Pericle Principe di Tiro – Atto III

Pericle Principe di Tiro – Atto III

(“Pericles, Prince of Tire”  1607/1608)

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Pericle Principe di Tiro - Atto III


ATTO TERZO

Entra Gower.

 

GOWER

Ora il sonno ha assopito l’intera brigata,

e per tutta la casa si ode solo russare,

ben forte per tutto il grande mangiare

di questo sontuoso banchetto nuziale.

Con occhi d’acceso carbone il gatto

s’acquatta sul buco del topo,

e cantano i grilli alla bocca del forno,

tutti felici di stare all’asciutto.

Imene ha condotto la sposa al suo letto,

dove, perdendo la verginità,

un bimbo viene in lei plasmato. State attenti,

e il tempo che così presto scorre via,

riempitelo con la vostra acuta fantasia.

Quel che è muto nella pantomima

lo spiegherò io con la parola mia.

 

PANTOMIMA

Entrano da una porta Pericle e Simonide con il seguito; un messaggero va loro incontro, si inginocchia e dà a Pericle una lettera. Pericle la mostra a Simonide; i signori si inginocchiano davanti a lui. Poi entra Taisa, incinta, e con lei la nutrice Licorida. Il re le mostra la lettera e lei gioisce. Lei e Pericle si congedano da Simonide e partono.

 

Per molte aspre e faticose leghe

di Pericle l’accurata ricerca

– ai quattro angoli opposti che insieme

fanno questo nostro mondo unito –

è condotta con ogni diligenza

che cavalli e navi ed alte spese

possano fornire. Da Tiro, infine,

la Fama risponde alla lontana inchiesta,

e lettere giungono alla corte

di re Simonide, il cui tenore è questo:

morti Antioco e la figlia sua,

gli uomini di Tiro sul capo

di Elicano vorrebbero porre

la corona di Tiro, ma egli non vuole.

Lo scontento si affretta a reprimere

e dice loro che se il re Pericle

tra dodici lune non dovesse tornare

egli, obbedendo al loro volere,

prenderà la corona. Tutto questo,

qui a Pentapoli riportato,

delizia tutti quanti attorno,

e ognuno applaudendo dice:

“È dunque un re il nostro erede!

Chi mai l’avrebbe sognato o pensato?”

In breve, deve Pericle presto partire per Tiro.

La sua regina incinta esprime il desiderio

– e chi oserà ostacolarlo? – di andare con lui.

Omettiamo tutti i sospiri e gli affanni.

Licorida, la sua nutrice, ella prende con sé

e via sul mare. Oscilla il vascello

sull’onda di Nettuno; e già metà acqua

la sua chiglia ha tagliato, quando di nuovo

l’umore della fortuna muta; l’orrido nord

erutta tale tempesta che, come un’anatra

che si tuffa per salvarsi la vita,

così avanza su e giù la povera nave.

Urla la donna e ahimè per la paura

è presa dalle doglie del parto.

E quel che segue in questa atroce tempesta

dovrà coi suoi mezzi essere rappresentato.

Io non voglio raccontarlo; l’azione

può convenientemente mostrare il resto,

come non poteva fare per quello che ho ora narrato.

Nella vostra immaginazione vogliate pensare

questa scena la nave, sul cui ponte

sbattuto dalle onde Pericle appare a parlare. Esce.


ATTO TERZO – SCENA PRIMA

Entra Pericle sulla tolda di una nave.

 

PERICLE

Il dio di questa grande distesa freni le onde

che bagnano il cielo e l’inferno. E tu che hai

sui venti il comando, legali nel bronzo

dopo averli chiamati dall’abisso! Oh, acquieta

i tuoi paurosi assordanti tuoni, e spegni gentile

i tuoi guizzanti sulfurei lampi! Mi senti, Licorida?

Come sta la mia regina? Allora, tempesta, velenosamente

vuoi sputarti tutta fuori? Il fischio del marinaio

è come un bisbiglio negli orecchi della morte,

inascoltato. Licorida! Lucina,

divina patrona e levatrice gentile

di quelle che gridano nella notte, porta la tua divinità

a bordo di questa agitata nave, affretta le fitte

del travaglio della mia regina! Allora, Licorida!

 

Entra Licorida con una bambina.

 

LICORIDA

Ecco un batuffolo troppo piccolo per questo posto,

che, se avesse la ragione, vorrebbe morire,

come forse muoio io. Prendete tra le braccia questa parte

della vostra regina morta.

 

PERICLE

Cosa? Cosa, Licorida?

 

LICORIDA

Abbiate pazienza, buon signore, non aiutate la tempesta.

Questo è tutto ciò che resta vivo della vostra regina,

una figlioletta: per amor suo, siate forte

e fatevi animo.

 

PERICLE

Oh, voi, dèi!

Perché ci fate amare i vostri buoni doni

e subito ce li strappate via? Noi quaggiù

non ci riprendiamo quello che diamo, e in questo

vale di più il nostro onore.

 

LICORIDA

Abbiate pazienza, buon signore.

almeno per questo carico che avete.

 

PERICLE

Tu, mite possa essere la tua vita!

Perché più burrascosa nascita mai ebbe bambino;

quieta e gentile sia la tua esistenza, perché

hai avuto il più rude benvenuto a questo mondo

che mai sia toccato a figlio di principe. Felice il tuo futuro!

Hai avuto nascita nel più gran frastuono

che fuoco, aria, acqua, terra e cielo potessero fare

per annunciare la tua uscita dal grembo.

Fin dall’inizio ciò che hai perso è più di quanto

potrà ripagare ogni tuo guadagno in questa vita.

Ora gli dèi buoni volgano a lei il loro migliore sguardo.

 

Entrano due marinai.

 

PRIMO MARINAIO

Vi fate coraggio, signore? Dio vi salvi!

 

PERICLE

Mi faccio abbastanza coraggio. Non temo la tempesta;

mi ha fatto il peggio che poteva. Ma per amore

di questa povera creatura, questa nuova inesperta

navigante, vorrei che si calmasse.

 

PRIMO MARINAIO

Molla le boline, lì! Tu non vuoi mollare, è così? Soffia allora e schiatta!

 

SECONDO MARINAIO

Se c’è spazio di manovra, per me queste ondate e le loro nuvole di spuma possono baciar la luna, non m’importa.

 

PRIMO MARINAIO

Signore, la vostra regina deve lasciare la nave. Il mare infuria, il vento urla, e non si calmeranno finché non sgombriamo la nave della morta.

 

PERICLE

È una vostra superstizione.

 

PRIMO MARINAIO

Perdonateci, signore; noi gente di mare l’abbiamo sempre osservata, e ci teniamo alle nostre usanze. Perciò, consegnatecela in fretta perché dev’essere gettata in mare immediatamente.

 

PERICLE

Se lo credete necessario. Mia sventurata regina!

 

LICORIDA

Ecco dove giace, signore.

 

Ella rivela il corpo di Taisa.

 

PERICLE

Un terribile parto hai avuto, mia cara;

non luce, non fuoco; gli ostili elementi si sono dimenticati

di te completamente, né io ho tempo ora

di consegnarti consacrata alla tua tomba, ma devo gettarti

senza indugio in una rozza bara giù nella melma profonda,

dove, per monumento alle tue ossa

e per lampade votive, la sfiatante balena

e l’acqua mormorante incomberanno sul tuo corpo

disteso con le semplici conchiglie. Oh, Licorida,

dì a Nestore di portarmi spezie, carta e inchiostro,

il mio scrigno e i miei gioielli. E dì a Nicandro

di portarmi il cofano di raso. Metti la bambina

sul cuscino. Sbrigati mentre io le dico

un religioso addio. In fretta, donna.

Esce Licorida.

 

SECONDO MARINAIO

Signore, abbiamo una cassa sotto il boccaporto, già calafatata e bitumata.

 

PERICLE

Ti ringrazio. Dimmi, marinaio, che costa è quella?

 

PRIMO MARINAIO

Siamo vicini a Tarso.

 

PERICLE

In quella direzione, buon marinaio,

cambia la rotta per Tiro. Quando potrai raggiungerla?

 

PRIMO MARINAIO

Sul far del giorno, se cala il vento.

 

PERICLE

Oh, vai per Tarso!

Lì visiterò Cleone, perché la bambina

non può reggere fino a Tiro. Lì la lascerò

in buone mani. Va’, buon marinaio.

Porterò il corpo immediatamente. Escono.


ATTO TERZO – SCENA SECONDA

Entra il re Cerimone con due servitori.

 

CERIMONE

Ehi, Filemone!

 

Entra Filemone.

 

FILEMONE

Il mio signore ha chiamato?

 

CERIMONE

Procura fuoco e cibo per questi poveri uomini.

È stata una notte turbolenta e tempestosa.

 

PRIMO SERVO

Ne ho passate tante, ma una notte come questa

non l’avevo mai sofferta.

 

CERIMONE

Il tuo padrone sarà morto prima del tuo ritorno;

non c’è nulla, che possa esser somministrato alla natura

umana, che sia in grado di salvarlo. Al secondo servo Tu dà questo allo speziale

e fammi sapere come agisce. Escono i servi.

 

Entrano due gentiluomini.

 

PRIMO GENTILUOMO

Buongiorno.

 

SECONDO GENTILUOMO

Buongiorno a Vossignoria.

 

CERIMONE

Signori,

perché vi siete mossi così presto?

 

PRIMO GENTILUOMO

Signore,

le nostre case, che si trovano a picco sul mare,

erano scosse come da un terremoto.

Le travi maestre sembravano schiantarsi

e tutto era sul punto di crollare.

Sbigottimento e paura mi hanno fatto lasciare la casa.

 

SECONDO GENTILUOMO

È per questo che vi disturbiamo così presto.

Non è nostra abitudine.

 

CERIMONE

Ah, dite bene.

 

PRIMO GENTILUOMO

Ma mi stupisco che Vossignoria, che ha

una ricca residenza, abbia così di buon’ora

rinunciato al dorato sonno ed al riposo.

È molto strano

che la natura si pieghi alla fatica

quando non vi è costretta.

 

CERIMONE

Da sempre io ritengo

che la virtù e la conoscenza siano doti più grandi

che nobiltà e ricchezza. Sventati eredi

possono oscurare e sciupare queste ultime due,

ma l’immortalità spetta alle prime

e rende l’uomo un dio. È risaputo che io ho sempre

studiato la medicina, e con la sua segreta arte,

consultando i testi e praticando esperimenti,

ho reso familiari a me e al mio aiutante

i benedetti infusi che vivono nei vegetali,

nei metalli, nelle pietre; e so parlare dei disturbi

che la natura crea come delle sue cure; e questo mi dà

più contentezza e ben più vero diletto

che non correre assetato dietro ad incerti onori

o stringere il mio piacere dentro borse di seta,

per far contenti il buffone e la morte.

 

SECONDO GENTILUOMO

Vostro Onore

per tutta Efeso ha versato la sua misericordia,

e a centinaia si dicono vostre creature,

quelli che da voi sono stati risanati. E non solo

la vostra sapienza, la vostra personale fatica,

ma anche la vostra borsa, sempre aperta, han dato

al nobile Cerimone una così grande fama

che il tempo non potrà mai…

 

Entrano due o tre servitori con una cassa.

 

PRIMO SERVITORE

Così, tira su!

 

CERIMONE

Cos’è questo?

 

PRIMO SERVITORE

Proprio ora, signore,

il mare ha gettato a riva questa cassa.

È di qualche naufragio.

 

CERIMONE

Mettete giù, vediamo cosa c’è dentro.

 

SECONDO GENTILUOMO

Rassomiglia a una bara, signore.

 

CERIMONE

Qualsiasi cosa sia,

è terribilmente pesante. Forzatela, presto.

Se lo stomaco del mare si è ingozzato d’oro,

è una fortuna che venga a rigettarlo qui da noi.

 

SECONDO GENTILUOMO

Proprio vero, mio signore.

 

CERIMONE

Com’è ben calafatata e bitumata!

È stato proprio il mare a gettarla qui?

 

PRIMO SERVITORE

Non ho mai visto un’onda così alta, signore,

come quella che l’ha scagliata sulla riva.

 

CERIMONE

Forzatela. Piano!

Fa un profumo assai dolce al mio odorato.

 

SECONDO GENTILUOMO

Un odore delicato.

 

CERIMONE

Quale mai colpì le mie narici. Allora, su il coperchio!

Oh potentissimi dèi, che c’è qui, un cadavere?

 

SECONDO GENTILUOMO

Strano davvero!

 

CERIMONE

Avvolto in stoffa regale, unto e impreziosito

di sacchetti pieni di spezie! Una pergamena, anche!

Apollo, aiutami a decifrarne i caratteri!

Legge il rotolo di pergamena.

 

            Con questo intendo informare,

            se mai questa bara giungerà a terra,

            che io Re Pericle, ho perduto

            questa regina, più preziosa di ogni ricchezza.

            Chi la trovi, le dia sepoltura:

            era la figlia di un re.

            Oltre questo tesoro per compenso,

            ripaghino gli dèi la sua pietà.

Se tu vivi, Pericle, il tuo cuore

si spacca dal dolore. Questo è avvenuto stanotte.

 

SECONDO GENTILUOMO

Molto probabilmente, signore.

 

CERIMONE

No, stanotte certamente.

Guardate infatti com’è fresco il suo aspetto. Furono

precipitosi a gettarla in mare. Fate un fuoco al coperto.

Portatemi tutti i vasetti del mio armadietto.

Esce un servitore.

La morte può usurpare molte ore alla natura,

ma poi il fuoco della vita può riaccendere

gli spiriti tramortiti. Ho saputo di un egiziano

giaciuto morto per nove ore

che con buone cure fu riportato in vita.

Entra un servitore con panni e fuoco.

Ben fatto, ben fatto, fuoco e panni.

Fate suonare, vi prego, la musica

rozza e lamentosa che qui possiamo fare.

Musica.

La viola, ancora una volta! Dormi, testa di legno?

Musica, avanti!

Musica di nuovo.

Vi prego, lasciatele aria.

Signori, questa regina vivrà!

La natura le risveglia dentro un caldo respiro.

Non più di cinque ore è ritnasta senza sensi.

Vedete come comincia a schiudersi di nuovo

nel fiore della vita?

 

PRIMO GENTILUOMO

I cieli, per il tramite vostro, accrescono la nostra

meraviglia e stabiliscono la vostra fama per sempre.

 

CERIMONE

Ella è viva. Guardate,

le sue palpebre, custodie di quei celesti gioielli

che Pericle ha perduto, cominciano a separare

le loro frange di lucente oro. Diamanti

della più pregiata acqua appaiono

a fare ricco il mondo della loro doppia luce.

Vivi, e facci piangere narrando il tuo destino,

bella creatura, rara quale appari essere.

Ella si muove.

 

TAISA

Oh, cara Diana!

Dove sono? Dov’è il mio signore? Che mondo è questo?

 

SECONDO GENTILUOMO

Non è strano tutto questo?

 

PRIMO GENTILUOMO

Assolutamente raro.

 

CERIMONE

Zitti, miei cari vicini,

datemi una mano. Portatela nella stanza accanto.

Procurate delle lenzuola. Ora bisogna stare attenti,

perché una ricaduta sarebbe mortale. Venite, venite;

ed Esculapio ci guidi.

La trasportano fuori. Escono tutti.


ATTO TERZO – SCENA TERZA

Entra Pericle, a Tarso, con Cleone e Dionisa [e Licorida con Marina in braccio].

 

PERICLE

Onoratissimo Cleone, è necessario che io parta.

I miei dodici mesi sono scaduti, e Tiro si trova

in una litigiosa pace. Abbiate voi e la vostra signora

tutta la gratitudine del mio cuore. Gli dèi

aggiungano il resto.

 

CLEONE

Le scosse della vostra fortuna,

se perseguitano voi in maniera mortale, colpiscono

anche noi straordinariamente.

 

DIONISA

Oh, la vostra dolce regina!

Se al crudele fato fosse piaciuto che la portaste qui

a benedire la mia vista!

 

PERICLE

Noi non possiamo che obbedire

alle potenze che ci sovrastano. Potessi infuriare

e ruggire come il mare in cui ella giace, il risultato

non cambierebbe. La mia dolce bambina, Marina,

che così ho chiamato perché è nata in mare,

io qui affido alla vostra carità, lasciandola

infante in vostra cura e pregandovi

di allevarla come una principessa, che possa

avere le maniere che le si addicono per nascita.

 

CLEONE

Non abbiate timore, mio signore, ma sappiate

che la vostra generosità, che nutrì il mio paese

col vostro grano, per la qual cosa ancora il popolo

prega per voi, sarà ricordata e resa

a vostra figlia. Se trascurando questo

io mi rendessi vile, la gente comune

da voi soccorsa mi costringerebbe al mio dovere.

Ma se la mia natura avesse bisogno di uno sprone,

si vendichino gli dèi su me e sui miei,

fino alla fine della mia discendenza.

 

PERICLE

Vi credo.

Il vostro onore e la vostra bontà me ne convincono,

anche senza il vostro giuramento. Finché non sia sposata,

signora, per la splendente Diana, che tutti onoriamo,

questi miei capelli non conosceranno forbice,

pur se ciò sembri protervia. Così, prendo congedo.

Mia buona signora, fatemi felice allevando

mia figlia con ogni cura.

 

DIONISA

Ne ho una anch’io,

che ai miei occhi non sarà più cara

della vostra, mio signore.

 

PERICLE

Grazie, signora, pregherò per voi.

 

CLEONE

Accompagneremo Vostra Grazia fino alla riva,

e allora vi consegneremo al mascherato Nettuno

e ai più miti venti del cielo.

 

PERICLE

Accolgo

la vostra offerta. Venite, carissima signora. Oh,

niente lacrime, Licorida, niente lacrime.

Bada alla tua piccola padrona, dalla cui benevolenza

un giorno potrai dipendere. Andiamo, mio signore.

Escono.


ATTO TERZO – SCENA QUARTA

Entrano Cerimone e Taisa,

 

CERIMONE

Signora, questa lettera e alcuni gioielli

stavano con voi nella cassa, e sono

a vostra disposizione. Conoscete la calligrafia?

 

TAISA

È del mio signore. Ricordo bene

che m’imbarcai per mare ed ero incinta.

Ma se lì poi partorii, per i sacri dèi,

non so dirlo. Ma poiché il re Pericle,

il mio signore e sposo, non rivedrò mai più,

indosserò l’abito della vestale

e non conoscerò più gioia.

 

CERIMONE

Signora, se questo è il vostro vero proposito,

il tempio di Diana non è lontano di qui,

e lì potrete dimorare finché non giunga la vostra ora.

Inoltre, se vi fa piacere, una mia nipote

vi farà lì compagnia.

 

TAISA

In cambio non posso darvi che il mio grazie,

ma se è piccolo il dono, la riconoscenza è grande.

Escono.


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