non vuoi fare lo spergiuro, non è cosa che si rispetti;

via, soltanto i giullari amano far sonetti!

Ma non ti vengogni? Anzi, tutti e tre voi bell’ingegni,

ma non vi vergognate d’aver tanto passato il segno?

Tu adocchi la sua pagliuzza, il Re la vostra adocchia,

ma io veggo una trave in ciascuno de’ vostri occhi.

Ah che scena di folli ho mai dovuto vedere!

Sospiri, lagne, grida d’aiuto, affliggimenti, pene!

Oh con che gran pazienza sono stato

a vedere che in zanzara un Re s’è straformato!

Ercole magno che frusta la trottolina,

Salomone il gran saggio che t’intona una canzoncina,

Nestore che giocherella coi mocciosi alle noccioline,

e il censorio Timone che ride a battute cretine!

Dov’è la tua bua, dimmelo Dumenino, dov’è?

E piccolo Longaville, dov’è che duole, dov’è?

Dov’è la bua del mio sovrano? Dovunque, in tutto il petto.

Portate un poncino caldo!

 

RE

Birùn, troppo amaro è il tuo scherzo.

Allora tu ci hai traditi facendoci la spia?

 

BEROWNE

Non voi traditi da me, tradito da voi son io.

Io che son omo onesto, io che reputo un peccato

rompere un giuramento in cui mi sono impegnato,

io mi sento tradito già nel fare comunanza

con persone come voi, uomini d’incostanza.

Quando mai mi troverete a scrivere un rigo in verso?

O a gemere per una Gianna? O a sprecare un minuto di tempo

a fare il pavone? Quando mai mi sentirete lodare

mano o piede, sguardo o faccia, o modo di camminare,

o gesto, o fronte, o seno, o un vitino o una gambetta

o che so io…

 

RE

Piano! Dove vai così di fretta?

È un omo onesto o un ladro che si squaglia così al galoppo?

 

BEROWNE

Scappo via dall’amore. Caro amante, non farmi intoppo.

 

Entrano Giachenetta con una lettera, e Melacotta.

 

GIACHENETTA

Iddio feliciti il Re!

 

RE

Bella mia, che dono mi rechi?

 

MELACOTTA

Un tradimento assicurato.

 

RE

E chi vuole tradirci, qui?

 

MELACOTTA

Nessuno di fatto, sire.

 

RE

Allora nessuno può farci male,

e voi e il tradimento potete andarvene in pace.

 

GIACHENETTA

Io scongiuro vostra grazia di far leggere questa lettera.

Ci è dentro un tradimento, dice il curato che la sospetta.

 

RE

Birùn, leggila dunque.

Berowne legge la lettera.

A te chi te l’ha data?

 

GIACHENETTA

È stato lui, Melacotta.

 

RE

E a te chi te l’ha data?

 

MELACOTTA

Il Dan Armando, Dan Armadio, sire, Dan Agramante.

Berowne straccia la lettera.

 

RE

Ehi, che mattana ti prende? Perché me l’hai stracciata?

 

BEROWNE

Sciocchezze, sire, sciocchezze. Non c’è rischio per vostra grazia.

 

LONGAVILLE

La lettera l’ha sconvolto, ed è bene che la si senta.

 

DUMAINE (ne raccoglie i pezzi)

È di mano di Birùn, qua c’è il nome chiaramente.

 

BEROWNE (A Melacotta)

Ah, sei nato per svergognarmi, figlio di troia, deficiente!

Sono colpevole, sono colpevole! Monsignore, lo confesso!

 

RE

Ma cosa confessi?

 

BEROWNE

A voi tre folli, per fare il tavolo, mancava un folle, me stesso.

Lui, lui, e voi – voi mio signore – ed io per finire,

siamo ladruncoli in amore, e meritiamo di morire.

Sù mandate via questa gente, dirò di più del fatto.

 

DUMAINE

Ora il numero è pari.

 

BEROWNE

Vero, vero, siamo in quattro.

Se ne andranno ste tortorelle?

 

RE

Sù, andate via, signori!

 

MELACOTTA

Vada via la brava gente, e rimangano i traditori.

Escono Melacotta e Giachenetta.

 

BEROWNE

Cari signori miei, miei cari amanti,

abbracciamoci, via. Siamo tanto corretti

come può esserlo gente di carne e sangue.

Il mare si gonfia e sgonfia, il cielo ha molti aspetti,

il sangue giovane non rispetta le ordinanze dei vecchi.

Opporci non possiamo alla causa per cui siam nati;

in ogni caso perciò quei giuramenti li avremmo violati.

 

RE

Ma allora questi frammenti rivelavano un tuo amore?

 

BEROWNE

“Rivelavano”, dite? Ma chi può guardare il sole

di Rosalina e non, come un selvaggio

rozzo dell’India al primo sfolgorare

del sontuoso Oriente, chinare i rai vassalli,

baciando il vile suolo col suo petto adorante?

Quale sguardo spavaldo dalla vista aquilina

osa fissare il cielo del suo ciglio

senz’essere accecato dal suo volto divino?

 

RE

Che frenesia, che foga ora ti piglia?

L’amor mio, sua signora, è una graziosa luna,

lei una stella satellite, che poca luce effonde.

 

BEROWNE

Questi occhi non son occhi, dunque, né io Birùn.

Oh, non fosse per lei, il dì sarebbe notte!

Gl’incarnati, tra tutti, di più sovranità,

s’incontrano alla festa delle sue guance rosa,

dove più pregi fanno un’unica dignità,

e nulla manca che la voglia voglia.

A me le infiorature di tutte le lingue nobili –

Via, dipinta retorica! Oh lei non ne ha bisogno!

La lingua del mercante lodi pur la sua roba:

lei stravince ogni lode; poco lodare insozza.

Un eremita stento, da cento inverni logorato,

metà ne scrollerebbe fisso alla sua pupilla.

Beltà rinnova un vecchio, quasi fosse rinato,

e dà al volto l’infanzia della culla.

Oh lei è un bel sole che fa tutto bello!

 

RE

Ma perdio, la tua bella è nera come l’ebano!

 

BEROWNE

L’ebano è come lei? O rarissimo legno!

Moglie di tal fattura sarebbe felicità!

Via, chi riceve un giuro? La Bibbia dove sta?

Vi giuro che beltà difetta di beltà

se non impara dalla sua pupilla:

se non è così buio, un viso non è bello.

 

RE

O paradosso! Il nero è l’emblema dell’inferno,

il color delle carceri, la scuola della notte;

il cimiero del bello tocca invece a un bel cielo.

 

BEROWNE

Il diavol tenta meglio se ha di luce le forme.

Ah, se pur la sua fronte s’è vestita di nero,

è in lutto pei belletti e le chiome fasulle,

che adescano gli amanti col loro finto aspetto,

ed ella è nata per far bello il nero.

Il suo volto rinnova la moda del suo secolo,

ché il rosso naturale ora è stimato finto;

oramai se un bel rosso vuole evitar discredito,

si dipinga di nero, imitando il suo viso.

 

DUMAINE

Ma sì, per somigliarle è nero lo spazzacamino.

 

LONGAVILLE

Da che c’è lei, si stimano fulgidi i carbonari.

 

RE

Certo, e gli etiopi vantano il proprio colorito.

 

DUMAINE

Al buio non più candele, luce e buio sono uguali.

 

BEROWNE

Piove? Le vostre amate non mettano fuori il naso,

temendo che i colori vengan lavati via.

 

RE

Birùn, per dirla tonda, la tua dovrebbe farlo,

o trovo un viso sporco più bello stamattina.

 

BEROWNE

Vi proverò che è bella, o starò qui a parlare

sino al dì del giudizio universale.

 

RE

Allora non vedrai diavol di lei più orribile.

 

DUMAINE

Mai visto un uomo avere più cara cosa vile!

 

LONGAVILLE

Guarda, è qui la tua bella. (gli mostra una scarpa)

Somiglia alla mia scarpa.

 

BEROWNE

Se fossero lastricate co’ tuoi occhi le strade,

sarebbe troppo fine per pestarle il suo piede.

 

DUMAINE

Oh, vile! Ciò che trovasi più in sù delle sue gambe

la strada lo vedrebbe mentre sopra le incede.

 

RE

Ma perché accapigliarsi? Non siam tutti in amore?

 

BEROWNE

Ah, nulla di più certo, quindi tutti spergiuri.

 

RE

Allora basta chiacchiere. E, buon Birùn, tu provaci

questi amori legittimi, intatti i nostri giuri.

 

DUMAINE

Sì perdio, alle magagne un qualche abbellimento!

 

LONGAVILLE

Un qualche precedente per sapere che cosa fare!

Qualche trucco o cavillo che il diavolo può truffare!

 

DUMAINE

Un decotto per lo spergiuro.

 

BEROWNE

È più che necessario.

Ecco dunque, soldati dell’amore!

Considerate quello che in prima s’è promesso:

digiunare, studiare, non vedere il bel sesso:

questo è un vero tradire la gioventù sovrana.

Potete digiunare? Troppo giovani sono

le pance, e l’astinenza genera malattie.

Oh, abbiamo fatto il voto di studiare, signori,

e con quel voto rinnegato i libri:

perché quando mai voi, e voi, e voi signore,

avreste potuto inventare, in plumbea meditazione,

versi così infuocati come quelli che suggeriscono,

arricchendovi, gli occhi tutori della beltà?

Altre arti più lente invadono i comprendoni,

e dipoi, praticate da sterili sgobboni,

danno un magro raccolto per le loro fatiche;

ma l’amore, imparato dagli occhi d’una donna

non vive solo chiuso nel cervello,

ma col moto di tutti gli elementi

scorre in ogni funzione, ratto come il pensiero,

ed a ciascuna apporta doppia forza

oltre la sua natura, oltre le sue mansioni.

Aggiunge all’occhio una virtù preziosa:

accecano le aquile gli sguardi innamorati.

Orecchio innamorato avverte il più sommesso

rumore, quando cessa il sospetto d’un ladrone.

Il tatto dell’amore è più lieve e squisito

delle tenere antenne di chiocciola ingusciata.

Lingua d’amore mostra che Bacco il raffinato

ha gusti rozzi; quanto al suo valore,

non è l’Amore un Ercole, ognissempre proteso

a spiccare dal ramo i pomi delle Esperidi?

Astuto come Sfinge; melodioso

come il liuto d’Apollo, le cui corde

son suoi capelli. E quando Amore parla,

la voce degli dei tutti fa ebbro il cielo

con la sua melodia. Giammai osò poeta

toccar stilo per scrivere sinché l’inchiostro suo

non fosse temperato co’ sospiri d’amore.

Ma oh, allora i suoi versi solevano incantare

gli orecchi de’ selvaggi, ed impiantare

ne’ cuori dei tiranni una mite umiltà.

Dagli occhi delle donne traggo questa dottrina:

del fuoco di Prometeo essi scintillan sempre;

son essi i libri, le arti, le accademie

che mostrano, contengono, nutrono il mondo intero;

fuor d’essi non può eccellere nessuno.

Pazzi allora voi foste a rinnegare

le donne, e voi sareste pazzi ancora

a mantenere i voti su cui avete giurato.

Per amor di saggezza, parola a tutti cara,

per amor dell’amore, cui tutti sono cari,

per amore degli uomini che queste donne han fatto,

o delle donne, che fan tali gli uomini,

per una sola volta a quei voti manchiamo,

per ritrovar noi stessi, o noi stessi perdiamo

per mantenere i voti. È religione

esser così spergiuri, dacché la carità

ubbidisce essa stessa a una legge divina,

e chi può separare amor da carità?

 

RE

Per San Cupido, allora! Soldati miei, alla lotta!

 

BEROWNE

Drizzate gli stendardi, signori, ed attacchiamole!

Alla rinfusa, addosso! Però, nell’avvinghiarle,

cercate di averne un pupo, mi raccomando.

 

LONGAVILLE

Andiamo all’osso, via, ché questo lo sappiamo.

Di corteggiar le belle di Francia decidiamo?

 

RE

Sì, e di farcele! Dunque, escogitiamo

qualche spasso per loro, nei loro padiglioni.

 

BEROWNE

Anzitutto, dal parco le scortiamo

verso le loro tende, e per la via

ciascheduno s’afferri la manina

della sua bella. Poi, nel pomeriggio,

vorremo divertirle con qualche strano spasso,

quel che si può inventare nel poco tempo rimasto;

ché feste, danze, maschere, ore allegre

precedono l’amore, di fior la via spargendone.

 

RE

Andiamo dunque, andiamo! Non lesiniamo tempo

se ci occorre e se serve al nostro intento.

 

BEROWNE

Allons! Allons!

Escono il Re, Longaville e Dumaine.

Non coglie grano chi semina loglio,

e la giustizia gira sempre in maniera eguale.

Ste civettuole posson risultare

peggio che peste per chi ha rotto un voto;

e se è così, con il nostro danaro

avremo solo quel che meritiamo. Esce.


Pene d’amor perdute

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali