Timone d’Atene – Atto II

Timone d’Atene- Atto II

(“Timon of Athens” – 1605 – 1608)

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Timone d'Atene - Atto II


ATTO SECONDO – SCENA PRIMA

Entra un Senatore.

 

SENATORE

E ultimamente, cinquemila denari; a Varrone e Isidoro

ne deve novemila, oltre al mio prestito di prima,

il che fa venticinque. Sempre in un turbine

di furioso spreco? Non può durare,

non durerà. Se ho bisogno d’oro,

non faccio che rubare il cane a un mendicante

e darlo a Timone – ebbene, il cane

conierà oro. Se voglio

vendere il mio cavallo e comprarne altri venti

migliori di lui – lo do a Timone.

Non chiedo niente, do: e subito mi figlia

cavalli vigorosi. A casa sua

non c’è il portiere ma uno che sorride

e invita dentro ogni passante.

Non può durare.

Nessun uomo ragionevole

può ritenere il suo stato sicuro.

Ehi, Cafis! Cafis, dico!

 

Entra Cafis.

 

CAFIS

Eccomi, signore. Cosa desiderate?

 

SENATORE

Mettiti il mantello e corri immediatamente

dal nobile Timone; chiedigli il mio denaro;

non lasciarti fermare da una debole scusa,

né zittire quando dirà,

“Ossequiami il tuo padrone” e con la mano destra

giocherà col berretto, così – ma digli

che le mie necessità lo chiedono a gran voce;

che debbo provvedere col mio; le sue cambiali

sono scadute e la fiducia che ho avuto

nelle sue promesse non mantenute

ha danneggiato il mio credito. Io lo amo e lo rispetto

ma non posso rompermi la schiena

per curargli un dito. Il mio bisogno è urgente:

mi serve denaro, non un palleggio di parole.

Vai! Assumi un’aria importuna, fa’ il muso

duro: temo infatti che quando

ogni piuma sarà tornata

nella propria ala, il nobile Timone,

oggi risplendente come la Fenice,

sarà un pollo spennato. Vai.

 

CAFIS

Vado, signore.

 

SENATORE

“Vado, signore!” Portati dietro le cambiali,

e mettici le date. Su.

 

CAFIS

Lo farò, signore.

 

SENATORE

Vai. [Escono]


ATTO SECONDO – SCENA SECONDA

Entra Flavio, con molte fatture in mano.

 

FLAVIO

Non se ne cura, non smette; così ignaro

della spesa che non vuole né sapere

come sostenerla né farla finita

col suo fiume di festini. Non tiene conto

delle cose che perde, né pensa a che avverrà

continuando. Mai mente fu destinata

ad essere così folle

per essere tanto generosa. Che fare?

Non mi ascolterà, se non avrà provato.

Debbo parlargli chiaro, al ritorno dalla caccia.

Che vergogna, che vergogna!

 

Entrano Cafis e i servi di Isidoro e Varrone.

 

CAFIS

Buona sera; vieni per il denaro di Varrone?

 

SERVO DI VARRONE

Non sei anche tu qui per questo?

 

CAFIS

Sì. E tu per quello di Isidoro?

 

SERVO DI ISIDORO

Sì.

 

CAFIS

Speriamo che ci saldi tutti!

 

SERVO DI VARRONE

Ho i miei dubbi.

 

CAFIS

Ecco il nobile Timone.

 

Entra Timone col suo seguito, e Alcibiade.

 

TIMONE

Finito il pranzo, usciremo di nuovo,

mio Alcibiade! [A Cafis] Cerchi me? Che vuoi?

 

CAFIS

Mio signore, c’è una lista di somme dovute.

 

TIMONE

Dovute? Da dove vieni?

 

CAFIS

Da Atene, signore.

 

TIMONE

Rivolgiti al mio intendente.

 

CAFIS

Scusate, signore, ma è tutto il mese

che lui mi rimanda da un giorno all’altro.

Il mio padrone ha grande necessità

di riscuotere il suo e umilmente vi prega

di conformarvi alle altre vostre

nobili qualità nel dargli il dovuto.

 

TIMONE

Mio onesto amico,

Ti prego solo di venire domani.

 

CAFIS

Ma, mio caro signore…

 

TIMONE

Calmati, buon amico.

 

SERVO DI VARRONE

Sono servo di Varrone, mio buon signore.

 

SERVO DI ISIDORO

Io di Isidoro; chiede umilmente un sollecito pagamento.

 

CAFIS

Se conosceste, signore, le necessità del mio padrone…

 

SERVO DI VARRONE

È scaduto, signore, più di sei settimane fa.

 

SERVO DI ISIDORO

Il vostro intendente rinvia sempre, signore, e mi hanno ordinato di venire da Vostra Signoria.

 

TIMONE

Fatemi respirare.

Vi prego, miei buoni signori, andate avanti.

Sarò da voi tra un istante.

[Escono Alcibiade e Nobili]

[A Flavio] Vieni qui. Dimmi, di grazia,

che mai succede al mondo, se,

contro il mio onore, vengo aggredito

da accuse clamorose di debiti, di cambiali

non pagate, di somme da gran tempo dovute?

 

FLAVIO [a Cafis e agli altri servi]

Vi prego, signori,

il momento non è adatto per questi affari.

Smettete di importunare fino a dopo il pranzo

sì ch’io possa spiegare al mio signore

perché non siete stati pagati.

 

TIMONE

Fate così, amici miei.

Bada che abbiano un buon trattamento. [Esce]

 

FLAVIO

Vi prego, venite.

 

Entrano Apemanto e il Matto.

 

CAFIS

Fermi, fermi: ci sono il Matto e Apemanto. Divertiamoci un po’ con loro.

 

SERVO DI VARRONE

Che s’impicchi! Ci insulterà.

 

SERVO DI ISIDORO

Peste lo colga, cane!

 

SERVO DI VARRONE

Come stai, Matto?

 

APEMANTO

Dialoghi con la tua ombra?

 

SERVO DI VARRONE

Non parlo a te.

 

APEMANTO

No, parli a te stesso. [Al Matto] Vieni via.

 

SERVO DI ISIDORO [al Servo di Varrone]

Hai già il Matto sulla schiena.

 

APEMANTO

No, sei solo. Non sei ancora su di lui.

 

CAFIS

Dov’è il Matto ora?

 

APEMANTO

Dov’è quello che ha fatto la domanda per ultimo. Povere canaglie, servi di usurai, ruffiani tra l’oro e il bisogno!

 

SERVI

Noi che cosa siamo, Apemanto?

 

APEMANTO

Somari.

 

SERVI

Perché?

 

APEMANTO

Perché mi chiedete che cosa siete e non conoscete voi stessi. Parlagli, Matto.

 

MATTO

Come state, signori?

 

SERVI

Grazie tante, buon Matto. Come sta la tua signora?

 

MATTO

Sta mettendo su l’acqua per bollire galline come voi. Vorrei vedervi nei bordelli di Corinto!

 

APEMANTO

Bene! Bravo!

 

Entra il Paggio.

 

MATTO

Guardate! C’è il paggio del mio padrone.

 

PAGGIO [al Matto]

Ebbene, capitano, come va? Che ci fate in questa compagnia di saggi? Come stai tu, Apemanto?

 

APEMANTO

Vorrei avere una verga in bocca, per poterti rispondere con profitto.

 

PAGGIO

Ti prego, Apemanto, leggimi l’indirizzo di queste lettere: non capisco di chi si tratti.

 

APEMANTO

Non sai leggere?

 

PAGGIO

No.

 

APEMANTO

E allora il giorno che t’impiccheranno la cultura non morirà. Questa è per il nobile Timone – questa per Alcibiade. Va’, sei nato bastardo e morirai ruffiano.

 

PAGGIO

Tu sei nato cane e come un cane morirai di fame. Non rispondere: me ne vado. [Esce]

 

APEMANTO

Correrai sempre più forte della grazia di Dio. Matto, vengo con te dal nobile Timone.

 

MATTO

Mi lascerai lì?

 

APEMANTO

Se Timone è in casa, forse basta lui. Voi tre servite tre usurai?

 

SERVI

Sì. Magari fossero loro a servire noi.

 

APEMANTO

Anch’io vi servirei – come il boia il delinquente.

 

MATTO

Siete tre servi di usurai?

 

SERVI

Sì, Matto.

 

MATTO

Non c’è usuraio che non abbia un matto come servo; la mia signora è usuraia e io sono il suo matto. Quando gli uomini vengono a chiedere soldi in prestito ai vostri padroni, arrivano tristi e se ne vanno allegri; ma a casa nostra entrano allegri e se ne vanno tristi. Sapete il perché?

 

SERVO DI VARRONE

Io lo saprei.

 

APEMANTO

Dillo, allora, così potremo dire che sei un puttaniere e un mascalzone; e ciononostante non sarai stimato di meno.

 

SERVO DI VARRONE

Che cos’è un puttaniere, Matto?

 

MATTO

Un matto col vestito buono, un po’ come te. È un fantasma. Certe volte compare in forma di gran signore; altre volte di avvocato; altre di filosofo, con due pietre oltre quella filosofale. Molto spesso è in forma di cavaliere: e generalmente questo fantasma se ne va in giro in tutte le forme con cui l’uomo va su e giù per la vita, dagli ottant’anni ai tredici.

 

SERVO DI VARRONE

Tu non sei completamente matto.

 

MATTO

Né tu completamente savio. Tanta matteria ho io, e tanta intelligenza manca a te.

 

APEMANTO

Questa risposta sarebbe degna di Apemanto.

 

SERVI

Largo, largo, c’è il nobile Timone.

 

Rientrano Timone e Flavio.

 

APEMANTO

Vieni con me, Matto, vieni.

 

MATTO

Io non seguo sempre l’innamorato, il fratello maggiore e la donna; a volte seguo il filosofo.

 

FLAVIO

Vi prego, state nei pressi. Vi debbo parlare.

[Escono Apemanto, Matto e Servi]

 

TIMONE

Mi meraviglio che tu prima di oggi

non mi abbia esposto chiaramente

la mia situazione, sì che potessi

regolare le mie spese sui miei mezzi.

 

FLAVIO

Non mi davate ascolto. In molte occasioni

ho cercato…

 

TIMONE

Smettila.

Forse sceglievi proprio le occasioni

in cui, essendo di malumore, ti respingevo,

e quella mia inclinazione ti dava il destro

di scusare te stesso.

 

FLAVIO

Oh, mio buon signore,

quante volte ho portato i miei conti,

ve li ho messi davanti – voi li gettavate,

dicendo di trovarli nella mia onestà.

Quando per qualche dono da niente

mi ordinavate di ricambiare in eccesso,

ho scosso il capo e ho pianto: sì,

contro l’autorità delle buone maniere

vi ho pregato di tenere la mano più stretta.

Ho sopportato, non di rado, rimproveri

non lievi, quando vi suggerivo

che nuotavate nel riflusso della vostra ricchezza

e in un oceano di debiti. Amato signore,

anche se è troppo tardi ascoltatemi

almeno ora: ciò che possedete,

fosse pure valutato al massimo,

non basta a pagare nemmeno la metà

dei vostri debiti.

 

TIMONE

Si venda tutta la mia terra.

 

FLAVIO

È ipotecata, o confiscata, o perduta

e ciò che rimane basta a stento

a tappare la bocca ai debiti più urgenti.

Il futuro avanza di corsa. E l’intervallo

come lo difenderemo, e quale, alla fine,

sarà il bilancio?

 

TIMONE

La mia terra si estendeva fino a Sparta.

 

FLAVIO

Oh, mio buon signore, il mondo

non è che una parola: fosse tutto vostro

da regalare in un fiato, con che rapidità

scomparirebbe!

 

TIMONE

Dici la verità.

 

FLAVIO

Se sospettate che abbia amministrato male

o in modo disonesto, citatemi davanti

ai revisori più rigorosi, mettetemi alla prova.

Quando tutte le nostre cucine erano zeppe

di parassiti che facevano bisboccia, e le volte

delle nostre cantine piangevano vino

spillato da ubriaconi, e ogni stanza ardeva

di luci e rimbombava di suoni e canti,

gli dei lo sanno che io mi ritiravo

dietro una botte senza tappo e univo le mie lacrime

al suo fiume.

 

TIMONE

Basta, ti prego.

 

FLAVIO

Cielo, dicevo, com’è generoso

questo signore! Quanti prodighi bocconi

hanno trangugiato, anche stasera,

zoticoni e servi! Chi non è tutto di Timone?

Quale cuore, testa, spada, forza,

patrimonio, che non sia del nobile Timone,

del grande, degno, regale, magnifico Timone?

Ah, ma quando se ne sono andati

i mezzi con cui comprare questi elogi,

se n’è andato anche il fiato per farli.

Col festino si ottiene il digiuno.

Basta l’acquazzone di una nuvola d’inverno

per fare rintanare queste mosche.

 

TIMONE

Su, smettila di predicarmi il sermone.

Nessuna generosità disonesta ha ancora

attraversato il mio cuore; incautamente,

non ignobilmente, ho donato.

Perché piangi? È possibile che tu abbia

tanto poco cervello da pensare

che mi manchino gli amici? Rassicura il tuo cuore.

Se aprissi i forzieri del loro affetto

e mettessi alla prova le espressioni dei loro cuori

chiedendo prestiti, potrei liberamente

disporre delle fortune di uomini e uomini

come posso ordinare a te di parlare.

 

FLAVIO

L’esito benedica i vostri pensieri.

 

TIMONE

E in qualche modo queste mie ristrettezze

hanno un loro valore, e tanto che le considero

una benedizione: con esse infatti

posso mettere alla prova gli amici. Ti accorgerai

quanto male hai valutato le mie fortune:

io sono ricco nei miei amici.

Ehi, di dentro! Flaminio! Servilio!

 

Entrano Flaminio, Servilio e un altro Servo.

 

SERVI

Signore! Signore!

 

TIMONE

Andrete separatamente; [a Servilio] tu, dal nobile Lucio; tu [a Flaminio] dal nobile Lucullo (sono andato a caccia con Suo Onore, oggi); [al terzo Servo] tu da Sempronio. Ricordatemi al loro affetto; e dite che sono orgoglioso che le circostanze mi abbiano fornito l’occasione di chieder loro del denaro. La richiesta sia di cinquanta talenti per ciascuno.

 

FLAMINIO

Agli ordini, signore. [Escono i Servi]

 

FLAVIO [a parte]

Lucio e Lucullo? Mah!

 

TIMONE [a Flavio]

E tu, amico, va’ dai senatori,

dei quali, avendo io fatto il massimo per Atene,

ho meritato l’ascolto. Chiedi al Senato

di mandarmi all’istante mille talenti.

 

FLAVIO

Ho osato, sapendo che era l’uso generale,

rivolgermi a loro usando il vostro nome

e sigillo; ma scuotono il capo ed io

torno non più ricco di prima.

 

TIMONE

È vero? Può essere?

 

FLAVIO

Rispondono con voce unanime e concorde

che c’è la crisi, mancano di fondi,

non possono fare ciò che vorrebbero,

spiacenti; voi siete un uomo d’onore

ma avrebbero preferito – non sanno che –

qualcosa è andato storto – una natura nobile

può sbandare – vorrebbero che tutto

andasse bene – che peccato – e così,

adducendo altri affari importanti, dopo

sguardi disgustati e mezze parole,

con saluti appena abbozzati e freddi

cenni del capo, mi gelano e sto zitto.

 

TIMONE

O dei, ricompensateli!

E tu, amico, sta’ allegro. In questi vecchi

l’ingratitudine è ereditaria, il loro sangue è melmoso,

è freddo, scorre a stento, e la mancanza

di calore naturale rende loro stessi innaturali.

E la natura, muovendo di nuovo verso la terra,

si acconcia per il viaggio, si fa torpida e pesante.

Va’ da Ventidio. Ti prego, non essere triste.

Tu sei sincero e onesto; e sinceramente dico

che non hai alcuna colpa. Di recente Ventidio

ha sepolto suo padre, entrando in possesso,

con la sua morte, di una grande fortuna.

Quand’era povero, incarcerato e senza amici,

io l’ho riscattato con cinque talenti.

Portagli i miei saluti, digli che ora

il suo amico è toccato da una vera necessità,

la quale invoca d’essere alleviata da lui

con quei cinque talenti. Avuti questi,

paga quello per cui c’è più urgenza.

Non dire né pensare mai

che le fortune di Timone tra i suoi amici

possano andare a picco.

 

FLAVIO

Vorrei non doverlo pensare. Quel pensiero

è nemico dell’uomo generoso: tale essendo lui,

ritiene che lo siano tutti gli altri. [Escono]


Timone d’Atene

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