Romeo e Giulietta – Atto V

Romeo e Giulietta – Atto V

(“Romeo and Juliet” – 1594 – 1595)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Romeo e Giulietta - Atto V


ATTO QUINTO – SCENA PRIMA

Entra Romeo.

 

ROMEO

Se posso credere alla lusingatrice verità del sonno,

i miei sogni m’annunciano vicina qualche lieta notizia.

Il padrone del mio petto siede allegro sul suo trono,

e un fervore inconsueto, durante tutto il giorno,

mi tiene alto sulla terra con pensieri di gioia.

Ho sognato che, arrivando, la mia donna mi trovava morto

– strano sogno, che lascia a un morto la possibilità di pensare –

e coi suoi baci tanta vita respirava sulle mie labbra

che io resuscitavo ed ero un imperatore.

Povero me, quanto dolce è l’amore posseduto

se le ombre dell’amore sono così ricche di gioia.

 

Entra Baldassarre, servo di Romeo, in stivali.

 

Novità da Verona! Allora, Baldassarre,

non mi porti una lettera dal Frate?

Come sta mia moglie? Sta bene mio padre?

E la mia Giulietta? Te lo chiedo di nuovo,

perché nulla va male se lei sta bene.

 

 

BALDASSARRE

Allora lei sta bene e nulla può andar male.

Il suo corpo dorme nella cripta dei Capuleti,

e la sua parte immortale vive cogli angeli.

Io stesso l’ho vista calare nella tomba di famiglia,

e sono partito subito per dirvelo.

Perdonatemi se vi porto queste brutte notizie,

ma è il compito che voi stesso m’avete affidato.

 

ROMEO

Davvero è così? Allora vi sfido, stelle!

Tu sai dove abito. Portami inchiostro e carta,

poi, prendi a nolo due cavalli. Partirò stanotte.

 

BALDASSARRE

Vi prego, padrone, calmatevi.

Il vostro aspetto è così pallido e sconvolto

che lascia presagire qualche disgrazia.

 

ROMEO

Zitto, ti stai ingannando.

Lasciami solo e fa’ ciò che ti ho detto.

Il Frate non ti ha dato una lettera per me?

 

BALDASSARRE

No, mio buon signore.

 

ROMEO

Non importa. Vattene,

e prendi a nolo quei cavalli. Sarò subito con te.

Esce Baldassarre.

Bene, Giulietta, giacerò con te stanotte.

Vediamo come fare. Ah, perdizione, sei veloce

a entrare nei pensieri di chi è disperato!

Mi viene in mente uno speziale,

uno che abita da queste parti, l’ho notato da poco,

tutto vestito di stracci, con la fronte aggrondata,

che raccoglieva le sue erbe medicinali.

Aveva l’aspetto scavato,

la nera miseria l’aveva ridotto tutto ossa.

Nel suo povero negozio c’erano appesi una tartaruga

e un coccodrillo impagliato, più altre pelli

di pesci deformi, e sugli scaffali

una messe miserabile di scatole vuote,

vasi di terra verdi, vesciche e semi ammuffiti,

pezzi di spago, vecchi grumi di petali di rosa

sparsi dappertutto a fare bella mostra.

Vedendo questo squallore, dissi a me stesso,

“Se un uomo avesse bisogno d’un veleno

la cui vendita a Mantova è punita con la morte,

ecco un disgraziato che glielo venderebbe”.

Ah, quel pensiero ha anticipato il mio bisogno,

e quello stesso miserabile sarà chi me lo vende.

Ecco, se mi ricordo, la sua casa è questa.

Essendo festa, la bottega del poveraccio è chiusa.

Ehilà, speziale!

 

Entra lo speziale.

 

SPEZIALE

Chi grida così?

 

ROMEO

Vieni qui, amico. Vedo che sei povero.

Tieni, sono quaranta ducati. Dammi un grammo di veleno,

ma che sia roba così rapida da far cader morto,

appena sparso nelle vene, chi, stanco della vita,

l’abbia bevuto. Che il corpo resti senza fiato

d’un colpo, come una rapida polvere da sparo

esplode dal grembo fatale del cannone.

 

SPEZIALE

Ho droghe così mortali, ma la legge di Mantova

condanna a morte chiunque ne faccia commercio.

 

ROMEO

E tu, povero e disgraziato, hai paura di morire?

Le tue guance parlano della tua fame,

il bisogno e la sofferenza agonizzano nei tuoi occhi,

l’umiliazione e la miseria le porti sulle spalle.

Non ti è amico il mondo, e nemmeno le sue leggi.

Il mondo non ha una legge che ti faccia ricco;

allora, non essere povero, infrangila e prendi questi.

 

SPEZIALE

La mia povertà li accetta, non la mia volontà.

 

ROMEO

E io pago la tua povertà, non la tua volontà.

 

SPEZIALE

Versa questo in un qualsiasi liquido,

poi bevilo, e se anche avessi la forza

di venti uomini, moriresti all’istante.

 

ROMEO

Eccoti l’oro – è un veleno peggiore del tuo

per le anime degli uomini, fa più delitti,

in questo mondo spregevole, dei poveri intrugli

che ti vietano di vendere.

Sono stato io a venderti del veleno, non tu. Addio.

Comprati da mangiare e metti su un po’ di carne.

E tu, che sei un balsamo, non un veleno,

accompagnami alla tomba di Giulietta,

è lì che ti devo usare. Escono.


ATTO QUINTO – SCENA SECONDA

Entra Frate Giovanni.

 

FRATE GIOVANNI

Santo frate francescano, fratello, ehilà!

 

Entra Frate Lorenzo.

 

FRATE LORENZO

Questa sembra la voce di Fra Giovanni.

Bentomato da Mantova. Che dice Romeo?

Se ha scritto, dammi la sua lettera.

 

FRATE GIOVANNI

Andavo in cerca d’un fratello scalzo,

uno del nostro ordine, che mi facesse compagnia,

qui, in città, a visitare i malati,

e l’avevo appena trovato, che gli ufficiali sanitari,

sospettando che venissimo da una casa

dove regna la peste contagiosa,

chiusero le porte e non ci lasciarono uscire:

ecco, la mia fretta di partire per Mantova

è finita lì.

 

FRATE LORENZO

Ma chi ha portato la mia lettera a Romeo?

 

FRATE GIOVANNI

Non ho potuto mandargliela – eccotela indietro -,

nè ho trovato un altro che te la riportasse:

avevano tutti paura dell’infezione.

 

FRATE LORENZO

Che sfortuna! Per l’ordine nostro!

Non era una lettera da niente, era importantissima,

carica di conseguenze, e che non sia arrivata

può causare una gran disgrazia.

Fra Giovanni, vai, trovami un piede di porco

e portalo immediatamente nella mia cella.

 

FRATE GIOVANNI

Vado e te lo porto subito, fratello. Esce.

 

FRATE LORENZO

Adesso, da solo, devo andare alla cripta.

La bella Giulietta si sveglierà fra tre ore.

Mi maledirà quando saprà che Romeo

non è stato informato di ciò che è successo.

Ma io manderò un’altra lettera a Mantova,

e finché viene Romeo, la terrò nella mia cella.

Povero cadavere vivente, chiuso nella tomba d’un morto.

Esce.


ATTO QUINTO – SCENA TERZA

Entrano Paride e un suo paggio, con dei fiori e dell’acqua profumata.

 

PARIDE

Dammi la tua torcia, ragazzo. Vattene, e tieniti lontano.

Anzi, spegnila, non vorrei esser visto.

E sdraiati lungo, sotto quegli alberi di tasso,

appoggiando l’orecchio sulla terra cava

così non potrà un piede camminare nel camposanto,

che è terra viva e sconvolta per tutte le fosse scavate,

senza che tu lo senta.

Se sentirai qualcosa avvicinarsi,

come segnale, tu fischia. E ora dammi quei fiori.

Fa’ come ti ho detto. Vai.

 

PAGGIO

Ho un po’ di paura a starmene solo

in un cimitero, ma proverò a farlo. (Si ritira.)

Paride sparge fiori sulla tomba.

 

PARIDE

Dolce fiore, di fiori cospargo il tuo letto nuziale.

Oh dolore, il tuo baldacchino è polvere e sassi,

lo inumidirò ogni notte con dell’acqua soave,

o, se non bastasse,

con lacrime distillate dai miei lamenti.

Saranno questi i riti funebri che compirò

per te ogni notte: fiori sulla tua tomba e pianto.

Il paggio fischia.

Il ragazzo mi avvisa che qualcuno si avvicina.

Quale piede maledetto cammina qui stanotte

per disturbare le mie esequie e i riti del vero amore?

Come, ha una torcia? Notte, nascondimi un poco.

(Paride si ritira.)

 

Entrano Romeo e Baldassarre, con una torcia, un piccone e una leva di ferro.

 

ROMEO

Dammi quel piccone e quella leva.

Tieni, prendi questa lettera, e domattina presto

fa’ in modo da consegnarla al mio signore e padre.

Dammi la torcia. Ti ordino, sulla tua vita,

qualunque cosa senta o veda, di star lontano

e non interrompere ciò che sto facendo.

Se io scendo in questo letto di morte,

è in parte per rivedere il volto della mia signora,

ma soprattutto per togliere dal suo dito freddo

un anello prezioso, un anello che devo usare

per cosa cui tengo molto. Quindi via, vattene.

Se per un qualche sospetto tu tornassi a spiare

che altro sto facendo, ah, per il cielo,

ti farò a pezzi e spargerò le tue membra

per quest’ingordo cimitero.

Quest’ora e i miei propositi sono selvaggi,

assai più feroci e inesorabili

che le tigri affamate o fi mare in tempesta.

 

BALDASSARRE

Me ne andrò, signore, non vi disturberò.

 

ROMEO

Così ti mostrerai mio amico. Prendi questo.

Vivi e sii felice. Addio, figliolo.

 

BALDASSARRE

Sì, ma invece io m’appiatto qua vicino.

Mi fa paura il suo aspetto, dubito delle sue intenzioni.

(Baldassarre si ritira.)

 

ROMEO

Tu, gola odiosa, tu ventre di morte, ingozzato

del boccone più caro della terra,

così sforzo ad aprirsi le tue putride mascelle

e con disprezzo, ti riempio d’altro cibo.

Romeo apre la tomba.

 

PARIDE

Questo è quell’esiliato, arrogante Montecchi

che assassinò il cugino del mio amore.

Per quel dolore, dicono, è morta la mia bella.

Ed è venuto qui per profanare i corpi

in qualche modo infame. Ma io l’arresterò.

Smetti la tua fatica sacrilega, vile Montecchi.

Può la vendetta spingersi oltre la morte?

Tu, vile condannato, io ti arresto.

Obbedisci e seguimi, perché devi morire.

 

ROMEO

Devo proprio morire, e per ciò son venuto.

Giovane buono e gentile, non tentare un disperato.

Vattene, lasciami. Pensa a questi morti,

e sentine il terrore. Ti supplico, ragazzo,

non mettere sulla mia testa un altro peccato

spingendomi alla furia. Oh, vattene via.

In nome del cielo, io ti amo più che me stesso,

dacché son venuto qui, armato, contro me stesso.

Non indugiare, vattene, vivi, e dirai domani

che la pietà di un pazzo t’ordinò di fuggire.

 

PARIDE

Io sfido le tue suppliche

e qui ti arresto come un criminale.

 

ROMEO

Vuoi provocarmi? Allora in guardia, ragazzo!

Si battono.

 

PAGGIO

O Dio, si battono! Andrò a chiamare le guardie.

(Esce il paggio.)

 

PARIDE

Ah, sono morto! Se tu senti pietà,

apri la tomba, mettimi con Giulietta. (Paride muore.)

 

ROMEO

In fede mia, lo farò. Voglio vedere questo volto.

Il parente di Mercuzio, il nobile conte Paride!

Cosa diceva il mio servo, mentre cavalcavamo,

e la mia anima sconvolta non gli dava retta?

Credo mi dicesse che Paride doveva sposare Giulietta.

Disse così, o l’ho sognato? O sono pazzo,

sentendolo parlare di Giulietta, a credere che sia stato così?

Oh, dammi la tua mano, tu che come me

sei scritto nel libro amaro della sfortuna.

Ti seppellirò in una tomba gloriosa. Una tomba? Oh no,

una torre splendente, giovane assassinato.

Perché qui giace Giulietta, e la sua bellezza

fa di questa cripta una sala festosa, piena di luci.

Morte, riposa lì, sepolta da un morto!

Quante volte gli uomini, in punto di morte,

provano l’allegria! Chi li veglia lo chiama

il lampo prima della morte.

Ma come potrei chiamare questo un lampo?

Oh, amore mio, mia sposa,

la morte, che ha succhiato il miele del tuo respiro,

ancora non ha dominio sulla tua bellezza.

Ancora non sei vinta. Lo stendardo della bellezza

è ancora rosso sulle tue labbra e sulle tue guance,

e la pallida bandiera della morte sin lì non è arrivata.

Tebaldo, giaci lì, nel tuo sudario insanguinato?

Quale altro favore più grande potrei farti,

che spezzare la giovinezza di chi fu tuo nemico

con quella mano che ha spezzato la tua?

Perdonami, cugino. Ah, cara Giulietta,

perché sei ancora così bella? Dovrei credere

che anche la Morte senza corpo può innamorarsi,

che lo scarno mostro aborrito vuol tenerti qui,

nelle tenebre, come sua amante?

Per questa paura rimarrò sempre con te,

e mai me ne andrò da questo palazzo d’oscura notte.

Qui, qui resterò, coi vermi che ti fanno da ancelle,

qui fisserò il mio riposo eterno,

liberando questa carne stanca del mondo

dal giogo delle stelle avverse.

Occhi, guardate per l’ultima volta!

Braccia, stringetela per l’ultima volta!

E voi labbra, che siete le porte del respiro,

suggellate con un bacio legittimo

un contratto eterno con la Morte ingorda.

Vieni, amaro capitano, vieni, guida disgustosa,

tu, pilota disperato, scaglia la tua logora barca stanca di mare

d’un colpo contro gli scogli taglienti.

Ecco, bevo al mio amore! (Beve.) Ah, onesto speziale,

sono rapidi i tuoi veleni. Così, con un bacio, io muoio.

(Cade.)

 

Entra il Frate (Lorenzo) con una lanterna, una leva e una vanga.

 

FRATE LORENZO

Che San Francesco mi protegga! Quante volte, stanotte,

i miei vecchi piedi hanno inciampato nelle tombe!

Chi è là?

 

BALDASSARRE

Uno che vi è amico, e vi conosce bene.

 

FRATE LORENZO

Dio vi benedica. Ditemi, mio buon amico,

cos’è quella torcia laggiù,

che inutilmente presta la sua luce ai vermi e

ai teschi dalle occhiaie vuote?

Se vedo bene, arde nella tomba dei Capuleti.

 

BALDASSARRE

È proprio così, sant’uomo, e lì c’è il mio padrone,

uno che voi amate.

 

FRATE LORENZO

E chi è mai?

 

BALDASSARRE

Romeo.

 

FRATE LORENZO

Da quanto tempo è lì?

 

BALDASSARRE

Da più di mezzora.

 

FRATE LORENZO

Vieni con me nella cripta.

 

BALDASSARRE

Non oso, signore.

Il mio padrone crede che sia andato via,

mi ha fatto tremende minacce di morte

se fossi rimasto a spiare quel che faceva.

 

FRATE LORENZO

Resta qui, allora, ci andrò da solo.

Comincio ad aver paura. Una grande paura

di qualche triste disgrazia.

 

BALDASSARRE

Mentre dormivo sotto quest’albero di tasso,

sognavo che il mio padrone combatteva con qualcuno,

e che il mio padrone l’ammazzava.

 

FRATE LORENZO

Romeo!

Il Frate si china e vede del sangue e delle armi.

Ahimè, ahimè! di chi è questo sangue che macchia

la soglia di pietra di questo sepolcro?

Che significano queste spade insanguinate e senza padrone

sporcate di terra in questo luogo di pace?

Romeo! Oh, come è pallido! Chi è quest’altro?

Come, anche Paride? E tutto intriso di sangue?

Ah, che ora stregata

è colpevole di questo lacrimevole destino?

La ragazza si muove…

Giulietta si sveglia.

 

GIULIETTA

O Frate consolatore, dov’è il mio signore?

Mi ricordo bene dove dovrei essere,

e infatti sono qui. Dov’è il mio Romeo?

 

FRATE LORENZO

Sento rumori. Vieni via da questo nido di morte,

di contagi, di sonni contro natura.

Un potere più grande, cui non possiamo opporci,

ha frustrato i nostri piani. Vieni, vieni via!

Colui che nel tuo cuore è tuo marito

giace lì, morto, e così Paride. Vieni via,

ti sistemerò in un convento di sante monache.

Vieni, non far domande, sta arrivando la guardia.

Vieni, su, buona Giulietta,

io non ho più il coraggio di restare.

 

GIULIETTA

Vattene, allora! Vai, ché io non vengo.

Esce Fra Lorenzo.

Cosa c’è qui?

Una tazza stretta tra le mani del mio solo amore?

Capisco, è stato il veleno la sua fine immatura.

Ah, scortese! L’hai bevuto tutto,

senza neanche lasciarne una goccia amica

per aiutare anche me? Bacerò le tue labbra.

Forse su di esse c’è ancora del veleno

capace d’uccidermi con questo conforto. (Lo bacia.)

Le tue labbra sono calde!

 

GUARDIA (da fuori.)

Guidami, ragazzo. Da che parte?

 

GIULIETTA

Che, del rumore? Devo fare in fretta.

Oh, pugnale felice, questa è la tua guaina!

Arrugginisci qui dentro e fammi morire.

Si trafigge e cade.

 

Entrano il paggio e le guardie.

 

PAGGIO

È questo il posto. Lì, dove arde la torcia.

 

I GUARDIA

Il terreno è pieno di sangue. Cercate per tutto il cimitero.

Avanti, un gruppo: chiunque troviate, arrestatelo.

(Escono delle guardie.)

Che spettacolo pietoso! Qui giace il Conte, ucciso,

e Giulietta, sanguinante, calda, appena morta,

lei che da due giorni era stata sepolta!

Andate a dirlo al Principe. Correte dai Capuleti.

Svegliate i Montecchi. Gli altri cerchino intorno.

(Escono delle guardie.)

Questo è il terreno che regge questi dolori,

ma il vero seminato di queste pene pietose

non possiamo indicarlo, senza conoscere i dettagli.

 

Entra Baldassarre (con varie guardie).

 

2 GUARDIA

Ecco il servo di Romeo. L’abbiamo trovato nel cimitero.

 

I GUARDIA

Tenetelo al sicuro sinché arriva il Principe.

 

Entra un’altra guardia con Fra Lorenzo.

 

3 GUARDIA

C’è qui un frate che trema, sospira e piange.

Gli abbiamo tolto questo piccone e questa vanga

mentre veniva da questa parte del cimitero.

 

I GUARDIA

È molto sospetto. Trattenete anche il frate.

 

Entra il Principe (col seguito).

 

PRINCIPE

Quale sventura s’è svegliata così presto

da strapparci al riposo mattutino?

Entrano Capuleti e Donna Capuleti (con dei servi).

 

CAPULETI

Che sarà mai successo, che tutti ne urlano in giro?

 

DONNA CAPULETI

Oh, la gente per strada grida “Romeo”,

qualcuno “Giulietta”, altri “Paride”,

e tutti corrono strillando verso la nostra cappella.

 

PRINCIPE

Cos’è questo spavento, questi allarmi

che colpiscono i nostri orecchi?

 

I GUARDIA

Signore, qui giacciono il conte Paride, assassinato,

e Romeo, morto, e Giulietta, ch’era morta prima,

ancora calda, e uccisa di nuovo.

 

PRINCIPE

Cercate, cercate, scoprite com’è successo questo nero delitto.

 

I GUARDIA

Qui c’è un frate, e un servo dell’ucciso Romeo

con addosso dei ferri per forzare

le tombe di questi morti.

 

CAPULETI

Oh, cielo! Guarda, moglie, come sanguina nostra figlia!

Questo pugnale ha sbagliato, guarda, il suo fodero è vuoto

al fianco di Montecchi: ha trovato

un fodero non suo nel petto di mia figlia.

 

DONNA CAPULETI

Ahimè! Questa visione di morte è una campana

che chiama la mia vecchiaia ad una tomba.

 

Entrano Montecchi (e dei servi).

 

PRINCIPE

Vieni, Montecchi, ti sei alzato in tempo

per vedere il tuo figlio ed erede coricarsi anzi tempo.

 

MONTECCHI

Ahimè, mio signore, stanotte è morta mia moglie.

La pena per l’esilio del figlio le ha fermato il respiro.

Che altra disgrazia cospira contro la mia vecchiaia?

 

PRINCIPE

Guarda e vedrai.

 

MONTECCHI

Oh, screanzato! Che modi sono questi,

affrettarti a una tomba prima di tuo padre?

 

PRINCIPE

Chiudi la bocca della disperazione, per un momento,

fìnché non avremo dissolto l’ambiguità dei fatti

e chiarito la loro origine, il corso e gli sviluppi.

Allora assumerò io stesso il comando delle tue lamentele

e ti guiderò sinanche alla morte.

Intanto impara a sopportare, lascia

che la sventura sia schiava della pazienza.

Portate qui tutti i sospetti.

 

FRATE LORENZO

Io sono il maggior indiziato.

Anche se il meno capace, pure il più sospetto,

dato che tempo e luogo m’accusano

d’aver compiuto questo orrendo misfatto.

Ed eccomi qui, pronto ad accusarmi e a scusarmi

di ciò che in me è condannabile o scusabile.

 

PRINCIPE

Allora dì in fretta tutto quello che sai.

 

FRATE LORENZO

Sarò breve, perché quel poco fiato che mi avanza

non basterebbe per un lungo e noioso racconto.

Romeo, lì morto, era il marito di questa Giulietta.

E lei, lì morta, era la sua moglie fedele.

Io stesso li avevo sposati,

e il giorno delle loro nozze segrete

fu anche il giorno del giudizio per Tebaldo,

la cui morte immatura

fece bandire il fresco sposo da questa città.

Per lui, non per Tebaldo, piangeva Giulietta.

E voi, per liberarla dall’assedio di quel dolore,

la prometteste in sposa, e l’avreste unita a forza,

al conte Paride. Allora lei corre da me,

e con occhi disperati mi chiede di trovare il modo

di liberarla da questo secondo matrimonio,

o si sarebbe uccisa lì, nella mia cella.

Guidato dalla mia arte, le diedi allora un sonnifero,

che funzionò come avevo previsto,

rivestendola con le forme della morte.

Intanto scrissi a Romeo di venire qui,

in questa notte terribile,

per aiutarmi a toglierla da quella bara posticcia

quando l’azione del sonnifero fosse cessata.

Ma quello che portava la mia lettera,

Fra Giovanni, fu fermato da un imprevisto,

e ieri sera mi riportò la lettera.

Allora, tutto solo, all’ora prevista del suo risveglio,

venni qua per portarla via dalla tomba di famiglia,

con l’intenzione di tenerla nascosta nella mia cella

finché non avessi trovato il modo d’informare Romeo.

Ma quando arrivai, poco prima del suo risveglio,

qui giacevano morti innanzitempo

il nobile Paride e il fedele Romeo.

Lei si sveglia, e io la supplicavo di venir via,

di sopportare con pazienza quest’opera del cielo,

quando un rumore mi spaventò

e mi fece scappare dalla tomba,

mentre lei, troppo disperata, non volle seguirmi,

ma, come sembra, fece violenza a se stessa.

Questo è quanto so;

del matrimonio è a conoscenza la Nutrice.

Se in ciò che è accaduto c’è una qualche mia colpa,

sia pure sacrificata la mia vecchia vita

qualche ora prima del suo tempo,

al rigore della legge più severa.

 

PRINCIPE

Ti abbiamo conosciuto sempre come un sant’uomo.

Dov’è il servo di Romeo? Cos’ha da dirci su questo?

 

BALDASSARRE

Ho portato io al mio padrone la notizia

della morte di Giulietta, e lui subito

venne da Mantova a questo luogo,

in questa tomba. Prima mi consegnò questa lettera,

per suo padre, poi, scendendo nella tomba

mi minacciò di morte

se non me ne fossi andato lasciandolo lì.

 

PRINCIPE

Dammi la lettera, voglio leggerla.

Dov’è il paggio del conte Paride,

quello che ha chiamato le guardie?

Dimmi, tu, che faceva il tuo padrone in questo luogo?

 

PAGGIO

Era venuto a spargere fiori sulla tomba della sua donna:

m’ordinò di star lontano, e così feci.

D’un tratto arriva uno con la torcia, per aprire la tomba,

e subito il mio padrone tira fuori la spada.

Allora scappai via e chiamai le guardie.

 

PRINCIPE

Questa lettera conferma le parole del Frate:

racconta il loro amore, dà notizia della morte di lei,

e qui narra che acquistò il veleno da uno speziale

ridotto in miseria, con quello venne

in questa cripta, per uccidersi e giacere con Giulietta.

Dove sono questi nemici? Capuleti, Montecchi,

guardate che maledizione è scesa sul vostro odio,

e come il cielo ha saputo servirsi dell’amore

per uccidere le vostre gioie.

Io, per aver chiuso un occhio sulle vostre discordie,

ho perso due parenti. Siamo stati tutti puniti.

 

CAPULETI

Ah, fratello Montecchi, dammi la mano.

Questa è tutta la dote di mia figlia.

Di più non posso chiedere.

 

MONTECCHI

Ma io posso darti di più.

Le innalzerò una statua d’oro puro,

così finché Verona conserverà il proprio nome

nessuna immagine sarà tenuta in pregio

quanto quella di Giulietta, leale e fedele.

 

CAPULETI

Con uguale splendore Romeo

riposerà accanto alla sua donna:

povere vittime della nostra inimicizia.

 

PRINCIPE

Una triste pace porta con sé questa mattina:

il sole, addolorato, non mostrerà il suo volto.

Andiamo a parlare ancora di questi tristi eventi.

Alcuni avranno il perdono, altri un castigo.

Ché mai vi fu una storia così piena di dolore

come questa di Giulietta e del suo Romeo. Escono.


Romeo e Giulietta

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