Riccardo III – Atto IV

Riccardo III – Atto IV

(“Richard III” – 1591 – 1594)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Riccardo III - Atto IV


ATTO QUARTO – SCENA PRIMA

Entrano, da una porta, la regina Elisabetta, la duchessa di York, il marchese di Dorset; e, da un’altra, Anne, duchessa di Gloucester [con la figlia di Clarence].

 

DUCHESSA

Chi incontriamo qui? Mia nipote Plantageneta,

condotta per mano dalla sua gentile zia di Gloucester;

ecco, ci giurerei, ella s’avvia alla Torre, animata

dall’affetto del suo cuore puro, a salutare il dolce principe.

Figliola, ben incontrata.

 

ANNE

Dio conceda ad ambedue le vostre Grazie

una giornata felice e gioiosa.

 

ELISABETTA

Altrettanto a voi, buona sorella; dove siete diretta?

 

ANNE

Soltanto alla Torre e, immagino,

col medesimo intento affettuoso di voi stesse,

per salutare i principini.

 

ELISABETTA

Gentile sorella, grazie; entreremo assieme.

 

Entra Brakenbury.

 

Ed ecco che giunge in buon punto il Luogotenente.

Signor Luogotenente, vi preghiamo, di grazia,

come sta il principe e il mio figlioletto York?

 

BRAKENBURY

Benissimo, cara signora. Abbiate pazienza,

ma non posso permettervi di visitarli.

Il re l’ha rigorosamente vietato.

 

ELISABETTA

Il re? E chi sarebbe?

 

BRAKENBURY

Intendo dire il Signor Protettore.

 

ELISABETTA

Il Signore lo protegga da quel titolo regale.

Ha egli posto forse barriere fra il loro amore e me?

Sono loro madre, chi potrà tenermene lontana?

 

DUCHESSA

Sono la madre del loro padre: voglio vederli.

 

ANNE

Sono, secondo la legge, loro zia; ma, per affetto, come una madre;

conducetemi dunque in loro presenza. Ne porterò io il

e, a mio rischio, mi assumo la tua responsabilità. biasimo

 

BRAKENBURY

No, signora, non me ne posso spogliare così.

Son legato da un giuramento; scusatemi, perciò. Esce.

 

Entra Stanley conte di Derby.

 

STANLEY

Signore, quando v’incontrerò, di qui a un’ora,

saluterò vostra Grazia di York madre

e veneranda ammiratrice di due leggiadre regine.

[Ad Anne] Venite, signora, dovete recarvi subito a Westminster

per esservi incoronata sovrana regina di Riccardo.

 

ELISABETTA

Ah, slacciatemi il vestito,

che il mio cuore soffocato abbia qualche spazio per pulsare,

altrimenti sverrò a questa micidiale notizia!

 

ANNE

Oltraggioso annuncio! O ingrata novità!

 

DORSET

Sta’ di buon animo, madre; come si sente, vostra Grazia?

 

ELISABETTA

Oh, Dorset, non parlarmi; vattene di qua.

Morte e distruzione ti tallonano dappresso.

Il nome di tua madre è di fatale auspicio per i figli.

Se vuoi sfuggire alla morte, va! Traversa il mare

e vivi con Richmond, al riparo dall’inferno.

Va’, sbrigati, sbrigati, va’ via da questo mattatoio,

per non accrescere il numero dei morti

e non farmi morire, vittima della maledizione di Margherita,

non più madre, né moglie, né regina riconosciuta d’Inghilterra.

 

STANLEY

Signora, questo vostro consiglio è pieno di saggia sollecitudine.

[A Dorset] Sfruttate subito tutti i vantaggi dell’ora;

porterete con voi lettere d’appoggio a mio figlio, che vi venga incontro per strada.

Non v’attardate con imprudenti indugi.

 

DUCHESSA

Oh, vento di sciagura che spargi malanni!

Oh, grembo mio maledetto, culla di morte!

Un basilisco tu hai portato al mondo,

che uccide col suo sguardo chi non può sfuggirgli.

 

STANLEY

Andiamo, signora, andiamo: sono stato mandato in tutta fretta.

 

ANNE

Ed io vi seguo, del tutto a malincuore.

Volesse Dio che il cerchio della corona di aureo metallo

che deve cingermi la fronte

fosse acciaio infocato che mi bruciasse il cervello.

Ch’io sia unta di veleno mortale

e muoia prima che la gente possa dire «Dio salvi la regina».

 

ELISABETTA

Va, va, poverina; non invidio la tua gloria.

Non t’auguro male, per dare alimento al mio umore.

 

ANNE

No? Perché? Quando colui che ora è mio marito

venne da me, mentre seguivo il cadavere di Enrico,

s’era appena lavato le mani dal sangue

sgorgato dal mio primo angelico marito

e da quell’amato santo che accompagnavo piangendo;

oh, quando, dico, i miei occhi si posarono sul volto di Riccardo,

questo fu il mio augurio: «sii tu, dissi, maledetto

per aver ridotto me, così giovane, a vedova così vetusta;

e quando ti sposi, che l’affanno non abbandoni mai il tuo letto;

tua moglie sia – se vi sarà donna tanto folle da sposarti –

più sventurata per la tua vita

di quanto tu m’abbia resa con la morte del mio diletto signore».

Ed ecco, prima che potessi reiterare la maledizione,

in un breve momento, il mio cuore di donna

cadde stupidamente prigioniero delle sue parole mielate

e divenne, esso, vittima delle imprecazioni del mio animo;

e da allora, queste hanno tolto il riposo ai miei occhi;

giacché nel suo letto non ho ancora goduto per un’ora

l’aurea rugiada del sonno,

svegliata continuamente dai suoi sogni atterriti.

Egli, inoltre, m’odia a causa di mio padre Warwick

e senza dubbio si sbarazzerà presto di me.

 

ELISABETTA

Poveretta, addio; le tue sofferenze mi fanno pietà.

 

ANNE

Non più di quanta ne provai io compiangendo dal cuore le vostre.

 

DORSET

Addio, tu che accogli così luttuosamente la gloria.

 

ANNE

Addio, poveretta, che te ne congedi.

 

DUCHESSA [A Dorset]

Va da Richmond, e la buona fortuna ti guidi;

[ad Anne] Va’ da Riccardo, ed angeli benigni ti custodiscano.

[ad Elisabetta] Va’ a rifugiarti nell’asilo, e ti accompagnino santi pensieri.

Io vado alla mia tomba, dove m’aspettano pace e riposo.

Oltre ottanta anni di dolore ho vissuto;

ogni ora di gioia è stata funestata da una settimana di pena.

 

ELISABETTA

Aspettate, rivolgete ancora con me uno sguardo alla Torre.

Abbiate pietà, voi pietre antiche, di quei teneri bambini,

che la malignità ha murato nelle vostre pareti…

ruvida culla per tesori così piccini,

e rozza, scontrosa nutrice, vecchia e cupa compagna di giochi

per teneri principi: trattate bene i miei bimbi.

Così un dolore impotente dice addio alle vostre pietre.

Escono.


ATTO QUARTO – SCENA SECONDA

Squillo di trombe. Entrano Riccardo incoronato, sfarzosamente vestito, con Buckingham, Catesby, Ratcliffe, Lovell ed altri Nobili [ed un Paggio].

 

RE RICCARDO

Fate tutti largo. Cugino di Buckingham!

 

BUCKINGHAM

Mio grazioso sovrano!

 

RE RICCARDO

Datemi la mano.

Sale sul trono. Suono [di trombe].

A questa altezza col tuo consiglio

ed aiuto, re Riccardo è insediato.

Ma sfoggeremo questi gloriosi emblemi per un giorno solo,

o essi dureranno e noi potremo rallegrarcene?

 

BUCKINGHAM

Che vivano sempre e durino perenni!

 

RE RICCARDO

Ah, Buckingham, ora voglio saggiarti

e provare se sei veramente oro schietto.

Il giovane Edoardo è vivo… pensa, ora, cosa intendo dire.

 

BUCKINGHAM

Dite, mio amato signore.

 

RE RICCARDO

Diamine, Buckingham, dico che vorrei essere re.

 

BUCKINGHAM

Diamine, lo siete, mio tre volte illustre sovrano.

 

RE RICCARDO

Ah, sono re? È vero, ma Edoardo è vivo.

 

BUCKINGHAM

È la verità, nobile Principe.

 

RE RICCARDO

Oh amara conclusione:

che Edoardo sia ancora vivo – un nobile principe, in verità!

Cugino, non eri solito esser così ottuso.

Debbo esser chiaro? Voglio morti i bastardi,

e che la cosa sia fatta subito.

Che dici, adesso? Rispondi subito, sii breve.

 

BUCKINGHAM

Vostra Grazia può far ciò che vuole.

 

RE RICCARDO

Va là, sei tutto ghiaccio; la tua gentilezza gela.

Dimmi, ho il tuo consenso a che essi muoiano?

 

BUCKINGHAM

Concedetemi un po’ di respiro, una pausa, caro signore,

prima di pronunciarmi positivamente su ciò.

Vi darò presto una risposta.

Esce.

 

CATESBY

Il re è in collera; guardate, si morde le labbra.

 

RE RICCARDO[A parte]

Voglio aver a che fare con grulli dalla testa di macigno

e giovincelli scervellati; non fanno per me

quelli che mi scrutano con occhi calcolatori.

L’ambizioso Buckingham si fa guardingo.

Ragazzo!

 

PAGGIO

Mio signore?

 

RE RICCARDO

Conosci qualcuno che l’oro corruttore

possa tentare a un’impresa segreta di morte?

 

PAGGIO

Conosco un gentiluomo malcontento

le cui umili condizioni non corrispondono allo spirito altero;

l’oro sarebbe efficace come venti oratori

e, senza dubbio, lo tenterà a qualsiasi impresa.

 

RE RICCARDO

Come si chiama?

 

PAGGIO

Si chiama Tyrrel, mio signore.

 

RE RICCARDO

Mi par di conoscerlo: vallo a chiamare.

Esce [Paggio].

[A parte] L’astuto Buckingham, dalle profonde riflessioni,

non sarà più il confidente dei miei segreti.

Ha tenuto il passo con me così a lungo senza stancarsi,

ed ora si ferma a prender fiato! Ebbene, così sia.

 

Entra Stanley conte di Derby.

 

Dunque, lord Stanley, quali nuove?

 

STANLEY

Sappiate, mio amato signore, che il marchese

di Dorset, a quanto si dice, è fuggito

da Richmond, nel paese dove questi dimora.

 

RE RICCARDO

Vieni qui, Catesby. Diffondi la voce

che mia moglie Anne è gravissimamente inferma;

darò ordine che sia tenuta appartata.

Cercami qualche gentiluomo oscuro e indigente

a cui mariterò subito la figlia di Clarence…

Quanto al maschio, è uno sciocco e non mi fa paura.

Guarda come te ne stai trasognato! Ripeto, spargi la voce

che la regina, Anne, è malata e in pericolo di vita.

Datti da fare, poiché è essenziale

che io soffochi qualsiasi speranza che, se alimentata, potrebbe nuocermi.

[Esce Catesby].

Devo sposare la figlia di mio fratello,

altrimenti il mio regno poggia soltanto su fragile vetro.

Assassinarle i fratelli e poi sposarla…

Incerta strada al successo! Ma mi sono

inoltrato tanto nel sangue che un delitto se ne tira dietro un altro;

la pietà lacrimosa non alberga in questi occhi.

 

Entra Tyrrel.

 

Il tuo nome è Tyrrel?

 

TYRREL

James Tyrrel, vostro suddito obbedientissimo.

 

RE RICCARDO

Lo sei veramente?

 

TYRREL

Mettetemi alla prova, mio grazioso signore.

 

RE RICCARDO

Oserai aver la decisione d’uccidere un mio amico?

 

TYRREL

Come a voi piace; ma preferirei uccidere due nemici.

 

RE RICCARDO

Ebbene, allora ci sei; due nemici accaniti che,

avversi alla mia pace, mi turbano il dolce sonno,

sono quelli di cui vorrei ti occupassi.

Tyrrel, intendo dire quei bastardi nella Torre.

 

TYRREL

Apritemi la strada perch’io possa raggiungerli

e vi libererò subito dal timore di essi.

 

RE RICCARDO

Tu canti una musica soave. Ascolta, avvicinati, Tyrrel:

va’ con questo anello. Alzati e porgimi l’orecchio.

Gli sussurra nell’orecchio.

Non c’è altro da fare; dimmi che l’hai fatto

e ti vorrò bene e ti compenserò.

 

TYRREL

Sbrigherò immediatamente la faccenda. Esce.

 

Entra Buckingham.

 

BUCKINGHAM

Monsignore, ho ponderato nella mia mente

la richiesta per cui poco fa m’avete sondato.

 

RE RICCARDO

Bene, lasciate stare. Dorset s’è rifugiato da Richmond.

 

BUCKINGHAM

Ho appreso la notizia, monsignore.

 

RE RICCARDO

Stanley, è figlio di vostra moglie. Occupatevene, dunque.

 

BUCKINGHAM

Mio signore, reclamo la concessione che mi spetta per la promessa

che impegna il vostro onore e la vostra fede:

la contea di Hereford ed i beni mobili

di cui mi prometteste d’investirmi.

 

RE RICCARDO

Stanley, badate a vostra moglie; se fa arrivare

lettere a Richmond, ne risponderete voi.

 

BUCKINGHAM

Cosa dice vostra Altezza della mia giusta istanza?

 

RE RICCARDO

Mi rammento che Enrico Sesto

presagì che Richmond sarebbe stato re,

quando Richmond era un ragazzetto capriccioso.

Un re… forse… forse…

 

BUCKINGHAM

Mio signore!

 

RE RICCARDO

Come mai il profeta non seppe dirmi quella volta,

mentre ero lì presente, che l’avrei ucciso?

 

BUCKINGHAM

Monsignore, la vostra promessa della mia contea…

 

RE RICCARDO

Richmond! L’ultima volta che fui a Exeter,

il Sindaco mi mostrò per cortesia il castello

e lo chiamò Rougemont; un nome che mi fece sobbalzare,

poiché un bardo irlandese una volta mi disse

che non sarei vissuto a lungo dopo aver visto «Richmond».

 

BUCKINGHAM

Monsignore…

 

RE RICCARDO

Sì… che ore sono?

 

BUCKINGHAM

Ho l’ardire di rammentare a vostra Grazia ciò che mi promise.

 

RE RICCARDO

Bene, ma che ore sono?

 

BUCKINGHAM

Stanno per sonare le dieci.

 

RE RICCARDO

Bene, lascia che sonino.

 

BUCKINGHAM

Perché, lascia che sonino?

 

RE RICCARDO

Perché, come l’automa dell’orologio, tu continui a battere

fra il tuo mendicare e la mia meditazione.

Oggi non sono in vena di regali.

 

BUCKINGHAM

Volete compiacervi di soddisfare la mia istanza?

 

RE RICCARDO

Tu mi secchi; non sono in vena.

Esce [seguito da tutti tranne Buckingham].

 

BUCKINGHAM

Ah, è così? Con tale disprezzo egli ripaga

i miei preziosi servigi? Per questo l’ho fatto re?

Oh, pensiamo a Hastings e rifugiamoci a Brecon

finché la mia testa pericolante è ancora sulle spalle.

Esce.


ATTO QUARTO – SCENA TERZA

Entra Tyrrel.

 

TYRREL

L’atto tirannico e sanguinario è compiuto;

l’impresa più efferata di lacrimevole strage

di cui questo paese si sia mai macchiato.

Dighton e Forrest, che ho assoldato

ad eseguire questo spietato macello,

pur essendo scellerati incalliti, cani sanguinari,

disfatti dall’intenerimento e da dolce compassione

piangevano come bambini nel raccontare la triste storia della loro morte.

«Oh, così», diceva Dighton, «giacevano i teneri bimbi»;

«Così, così», disse Forrest, «allacciati fra loro

con le loro innocenti braccia d’alabastro;

le loro labbra erano quattro rose rosse sul gambo,

e nella loro rigogliosa bellezza si baciavano.

Un libro di preghiere posava sul loro guanciale,

e, per un momento», disse Forrest, «mi fece quasi cambiar di proposito.

Ma, oh, il Diavolo…» E lì s’arrestò, lo scellerato,

e Dighton allora proseguì: «Abbiamo soffocato

il prodotto della Natura più colmo di dolcezza

ch’essa abbia mai modellato, dalla creazione originaria».

Con ciò essi se ne sono andati, non riuscendo a parlare

per il rimorso di coscienza, ed io così l’ho lasciati,

per portare queste notizie al re sanguinario.

 

Entra re Riccardo.

 

Ed eccolo che viene. Salute perfetta, mio sovrano signore.

 

RE RICCARDO

Buon Tyrrel, posso felicitarmi per le tue notizie?

 

TYRREL

Se il compimento dell’incarico da voi affidatomi

vi procura felicità, siate allora felice,

poiché è stato eseguito.

 

RE RICCARDO

Ma l’hai visti morti?

 

TYRREL

L’ho visti, monsignore.

 

RE RICCARDO

E sepolti, buon Tyrrel?

 

TYRREL

Il cappellano della Torre l’ha seppelliti,

ma dove, a dire il vero, non so.

 

RE RICCARDO

Vieni da me, Tyrrel, subito dopo cena,

e mi racconterai i particolari della loro morte.

Nel frattempo, pensa soltanto a come possa beneficarti,

e conta di ottenere ciò che desideri.

Addio, per ora.

 

TYRREL

Prendo umilmente congedo. Esce.

 

RE RICCARDO

Il figlio di Clarence l’ho rinchiuso sotto stretta sorveglianza;

la figlia l’ho accoppiata in matrimonio con un oscuro consorte;

i figli di Edoardo riposano nel grembo di Abramo

e mia moglie Anne ha dato la buona notte a questo mondo.

Adesso, giacché so che il Bretone Richmond mira

alla giovane Elisabetta, figlia di mio fratello,

e, con quel vincolo, punta temerariamente sulla corona,

da lei vado giulivo, prospero corteggiatore.

 

Entra Ratcliffe.

 

RATCLIFFE

Monsignore!

 

RE RICCARDO

Notizie buone o cattive, che entri così bruscamente?

 

RATCLIFFE

Cattive, monsignore. Morton è fuggito da Richmond

e Buckingham, spalleggiato dai robusti gallesi,

è in campo, e le sue forze crescono di continuo.

 

RE RICCARDO

Il vescovo d’Ely da Richmond mi preoccupa più da presso

di Buckingham e delle sue forze racimolate in tutta fretta.

Andiamo; ho imparato che il pavido almanaccare è tardo servitore del torpido indugio;

indugiare porta alla miseria impotente e dal passo di lumaca:

sia dunque ala al mio volo la focosa celerità,

Mercurio di Giove e araldo d’un re.

Va ad arruolar soldati. Il mio scudo è il mio consigliere.

Conviene esser veloci quando siamo accerchiati da traditori.

Escono.


ATTO QUARTO – SCENA QUARTA

Entra la vecchia regina Margherita.

 

MARGHERITA

Ecco dunque che la prosperità comincia a disfarsi

e a cader nella bocca marcia della morte.

Son rimasta scaltramente nascosta in questi paraggi

per esser spettatrice del tramonto dei miei nemici.

Ho assistito a un feroce prologo,

ed ora voglio andare in Francia, con la speranza che il séguito

si rivelerà non meno amaro, fosco e tragico.

 

Entrano la duchessa di York e la regina Elisabetta.

 

Appàrtati, sventurata Margherita; chi sta venendo qui?

 

ELISABETTA

Ah, i miei infelici principi! Ah, i miei teneri bimbi,

i miei fiori non sbocciati, le mie dolcezze appena dischiuse!

Se ancora le vostre anime gentili fluttuano nell’aria

e l’eterno giudizio non ha assegnato loro dimora fissa,

libratevi sulle vostre ali aeree intorno a me

e ascoltate i lamenti di vostra madre.

 

MARGHERITA [A parte]

Libratevi intorno a lei; dite che, giustizia per giustizia,

ha offuscato il mattino della vostra infanzia nella notte vetusta.

 

DUCHESSA

Tante sventure hanno spezzato la mia voce,

sicché la lingua esausta dai gemiti è ferma e ammutolita.

Edoardo Plantageneto, perché sei morto?

 

MARGHERITA [A parte]

Un Plantageneto salda il conto per un Plantageneto:

Edoardo paga un debito di morte per Edoardo.

 

ELISABETTA

Volesti tu, Dio, involarti da sì teneri agnelli

e gettarli nel ventre del lupo?

Come mai dormivi mentre si compiva un’azione sì scellerata?

 

MARGHERITA [A parte]

Come quando morì il santo Enrico e il mio figlio diletto.

 

DUCHESSA

Vita estinta, vista spenta, misero, mortale spettro spirante:

spettacolo luttuoso, vergogna del mondo, diritto della tomba usurpato dalla vita;

somma e testimonianza succinta di giorni nefasti,

[sedendosi] quieta la tua inquietudine sul suolo leale

slealmente ubriacato di sangue innocente. d’Inghilterra

 

ELISABETTA

Ah, se tu, terra, potessi offrirmi subito una tomba,

come mi fornisci un malinconico sedile,

allora vi nasconderei le mie ossa, non le riposerei qui.

[Sedendosi] Ah, chi se non noi ha motivo di lamentarsi?

 

MARGHERITA

Se un dolore antico è più venerando,

concedete al mio il diritto di priorità

e consentite ai miei affanni di esibire per primi il loro corruccio.

Se il dolore può ammettere compagnia

rifate il conto dei vostri guai, contemplando i miei.

Avevo un Edoardo, finché Riccardo non l’uccise;

avevo un marito, finché Riccardo non l’uccise;

tu avevi un Edoardo, finché Riccardo non l’uccise;

tu avevi un Riccardo, finché un Riccardo non l’uccise.

 

DUCHESSA

Anch’io avevo un Riccardo, e tu l’hai ucciso;

avevo anche un Rutland: tu hai concorso ad ucciderlo.

 

MARGHERITA

Tu avevi un Clarence, e Riccardo l’ha ucciso.

Dalla tana del tuo grembo è strisciato fuori

un segugio infernale che a noi tutti dà la caccia mortale;

quel cane, che ebbe i denti prima di aprir gli occhi,

per azzannare gli agnelli e succhiare il loro dolce sangue;

quell’impareggiabile, supremo tiranno della terra

che regna sotto gli occhi infiammati di anime piangenti;

quel turpe sfregiatore della divina creazione,

fu il tuo grembo a sguinzagliarlo, perché ci inseguisse fino alla tomba.

Oh, Dio retto, giusto ed esatto dispensatore,

come ti ringrazio che questo cagnaccio carnivoro

strazi la prole del corpo di sua madre

e faccia sì che ella tenga compagnia agli altri sul banco dei lamenti.

 

DUCHESSA

Oh moglie d’Enrico, non esultare dei miei affanni.

Dio mi sia testimone che ho pianto per i tuoi.

 

MARGHERITA

Abbi pazienza con me: sono affamata di vendetta

ed ora mi sazio dello spettacolo.

Il tuo Edoardo è morto che uccise il mio Edoardo;

morto è anche l’altro tuo Edoardo, per ripagare il mio Edoardo;

il piccolo York è soltanto una aggiunta, perché tutt’e due assieme

non pareggiavano l’alta perfezione di ciò che io ho perso.

Il tuo Clarence è morto, che pugnalò il mio Edoardo;

e gli spettatori di questo dramma forsennato,

l’adultero Hastings, Rivers, Vaughan, Grey,

anzitempo soffocati nelle loro cupe tombe.

È ancora vivo Riccardo, il tenebroso emissario dell’inferno,

riservato unicamente, come suo agente, per comprare anime

e spedirle laggiù. Ma presto, presto,

seguirà la sua fine misera e illacrimata.

La terra si spalanca, arde l’inferno, i diavoli ululano, i santi pregano

affinché egli sia d’improvviso trascinato via di qui.

Annulla, Dio caro, ti prego, il patto che lo lega alla vita,

in modo che io possa dire, ancora viva, «il cane è morto».

 

ELISABETTA

Oh, tu mi predicesti che sarebbe venuta l’ora in cui avrei

desiderato che mi aiutassi a maledire

quel ragno tumefatto, quel sozzo rospo gobbo.

 

MARGHERITA

Ti chiamai allora vano orpello della mia fortuna,

misera ombra, regina dipinta. Ti chiamai allora

semplice riflesso di ciò ch’io ero stata;

prologo lusinghiero d’uno spettacolo orrendo;

una issata in alto per esser scaraventata giù;

madre per beffa di due leggiadri bimbi;

sogno di ciò che fosti; insegna sgargiante

destinata a diventare il bersaglio di ogni micidiale proiettile;

simulacro di regalità; un fiato, una bolla;

regina da burla, destinata soltanto a riempire la scena.

Dov’è, adesso, tuo marito? Dove, i tuoi fratelli?

Dove sono i tuoi due figli? Di che cosa puoi gioire?

Chi ti supplica e ti s’inginocchia davanti, e dice «Dio salvi la regina»?

Dove sono i nobili che s’inchinavano e ti adulavano?

Dove le torme che s’accalcavano per seguirti?

Passa in rassegna tutto questo e guarda che cosa adesso sei:

invece d’una moglie felice, una vedova affranta;

invece d’una madre beata, una che piange di portare quel nome;

invece di ricevere suppliche, sei costretta tu a supplicare umilmente;

invece d’una regina, una autentica sventurata, con una corona d’affanni;

invece di quella che mi sdegnava, sei ora sdegnata da me;

invece d’esser temuta da tutti, ora temi uno solo;

invece di dare ordini a tutti, nessuno più t’obbedisce.

Così ha virato il corso della giustizia,

riducendoti a niente altro che preda del tempo.

Non t’è restato che il ricordo di ciò che fosti,

per tuo maggior tormento, essendo ciò che sei.

Usurpasti il mio posto, e non usurpi ora forse

una giusta parte del mio dolore?

Ora il tuo collo orgoglioso sopporta metà del mio pesante giogo,

dal quale proprio qui sottraggo il mio stanco capo,

lasciandone a te tutto il carico.

Addio, moglie di York, e regina della mesta fortuna;

queste sciagure inglesi mi faranno sorridere in Francia.

 

ELISABETTA

Oh tu, così esperta in maledizioni, resta un poco

ed insegnami a maledire i miei nemici.

 

MARGHERITA

Rinuncia al sonno la notte, e al cibo di giorno;

paragona la morta felicità all’affanno vivente;

pensa che i tuoi bimbi fossero più dolci di quel che erano

e chi li uccise più immondo di quel che sia;

migliorando con l’esagerazione ciò che hai perduto,

renderai peggiore il malfattore responsabile.

Rimuginando questo, imparerai a maledire.

 

ELISABETTA

Le mie parole sono ottuse: oh, ravvivale con le tue.

 

MARGHERITA

Le tue sventure le renderanno taglienti e penetranti come le mie.

Esce.

 

DUCHESSA

Perché la calamità deve esser così piena di parole?

 

ELISABETTA

Verbosi avvocati degli affanni dei loro clienti,

legatarie impalpabili di gioie non lasciate in eredità,

miseri, ansimanti ambasciatori di sventure:

che esse si sfoghino; anche se ciò che comunicano

non serve ad altro, tuttavia alleviano il cuore.

 

DUCHESSA

Se è così; non tener dunque legata la lingua; vieni con me

e col fiato di amare parole soffochiamo

il figlio maledetto che ha soffocato i tuoi due dolci figli.

La tromba suona; non lesinare le invettive.

 

Entra re Riccardo col suo seguito [compreso Catesby] in marcia con tamburi e trombe.

 

RE RICCARDO

Chi è che sbarra la strada alla mia spedizione?

 

DUCHESSA

Oh, colei che avrebbe potuto sbarrartela,

strangolandoti nel suo grembo maledetto,

a tutte le stragi, sciagurato, che hai commesso.

 

ELISABETTA

Cerchi forse di nascondere, con la corona d’oro,

quella fronte su cui dovrebbe esser impresso, se la giustizia fosse giusta,

l’assassinio del principe che possedeva quella corona

e la morte crudele dei poveri figli miei e fratelli?

Dimmi, ignobile manigoldo, dove sono i miei figli?

 

DUCHESSA

Tu rospo, rospo, dov’è tuo fratello Clarence?

e il suo figlioletto Edward Plantageneto?

 

ELISABETTA

Dove sono i nobili Rivers, Vaughan, Grey?

 

DUCHESSA

Dov’è il gentile Hastings?

 

RE RICCARDO

Squillate, trombe! Rullate all’armi, tamburi!

Non permettete che i cieli odano queste donne chiacchierone

inveire contro l’unto del Signore. Suonate dico!

Rullo di tamburi. Squilli.

Siate pazienti, e trattatemi con garbo,

altrimenti annegherò così i vostri impropéri

sotto il rimbombo assordante della guerra.

 

DUCHESSA

Sei tu figlio mio?

 

RE RICCARDO

Sì, grazie a Dio, a mio padre e a voi stessa.

 

DUCHESSA

Allora ascolta pazientemente la mia impazienza.

 

RE RICCARDO

Signora madre, ho un tratto della vostra indole,

che non sa sopportare gli accenti del rimprovero.

 

DUCHESSA

Oh, lasciami parlare.

 

RE RICCARDO

Parlate, allora, ma non vi ascolterò.

 

DUCHESSA

Sarò mite e gentile nelle mie parole.

 

RE RICCARDO

E breve, mia brava madre, perché ho fretta.

 

DUCHESSA

Hai tanta fretta? Io t’ho aspettato,

Dio sa con quanto tormento ed angoscia.

 

RE RICCARDO

E non sono arrivato, finalmente, a consolarvi?

 

DUCHESSA

No, per la santa Croce, lo sai bene:

tu venisti sulla terra per far della terra il mio inferno;

la tua nascita fu per me un penoso fardello;

capricciosa e ribelle fu la tua infanzia;

gli anni di scuola, paurosi, sfrenati, selvaggi, furiosi;

la prima giovinezza, ardita, temeraria, avventurosa;

la maturità, orgogliosa, subdola, scaltra e sanguinaria:

più quieta, eppure più nociva, sorridente nell’odio.

Quale ora di consolazione puoi nominarmi

che mi allietasse mai della tua compagnia?

 

RE RICCARDO

Onestamente, nessuna, tranne l’Ora di Humphrey,

che chiamò una volta vostra Grazia a far colazione lontano dalla mia presenza.

Se agli occhi vostri son così privo di grazia,

lasciate che prosegua la mia marcia, signora, senza offendervi.

Battete il tamburo!

 

DUCHESSA

Ti prego, ascoltami parlare.

 

RE RICCARDO

Parlate troppo amaramente.

 

DUCHESSA

Ascolta una parola sola,

poiché non ti parlerò mai più.

 

RE RICCARDO

E sia!

 

DUCHESSA

O tu morirai per giusto decreto di Dio,

prima di poter tornare vincitore da questa guerra,

oppure io perirò di dolore e d’estrema vecchiaia,

e non vedrò più il tuo viso.

Prendi, perciò, su di te la mia maledizione più pesante:

che il giorno della battaglia ti gravi addosso

più di tutta l’armatura completa che porti.

Le mie preghiere combattono nelle fila della parte a te avversa;

e lì le piccole anime dei figli di Edoardo

sussurrano agli animi dei tuoi nemici,

promettendo loro vittorioso successo.

Sanguinario sei, sanguinaria sarà la tua fine.

La vergogna che ha scortato la tua vita accompagni la tua morte.

Esce.

 

ELISABETTA

Pur avendo ragioni assai maggiori ma molto minor forza

di maledirti, dico Amen a lei.

 

RE RICCARDO

Fermatevi, signora: devo parlarvi.

 

ELISABETTA

Non ho più figli di sangue reale

che tu possa trucidare. Quanto alle mie figlie, Riccardo,

saranno monache oranti, non regine piangenti,

e perciò non mirare a colpire le loro vite.

 

RE RICCARDO

Avete una figlia di nome Elizabeth

virtuosa e bella, regale e piena di grazia.

 

ELISABETTA

E per questo dovrà morire? Oh, lasciate che viva,

ed io corromperò i suoi costumi, macchierò la sua bellezza,

calunnierò me stessa accusandomi d’infedeltà al letto

e la coprirò col velo dell’infamia; coniugale,

purché possa vivere al riparo da crudele strage,

dichiarerò che non è figlia di Edoardo.

 

RE RICCARDO

Non fate torto alla sua nascita; essa è di sangue reale.

 

ELISABETTA

Per salvarle la vita, dirò che non lo è.

 

RE RICCARDO

È nella sua nascita la maggiore garanzia della sua vita.

 

ELISABETTA

Solo per quella garanzia morirono i suoi fratelli.

 

RE RICCARDO

Ma alla loro nascita furono avverse le stelle della fortuna.

 

ELISABETTA

No, alla loro vita si opposero malvagi amici.

 

RE RICCARDO

Il decreto del destino è ineluttabile.

 

ELISABETTA

È vero, quando a fare il destino è chi ha ripudiato la grazia.

I miei bambini erano destinati a morte più degna,

se la grazia ti avesse elargito vita più degna.

 

RE RICCARDO

Parlate come se fossi stato io a uccidere i mei nipoti.

 

ELISABETTA

Nipoti davvero! E spogliati dal loro zio

d’ogni consolazione, del regno, dei parenti, della libertà, della vita:

di chiunque sia stata la mano che ha trafitto i loro teneri cuori,

fu tua la mente che la guidò di soppiatto.

Il pugnale omicida era senza dubbio spuntato ed ottuso,

finché non l’affilò il tuo cuore di pietra,

perché affondasse nelle viscere dei miei agnelli.

Ma non fosse che la consuetudine del dolore rende mansueto il dolore più selvaggio,

la mia lingua non farebbe ai tuoi orecchi il nome dei miei fanciulli

prima che le mie unghie fossero ancorate nei tuoi occhi,

e che io, in un così ferale golfo di morte,

simile a misero vascello che ha perso le vele e le sartie,

mi fossi fracassata sullo scoglio del tuo petto.

 

RE RICCARDO

Signora, possa io aver fortuna nella mia spedizione

e nell’esito rischioso della guerra sanguinosa,

com’è vero che ho in animo di fare più bene a voi e ai vostri

di quanto mai voi e i vostri abbiate avuto da me danno.

 

ELISABETTA

Quale bene può esistere da scoprire sotto la volta celeste

che possa farmi del bene?

 

RE RICCARDO

L’elevazione della vostra prole, nobile signora.

 

ELISABETTA

A qualche patibolo, per perdervi la testa.

 

RE RICCARDO

All’onore e al vertice della fortuna,

all’augusto emblema imperiale della gloria terrestre!

 

ELISABETTA

Non lusingare con questa descrizione il mio dolore.

Dimmi quale maestà, quale dignità, quale onore

sei in grado di trasmettere ad una qualsiasi delle mie creature?

 

RE RICCARDO

Tutto ciò che ho – sì, me stesso ed ogni cosa

io donerò ad una tua creatura;

purché nel Lete del tuo animo adirato

tu voglia annegare il mesto ricordo di quei torti

che ritieni io t’abbia arrecato.

 

ELISABETTA

Sii breve, in modo che l’espressione della tua generosità

non duri più a lungo della tua gentilezza stessa.

 

RE RICCARDO

Sappi dunque che amo con tutta l’anima tua figlia.

 

ELISABETTA

La madre di mia figlia lo crede con tutta l’anima.

 

RE RICCARDO

Che cosa credete?

 

ELISABETTA

Che tu ami mia figlia con tutta l’anima:

così amavi con tutta l’anima i suoi fratelli,

ed io te ne ringrazio con tutto l’amore del cuore.

 

RE RICCARDO

Non correte tanto a fraintendere le mie intenzioni:

io intendo che amo vostra figlia con tutta l’anima

e voglio farne la regina d’Inghilterra.

 

ELISABETTA

Bene, dunque, e chi intendi che sia il suo re?

 

RE RICCARDO

Precisamente colui che la fa regina. Chi altri dovrebbe essere?

 

ELISABETTA

Come, tu?

 

RE RICCARDO

Precisamente. Che cosa ne pensate?

 

ELISABETTA

Come potrai farle la corte?

 

RE RICCARDO

È ciò che vorrei apprendere da voi,

che meglio di tutti conoscete il suo carattere.

 

ELISABETTA

E vuoi impararlo da me?

 

RE RICCARDO

Con tutto il cuore, signora.

 

ELISABETTA

Mandale, con l’uomo che le ha trucidato i fratelli,

un paio di cuori sanguinanti, con sopra incisi i nomi

«Edward» e «York». Forse allora piangerà;

perciò regalale – come già fece a tuo padre Margherita,

intriso del sangue di Rutland –

un fazzoletto: che, dille, deterse

la linfa purpurea dal corpo del suo dolce fratello,

e invitala ad asciugarsi con esso le lacrime degli occhi.

Se questo suggerimento non la muove all’amore,

mandale una relazione di tutte le tue nobili imprese:

dille che ti sei sbarazzato di suo zio Clarence

e dello zio Rivers – sì, e che per amor suo,

hai liquidato rapidamente la sua buona zia Anne.

 

RE RICCARDO

Vi beffate di me, signora; non è questo il modo

di conquistare vostra figlia!

 

ELISABETTA

Non ce n’è un altro –

a meno che tu possa assumere qualche altra forma,

e non essere quel Riccardo che ha fatto tutto questo.

 

RE RICCARDO

Diciamo che tutto questo l’ho fatto per amor suo?

 

ELISABETTA

No, perché allora non potrà che odiarti

per aver comprato il suo amore versando tanto sangue.

 

RE RICCARDO

Sentite, a ciò che è fatto non si può ora rimediare:

gli uomini talvolta agiscono sconsigliatamente,

ma nel tempo che segue hanno agio di pentirsi.

Se portai via il regno ai vostri figli,

per fare ammenda lo darò a vostra figlia;

se ho ucciso le creature del vostro grembo,

genererò, per dar vita alla vostra discendenza,

creature del vostro sangue da vostra figlia.

Il nome di nonna è ben poco meno affettuoso

di quel che non sia il titolo adorante di madre;

esse saranno come vostri figli, solo un gradino più giù,

del vostro stesso sangue, della vostra stessa tempra,

tutti figli delle stesse doglie, tranne che per una notte di spasimi

sofferta da colei per la quale voi patiste lo stesso travaglio.

I figli vostri furono un tormento per la vostra giovinezza,

ma i miei saranno la consolazione della vostra vecchiaia;

la perdita che avete subito è soltanto d’un figlio re,

ma per quella perdita vostra figlia diverrà regina.

Non posso darvi la riparazione che vorrei:

accettate dunque i benefici che posso offrirvi.

Vostro figlio Dorset che, con la paura nell’anima,

calca inquieto un suolo straniero,

sarà richiamato in patria da questo fausto matrimonio,

ad importanti cariche e a grandi onori.

Il re, che chiama moglie la vostra leggiadra figlia,

chiamerà familiarmente fratello il tuo Dorset;

di nuovo sarete madre d’un re

e tutte le rovine del doloroso passato

saranno restaurate, con raddoppiata ricchezza di felicità.

Suvvia, conosceremo molte giornate di letizia.

Le stille delle lacrime che avete versato

torneranno a voi tramutate in fulgide perle

che vi compenseranno del prestito, fruttando un interesse

dieci volte superiore di guadagnata felicità.

Va’ dunque, madre mia; va’ da tua figlia:

con la tua esperienza infondi ardire nei suoi anni verecondi;

prepara i suoi orecchi ad ascoltare le parole d’un innamorato;

immetti nel suo tenero cuore la fiamma ambiziosa

dell’aurea sovranità; fa conoscere alla principessa

le dolci ore silenziose delle gioie coniugali;

e quando questo mio braccio avrà punito

il meschino ribelle, l’ottuso Buckingham,

tornerò cinto di corone trionfali

e guiderò tua figlia al letto d’un conquistatore;

ad essa farò il resoconto particolareggiato delle vittorie riportate

ed essa sarà la sola vincitrice, il Cesare di Cesare.

 

ELISABETTA

Che cosa sarebbe meglio che le dicessi? Che il fratello di suo padre

aspira ad esser il suo signore? O dovrò dire suo zio?

Oppure colui che le ha ucciso fratelli e zii?

Sotto quale titolo dovrò corteggiarla per te

che Dio, la legge, il mio onore e il suo amore

possano far apparire grato alla sua tenera età?

 

RE RICCARDO

Invoca, per questa unione, la dolce pace dell’Inghilterra.

 

ELISABETTA

Che ella dovrà comprare con una guerra permanente.

 

RE RICCARDO

Dille che il re, che può comandare, supplica.

 

ELISABETTA

Per ottenere da lei ciò che il Re dei re vieta.

 

RE RICCARDO

Di’ che sarà una augusta e possente regina.

 

ELISABETTA

Per piangere sul suo titolo, come fa sua madre.

 

RE RICCARDO

Di’ che l’amerò per sempre.

 

ELISABETTA

Ma quanto durerà quel «sempre»?

 

RE RICCARDO

Dolcemente costante, sino al termine della sua bella vita.

 

ELISABETTA

Ma quanto durerà bella la sua dolce vita?

 

RE RICCARDO

Finquando il cielo e la natura la prolunghino.

 

ELISABETTA

Finquando all’inferno e a Riccardo piaccia.

 

RE RICCARDO

Di’ che io, suo sovrano, son suo umile suddito.

 

ELISABETTA

Ma ella, vostra suddita, aborrisce tale sovranità.

 

RE RICCARDO

Siate eloquente con lei nel mio interesse.

 

ELISABETTA

Una dichiarazione onesta ottiene miglior effetto se fatta con semplicità.

 

RE RICCARDO

Allora fatele con semplicità la mia dichiarazione d’amore.

 

ELISABETTA

Semplice e disonesto è uno stile troppo stridente.

 

RE RICCARDO

I vostri argomenti sono troppo superficiali e troppo risentiti.

 

ELISABETTA

O no, i miei argomenti sono troppo profondi e insensibili;

troppo profondi e insensibili poveri bimbi, nelle loro fosse.

 

RE RICCARDO

Non insistete su quella corda, signora; è il passato.

 

ELISABETTA

Ci insisterò sempre, finché non mi si spezzino le corde del cuore.

 

RE RICCARDO

Orsù, per il mio San Giorgio, la mia Giarrettiera e la mia corona…

 

ELISABETTA

Profanato, disonorata e, la terza, usurpata.

 

RE RICCARDO

Giuro…

 

ELISABETTA

Su nulla, giacché non è un giuramento;

il tuo San Giorgio, profanato, ha perso il suo sacro onore;

la tua Giarrettiera, insozzata, ha messo a pegno la sua virtù cavalleresca;

la tua corona, usurpata, ha infamato il suo regale fulgore.

Se vuoi giurare su qualcosa, per essere creduto,

giura dunque su qualcosa che tu non abbia offeso.

 

RE RICCARDO

Allora, per l’universo…

 

ELISABETTA

È pieno dei tuoi turpi delitti.

 

RE RICCARDO

Per la morte di mio padre…

 

ELISABETTA

La tua vita l’ha disonorata.

 

RE RICCARDO

Allora, per me stesso…

 

ELISABETTA

Tu stesso hai fatto uso malvagio di te stesso.

 

RE RICCARDO

Dunque, per Dio, allora…

 

ELISABETTA

Le tue offese a Dio superano tutte le altre:

se tu temessi d’infrangere un giuramento su di Lui,

la concordia che il Re mio marito aveva fondato

non l’avresti infranta, né i miei fratelli sarebbero morti;

se avessi temuto d’infrangere un giuramento su di Lui,

il diadema imperiale che ora ti cerchia la testa

avrebbe ornato le delicate tempie di mio figlio

ed ambedue i principi sarebbero qui vivi e spiranti,

mentre ora la tua fede infranta li ha dati –

troppo teneri compagni di letto per la polvere – in pasto ai vermi.

Su che cosa puoi giurare ormai?

 

RE RICCARDO

Sul tempo a venire!

 

ELISABETTA

Che tu hai oltraggiato nel tempo trascorso:

giacché a me stessa rimangono tante lacrime da asciugare

in avvenire, per il tempo passato da te offeso.

Son vivi i figli dei quali hai trucidato i genitori,

orfani privi di sostegno, per lamentarli in vecchiaia;

Non giurare per il tempo a venire, perché ne hai fatto un uso malvagio,

prima ancora di usarlo, nel tempo malvagiamente usato in passato.

 

RE RICCARDO

Quant’è vero che intendo prosperare nel mio ravvedimento,

possa aver successo nella mia pericolosa impresa contro le armi nemiche!

Ch’io sia la rovina di me stesso!

Dio e la fortuna mi interdicano ore di felicità!

Giorno, non concedermi la tua luce, né, notte, il tuo riposo!

Voi tutti, pianeti di buon aspetto, siate

avversi ai miei disegni, se con cuore pieno di puro amore,

immacolata devozione, santi pensieri,

non apprezzo la tua bella figlia principesca.

Da lei dipende la mia felicità e la tua.

Senza di lei, seguirà per me e per te,

per lei stessa, per il paese e per molte anime cristiane,

morte, desolazione, rovina e catastrofe.

Non potranno evitarsi che con questo;

saranno evitati soltanto da questo.

Perciò, cara madre – bisogna che ti dia questo nome –

siate presso di lei l’avvocato del mio amore;

fate valere ciò che sarò, non ciò che sono stato;

non ciò che merito, ma ciò che meriterò.

Insistete sulla necessità e sulla condizione dei tempi;

non mostrate risentimento quando la posta in gioco è così importante.

 

ELISABETTA

Devo lasciarmi tentare così dal demonio?

 

RE RICCARDO

Sì, se il demonio vi tenta a fin di bene.

 

ELISABETTA

Dovrò dimenticarmi chi sono?

 

RE RICCARDO

Sì, se il ricordarvene fa torto a voi stessa.

 

ELISABETTA

Eppure tu hai ucciso i miei figli.

 

RE RICCARDO

Ma li seppellirò nel grembo di vostra figlia,

ove, in quel nido di profumate essenze, essi riprodurranno degli altri

se stessi, per vostra consolazione.

 

ELISABETTA

Devo andare a guadagnare mia figlia al tuo volere?

 

RE RICCARDO

E ad essere, con questa azione, una madre felice…

 

ELISABETTA

Vado; scrivetemi quanto prima

e saprete da me come essa è disposta.

 

RE RICCARDO

Portatele questo bacio del mio fedele amore; (la bacia) addio, dunque.

Esce Elisabetta.

S’è arresa, la sciocca: donna vuota e volubile!

 

Entra Ratcliffe.

 

Ebbene, che notizie?

 

RATCLIFFE

Sovrano potentissimo, sulla costa occidentale

è apparsa una gagliarda flotta; alle nostre spiagge

s’affollano molti dubbi amici, dal cuore infido,

inermi e indecisi a respingere il nemico.

Si pensa che Richmond sia il loro ammiraglio;

sostano lì, soltanto in attesa che gli aiuti

di Buckingham diano loro il benvenuto a terra.

 

RE RICCARDO

Qualche amico lesto di gamba corra dal duca di Norfolk.

Tu stesso, Ratcliffe – o Catesby – dov’è?

 

CATESBY

Eccomi, mio buon signore.

 

RE RICCARDO

Catesby, vola dal duca.

 

CATESBY

Subito, mio signore, con tutta la necessaria celerità.

 

RE RICCARDO

Vieni qui Ratcliffe. Corri a Salisbury.

Quando sei lì… [a Catesby] Pigro furfante smemorato!

Perché ti trattieni qui e non vai dal duca?

 

CATESBY

Ditemi anzitutto, possente sovrano, ciò che vostra Altezza comanda

ch’io debba comunicargli da vostra Grazia.

 

RE RICCARDO

Oh, è vero, buon Catesby! Digli di arruolare subito

le forze più numerose e potenti che riesce a raccogliere

e che mi venga subito incontro a Salisbury.

 

CATESBY

Vado. Esce.

 

RATCLIFFE

Ed io, con vostra licenza, che devo fare a Salisbury?

 

RE RICCARDO

Perché, che cosa vorresti farci, prima che ci vada io?

 

RATCLIFFE

Vostra Altezza m’ha detto di precederla immediatamente.

 

RE RICCARDO

Ho cambiato idea.

 

Entra Stanley conte di Derby.

 

Stanley, che notizie mi porti?

 

STANLEY

Nessuna buona, mio sovrano, che possa piacervi udire,

ma neppure tanto cattiva da non poter esser riferita.

 

RE RICCARDO

Ma guarda, un indovinello! Né buona né cattiva…

Che bisogno hai di girarci attorno tanto per le lunghe,

quando puoi raccontare la tua storia nel modo più diretto?

Torno a domandartelo: che notizie?

 

STANLEY

Richmond è sul mare.

 

RE RICCARDO

Che ci affondi e il mare sia su lui…

Vigliacco traditore! Che ci fa, là?

 

STANLEY

Non lo so, possente sovrano, se non per congettura.

 

RE RICCARDO

Ebbene, che cosa congetturi?

 

STANLEY

Istigato da Dorset, Buckingham e Morton,

egli punta sull’Inghilterra per rivendicarvi la corona.

 

RE RICCARDO

È forse vuoto il trono? La spada non ha chi l’impugni?

Il re è morto? L’impero è vacante?

Quale erede di York c’è in vita se non noi?

E chi è re d’Inghilterra se non l’erede del grande York?

Ditemi, dunque, che fa costui sul mare?

 

STANLEY

Se non è per questo, signor mio, non so cosa pensare.

 

RE RICCARDO

A meno che non venga per esser vostro sovrano,

non sapete pensare perché venga il gallese.

Ho paura che tu mi volterai la schiena e volerai da lui.

 

STANLEY

No, mio buon signore; non diffidate, pertanto, di me.

 

RE RICCARDO

Dove sono, allora, le tue truppe per ricacciarlo?

Dove sono i tuoi fittavoli e i tuoi seguaci?

Non si trovano forse sulla costa occidentale

a scortare i ribelli dalle navi, al sicuro da ogni attacco?

 

STANLEY

No, mio buon signore, i miei amici si trovano nel nord.

 

RE RICCARDO

Amici freddi per me! Che ci stanno a fare al nord,

quando dovrebbero servire il loro sovrano al sud?

 

STANLEY

Non hanno ricevuto l’ordine, possente re.

Vostra Maestà si compiaccia di congedarmi

ed io radunerò i miei amici e raggiungerò vostra Grazia,

dove e quando piaccia a vostra Maestà.

 

RE RICCARDO

Già, già, te ne vorresti andare per unirti a Richmond

ma non mi fido di te.

 

STANLEY

Potentissimo sovrano,

non avete ragione di considerare sospetta la mia amicizia.

Non fui mai, né mai sarò, sleale.

 

RE RICCARDO

Va, allora, e raduna uomini… ma lasciati dietro

tuo figlio George Stanley. Bada che il tuo cuore stia saldo,

altrimenti la sicurezza della sua testa è assai precaria.

 

STANLEY

Trattatelo come io mi dimostrerò fedele a voi.

Esce.

 

Entra un messo.

 

MESSO

Grazioso Sire, in questo momento nel Devonshire,

son bene informato da amici,

Sir Edward Courtney e l’altezzoso prelato

il vescovo di Exeter, suo fratello maggiore,

sono in armi, insieme a molti altri confederati.

 

Entra un altro messo.

 

II MESSO

Mio sovrano, nel Kent, i Guilford sono in armi

e, ogni ora, si accalcano a gara nel campo dei ribelli, altri partigiani

e le loro forze s’accrescono.

 

Entra un altro messo.

 

III MESSO

Monsignore, l’esercito del grande Buckingham…

 

RE RICCARDO

Via, gufi! Nient’altro che annunci di morte?

Lo percuote.

Ecco, prenditi questo, finché non mi porterai notizie migliori.

 

III MESSO

La notizia che devo dare a vostra Maestà

è che l’esercito di Buckingham è stato disperso e sparpagliato

da improvvisi diluvi e inondazioni,

ed egli stesso s’aggira solo e ramingo,

nessuno sa dove.

 

RE RICCARDO

Ti chiedo scusa;

eccoti la mia borsa, per curarti di quella percossa.

Qualche amico preveggente ha proclamato

una mercede a chi arresti il traditore?

 

III MESSO

Il proclama è stato bandito, monsignore.

 

Entra un altro messo.

 

IV MESSO

Sir Thomas Lovell e il marchese di Dorset,

si dice, mio sovrano, che siano in armi nello Yorkshire;

ma porto a vostra Altezza questa buona notizia consolante:

la flotta bretone è sbandata dalla tempesta.

Richmond, nel Devonshire, mandò a riva una barca

per domandare a quelli che stavano sulla spiaggia

se erano o no suoi sostenitori.

Ed essi gli risposero che venivano da parte di Buckingham

per la sua causa. Al che egli, diffidando, levò le vele e

fece di nuovo rotta per la Bretagna.

 

RE RICCARDO

In marcia, in marcia; giacché siamo in armi,

se non per batterci contro nemici stranieri

almeno per schiacciare questi ribelli nostrani.

 

Entra Catesby.

 

CATESBY

Mio sovrano, il duca di Buckingham è stato preso:

questa è la notizia migliore. Che il conte di Richmond

è sbarcato a Milford con un potente esercito

è un annuncio meno confortante, eppure lo si deve dare.

 

RE RICCARDO

In marcia verso Salisbury! Mentre qui discutiamo,

potrebbe esser vinta o persa una magnifica battaglia.

Qualcuno provveda a che Buckingham sia tradotto

a Salisbury; gli altri marcino con me.

Squillo di trombe. Escono.


ATTO QUARTO – SCENA QUINTA

Entrano Stanley, conte di Derby e Sir Christopher [Urswick].

 

STANLEY

Sir Christopher, dite questo a Richmond, da parte mia:

che nel brago del ferocissimo cinghiale

mio figlio Giorgio è chiuso ad ingrassare;

se mi rivolto, la testa del mio giovane Giorgio parte;

questo timore mi trattiene dal fornirgli aiuti immediati.

Vattene, perciò; salutami il tuo signore;

digli insieme che la regina ha consentito di cuore

al suo sposalizio con sua figlia Elizabeth.

Ma dimmi, dove si trova adesso il principe di Richmond?

 

CHRISTOPHER

A Pembroke, o a Ha’rfordwest, nel Galles.

 

STANLEY

Quali persone conosciute fanno capo a lui?

 

CHRISTOPHER

Sir Walter Herbert, famoso soldato,

Sir Gilbert Talbot, Sir William Stanley,

Oxford, il formidabile Pembroke, Sir James Blunt,

e Rice ap Thomas, con una squadra di valorosi,

e molti altri di gran nome e merito;

e verso Londra essi dirigono le loro forze,

a meno che non siano, strada facendo, impegnati in combattimento.

 

STANLEY

Bene, affrettati dal tuo signore; gli bacio la mano.

La mia lettera lo sincererà sulle mie intenzioni.

Addio.

Escono.


Riccardo III

Introduzione - Riassunto

Atto I       Atto II       Atto III       Atto IV       Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali