Pericle Principe di Tiro – Atto IV

Pericle Principe di Tiro – Atto IV

(“Pericles, Prince of Tire”  1607/1608)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Pericle Principe di Tiro - Atto IV


ATTO QUARTO

Entra Gower.

 

GOWER

Immaginate che Pericle a Tiro sia giunto,

festeggiato e rimesso al suo posto,

come aveva desiderato.

La sua dolente regina lasciamola ad Efeso,

dove a Diana si è votata.

Ora a Marina volgete la mente:

la nostra scena dal rapido passo

deve trovarla a Tarso, da Cleone istruita

in musica e lettere; ella ha acquisito,

da tale educazione, tutta la grazia

che di lei fa il centro e il cuore

dell’universale ammirazione. Ma, ahimè,

quel mostro, l’invidia, che è spesso la rovina

della lode meritata, la vita di Marina

insidia col pugnale del tradimento.

E in questo modo: il nostro Cleone

ha una figlia, fanciulla ormai cresciuta,

e appieno adatta allo spettacolo nuziale.

Questa giovinetta si chiama Filotene,

e si dice per certo, nella nostra storia,

che ella sempre con Marina voleva stare;

sia quando tesseva la delicata seta

con lunghe dita, piccole e bianche come il latte,

sia quando feriva con l’ago affilato

la tela di lino, che veniva rinforzata

per esser così trafitta, o quando al liuto

cantava, rendendo l’usignolo muto,

che pur sempre piange la sua pena,

o quando con penna ricca e assidua

faceva omaggio a Diana, sua patrona,

sempre questa Filotene gareggiava in bravura

con la perfetta Marina. Così

con la colomba di Pafo potrebbe il corvo

per bianche piume rivaleggiare. Marina riceve

ogni lode, che le è resa come cosa dovuta

e non regalata. Ciò così oscura

in Filotene ogni grazioso segno

che la moglie di Cleone, con invidia rara,

un assassino prepara e tiene pronto

per la buona Marina, affinché sua figlia

resti senza rivali per tale macello.

A favorire il suo vile disegno,

Licorida, la nostra nutrice, è morta,

e la dannata Dionisa tiene

il compiacente strumento della sua rabbia

pronto a tal colpo. L’evento, ancora non nato,

lo raccomando al vostro diletto.

Io ho solo portato avanti il tempo alato

in tutta fretta sui piedi zoppi del mio verso,

e mai avrei potuto farlo se il vostro pensiero

non avesse voluto aiutarlo.

Dionisa adesso appare,

con Leonino, il suo compare. Esce.


ATTO QUARTO – SCENA PRIMA

Entra Dionisa con Leonino.

 

DIONISA

Ricorda il tuo giuramento: hai giurato di farlo.

Non è che un colpo, e non sarà mai risaputo.

Non c’è cosa che tu possa fare così in fretta

che ti dia tanto profitto. Guarda che la coscienza,

che di per sé è fredda, infiammando d’amore il tuo petto,

non vi accenda scrupoli. Né ti sciolga la pietà,

che perfino le donne hanno rigettato, ma sii

il soldato del tuo proponimento.

 

LEONINO

Lo farò.

Ma ella è una bella creatura.

 

DIONISA

A maggior ragione se l’abbiano gli dèi!

Eccola che viene, piangendo la morte della sua nutrice.

Sei deciso?

 

LEONINO

Sono deciso.

 

Entra Marina con un cestello di fiori.

 

MARINA

No, deruberò la dea Terra della sua veste

per cospargere di fiori il tuo verde. Quelli gialli,

i blu, le purpuree viole e le calendole

come un arazzo saranno stese sulla tua tomba

finché durino i giorni dell’estate. Ahimè, povera fanciulla,

nata in una tempesta mentre mia madre moriva,

questo mondo è per me una bufera senza fine

che mi strappa ai miei cari.

 

DIONISA

Allora, Marina? Perché te ne stai tutta sola?

Come mai mia figlia non è con te?

Non consumarti il sangue col dolore:

abbi in me una nutrice. Signore! com’è cambiato

il tuo aspetto per questa pena così vana!

Vieni, dà a me i tuoi fiori, prima che il mare li sciupi

passeggia con Leonino. L’aria è pungente laggiù,

penetra lo stomaco e affila l’appetito.

Vieni, Leonino, prendile il braccio, passeggia con lei.

 

MARINA

No, vi prego; non vi priverò del vostro servo.

 

DIONISA

Via, via, amo tuo padre e te stessa

con animo non da estranea. Lo aspettiamo qui

da un giorno all’altro. Quando verrà e troverà

quella che tutti dicono la nostra meraviglia così sfiorita,

si pentirà di aver fatto un viaggio così lungo

e rimprovererà il mio signore e me di non aver avuto

cura di te nel migliore dei modi. Va’, ti prego,

fa’ due passi e sii di nuovo allegra e conserva

quello splendido incarnato che ha rapito

gli occhi di giovani ed anziani. Non preoccuparti per me:

posso andare a casa da sola.

 

MARINA

Va bene, andrò,

ma non ne ho alcun desiderio.

 

DIONISA

Via, via, lo so che ti fa bene.

Leonino, passeggiate per mezz’ora almeno.

Ricorda quello che ti ho detto.

 

LEONINO

Siatene certa, signora.

 

DIONISA

Ti lascio per un po’, mia cara.

Mi raccomando, cammina piano, non ti accaldare.

Eh sì, devo proprio prendermi cura di te.

 

MARINA

Vi ringrazio, cara signora.

Esce Dionisa.

È un vento d’occidente questo che soffia ora?

 

LEONINO

Di sud-ovest.

 

MARINA

Quando nacqui io il vento era di tramontana.

 

LEONINO

Davvero?

 

MARINA

Mio padre, come dice la mia nutrice, non ebbe mai paura,

ma gridava “Bravi, marinai!” all’equipaggio, scorticandosi

le mani regali a tirar le cime

e, aggrappandosi all’albero, resistette ad un’ondata

che quasi schiantò il ponte.

 

LEONINO

Quand’è stato?

 

MARINA

Quando sono nata io.

Mai ci fu mare o vento più violento,

e dalla biscaglina spazza via un gabbiere.

“Ah!”, fa uno, “te la fili via tu”;

e tutti infradiciati si danno un gran daffare

saltando da poppa a prua; il nostromo fischia

e il capitano chiama e la confusione cresce.

 

LEONINO

Su, dite le vostre preghiere.

 

MARINA

Che cosa vuoi dire?

 

LEONINO

Se volete un po’ di tempo per pregare,

ve lo concedo. Pregate, ma non fatela lunga,

perché gli dèi hanno l’orecchio fino, ed io ho giurato

di fare il mio lavoro in fretta.

 

MARINA

Perché mi vuoi uccidere?

 

LEONINO

Per far contenta la mia signora.

 

MARINA

E perché vuol farmi uccidere lei?

Per quanto mi ricordo, in fede mia,

non le ho mai fatto del male in tutta la mia vita.

Non ho mai detto brutte parole né trattato male

nessuna creatura vivente. Credimi, perbacco,

non ho mai ucciso un topo, né colpito una mosca;

se ho calpestato un verme, senza volere,

ne ho pianto. Che offesa le ho fatto

perché la mia morte possa darle qualche profitto

o la mia vita riservarle qualche pericolo?

 

LEONINO

Il mio incarico

non è di ragionare sull’atto, ma di farlo.

 

MARINA

Non vorrai farlo per tutto quanto il mondo, spero.

Tu sei di bell’aspetto, e ciò mostra

che hai un cuore gentile. Ti ho visto poco tempo fa

quando ti sei ferito per separare due che s’erano presi.

Ciò ha mostrato il bene che hai dentro. Fa’ lo stesso ora.

La tua signora vuole la mia vita: mettiti di mezzo

e salva questa povera me, che sono la più debole.

 

LEONINO

Ho giurato,

e lo farò.

L’afferra.

 

Entrano dei pirati.

 

PRIMO PIRATA

Fermo, furfante! Leonino scappa via.

 

SECONDO PIRATA

Una preda, una preda!

 

TERZO PIRATA

Si fa a mezzo, compagni, si fa a mezzo, Forza, portiamola subito a bordo.

Escono i pirati, trascinando via Marina.

 

Entra Leonino.

 

LEONINO

Questi ladroni vagabondi servono il grande pirata Valdes,

e hanno rapito Marina. Se ne vada pure.

Non c’è rischio che ritorni. Giurerò che è morta,

e gettata in mare. Ma devo aspettare:

forse se la vogliono solo godere,

senza portarla a bordo. Se resta qui,

loro l’avranno violentata e io dovrò ucciderla. Esce.


ATTO QUARTO – SCENA SECONDA

Entrano i tre tenutari.

 

MEZZANO

Boult!

 

BOULT

Signore?

 

MEZZANO

Cerca bene per il mercato. Mitilene è piena di signori; abbiamo perso già troppi soldi in questa fiera per mancanza di ragazze.

 

MEZZANA

Non siamo mai stati così a corto di creature. Non abbiamo che tre poveracce, e non possono fare più di quanto fanno, e a forza di lavorare sono tutte marce.

 

MEZZANO

Perciò dobbiamo averne di fresche, a qualsiasi prezzo. Se non c’è coscienza, in qualsiasi mestiere, non si possono fare affari.

 

MEZZANA

Dici bene. Non è tirando su delle povere bastarde, mi sembra che io ne ho tirate su undici…

 

BOULT

Sì, fino a undici anni, e poi le hai messe giù. Ma devo andare a cercare al mercato?

 

MEZZANA

E che altro, amico? La roba che abbiamo, se s’alza un bel vento le manda giù a pezzi, da quanto sono fradice!

 

MEZZANO

Dici bene, due almeno sono malate, in coscienza. Quel poveretto della Transilvania, che era andato con la troia piccolina, è morto.

 

BOULT

Già, se l’è risucchiato dentro in un baleno e ne ha fatto arrosto per i vermi. Ma vado a cercare al mercato.

Esce.

 

MEZZANO

Tre o quattromila zecchini farebbero una bella somma da viverci tranquilli e ritirarsi.

 

MEZZANA

Perché ritirarsi, dimmi un po’? È una vergogna far soldi anche da vecchi?

 

MEZZANO

Beh, la buona reputazione non entra qua dentro come il profitto, e il profitto non vale il rischio. Perciò, se finché siamo giovani possiamo metter su una discreta fortuna, non sarebbe sbagliato metter la catena alla porta. Per di più, visto che non stiamo in buoni termini con gli dèi non sarebbe male ritirarsi.

 

MEZZANA

Dai! ci sono altre categorie che non fanno più bene di noi.

 

MEZZANO

Non più bene di noi? Sì, anche meglio; e noi facciamo peggio. La nostra professione non è un mestiere; e non è una vocazione. Ma ecco che arriva Boult.

 

Entra Boult con i pirati e Marina.

 

BOULT

Avanti, miei signori. Voi dite che è vergine?

 

PRIMO PIRATA

Non c’è dubbio, signor mio.

 

BOULT

Padrone, mi sono accordato per questo bel pezzo che vedi. Se ti piace, bene. Se no, ci ho perso la caparra.

 

MEZZANA

Boult, ha delle qualità?

 

BOULT

Ha una bella faccia, parla bene, e ha vestiti di lusso. Non le manca proprio nessuna qualità per non esser rifiutata.

 

MEZZANA

Che prezzo ha, Boult?

 

BOULT

Non mi vogliono fare un soldo meno di mille pezzi.

 

MEZZANO

Bene, seguitemi, miei signori; avrete i vostri soldi immediatamente. Moglie, portala dentro, istruiscila su quel che deve fare, che poi non sia incapace a trattare con i clienti. Esce con i pirati.

 

MEZZANA

Boult, prendile i connotati: colore dei capelli, carnagione, altezza, età, e garanzia di verginità, e va’ a gridare: “Chi offre di più se la fa per primo.” Una verginità come questa non sarebbe cosa da poco, se gli uomini fossero quelli di un tempo. Fa’ come ti ordino.

 

BOULT

Vado ad eseguire. Esce.

 

MARINA

Ahimè, perché Leonino è stato così lento?

Avrebbe dovuto colpire, non parlare. Oh, se questi pirati,

non barbari abbastanza, mi avessero gettata in mare

a raggiungere mia madre!

 

MEZZANA

Perché ti lamenti, bella mia?

 

MARINA

Perché sono bella.

 

MEZZANA

Avanti, gli dèi hanno fatto con te del loro meglio.

 

MARINA

Io non li accuso.

 

MEZZANA

Sei caduta nelle mie mani, dove t’aspetta la vita.

 

MARINA

Tanto maggior sventura

essere sfuggita a mani dove m’aspettava la morte.

 

MEZZANA

Dai che vivrai in mezzo ai piaceri.

 

MARINA

No.

 

MEZZANA

Sì, certo che ci vivrai, e ti gusterai gentiluomini d’ogni fatta. Te la passerai bene: potrai scoprire la differenza tra le varie pelli. Perché ti tappi gli orecchi?

 

MARINA

Siete una donna?

 

MEZZANA

Che vorresti che fossi se non una donna?

 

MARINA

Una donna onesta, o non una donna.

 

MEZZANA

Maria santa, accidenti che oca! Mi sa che ci avrò il mio daffare con te. Davvero, sei una giovincella sciocca, un giunco da piegare a modo mio.

 

MARINA

Gli dèi mi proteggano!

 

MEZZANA

Se piacerà agli dèi proteggerti per mezzo degli uomini, allora gli uomini ti conforteranno, gli uomini ti nutriranno, gli uomini ti ecciteranno tutta. È tornato Boult.

Entra Boult.

Allora, amico, l’hai gridata per tutto il mercato?

 

BOULT

L’ho gridata fin quasi a dire il numero dei capelli che ha. Le ho fatto il ritratto con la mia voce.

 

MEZZANA

E dimmi, ti prego, quali sono state le reazioni della gente, specie dei giovani?

 

BOULT

In fede mia, mi ascoltavano come se gli leggessi il testamento dei loro padri. C’era uno spagnolo che sbavava e se n’è andato a letto con quella descrizione.

 

MEZZANA

Domani l’avremo qui con la sua più bella gorgiera.

 

BOULT

Stanotte, stanotte. Ma, padrona, conosci quel cavaliere francese tutto rattrappito nelle cosce?

 

MEZZANA

Chi, quel sifilitico di Monsieur Veroles?

 

BOULT

Proprio lui. Al mio proclama ha tentato una piroetta, che gli è costata un bel lamento, e poi ha giurato che la vedrà domani.

 

MEZZANA

Bene, bene, ha portato qui la sua malattia e qui la vuole rinnovare. So che verrà alla nostra ombra a spendere e spandere le sue monete d’oro come il sole.

 

BOULT

Bene, se avessimo un viaggiatore di ogni nazione, potremmo alloggiarli sotto questo segno.

 

MEZZANA (a Marina)

Ti prego, vieni qui un momento. Sta arrivando la fortuna per te. Ascoltami: devi far finta di fare con paura quello che farai ben volentieri; e devi disprezzare il guadagno proprio quando c’è di più da prendere. Piangere sulla vita che fai impietosisce i tuoi amanti. E quella pietà quasi sempre procura una buona reputazione, e quella reputazione un buon profitto.

 

MARINA

Io non vi comprendo.

 

BOULT

Oh ficcaglielo in testa, padrona, ficcaglielo in testa. Deve far pratica subito e le passeranno i rossori.

 

MEZZANA

Dici giusto, davvero, così le devono passare, perché anche la sposina se ne va tutta vergognosa a quello che è suo diritto avere.

 

BOULT

Certo, alcune lo fanno e altre no. Ma, padrona, se sono stato io a trattare questo bell’arrosto…

 

MEZZANA

Vorresti tagliartene un boccone quand’è ancora sullo spiedo.

 

BOULT

Posso?

 

MEZZANA

Chi potrebbe negartelo? Vieni, giovincella. Mi piace proprio com’è tagliato il tuo vestito.

 

BOULT

Certo, in fede mia, e non glielo cambiamo per ora.

 

MEZZANA

Boult, va’ a spargere la voce in città, dì che pensionante abbiamo. E non ci rimetti certo con più clientela. Quando la natura fece questo pezzo, voleva renderti un bel servizio; perciò va’ a dire che meraviglia è, e ti prenderai il raccolto di quel che avrai seminato.

 

BOULT

Te l’assicuro, padrona: sveglia meno il tuono i banchi di anguille di quanto, annunciando la sua bellezza, io farò fremere tutti quelli a cui piacciono le porcherie. Ne porterò a casa qualcuno già stanotte.

 

MEZZANA (a Marina)

E tu vieni, seguimi.

 

MARINA

Se c’è fuoco che brucia, coltello che taglia,

se c’è acqua profonda, conserverò intatto il mio vergine nodo.

Diana, aiuta il mio proponimento!

 

MEZZANA

Che cosa abbiamo a che fare noi con Diana? Vuoi deciderti a venire? Escono.


ATTO QUARTO – SCENA TERZA

Entrano Cleone e Dionisa.

 

DIONISA

Perché sei così sciocco? Lo si può forse disfare?

 

CLEONE

Oh, Dionisa, un macello come questo

il sole e la luna non l’avevano mai visto.

 

DIONISA

Mi pare che tu stia ritornando bambino.

 

CLEONE

Se io fossi il padrone assoluto di questo vasto mondo,

lo darei pur di disfare quest’atto. Una signora

per virtù ancor più che per sangue, una principessa

che eguagliava qualsiasi corona di questa terra

in una giusta comparazione. Oh infame Leonino!

Che poi tu hai avvelenato a sua volta.

Se tu avessi brindato a lui con quel veleno,

sarebbe stata una gentilezza adeguata alla tua faccia.

Che potrai dire quando il nobile Pericle chiederà sua figlia?

 

DIONISA

Che è morta. Una nutrice non è il destino.

Allevare non significa preservare per sempre.

È morta di notte, così dirò. Chi potrà smentirmi?

A meno che tu non faccia la parte dell’innocente a mie spese

e, per farti dire onesto, non ti metta a gridare

“È morta in una crudele messinscena”,

 

CLEONE

Oh, smettila! Via, via,

fra tutte le colpe della terra, questa è quella

che agli dèi piace di meno.

 

DIONISA

E tu sii di quelli che pensano

che i minuscoli scriccioli di Tarso voleranno via di qui

per raccontare tutto a Pericle. Io mi vergogno

a pensare di che nobile stirpe tu sei

e di che spirito codardo.

 

CLEONE

A un atto come questo

chi dia soltanto la sua approvazione,

pur se non il suo consenso preliminare,

non discende da origini onorate.

 

DIONISA

Così sia, allora.

Ma nessuno sa, a parte te, come ella è morta,

e nessuno potrà saperlo, ora che Leonino se n’è andato.

Lei sdegnava mia figlia, e le sbarrava

ogni fortuna. Nessuno la guardava più,

ma gettava lo sguardo sul volto di Marina,

mentre la nostra veniva disprezzata e trattata come

una sguattera indegna perfino d’un saluto. Mi ha colpito

qui dentro. E anche se tu chiami la mia azione snaturata,

poiché non ami abbastanza tua figlia, a me

quell’azione si presenta come un’impresa fatta per affetto

e compiuta per la tua unica figlia.

 

CLEONE

I cieli perdonino questo!

 

DIONISA

E quanto a Pericle,

che cosa potrà dire? Noi abbiamo pianto dietro al feretro,

e leviamo ancora lamenti. Il suo sepolcro

è quasi terminato, e il suo epitaffio,

in lucenti caratteri dorati, esprime

per lei una lode universale e mostra premura in noi

che l’abbiamo fatto a nostre spese.

 

CLEONE

Tu sei come l’arpia:

tradisci col tuo volto d’angelo

e ghermisci con gli artigli di un’aquila.

 

DIONISA

Tu sei come quello che per superstizione

giura agli dèi che è l’inverno ad uccidere le mosche.

Ma pure so che farai come io ti consiglio. Escono.


ATTO QUARTO – SCENA QUARTA

Entra Gower.

 

GOWER

Così il tempo noi consumiamo in fretta

e lunghe leghe facciamo corte,

dentro a conchiglie navighiamo i mari,

e per aver qualcosa ci basta il desiderio,

muovendo dietro alla nostra immaginazione

di confìne in confine, di regione in regione.

Col vostro consenso, non commettiamo delitto

usando una sola lingua in ogni diversa contrada

dove le nostre scene sembrano aver vita. Vi prego

di apprendere da me, che vengo, nei vuoti, a dirvi

i vari passi della nostra storia. Pericle

di nuovo attraversa gli infidi mari,

scortato da signori e cavalieri, per rivedere

sua figlia, della sua vita l’unica delizia.

Il vecchio Elicano è con lui, mentre è rimasto

in patria a governare, lo ricordate?,

il vecchio Escane, che Elicano da poco

ha elevato a così grande ed alto stato.

Spedite navi e generosi venti han già portato

questo re a Tarso – pensate al pilota come a un pensiero

e, così governando, i vostri pensieri fileranno –

perché sua figlia riconduca a casa,

ma già lei se n’è andata.

Come pulviscolo, come ombre, guardateli

muoversi un poco, ed io poi i vostri orecchi

riconcilierò coi vostri occhi.

 

PANTOMIMA

Entra Pericle da una porta con tutto il suo seguito, dall’altra entrano Cleone e Dionisa. Cleone mostra a Pericle la tomba di Marina, al che Pericle si lamenta, indossa una veste di tela di sacco e si allontana con enorme dolore.

 

Ecco come la buona fede è ingannata da un falso spettacolo!

Mentre la passione fittizia di costui

equivale all’antico autentico dolore,

e così Pericle, divorato dalla pena,

squassato dai respiri e dalle più grosse lacrime infradiciato,

lascia Tarso e di nuovo fa vela. Giura

di non lavarsi più il viso né tagliarsi i capelli,

si veste di tela di sacco, e via per mare.

Reca in sé una tempesta che scuote il suo vascello

mortale, ma la sostiene e vive.

Ora vi prego d’ascoltare l’epitaffio

che per Marina è stato scritto

dalla malvagia Dionisa.

La più bella, dolce e buona creatura giace qui,

                        che nella primavera degli anni suoi appassì.

                        Del sovrano di Tiro ella era la figlia,

                        e l’orrida morte così presto la piglia.

                        Si chiamava Marina, e quando nacque,

                        Teti superba assai se ne compiacque

                        e si gonfiò inghiottendo parte di terra.

                        E la terra, per paura d’annegare,

                        la figlia di Teti volle al cielo consegnare;

                        onde Teti s’infuria, e giura che mai più arretra,

                        battendo spietata le coste di pietra.

Nessuna maschera meglio s’addice alla nera perfidia

quanto la tenera e dolce lusinga.

Che Pericle creda pure che sua figlia è morta

e lasci che ogni suo atto venga guidato

dalla Signora Fortuna, mentre la nostra scena

deve ora rappresentare il dolore di sua figlia

ed il suo grave tormento nell’empio suo servizio.

Dunque, pazientate, e d’esser tutti a Mitilene ora pensate.

Esce.


ATTO QUARTO – SCENA QUINTA

Entrano due gentiluomini.

 

PRIMO GENTILUOMO

Hai mai sentito nulla di simile?

 

SECONDO GENTILUOMO

No, né ne sentirò più una uguale in un posto come questo quando lei se ne sarà andata.

 

PRIMO GENTILUOMO

Ma sentirsi far la predica là dentro! L’avevi mai sognata una cosa simile?

 

SECONDO GENTILUOMO

Certo che no! Via, non voglio più saperne di bordelli. Andiamo a sentir cantare le vestali?

 

PRIMO GENTILUOMO

Farà qualsiasi cosa che sia virtuosa; ho lasciato per sempre la strada della fornicazione.

Escono.


ATTO QUARTO – SCENA SESTA

Entrano i tre ruffiani.

 

MEZZANO

Certo che darei il doppio del suo prezzo perché non fosse mai venuta qui.

 

MEZZANA

La svergognata! Quella è capace di congelare il dio Priapo e mandare in nulla un’intera generazione! Dobbiamo farla sverginare oppure sbarazzarcene. Quando dovrebbe fare il suo dovere con i clienti e dare il meglio della nostra professione, ecco che mi attacca coi suoi cavilli, le sue ragioni, le sue super-ragioni, le sue preghiere, le sue genuflessioni, che farebbe diventare un puritano il diavolo stesso, se quello volesse contrattare un bacio con lei.

 

BOULT

In fede mia, devo sverginarla, se no ci smobilita l’intera cavalleria e ci fa preti i nostri migliori clienti.

 

MEZZANO

Le venga la sifilide per quella sua anemia.

 

MEZZANA

Eh sì, non c’è altro che la sifilide per sbarazzarcene. Ecco che arriva il signor Lisimaco, mascherato.

 

BOULT

Qui avremmo sia signori che pezzenti se quella troietta schifiltosa si decidesse a dar strada ai clienti.

 

Entra Lisimaco.

 

LISIMACO

Allora, quanto vengono le vergini alla dozzina?

 

MEZZANA

Che gli dèi benedicano Vostro Onore!

 

BOULT

Sono contento di veder Vostro Onore in buona salute.

 

LISIMACO

Lo credo bene, tanto meglio per voi se i vostri frequentatori stanno ben saldi sulle gambe. Allora? ce l’avete una iniquità ben sana, che ci si possa aver a che fare senza chiamare poi il dottore?

 

MEZZANA

Ce ne abbiamo una, mio signore, che se volesse… Ma non se n’è mai vista una come lei a Mitilene.

 

LISIMACO

Se volesse compiere gli atti della tenebra, vuoi dire.

 

MEZZANA

Vostro Onore sa dirlo proprio bene.

 

LISIMACO

Bene, falla venire, falla venire.

Esce il mezzano.

 

BOULT

Per carne bianca e sangue rosso, signore, vedrete una rosa. E sarebbe davvero una rosa se solo avesse…

 

LISIMACO

Che cosa? dimmi.

 

BOULT

Oh, signore, io so esser castigato.

 

LISIMACO

E ciò onora la reputazione di un ruffiano e fa stimar caste tante di quelle.

 

MEZZANA

Eccola che arriva, ancora sullo stelo, mai colta, posso assicurarvelo.

Entra il mezzano con Marina.

Non è una bella creatura?

 

LISIMACO

In fede mia, andrebbe proprio a puntino dopo un lungo viaggio per mare. Bene, ecco per voi, lasciateci.

 

MEZZANA

Vi prego, Vostro Onore, lasciate che le dica una parola, solo un momento.

 

LISIMACO

Ti prego, fallo.

 

MEZZANA (A Marina)

Primo, vorrei che tu notassi che questo è un signore del tutto onorevole.

 

MARINA

Spero di trovarlo tale per poter prendere degna nota di lui.

 

MEZZANA

Secondo, egli è il governatore di questo paese, e uomo a cui io sono obbligata.

 

MARINA

Se governa il paese gli siete obbligata davvero, ma quanto onorevole egli sia nel farlo non lo so.

 

MEZZANA

Ti prego, senza più schermaglie da verginella, vuoi trattarlo gentilmente? Ti riempirà d’oro il grembiule.

 

MARINA

Ciò che egli farà con buona grazia io l’accetterò con gratitudine.

 

LISIMACO

Avete fatto?

 

MEZZANA

Mio signore, non è stata ancora scozzonata; dovrete faticare un po’ per domarla. Andiamo, lasciamoli soli, lei e Sua Grazia. E tu, fatti sotto.

Escono il mezzano, la mezzana e Boult.

 

LISIMACO

Allora, carina, da quant’è che fai questo mestiere?

 

MARINA

Quale mestiere, signore?

 

LISIMACO

Beh, non posso nominarlo senza offenderti.

 

MARINA

Non posso offendermi per il mio mestiere. Vi prego di nominarlo.

 

LISIMACO

Da quant’è che fai questa professione?

 

MARINA

Da quando ho memoria.

 

LISIMACO

Ti ci sei messa da così piccola? Eri una allegra già a cinque o sei anni?

 

MARINA

Anche prima, signore, se lo sono ora.

 

LISIMACO

Insomma, la casa in cui ti trovi proclama che sei una creatura che si vende.

 

MARINA

Sapete che questa casa è un luogo di quel genere e ci venite? Ho sentito che siete persona onorata e il governatore di questo posto.

 

LISIMACO

Ah, la tua padrona ti ha fatto sapere chi sono?

 

MARINA

Chi è la mia padrona?

 

LISIMACO

Ma come! la tua erborista, quella che sparge semi e radici di vergogna e d’iniquità. Ah, tu hai saputo che io sono potente e fai la difficile per esser corteggiata più seriamente. Ma t’assicuro, carina, che la mia autorità farà finta di non averti visto oppure ti guarderà con benevolenza. Su, conducimi in un posto riservato. Su, su.

 

MARINA

Se siete nato come uomo d’onore, mostratelo ora;

se l’onore vi è stato conferito, convalidate il giudizio

di chi ve ne credette degno.

 

LISIMACO

Che significa questo, che significa? Avanti. Fa’ la saggia.

 

MARINA

Per me, che sono una vergine, anche se la più ingrata

sorte mi ha messa in questo porcile, dove ho visto,

da quando son venuta, vender malattie più che salute…

Ah, se gli dèi

volessero liberarmi da questo luogo empio,

dovessero pure trasformarmi nel più infimo uccello

che vola nell’aria più pura!

 

LISIMACO

Non credevo

che avresti potuto parlare così bene, né me lo sognavo.

Se fossi venuto qui con animo corrotto,

il tuo discorso l’avrebbe cambiato. Tieni, questo è oro

per te. Persevera nella tua strada pulita,

e gli dèi ti diano forza.

 

MARINA

I buoni dèi preservino voi.

 

LISIMACO

Quanto a me, credimi,

non sono venuto qui con cattive intenzioni, perché per me

le stesse porte e fìnestre, qui, puzzano di marcio.

Addio. Tu sei un esempio di virtù, e non dubito

che tu sia stata educata nobilmente.

Tieni, qui c’è dell’altro oro per te.

Maledizione a lui, e muoia come un ladro,

chi vuol rubarti la bontà che hai dentro!

Se avrai mie notizie, sarà per il tuo bene.

 

Entra Boult.

 

BOULT

Vi prego, Vostro Onore, una moneta per me.

 

LISIMACO

Togliti di mezzo, dannato ruffiano!

La tua casa, se non la reggesse questa vergine,

crollerebbe e ti schiaccerebbe. Via! Esce.

 

BOULT

Che è successo? Dobbiamo cambiar registro con te. Se la tua castità schifiltosa, che non vale un fico secco in nessun paese al mondo, deve rovinare un’intera casa, prima mi faccio castrare come uno spaniel. Muoviti, avanti.

 

MARINA

Dove vuoi portarmi?

 

BOULT

Devo levarti la verginità, o sarà il boia a toglierti tutto. Muoviti, avanti. Non ci faremo più cacciar via gentiluomini di qui. Muoviti, avanti, dico.

 

Entrano il mezzano e la mezzana.

 

MEZZANA

Allora, che succede?

 

BOULT

Di male in peggio, padrona. Questa ha appena fatto una santa predica al signor Lisimaco.

 

MEZZANA

Oh! Abominevole!

 

BOULT

E ora lui la nostra professione la fa puzzare in faccia agli dèi, dice.

 

MEZZANA

Per la madonna, impiccala una volta per tutte!

 

BOULT

Il nobiluomo l’avrebbe trattata da nobiluomo, ma lei l’ha mandato via freddo come una palla di neve, e con preghiere in bocca, anche.

 

MEZZANA

Boult, portala via, usala a tuo piacimento, rompi il cristallo della sua verginità e rendi malleabile il resto.

 

BOULT

Anche se fosse un pezzo di terra più spinoso di quel che è, sarà arata ben bene.

 

MARINA

Sentite, sentite, dèi?

 

MEZZANA

Fa le magie! Portala via! Non fosse mai entrata nella mia casa! Impiccati, per la madonna! È nata per rovinarci. Non vuoi seguire la strada di tutte quante le femmine? Allora, eccoti sistemata, per la madonna, piattino mio di castità, con alloro e rosmarino.

Escono il mezzano e le mezzana.

 

BOULT

Vieni, signorina, vieni con me.

 

MARINA

Dove vuoi portarmi?

 

BOULT

A toglierti il gioiello che ti pare così bello.

 

MARINA

Ti prego, dimmi una cosa prima.

 

BOULT

Avanti, la tua cosina.

 

MARINA

Che cosa augureresti al tuo nemico?

 

BOULT

Beh, di essere il mio padrone o piuttosto la mia padrona.

 

MARINA

Nessuno dei due è infame come te,

perché loro ti sovrastano avendo il comando.

Tu tieni un posto che nemmeno il diavolo più tormentato

dell’inferno scambierebbe con te per non perderci la faccia.

Tu sei il dannato portinaio di ogni farabutto

che viene a cercare la sua sgualdrina.

E ti può prendere a pugni qualsiasi canaglia

se gli monta la collera. E ti devi ingoiare

quel che viene eruttato da polmoni infetti.

 

BOULT

Che cosa vorresti che facessi? Vorresti che andassi in guerra? Dove uno può servire per sette anni per rimetterci una gamba e non avere i soldi, alla fine, per comprarsene una di legno?

 

MARINA

Fa’ qualsiasi cosa ma non questa che fai.

Va’ a vuotare vasi o chiaviche del loro luridume;

fa’ l’apprendista del boia: tutti questi mestieri

sono meglio del tuo, perché quello che professi

anche un babbuino, se avesse la parola, non lo troverebbe

all’altezza del suo nome. Ah, che gli dèi

mi salvino da questo posto!

Ecco, ecco dell’oro per te.

Se il tuo padrone vuol far guadagni con me,

proclama che io so cantare, tessere, cucire, danzare,

insieme ad altre virtù di cui non voglio vantarmi,

e io sono pronta a insegnare tutte queste cose.

Non dubito che questa popolosa città

mi darà molte allieve.

 

BOULT

Ma sai davvero insegnare tutto quello che dici?

 

MARINA

Se scoprirai che non so, riportami qui dentro

e prostituiscimi al più vile stalliere

che frequenti la vostra casa.

 

BOULT

Beh, vedrò che posso fare per te. Se posso piazzarti, lo faccio.

 

MARINA

Sì, ma tra donne oneste.

 

BOULT

In fede mia, non ne conosco molte, di quelle. Ma visto che il mio padrone e la mia padrona ti hanno comprato, non si può far nulla senza il loro benestare. Perciò gli farò sapere la tua proposta e non dubito che li troverò abbastanza trattabili. Vieni, farò per te quello che posso. Su, muoviti. Escono.


Pericle Principe di Tiro

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

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