Sogno di una notte di mezza estate – Atto II

Sogno di una notte di mezza estate – Atto II

(“A Midsummer Night’s Dream” 1593/1595)

Introduzione - Riassunto

Atto I       Atto II       Atto III       Atto IV       Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Sogno di una notte di mezza estate - Atto II


ATTO SECONDO – SCENA PRIMA

Entrano una Fata, da una parte, e il Demone dall’altra.

 

DEMONE

Salve, Spirito! Dov’è che vai errando?

 

FATA

Sui colli e sulle valli

nei boschi e nei roveti

sui parchi e sui recinti

per flutti e per fuochi,

della sfera della luna

più presta men vado.

E servo la Fata Regina,

irrorando di rugiada

le sue impronte sull’erba.

Le fan scorta i verbaschi

dalle vesti dorate

con macchie vermiglie –

rubini son questi,

cari doni delle Fate,

come efelidi profumate.

Stille di rugiada ho da cercare

le orecchie dei verbaschi ad imperlare.

Addio, Spirito villanzone. Me ne vado.

Sta giungendo con gli elfi la Regina.

 

DEMONE

Il Re farà gran festa qui stanotte.

Bada che la Regina se ne stia alla larga,

ché Oberon scoppia dalla rabbia

perché Titania ha preso come paggio

un bel ragazzo involato a un Re dell’India.

Mai refurtiva fu per lei più dolce,

ed Oberon, geloso, lo vorrebbe

come scudiere per cacciar le fiere.

Ma ella a forza trattiene il giovinetto,

l’inghirlanda di fiori, e ogni diletto in lui ripone.

Ed ora non più in boschetti, né sui prati,

non più alle limpide fontane,

né al lume imbrillantato delle stelle,

s’incontrano quei due senza litigi.

Così che i loro elfi spaventati

s’infilan nel cappuccio delle ghiande,

e dentro vi restano intanati.

 

FATA

O non ravviso bene la tua forma, e il tuo sembiante,

o tu sei quel maligno demone beffardo

che ha nome Robertino Buonalana. Non sei tu forse

colui che ai villaggi

spaventa le ragazze; che screma il latte

e a volte frucchia nella zangola del burro

e la massaia invano s’affanna a rimestare;

e talora la birra non lascia lievitare,

e di notte fuorvia i pellegrini

ridendo della lor disavventura?

E se invece qualcuno ti chiama “follettino”,

e “caro Robertino”, i suoi lavori ti addossi

e gli porti fortuna. Non sei tu quello?

 

DEMONE

Hai proprio indovinato.

Son io quel mattacchione che va in giro di notte.

Di Oberon, mio re, sono il buffone.

E lui sorride quando inganno lo stallone,

ben satollo di fave

col nitrito d’una bella puledrina.

Qualche volta mi rannicchio

nel boccale d’una vecchia ciancerona, sotto forma

di mela selvatica arrostita,

e quando beve, le salto sulle labbra

e giù sgorga la birra lungo la gorgia vizza.

La vecchia zitella saccentona cui piace

raccontar tragiche storie, a volte per sgabello

mi scambia, e io dal sedere le scappo,

e lei rotola a terra, e grida

“Oh povero mio culo!”, e affoga nella tosse.

E allor gli astanti si tengono i fianchi dalle risa,

gongolan di gioia, starnutano, e giurano

di non aver mai trascorso ora più allegra.

Ma adesso fai largo, ché arriva il mio Re!

 

FATA

Ed ecco qua anche la mia Sovrana. Meglio sarebbe che lui non ci fosse!

 

Entra Oberon, Re delle Fate, da una porta, col Seguito, e Titania, col suo Seguito, da un’altra.

 

OBERON

Pessimo incontro, al chiar di luna,

Titania superbiosa.

 

TITANIA

Cosa, il geloso Oberon? Fate, andiamocene via.

Di costui ho ripudiato letto e compagnia.

 

OBERON

Aspetta, sfrontata impudente. Non sono io il tuo Re?

 

TITANIA

E allora io sarei la tua sposa. Ma so

che furtivo te ne andasti dal regno delle Fate

e, in spoglie di Corinio, passasti un giorno intero

a zufolar nei calami d’avena e a verseggiar d’amore

per Fillide amorosa. E com’è che sei di ritorno

dalle terre più remote dell’India

se non perché la tua arrogante Amazzone,

la tua coturnata amante, il tuo amor guerriero,

va sposa a Teseo, e tu al loro talamo nuziale

vuoi elargire gioia e prosperità?

 

OBERON

Come puoi, tu – vergognati – Titania

alludere alla simpatia d’Ippolita per me

quando sai che ben conosco la tua passione per Teseo?

Non fosti tu a condurlo, nel chiarore della notte,

lungi da Perigune, poi che l’avea violata?

Non l’inducesti tu a mancar di fede

ad Egle bella, ad Arianna, ad Antiòpe?

 

TITANIA

Queste son fantasie d’una mente gelosa!

Fin dall’inizio di questa piena estate,

mai ci adunammo su colli e vallette,

nelle foreste e sugli ameni prati,

presso fonti ghiaiose o rivuli giuncosi

o bianca costa marina,

a danzare in cerchio al fischiettìo del vento,

che non giungessi tu, coi tuoi schiamazzi,

a disturbare i nostri svaghi.

E i venti, stanchi di zufolare invan per noi,

per vendetta succhiarono dal mare

mefitici vapori, che rovesciandosi poi sopra la terra

han gonfiato ogni modesto rivo di cotanto orgoglio

da romper gli argini ed inondare i campi.

Così che il bove tira il giogo invano,

il contadino spreca il suo sudore, e il verde germoglio del granturco

marcisce prima che alla sua gioventù cresca la barba.

Gli ovili ora son vuoti nei campi melmosi,

i corvi s’ingrassan con le carogne degli armenti,

lo spiazzo dei nostri giochi è pien di fango,

e gli ingegnosi tracciati, ora in disuso,

son cancellati dall’erbe rigogliose. Ai miseri mortali

son negate le gioie dell’inverno, e mancano,

ad allietar le notti, inni e carole.

Onde la luna, che governa i flutti,

pallente d’ira tutta l’aria inzuppa,

e di reumi s’ammalano le genti.

E per tali intemperie son le quattro stagioni

sovvertite, i canuti geli

calan nel giovane grembo della rosa cremisi,

e sulla gelida zucca spelacchiata del vegliardo Inverno

posa – come per scherno – un olezzante

serto di soavi bocci estivi.

La primavera, l’estate ed il fecondo autunno,

e l’iracondo inverno, si sono scambiate

le livree; e il mondo sbalordito

non più dai lor prodotti distingue le stagioni.

E questa progenie di malanni

nasce dal nostro conflitto, dal nostro dissenso.

Noi l’abbiamo generata, ne siamo noi la causa.

 

OBERON

Sta a te farne ammenda, o Titania.

Perché devi crucciare il tuo sovrano?

Altro non reclamo che il giovinetto trafugato

per farne un mio scudiero.

 

TITANIA

Metti l’animo in pace.

A pagarlo non basta l’intero regno delle Fate.

Sua madre era devota all’ordine mio

e a sera, nel profumato aere dell’India,

tante volte m’è stata compagna, con me assisa

sulle dorate sabbie di Nettuno ad osservare

le navi dei mercanti che solcavano il mare.

E abbiamo riso insieme a guardare le vele

impregnate dal vento lascivo;

e lei (già in grembo portava il carico prezioso del mio paggio)

ad imitarle con passo aggraziato e rollante.

E poi fingeva di far vela a terra, per me

a raccogliere inezie, e ritornava,

ricca di mercanzie, come da lungo viaggio.

Ma lei, mortale, morì di questo suo bambino;

che per amor suo voglio allevare, e mai,

appunto per amor suo, separarlo da me.

 

OBERON

Quanto vorrai restare in questa selva?

 

TITANIA

Forse fin dopo le nozze di Teseo.

Se tu, in buona pace, vorrai danzar con noi,

e al chiar di luna contemplar vorrai

i nostri tripudi, vieni, se no da me rifuggi,

ed io stessa eviterò di venire ove t’aggiri.

 

OBERON

Dammi quel ragazzo, ed io verrò con te.

 

TITANIA

Neppure in cambio di tutto il regno. Fate, andiamo.

Se ancor rimango ci accapigliamo!

Esce Titania con il Seguito.

 

OBERON

Va’, va’ dove vuoi! Ma non uscirai dal bosco

prima ch’io t’abbia fatto scontar simile affronto.

Robertino caro, avvicinati. Tu certo ben ricordi

quando, dalla cima d’un alto scoglio,

ascoltai una sirena, assisa sul dorso d’un delfino, la quale

effondeva nell’aria tanto soavi ed armoniosi accenti

che il rude mare s’ingentilì al suo canto, e alcune stelle,

impazzite fuori balzaron dalle sfere per ascoltare

la melodia dell’equorea fanciulla.

 

DEMONE

Me lo ricordo.

 

OBERON

Potei allor vedere – e tu non lo potesti – volar

Cupìdo in arme fra la luna gelida e la terra.

Egli dritto mirò a una bella vestale,

assisa in trono in occidente, e con tal veemenza

scoccò dall’arco il suo dardo d’amore

che parea dovesse centomila cuori trapassare.

Ma vidi invece l’ardente strale del dio fanciullo

spegnersi nei casti raggi della luna, signora dei flutti.

E l’imperiale sacerdotessa passò via indisturbata

in verginali meditazioni, intatta da fantasie d’amore.

Però osservai dove il dardo di Cupìdo finì;

cadde su un picciol fiore d’occidente, allora

candido come il latte ed ora rosso d’amorosa piaga.

Viola del Pensiero lo chiaman le fanciulle.

Trovami quel fiore. Un dì te ne mostrai la pianta.

Il succo suo, stillato su ciglia dormenti,

farà uomo o donna delirar d’amore

per qualsiasi creatura il loro occhio contempli.

Trovami quella pianta, e torna subito qui

prima che il leviatano nuoti una lega.

 

DEMONE

Avvolgerò un nastro attorno al mondo

in quaranta minuti. (Esce.)

 

OBERON

Quando avrò questo succo,

sorprenderò Titania mentre dorme,

e sulle ciglia sue stillerò l’umore.

Ciò ch’ella vedrà al suo risveglio

(leone, orso, o lupo o toro,

impacciosa bertuccia, o inquieto babbuino)

dovrà corrergli appresso per impulso d’amore.

E prima ch’io disincanti l’occhio suo

(e con erba diversa mi sarà agevole farlo)

ella sarà costretta a cedermi il suo paggio.

Ma chi viene? Io sono invisibile;

origlierò da qui ciò che essi dicono.

 

Entra Demetrio inseguito da Elena.

 

DEMETRIO

Io non t’amo; e perciò non inseguirmi.

Dov’è Lisandro? Dov’è la bella Ermia?

Io ucciderò lui, ma lei sta uccidendo me.

Dicesti che son fuggiti in questa selva selvaggia,

ed io son preda d’un selvaggio furore

perché non trovo la mia Ermia.

Dunque, vattene via di qui, e smetti d’inseguirmi!

 

ELENA

Tu m’attrai, duro cuor di calamita.

Ma ciò che attiri non è ferro volgare ché questo cuore

è puro come acciaio. Sospendi la tua forza d’attrazione

ed io non avrò più la forza di seguirti.

 

DEMETRIO

Ti lusingo, io, forse? Ti dico dolci parole?

O non ti dico piuttosto, con tutta franchezza,

che non t’amo, né potrò amarti mai?

 

ELENA

Ed è appunto per questo ch’io t’amo di più.

Son come il tuo cagnolino. O mio Demetrio,

più mi bastoni e più ti faccio le feste.

Oh, trattami come fossi il tuo spagnolino. Respingimi, battimi,

trascurami, scacciami! Ma concedimi –

anche se degna non sono – di venire con te.

Qual posto peggiore potrei chiederti nel cuore

(eppur per me di massimo rispetto)

che d’esser trattata come un cane?

 

DEMETRIO

Non suscitare troppo disgusto nel mio petto,

ché io mi sento male se ti vedo.

 

ELENA

Ed io mi sento male se non posso vederti.

 

DEMETRIO

Tu comprometti troppo il tuo pudore,

avendo così lasciato la città

per metterti in balìa di chi non t’ama,

affidando alle insidie della notte,

e al mal consiglio di un luogo solitario,

il tesoro prezioso della tua purezza.

 

ELENA

La tua virtù è la mia sicurezza. E allora

non è notte se ti guardo in volto,

e perciò non mi par d’andar nel buio,

e nel bosco non manca compagnia

perché per me tu sei l’intero mondo.

E come posso dire d’esser sola

se tutto il mondo è qui che mi contempla?

 

DEMETRIO

Correrò a nascondermi nel folto della macchia,

e ti lascerò in balìa delle fiere.

 

ELENA

Non v’è fiera più fiera del tuo cuore.

Fuggi pur quando vuoi. L’antica favola è riversa;

fugge Apollo, e Dafne lo persegue;

la colombella dà la caccia al grifone, la mite cerbiatta

corre ad afferrar la tigre – inutile la corsa

quando è viltà che insegue ed è il valor che fugge!

 

DEMETRIO

Ti dico di lasciarmi andare. Non voglio più ascoltare.

E se m’inseguirai, non isperare

ch’io non ti rechi oltraggio dentro al bosco.

 

ELENA

Sì, nel tempio, in città, nei campi – e come! –

tu oltraggio mi rechi. Vergogna, vergogna, Demetrio!

I tuoi torti offendono l’intero mondo delle donne.

A noi non è dato combatter per amore, come gli uomini fanno.

Siamo state create per esser corteggiate, e non per corteggiare. (Esce Demetrio.)

T’inseguirò, e l’inferno diverrà il paradiso

se morrò per la mano di chi adoro. Esce.

 

OBERON

Addio, ninfa leggiadra. Prima che egli lasci questo bosco,

sarai tu a fuggirlo, e sarà lui a cercare l’amor tuo.

 

Entra il Demone.

 

Ce l’hai il fiore? Bentornato, girellone!

 

DEMONE

Ce l’ho qui.

 

OBERON

Dammelo, ti prego.

Conosco un ciglio dove il timo selvatico fiorisce,

crescon le margherite e reclinano il capo le viole,

coperto da un padiglione di fin troppo rigoglioso caprifoglio,

con dolci rose muschiate e roselline di macchia.

Colà, fra i fiori, Titania dorme talvolta di notte,

cullata da musiche e danze.

E là si spoglia il serpente della sua pelle variegata,

manto bastante a coprire una Fata.

I suoi occhi bagnerò con questo succo,

e la colmerò di turpi fantasie.

Prendine un po’ anche tu, e cerca dentro al bosco.

Una dolce fanciulla ateniese s’è invaghita

d’un giovane sdegnoso. Bagnagli le palpebre con questo;

ma fai in modo ch’egli al suo risveglio

volga i suoi occhi proprio a quella dama.

Il giovane conoscerai dagli abiti ateniesi.

E fa’ le cose con cura, sì ch’egli poi dimostri

d’essere vago di lei più di quanto, di lui, ella già fosse.

E bada bene, voglio qui riaverti al primo canto del gallo.

 

DEMONE

Sire, non temete. Farò quel che volete. Escono.


ATTO SECONDO – SCENA SECONDA

Entra Titania, Regina delle Fate, col suo Seguito.

 

TITANIA

Suvvia, danziamo in cerchio, e cantiamo una nostra canzone.

Poi, per la terza parte d’un minuto, via di qua –

alcune a uccidere i bruchi nei boccioli

della rosa muschiata; altre

a far guerra ai pipistrelli

per far con la pelle sottile delle ali

corsetti ai miei piccoli elfi; ed altre ancora

a tener lontano il gufo strepitoso

che ulula ogni notte e guarda sbalordito

i miei elfi leggiadri. Ora cantatemi la nanna,

poi alle vostre faccende, e lasciatemi dormire.

 

Le Fate cantano.

 

PRIMA FATA

Voi, serpi pezzate dalla lingua forcuta,

                voi ricci spinosi, nascosti restate.

                Tritoni e luscegnole del male non fate,

                non v’accostate alla Regina delle Fate.

 

CORO

Filomela dai soavi accenti

                deh canta per noi la ninnananna.

                Ninna nanna, ninnananna.

                Ninna nanna, ninnananna.

                Né iattura né malanno

                giammai tocchin la Regina.

                Buona notte. Ninna nanna.

 

PRIMA FATA

Ragni tessitori non vi avvicinate,

                neri scarabei non v’appressate,

                vermi e lumache del male non fate.

 

CORO

Filomela dai soavi accenti, ecc. Titania dorme.

 

SECONDA FATA

Tutto è tranquillo. Andiamocene via.

Ma lassù una di voi monti la guardia. (Escono le Fate.)

 

Entra Oberon (e spreme il succo del fiore sulle ciglia di Titania).

 

OBERON

Chi vedrai nel ridestarti

prenderai per vero amore.

L’amerai, languirai.

Che sia lince o gatto od orso,

apro irsuto oppur leopardo,

ai tuoi occhi, nel destarti,

grande amore ti parrà.

Apri gli occhi non appena

vil creatura s’avvicina! (Esce.)

 

Entrano Lisandro ed Ermia.

 

LISANDRO

Amor mio, sei stremata per tanto errar nel bosco.

E a dirti il vero, ho smarrito la strada.

Riposiamoci, Ermia, se acconsenti.

Aspettiamo il conforto dell’alba.

 

ERMIA

E sia, Lisandro. Cercati un giaciglio,

ed io su questa proda poserò la testa.

 

LISANDRO

All’uno e all’altra, faccia la stessa zolla da guanciale.

Un unico cuore, un letto, due petti, e un giuramento.

 

ERMIA

No, mio buon Lisandro. Fallo per me, ti prego,

distenditi più in là. Non così accosto.

 

LISANDRO

O mia diletta, intendi a dovere le mie parole innocenti.

È nel colloquio d’amore che amore il vero senso afferra.

Volevo dir soltanto che il mio cuore tanto è legato al tuo

da formare con quello un solo cuore.

Due petti da un’unica fede incatenati.

E dunque, non negarmi un posticino al fianco tuo;

ché giacendomi teco con te non mi giaccio.

 

ERMIA

Il mio Lisandro a giocar di parole è molto bravo!

E sia maledetta la mia scortesia, ed il mio orgoglio,

se ho mai inteso dire che Lisandro mentiva!

Ma dolce amico mio, per l’affetto che mi porti e per l’onore,

distenditi più in là, come si conviene alla vera modestia.

Simile distanza, si potrà ben dire,

s’addice ad un giovine dabbene

e ad una fanciulla virtuosa. E buona notte, amico mio.

E che il tuo amore sia a me fedele per tutta la tua dolce vita!

 

LISANDRO

Amen, amen, per una così amabile orazione.

E finisca pure la mia vita prima che venga meno la mia fedeltà!

Ecco dunque il mio letto. Il sonno ti conceda tutto il suo riposo!

 

ERMIA

Che metà di tanto augurio

discenda sulle ciglia di chi l’ha pronunciato! Dormono.

Entra il Demone.

 

DEMONE

Per il bosco ho scorrazzato

e nessun ateniese vi ho trovato

sui cui occhi provare se il fiore

è poi vero che suscita amore.

Notte e pace… ma chi è là?

Son d’Atene i vestimenti!

È ben lui colui che sdegna –

dice il Re – la sua fanciulla.

Ecco là la dama dorme,

sulla terra sporca e mezza.

Poverina non s’azzarda

a giacersi accanto a lui,

lui che tanto ne disprezza

ed affetto e cortesia.

Sui tuoi occhi, a te, villano,

ecco verso il succo arcano.

Quando gli occhi riaprirai

da essi Amor bandisca il sonno.

Ma allor sarò lontano,

ché a Oberòn faccio ritorno. Esce.

 

Entrano, correndo, Demetrio ed Elena.

 

ELENA

Fermati qui, sia pure per trucidarmi, dolce Demetrio!

 

DEMETRIO

Va’ via! È un ordine, va’ via! Smetti di venirmi appresso!

 

ELENA

Vuoi tu lasciarmi qui nel buio tetro? O no, Demetrio!

 

DEMETRIO

Rimani a tuo rischio. Io me ne andrò da solo. Esce.

 

ELENA

Ho perso il fiato in questo folle inseguimento!

Più grande è la preghiera, più piccola è la grazia che ottengo.

Buon per te, Ermia mia, dovunque tu sia,

benedetta per i tuoi occhi maliosi.

E come le divennero tanto luminosi?

Non certo per il sale del suo pianto.

Più spesso i miei ne vengono lavati.

No, no – lo so – son brutta come un orso.

Le bestie fo scappare spaventate.

E dunque non è strano che Demetrio

fugga da me come si fugge un mostro.

Quale specchio crudele e mentitore m’indusse a comparare

gli occhi stellari d’Ermia con i miei?

Ma chi è là? Lisandro steso a terra?

Morto o dormiente? Non scorgo né sangue né ferita.

Lisandro, se vivete, mio buon signore, svegliatevi!

 

LISANDRO (si sveglia)

Attraverso il fuoco passerò per il tuo dolce amore,

Elena eterea! Con tal arte ti fece la Natura

ch’io ti posso mirare il cuor nel petto.

Dov’è Demetrio? Oh il vile nome

che dovrebbe perir sulla mia spada!

 

ELENA

Non dite così, non dite così, Lisandro!

Che v’importa, signor mio, se della vostra Ermia è innamorato?

Ermia pur v’ama ancora. E dunque siatene contento.

 

LISANDRO

Contento d’Ermia? Oh no, in verità mi pento

d’aver trascorso con lei tediosi istanti.

Non è Ermia, ma Elena, ch’io amo!

E chi non cambierebbe una cornacchia con una colombella?

La volontà dell’uomo è governata dalla sua ragione,

e la ragione dice che tu sei la più degna.

Ciò che in natura cresce, matura al tempo suo,

e finora ero troppo giovane, e ancora acerbo.

Ma poiché adesso ho raggiunto dell’uomo la saggezza,

la ragione governa il mio volere,

e ai tuoi occhi mi porta, ove contemplo amorose storie,

scritte nel più prezioso libro dell’amore.

 

ELENA

Ah esser venuta al mondo per trovarmi a beffe sì crudeli!

Ditemi, quando ho meritato d’esser derisa da voi?

Non era sufficiente che mai potessi avere, mai sperare,

da Demetrio uno sguardo di dolcezza?

Ora vi prendete gioco della mia scarsa bellezza?

Mi fate torto, in verità, torto davvero,

a corteggiarmi con tanto dileggio.

Addio! Devo proprio confessare, signor mio,

d’avervi immaginato persona più cortese.

È triste che una donna, respinta da un uomo,

venga poi, per questo, umiliata da un altro! Esce.

 

LISANDRO

Ella non vede Ermia. E tu, Ermia, continua a dormire!

E mai più possa apparire agli occhi di Lisandro!

Ché, come l’eccessiva sazietà di dolci

porta lo stomaco alla nausea più profonda,

o, come le eresie, una volta abiurate,

vengon tanto più odiate da coloro che illusero,

così tu, mia indigestione, mia eresia,

da me più che da ogni altro sii odiata!

E voi, mie facoltà, e voi, miei poteri, rivolgetevi tutti

ad adorare Elena bella, e a farmi suo cavaliere! Esce.

 

ERMIA (destandosi)

Aiuto! mio Lisandro, aiuto! Strappa, con tutta la tua forza,

questo serpe strisciante dal mio petto!

Ahimè, sognar così, che cosa orrenda!

Lisandro, guarda come tremo di spavento.

Sognavo che un serpente mi rodeva il cuore,

e che tu sorridevi a quello scempio.

Lisandro! Come… se n’è andato? Lisandro, signor mio!

E come? non mi sente? Andato via! Non sento nulla, non una parola!

Ohimè, dove sei andato? Parla, se mi senti!

Parla, te ne prego, in nome di tutti gli amori! Io vengo meno dallo spavento!

Non rispondi? Allora non ci sei più.

Ah devo immediatamente ritrovarti. O te o la morte!

Esce.

(Titania rimane distesa, addormentata.)


Sogno di una notte di mezza estate

Introduzione - Riassunto

Atto I       Atto II       Atto III       Atto IV       Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali