Romeo e Giulietta – Atto IV

Romeo e Giulietta – Atto IV

(“Romeo and Juliet” – 1594 – 1595)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

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Romeo e Giulietta - Atto IV


ATTO QUARTO – SCENA PRIMA

Entrano il Frate (Lorenzo) e Paride.

 

FRATE LORENZO

Giovedì, signore? C’è assai poco tempo.

 

PARIDE

Mio suocero, Capuleti, vuole così,

e non sarò così pigro da rallentare la sua fretta.

 

FRATE LORENZO

Mi dite di non conoscere l’animo della ragazza.

È un modo di fare scorretto. Non mi piace.

 

PARIDE

Lei piange senza freno per la morte di Tebaldo,

perciò ben poco ho potuto parlarle d’amore,

ché Venere non sorride in una casa di lacrime.

Ora, signore, il padre pensa che sia pericoloso

abbandonarsi così al dolore, e, nella sua saggezza,

spinge a queste nozze

per arginare quel diluvio di lacrime

che, troppo nutrito di pensieri solitari,

potrebbe essere fermato da un po’ di compagnia.

Ora conoscete la ragione di questa fretta.

 

FRATE LORENZO

Vorrei non conoscere le ragioni

per cui dovrei frenarla… guardate, signore,

è proprio lei che viene verso la mia cella.

 

Entra Giulietta.

 

PARIDE

Che incontro fortunato, mia signora e sposa.

 

GIULIETTA

Ciò potrà essere, signore, quando potrò essere una sposa.

 

PARIDE

Quel potrà essere dovrà essere giovedi prossimo, amor mio.

 

GIULIETTA

Ciò che deve essere, sarà.

 

FRATE LORENZO

Questa è una massima sicura.

 

PARIDE

Venite a confessarvi da questo padre?

 

GIULIETTA

Se vi rispondessi, mi confesserei con voi.

 

PARIDE

Non negate, con lui, che mi amate.

 

GIULIETTA

A voi posso confessare che amo lui.

 

PARIDE

E confesserete anche, ne sono sicuro, che amate me.

 

GIULIETTA

Se mai lo farò, avrà certo più valore

detto alle vostre spalle, che non davanti a voi.

 

PARIDE

Povera cara, il tuo volto è assai sciupato dalle lacrime.

 

GIULIETTA

Non è stata una gran vittoria, per le lacrime;

era abbastanza brutto anche prima della loro ingiuria.

 

PARIDE

Tu l’insulti più di quanto hanno fatto le lacrime,

parlando così.

 

GIULIETTA

La verità, signor mio, non è un’offesa,

e ciò che dico al mio viso, glielo dico in faccia!

 

PARIDE

Ma il tuo viso è mio, e tu l’hai offeso.

 

GIULIETTA

Può essere, perché non è mio… Avete tempo, adesso,

padre, o devo tornare per la messa serale?

 

FRATE LORENZO

No, mi va bene adesso, figlia mia pensosa…

Signor mio, dobbiamo restar da soli, un poco.

 

PARIDE

Dio mi guardi dal disturbare le devozioni.

Giulietta, giovedi mattina verrò a svegliarti presto.

Fino ad allora, addio, e accetta un bacio rispettoso. Esce.

 

GIULIETTA

Oh chiudi la porta, e quando l’avrai fatto

vieni a piangere con me, non c’è più speranza,

rimedio, aiuto!

 

FRATE LORENZO

Oh, Giulietta, conosco il tuo dolore,

e mi sconvolge tanto che non so più ragionare:

so che tu giovedì, e senza possibilità di rinvio,

dovrai sposare questo Conte.

 

GIULIETTA

Non mi dire, Frate, che lo sai,

se non sai anche dirmi come possa impedirlo.

Se con la tua saggezza non sai darmi aiuto,

dì almeno saggia la mia decisione

di trovar subito aiuto in questo pugnale.

Dio ha unito il mio cuore a quello di Romeo,

tu hai congiunto le nostre mani, e adesso,

prima che questa mano, da te congiunta a Romeo,

possa suggellare un altro patto,

o prima che il mio cuore fedele possa, con un vile mutamento,

volgersi a un altro, questo ucciderà mano e cuore.

Cerca, dunque, di cavare dalla tua lunga esperienza

un rapido suggerimento; oppure, guarda:

tra me e le mie sciagure

questo pugnale sanguinante farà da arbitro,

decidendo ciò che l’autorità dei tuoi anni,

o la tua scienza

non han saputo portare a una conclusione onorevole.

Non tardare a rispondere. Ho fretta di morire

se ciò che dirai non parla di rimedi.

 

FRATE LORENZO

Calma, figlia mia. Qualcosa come una speranza la intravedo,

ma ha bisogno d’un tentativo così disperato

com’è disperato ciò che vogliamo impedire.

Se piuttosto di sposare il conte Paride

tu hai la forza di volontà di ucciderti,

allora, forse, avrai il coraggio di affrontare qualcosa

che della morte ha solo l’apparenza,

pur di scacciare quella vergogna

per sfuggire alla quale sfideresti la morte stessa.

Se tu hai il coraggio, io ti darò il rimedio.

 

GIULIETTA

Ah, piuttosto che sposare Paride,

ordinami di gettarmi giù dai merli d’una qualsiasi torre,

fammi camminare per strade infestate da ladri

o dimmi di nascondermi in un nido di serpenti.

Legami con degli orsi infuriati,

rinchiudimi di notte in un ossario,

nascosta sotto i mucchi scricchiolanti d’ossa dei defunti,

tra stinchi putridi e gialli teschi senza più mandibole,

oppure ordinami di calarmi in una fossa appena fatta

e di nascondermi col morto nel suo sudario.

Cose che solo a sentirle dire

mi hanno sempre fatto tremare…

ma sono pronta a farle senza esitazioni o paure,

pur di restare la moglie onorata del mio dolce amore.

 

FRATE LORENZO

Ascoltami allora. Vai a casa, mostrati allegra,

acconsenti al matrimonio. Domani è mercoledì,

fa’ in modo di restar sola la notte,

non lasciare che la balia dorma con te nella stanza.

Prendi questa fiala, e quando sarai a letto,

bevi tutto questo liquido eterico.

Subito per tutte le vene ti correrà un torpore freddo,

il polso perderà il suo ritmo naturale

e smetterà di battere. Nessun calore, nessun respiro

testimonieranno della tua vita,

le rose delle tue labbra e delle tue guance appassiranno,

prendendo il colore della cenere,

le finestre degli occhi si chiuderanno,

come quando la morte chiude fuori la luce della vita.

E ogni parte del corpo, privata del movimento,

sembrerà rigida, dura, fredda, come morta.

Con questa sembianza presa a prestito dalla secca morte

resterai per quarantadue ore, poi ti sveglierai

come da un sonno piacevole. In questo modo,

quando lo sposo verrà la mattina a farti alzare dal letto,

sarai lì, morta. Allora, secondo le usanze del nostro paese,

in una bara aperta, vestita dei tuoi abiti più belli,

ti porteranno in quell’antica cripta

dove sono sepolti tutti i Capuleti.

Nel frattempo, prima che tu ti sia svegliata,

avvertirò Romeo del nostro piano con una lettera,

e verrà subito qui, e lui ed io

sorveglieremo il tuo risveglio, e la stessa notte

Romeo ti porterà via, a Mantova, con lui.

E questo ti salverà dal disonore che ti minaccia,

se un qualche capriccio o una paura da donnicciola

non ti toglieranno il coraggio al momento dell’azione.

 

GIULIETTA

Dammelo, dammelo! Ah, non parlarmi di paura.

 

FRATE LORENZO

Ecco, prendi. Fa’ in fretta.

Sii forte e fortunata nel tuo proposito.

Manderò in tutta fretta un frate a Mantova

con una lettera per il tuo sposo.

 

GIULIETTA

L’amore mi dà la forza, e la forza m’aiuterà.

Addio, caro padre. Escono.


ATTO QUARTO – SCENA SECONDA

Entrano Capuleti, Donna Capuleti, la Nutrice e due o tre servi.

 

CAPULETI

Invita tutti gli ospiti che sono scritti qui.

(Esce un servo.)

E tu, ragazzo, va’ a ingaggiare venti abili cuochi.

 

SERVO

Non avrete schiappe, signore, perché li metterò alla prova. Voglio vedere come si sanno leccare le dita.

 

CAPULETI

Cosa? E a che serve una prova simile?

 

SERVO

Per la madonna, signore: è un cuoco da poco quello che non si lecca le dita; perciò chi non sa leccarsele, niente ingaggio.

 

CAPULETI

Va, va pure. Esce il servo.

Siamo molto indietro coi preparativi per l’occasione.

Allora, mia figlia è andata da Fra Lorenzo?

 

NUTRICE

Sì, proprio così.

 

CAPULETI

Bene, può darsi che abbia una buona influenza su lei.

È una buona a nulla, ostinata e capricciosa.

 

Entra Giulietta.

 

NUTRICE

Guardatela, che se ne torna dalla confessione tutta allegra.

 

CAPULETI

E allora, testona, dove sei andata a perder tempo?

 

GIULIETTA

Dove ho imparato a pentirmi del peccato

di disobbedienza, resistendo a voi e ai vostri ordini,

e dove mi è stato imposto, dal santo Frate Lorenzo,

di gettarmi qui ai vostri piedi e di implorare il perdono.

Perdonatemi, vi scongiuro.

D’ora in avanti, mi farò sempre guidare da voi.

Si inginocchia.

 

CAPULETI

Andate a chiamare il Conte, avvertitelo di tutto questo.

Questo nodo va stretto domattina stessa.

 

GIULIETTA

Ho incontrato il giovane signore nella cella di Fra Lorenzo,

e gli ho mostrato tutto quel giusto affetto che potevo,

senza oltrepassare i limiti della modestia.

 

CAPULETI

Bene, sono contento. Brava. Alzati.

Così ci si deve comportare. Voglio vedere il Conte.

Ma sì, perdiana. Andate, dico, e fatelo venire qui.

Devo dire, adesso, e chiamo Dio a testimone,

che la città tutta deve essere riconoscente

a questo santo e reverendo frate.

 

GIULIETTA

Balia, vuoi venire con me nella mia stanza

per aiutarmi a scegliere gli ornamenti

che riterrai adatti per domani?

 

DONNA CAPULETI

No, aspettiamo giovedi. C’è tutto il tempo.

 

CAPULETI

Va’, balia, va’ con lei. Andremo in chiesa domani.

Escono Giulietta e la Nutrice.

 

DONNA CAPULETI

Non avremo il tempo di preparare. È quasi sera.

 

CAPULETI

Macché, mi darò da fare anch’io,

e vedrai, moglie, che tutto andrà come si deve.

Tu va da Giulietta, aiutala ad addobbarsi.

Io non andrò a letto stanotte. Lasciami solo.

Farò io, questa volta, la padrona di casa. Ehi, ehi!

Sono tutti via. Beh, ci andrò io, a piedi

dal conte Paride, a farlo preparare per domattina.

Mi sento il cuore straordinariamente leggero,

ora che quella ostinata ragazza ha messo giudizio. Escono.


ATTO QUARTO – SCENA TERZA

Entrano Giulietta e la Nutrice.

 

GIULIETTA

Sì, è il vestito più adatto. Ma, cara balia, ti prego,

lasciami sola stanotte, perché ho bisogno di pregare a lungo

per convincere il cielo a sorridere al mio stato,

che, come sai bene, è tristo e peccaminoso.

 

Entra Donna Capuleti.

 

DONNA CAPULETI

Allora, siete indaffarate? Avete bisogno d’aiuto?

 

GIULIETTA

No signora, abbiamo scelto quanto è necessario

e conveniente al nostro stato di domani.

Adesso, vi prego, lasciatemi sola.

Tenete pure la balia in piedi con voi, stanotte,

sono sicura che avrete tantissimo da fare

a organizzare tutto così all’improvviso.

 

DONNA CAPULETI

Buona notte, va’ a letto e riposa bene,

ne hai proprio bisogno.

Escono (Donna Capuleti e la Nutrice).

 

GIULIETTA

Addio. Dio sa quando c’incontreremo di nuovo.

Un brivido lieve di fredda paura mi percorre le vene

e quasi gela il calore della vita.

Le richiamerò a confortarmi. – Balia! –

Ma cosa farebbe, qui, lei?

La mia lugubre scena devo recitarmela da sola.

Vieni, fiala. E se la mistura non avesse effetto?

Dovrò dunque andar sposa, domattina? No! No!

Questo lo impedirà. Stammi qua vicino, tu.

(Posa un pugnale.)

E se fosse un veleno, che il Frate,

a tradimento, mi ha dato per uccidermi

ed evitare il disonore di queste nozze,

dopo che lui stesso mi ha già sposata con Romeo?

Ho paura sia così. E d’altra parte mi pare impossibile,

si è sempre dimostrato un sant’uomo.

E se, quando sarò calata nella tomba,

io mi svegliassi prima che Romeo venga a salvarmi?

Che idea spaventosa! Non mi sentirei allora soffocare,

in quella cripta alla cui bocca disgustosa

non arriva un respiro d’aria pura… e se poi morissi

soffocata, lì, prima che il mio Romeo arrivi?

O se vivessi, non è probabile

che il terribile pensiero della morte e della notte,

mescolandosi all’orrore del luogo –

una specie di sepolcro, un antico sotterraneo

dove per centinaia d’anni sono state ammucchiate le ossa

di tutti i miei avi sepolti; dove l’insanguinato Tebaldo,

appena seppellito, sta ancora putrefacendosi nel suo sudario;

dove, come molti dicono, a certe ore della notte,

gli spiriti tornano in vita… ahimè! ahimè!

non è probabile che io, svegliandomi troppo presto

tra quegli odori disgustosi, tra quelle urla

simili a quelle delle mandragore strappate dalla terra,

capaci di far impazzire gli uomini che le ascoltano…

ah, se mi svegliassi, non perderei la ragione,

e, assalita da tutte queste paure orribili,

mi metterei a giocare come una pazza con le ossa dei miei padri,

e strapperei dal suo sudario lo straziato Tebaldo,

e in quest’accesso di furore,

usando come clava l’osso di un mio antenato,

non finirei, disperata, per farmi schizzare le cervella?

Oh, guarda, mi par di vedere il fantasma di mio cugino

a caccia di Romeo, che ha infilzato il suo corpo

sulla punta della spada. Fermati, Tebaldo, fermati!

Romeo, Romeo, Romeo! questo lo bevo per te!

Si butta sul suo letto, dietro i tendaggi.


ATTO QUARTO – SCENA QUARTA

Entrano Donna Capuleti e la Nutrice.

 

DONNA CAPULETI

Tieni, balia, prendi queste chiavi e porta qui altre spezie.

 

NUTRICE

Vogliono datteri e mele cotogne giù in cucina.

 

Entra Capuleti.

 

CAPULETI

Su, su, su, muovetevi, il gallo ha cantato due volte!

La campana del coprifuoco ha suonato: sono le tre!

Fa’ la brava, Angelica, attenta alla roba nel forno:

non fare economie!

 

NUTRICE

Via di qui, vi piace giocare alla massaia eh,

via, a letto. In fede mia, starete male, domani,

se state su tutta la notte.

 

CAPULETI

Per niente, per niente. Eh, ne ho fatte di notti bianche, io,

per motivi meno nobili, e non sono mai stato male.

 

DONNA CAPULETI

Ah, sì, siete stato un gran cacciatore di tope,

ai vostri tempi, ma veglierò io, adesso, sulle vostre veglie.

Escono Donna Capuleti e la Nutrice..

 

CAPULETI

È gelosa, è gelosa!

 

Entrano tre o quattro servi con spiedi, ciocchi di legna e cesti.

 

Beh, ragazzi, cos’è questa roba?

 

I SERVO

È roba per il cuoco, signore, ma cosa sia non lo so.

 

CAPULETI

In fretta, in fretta! (Esce il primo servo.)

E tu porta legna più secca!

Chiama Pietro, ti farà vedere lui dov’è.

 

2 SERVO

Ho una testa, signore, che se la trova da sé, la legna,

senza disturbare Pietro per questo.

 

CAPULETI

Per la messa, ben detto! Un allegro figlio di troia, ah!

Ti chiameremo testa di legno. (Esce il secondo servo.)

Perdio, è già giorno! Si sente della musica.

Con la musica arriva il Conte, così aveva detto,

lo sento già qui vicino.

Balia! Moglie! Ehilà, e che! Balia, dico!

 

Entra la Nutrice.

 

Andate a svegliare Giulietta, avanti, e addobbatela bene.

Io tratterrò Paride con quattro chiacchiere. Via, in fretta,

in fretta! Lo sposo è già qui. Corri, ti dico!

(Escono Capuleti e i servi.)


ATTO QUARTO – SCENA QUINTA

La Nutrice va verso le tende del letto.

 

NUTRICE

Signora! Ehi, signora! Giulietta! Dorme della grossa,

non c’è dubbio. Su, agnellino, su, signora!

Vergogna! Che dormigliona!

Ehi, amore, signora, dolcezza! Sposina mia!

Non dici neanche una parola?

Te la vuoi far adesso la tua riserva, eh?

Una scorta per una settimana, perché questa notte,

ci scommetto, il conte Paride si giocherà tutto il suo sonno

pur di non farti prender sonno! Dio mi perdoni!

E anche la Madonna, amen. Che sonno profondo!

Ma devo svegliarla. Signora, signora, signora!

Ah, fatti trovare a letto dal Conte,

e vedrai come ti sveglierà, sul mio onore. Non ti svegli?

Come, già vestita… tutta addobbata… e ti sei rimessa a letto?

Devo assolutamente svegliarti. Signora, signora, signora!

Ahimè! Ahimè! Aiuto! Aiuto! La mia signora è morta!

Ah che sciagura! Ah, non fossi mai nata!

Dell’acquavite, su! Padrone! Padrona!

 

Entra Donna Capuleti.

 

DONNA CAPULETI

Cos’è questo baccano?

 

NUTRICE

Oh, giorno disgraziato!

 

DONNA CAPULETI

Cos’è successo?

 

NUTRICE

Guardi, guardi! Giorno maledetto!

 

DONNA CAPULETI

Oh, povera me, povera me! Mia figlia! La mia unica vita!

Svegliati, apri gli occhi, o morirò anch’io con te.

Aiuto, aiuto, chiamate aiuto!

 

Entra Capuleti.

 

CAPULETI

Per amor di Dio, fate scendere Giulietta, lo sposo è arrivato!

 

NUTRICE

È morta, defunta! Giulietta è morta! Che disgrazia!

 

DONNA CAPULETI

Ahimè! È morta, morta, morta!

 

CAPULETI

Ah, lasciatemela vedere. È andata, ahimè. È fredda,

il sangue s’è fermato e le membra sono rigide.

La vita e queste labbra si sono separate da tempo.

La morte posa su lei come un gelo precoce

sul fiore più dolce di tutto il campo.

 

NUTRICE

Ah, giorno di lamenti!

 

DONNA CAPULETI

Ah, giorno di dolore!

 

CAPULETI

La morte, che l’ha portata via per farmi piangere,

m’incatena la lingua, e non mi lascia parlare.

 

Entrano il Frate (Lorenzo), Paride e i musici.

 

FRATE LORENZO

Su, è pronta la sposa per andare in chiesa?

 

CAPULETI

È pronta ad andare, ma per non tornare più.

Figlio mio, la notte prima del tuo matrimonio

la Morte ha fatto l’amore con tua moglie.

Ecco, lei giace lì, un fiore deflorato dal dèmone.

La Morte è adesso mio genero,

la Morte è il mio erede, che ha sposato mia figlia.

Io morirò e lascerò a lui ogni cosa: la mia vita,

i miei averi, tutto appartiene alla Morte.

 

PARIDE

Ho aspettato tanto, con ansia,

di vedere il volto di questa mattina,

per assistere a una scena come questa?

 

DONNA CAPULETI

Giorno maledetto, infelice, giorno disgraziato e odioso.

È l’ora più disgraziata che il tempo abbia mai visto

nella fatica infinita del suo pellegrinaggio.

Avevo una sola figlia, povera, povera e amabile figlia,

una sola cosa che mi rallegrava e mi consolava,

e la Morte crudele l’ha strappata ai miei occhi.

 

NUTRICE

Oh, dolore! Oh doloroso, doloroso, doloroso giorno!

Giorno pieno di lamenti,

il più doloroso giorno che mai, mai abbia visto!

Oh giorno, giorno, giorno, odioso giorno,

mai fu visto un giorno nero come questo!

Oh, giorno doloroso, oh, doloroso giorno!

 

PARIDE

Tradito, divorziato, offeso, sprezzato, ucciso!

Oh Morte detestabile, da te sono stato tradito,

da te, crudele, completamente distrutto!

Oh, amore! Oh, vita! Non vita, ma amore nella morte!

 

CAPULETI

Disprezzato, abbattuto, odiato, torturato, assassinato!

Tempo sconsolato, perché sei venuto, ora, a uccidere,

ad assassinare la nostra festa?

Oh figlia, figlia, mia anima e non mia figlia, sei morta!

Ahimè, mia figlia è morta,

e con lei sono sepolte tutte le mie gioie.

 

FRATE LORENZO

Pace, pace, per amor di Dio.

Una disgrazia non si cura scalmanandosi.

Il Cielo e voi possedevate a metà

questa bella fanciulla. Ora è tutta del cielo,

ed è molto meglio per lei. La vostra parte

voi non avete potuto salvarla dalla morte.

Il Cielo mantiene la sua in una vita eterna.

Quello che soprattutto desideravate per lei,

era di migliorare la sua condizione,

la sua fortuna era per voi il paradiso;

e la piangete adesso, che è salita

più in alto delle nuvole, su, nello stesso cielo?

O forse, pur amandola, l’amate così male

da impazzire vedendola star bene?

Non è ben maritata la donna che è sposa a lungo,

ma quella che sposata muore giovane.

Asciugate le lacrime, spargete il rosmarino

su questo bel corpo, e, secondo le usanze,

portatela in chiesa coi suoi vestiti più belli.

Anche se la natura stolta ci spinge al pianto,

le sue lacrime fanno sorridere la ragione.

 

CAPULETI

Tutte le cose ordinate per la festa,

serviranno invece a un cupo funerale:

gli strumenti saranno campane malinconiche,

i brindisi di nozze tristi riti di morte,

gl’inni solenni si mutano in lugubri lamenti,

i fiori della sposa servono alla sua tomba,

ed ogni cosa si muta nel suo contrario.

 

FRATE LORENZO

Ritiratevi, signore, e voi, signora, andate con lui,

e anche voi, conte Paride. Ognuno si prepari

a seguire questo bel corpo sino alla tomba.

Il cielo vi guarda minaccioso per qualche colpa,

non provocatelo ancora contrariando i suoi voleri.

Escono tutti, tranne la Nutrice e i musici che gettano rosmarino su Giulietta e chiudono i tendaggi.

 

I MUSICISTA

In fede mia, possiamo riporre i pifferi e sloggiare.

 

NUTRICE

Su, bravi ragazzi, mettete via, via,

lo capite anche voi, il caso è pietoso.

 

I MUSICISTA

Sì, ma nel mio caso, si può riparare.

Esce la Nutrice.

 

Entra Pietro.

 

PIETRO

Musici, o musici, attaccate “La pace del cuore”, su, “La pace del cuore”! Oh, e mi farete resuscitare, suonate “La pace del cuore”!

 

I MUSICISTA

E perché proprio quella?

 

PIETRO

Ah, musici, perché il mio cuore suona per conto suo “Ho il cuore pieno di dolore”. Su, suonatemi qualche allegro lamento che mi conforti.

 

I MUSICISTA

Da noi non sentirai neanche un lamento, non è l’ora di suonare questa.

 

PIETRO

Dunque non suonerete niente?

 

I MUSICISTA

No.

 

PIETRO

E allora ve le darò io, a suon di musica.

 

I MUSICISTA

Cosa ci darete voi?

 

PIETRO

Non certo dei soldi, parola mia, vi darò del vagabondo, del suonatore col piattino.

 

I MUSICISTA

E io vi darò del servo.

 

PIETRO

E io vi darò sulla zucca il pugnale del servo. Con me niente semiminime: vi darò dei re e dei fa. La capite la sonata?

 

I MUSICISTA

Coi tuoi re e i tuoi fa, sei tu che suoni per noi.

 

2 MUSICISTA

Vi prego, riponete il pugnale ed usate il cervello.

 

PIETRO

E allora in guardia, ecco il cervello. Vi voglio massacrare con la lama del mio spirito, dopo aver messo via quella di ferro. Avanti, rispondetemi da uomini:

“Se un truce tormento il cuore trapassa

e una tetra tristezza t’opprime l’anima,

allora la musica, col suo suono d’argento…”

perché mai “suono d’argento”? E perché “la musica col suono d’argento”? Beh, che ne dici, tu Simon Piffero?

 

I MUSICISTA

Per la madonna, signore, perché l’argento ha un suono dolce.

 

PIETRO

Balle! E che ne dici tu, Ugo Trombetta?

 

2 MUSICISTA

Io dico che “suono d’argento” vuol dire che i musici suonano per avere dell’argento.

 

PIETRO

Balle anche queste. Che ne dici tu, Giovanni Archetto?

 

3 MUSICISTA

In fede mia, non so che dire.

 

PIETRO

Oh, imploro perdono, tu sai solo cantare. Ma lo dirò io al tuo posto. “La musica col suo suono d’argento” vuol dire che i musici non avranno mai dell’oro per la loro musica.

“Allora la musica, col suo suono d’argento

con subito conforto presta rimedio”. Esce.

 

I MUSICISTA

Che canaglia impestata è questa!

 

2 MUSICISTA

Impiccalo quel furfante! Entriamo là, avanti, aspettiamo i piagnistei e fermiamoci per la cena. Escono.


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