Tito Andronico – Atto I

Tito Andronico – Atto I

(“Titus Andronicus” – 1589 – 1593)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Tito Andronico - Atto I


Personaggi

SATURNINO, figlio del defunto imperatore di Roma, poi imperatore
BASSIANO, fratello di Saturnino
TITO ANDRONICO, nobile romano, generale nelle guerre contro i Goti
MARCO ANDRONICO, tribuno della plebe, fratello di Tito
LUCIO: figlio di Tito Andronico
QUINTO: figlio di Tito Andronico
MARZIO: figlio di Tito Andronico
MUZIO: figlio di Tito Andronico
Il giovane LUCIO, figlio di Lucio
PUBLIO, figlio di Marco Andronico
SEMPRONIO: parente di Tito
CAIO: parente di Tito
VALENTINO: parente di Tito
EMILIO, nobile romano
ALABRO: figlio di Tamora
DEMETRIO: figlio di Tamora
CHIRONE: figlio di Tamora
AARON, un Moro, amato da Tamora
Messaggero e Clown (contadino)
Goti e Romani
TAMORA, regina dei Goti
LAVINIA, figlia di Tito Andronico
Nutrice e Bimbo Nero
Parenti di Tito, senatori, tribuni, ufficiali soldati e persone del seguito

SCENA: Roma e dintorni

La dolorosissima tragedia romana
di Tito Andronico:
come è stata rappresentata dai servitori
dei molto onorevoli Conte di Derby,
Conte di Pembroke e Conte del Sussex


ATTO PRIMO – SCENA PRIMA (unica)

[Squilli di tromba.] Entrano, in alto, i tribuni, e i senatori; e poi entrano Saturnino e i suoi seguaci da una porta, e Bassiano e i suoi seguaci dall’altrla, con tamburi e trombe.

 

SATURNINO

Nobili patrizi, patroni del mio diritto,

difendete la giustizia della mia causa con le armi;

e voi, concittadini, miei devoti seguaci,

sostenete il mio diritto di successione con le vostre spade:

io sono il primo figlio di colui che, ultimo,

portò il diadema imperiale di Roma;

quindi, lasciate vivere in me gli onori di mio padre

e non fate torto alla mia primogenitura con questo affronto.

 

BASSIANO

Romani, amici, seguaci, fautori del mio diritto,

se mai Bassiano, figlio di Cesare,

fu gradito agli occhi di Roma imperiale,

difendete la sua ascesa al Campidoglio,

e non tollerate che il disonore s’accosti

al seggio imperiale, consacrato alla virtù,

e a giustizia, moderazione e nobiltà;

ma fate splendere il merito in una limpida elezione,

e, Romani, combattete per la libertà della vostra scelta.

 

Marco Andronico con la corona.

 

MARCO

Principi, che con fazioni e con amici vi battete

ambiziosamente per il governo e per l’impero,

sappiate che il popolo di Roma, che noi

rappresentiamo, ha con voce unanime,

nell’elezione per l’impero romano,

scelto Andronico, soprannominato il Pio

per molti buoni e grandi meriti verso Roma.

Uomo più nobile, più coraggioso guerriero

non vive oggi dentro le mura della città.

Il Senato lo ha convocato in patria

dalle faticose guerre contro i barbari Goti,

che egli con i suoi figli, terrore dei nostri nemici,

ha soggiogato: un popolo forte e allevato all’uso delle armi.

Dieci anni sono passati dacché egli prese a carico

questa causa di Roma, e castigò con le armi

l’orgoglio dei nostri nemici: cinque volte è tornato

sanguinante a Roma, recando i suoi valorosi figli

in bare dal campo.

E ora, infine, carico delle spoglie dell’onore,

ritorna il buon Andronico a Roma,

il rinomato Tito, nel trionfo delle armi.

Vi preghiamo, per l’onore di quel nome,

che degnamente ora vorreste veder, trionfare,

e per i diritti del Campidoglio e del Senato,

che asserite di onorare e venerare,

fatevi indietro, rinunciate alla forza,

congedate i vostri seguaci e, come si conviene ai candidati,

sostenete i vostri diritti in pace e con umiltà.

 

SATURNINO

Come parla bene il tribuno per placare i miei pensieri!

 

BASSIANO

Marco Andronico, a tal punto confido

nella tua giustizia e integrità,

e tanto amo e onoro te e i tuoi,

il tuo nobile fratello Tito e i suoi figli,

e lei a cui i miei pensieri tutti s’umiliano,

la graziosa Lavinia, di Roma il ricco ornamento,

che io voglio qui congedare i miei devoti amici,

e al favore della mia fortuna e del popolo

rimettere la mia causa, che venga ben pesata. Escono i soldati.

 

SATURNINO

Amici, così determmati per il mio diritto,

vi ringrazio tutti e qui vi congedo tutti,

e all’amore e al favore del mio paese

rimetto me stesso, la mia persona e la mia causa.

Roma, sii giusta e benevola con me

come io sono fiducioso e gentile con te.

Aprite le porte e fatemi entrare.

 

BASSIANO

Anche me, o tribuni, umile contendente.

Salgono al Senato.

 

Entra un capitano.

 

CAPITANO

Romani, fate luogo, il buon Andronico,

patrono della virtù, di Roma il miglior campione,

vittorioso nelle battaglie che ingaggia,

con onore e con fortuna è ritornato

di là dove ha circoscritto con la spada

e messo al giogo i nemici di Roma.

 

Suonano tamburi e trombe, e poi entrano due dei figli di Tito, e poi due uomini che portano una bara coperta di nero; poi due altri figli; poi Tito Andronico; e poi Tamora, la regina dei Goti, e i suoi tre figli Alarbo, Chirone e Demetrio, con Aaron il Moro, e altri, quanti più possibile; poi è depositata la bara, e Tito parla.

 

TITO

Salve, Roma, vittoriosa nelle tue gramaglie!

Ecco, come la nave che, scaricata la sua merce,

ritorna con prezioso carico alla baia

da cui dapprima salpò le ancore,

viene Andronico, cinto di fronde d’alloro,

per risalutare il suo paese con le lacrime,

lacrime di vera gioia per il suo ritorno a Roma.

Tu, grande protettore di questo Campidoglio,

presiedi benevolo ai riti a cui ci volgiamo.

Romani, dei venticinque miei valorosi figli,

metà di quanti il re Priamo ne ebbe,

guardate i poveri resti, vivi e morti.

Questi che sopravvivono, Roma li ricompensi con l’amore;

questi, che io porto alla loro ultima dimora,

con la sepoltura insieme ai loro avi.

Questi Goti mi hanno concesso di rinfoderare la spada.

Tito, crudele, e dimentico dei tuoi,

perché sopporti che i tuoi figli, insepolti ancora,

volteggino sulla paurosa proda dello Stige?

Fate posto, che li deponga con i loro fratelli.

Aprono la tomba.

Laggiù salutatevi in silenzio, come fanno i morti,

e dormite in pace, uccisi in guerra per la patria.

O sacro ricettacolo delle mie gioie,

dolce cella di virtù e nobiltà,

quanti miei figli hai tu in tuo deposito

che non vorrai rendermi mai più!

 

LUCIO

Dacci il più fiero prigioniero dei Goti,

che possiamo tagliarlo a pezzi, e su un rogo

ad manes fratrum sacrificare la sua carne

davanti a questa terrigna prigione delle loro ossa,

così che le ombre non restino inappagate,

né siamo noi turbati da prodigi sulla terra.

 

TITO

Vi do lui, il più nobile sopravvissuto,

il primogenito di questa sciagurata regina.

 

TAMORA

Fermi, fratelli Romani! Benevolo conquistatore,

vittorioso Tito, compatisci le lacrime che verso,

lacrime di una madre in angoscia per il figlio;

e se i tuoi figli mai ti furono cari,

oh pensa che mio figlio lo è altrettanto a me.

Non basta che siamo portati a Roma

ad abbellire i tuoi trionfi,

sottomessi a te e al tuo giogo romano,

ma devono i miei figli esser trucidati nelle strade

per valorosi atti compiuti per la loro patria?

Oh se battersi per il re e il Paese

fu devozione per i tuoi, lo è anche per questi.

Andronico, non macchiare di sangue la tua tomba.

Vuoi avvicinarti alla natura degli dèi?

Avvicinati a loro mostrandoti clemente:

la dolce clemenza è la vera insegna della nobiltà.

Tre volte nobile Tito, risparmia il mio primogenito.

 

TITO

Controllatevi, signora, e perdonatemi.

Questi sono fratelli di coloro che voi Goti avete visto

vivi e morti, e per i loro fratelli uccisi

religiosamente chiedono un sacrificio:

a questo, tuo figlio è destinato, e morire egli deve,

per placare le ombre gementi del trapassati.

 

LUCIO

Portatelo via, e fate subito un fuoco,

e con le nostre spade, su una pila di legna,

macelliamogli le membra, che si consumino fino all’osso.

Escono i figli di Tito, con Alarbo.

 

TAMORA

O crudele, blasfema devozione!

 

CHIRONE

Mai fu la Scizia la metà così barbara!

 

DEMETRIO

Non paragonare la Scizia au’ambiziosa Roma.

Alarbo va al suo riposo, e noi sopravviviamo

per tremare sotto lo sguardo minaccioso di Tito.

Fatti forza, dunque, signora, ma spera anche

che gli stessi dèi, che fornirono alla regina di Troia

l’occasione di una dura vendetta

sul tiranno trace nella sua tenda,

possano aiutare Tamora, la regina dei Goti

(quando i Goti erano Goti, e Tamora era regina)

a far pagare ai suoi nemici i sanguinosi torti.

 

Entrano di nuovo i figli di Andronico.

 

LUCIO

Guarda, signore e padre, come abbiamo compiuto

i nostri riti romani: le membra di,Alarbo sono mozzate

e le sue interiora nutrono il fuoco sacrificale,

il cui fumo come incenso profuma il cielo.

Non resta altro che sotterrare i nostri fratelli

e con alti squilli di tromba accoglierli a Roma.

 

ANDRONICO

Che sia così, e che Andronico

renda quest’ultimo saluto alle loro anime.

 

Suonano le trombe e la bara è posta nella tomba.

 

In pace e onore riposate qui, miei figli;

i primi campioni di Roma, riposate qui in pace,

sicuri dai casi e dalle sventure del mondo.

Qui non si cela il tradimento, qui non si gonfia l’invidia,

qui non crescono dannate piante Velenose, qui non c’è tempesta,

né rumore, ma silenzio e sonno eterno.

In pace e onore riposate qui, miei figli.

 

Entra Lavinia.

 

LAVINIA

In pace e onore viva a lungo Tito,

il mio nobile signore e padre viva nella fama.

Ecco, su questa tomba io rendo il mio tributo

di lacrime per le esequie dei miei fratelli;

e ai tuoi piedi m’inginocchio con lacrime di gioia,

versate su questo suolo per il tuo ritorno a Roma.

Oh, benedicimi qui con la tua mano vittoriosa,

le cui fortune applaudono i migliori cittadini di Roma.

 

TITO

Genile Roma, che con tanto amore hai preservato

il conforto della mia vecchiezza per rallegrarmi il cuore!

Lavinia, vivi; sopravvivi ai giorni di tuo padre,

e all’eterna durata della fama, per merito della tua virtù.

 

MARCO

A lungo viva il signore Tito, mio amato fratello,

grazioso trionfatore agli occhi di Roma.

 

TITO

Grazie, gentile tribuno, nobile fratello Marco.

 

MARCO

E benvenuti nipoti, da guerre vittoriose,

voi che sopravvivete, e voi che dormite nella fama.

Nobili signori, le vostre fortune sono uguali in tutto,

che al servizio del vostro paese sguainaste la spada;

ma più certo trionfo è questa funebre pompa

per chi ha raggiunto la felicità di Solone

e trionfa sul caso nel letto dell’onore.

Tito Andronico, il popolo di Roma,

di cui con giustizia sei sempre stato amico,

ti manda per mano mia, suo tribuno e delegato,

questo pallio di immacolato candore

e ti presenta all’elezione per l’impero,

insieme a questi figli del nostro defunto imperatore:

Sii candidatus, dunque, e vestilo

e aiuta a dare un capo a Roma senza capo.

 

TITO

Un miglior capo si addice al suo corpo glorioso

che non questo che trema fragile e vecchio.

Dovrei indossare questa toga e crearvi affanni?

Essere scelto con proclami oggi,

domani cedere l’impero rassegnare la vita,

e dar nuovo da fare a tutti voi?

Roma, sono stato tuo soldato quarant’anni,

e ho guidato con successo le forze del paese

e seppellito ventuno figli valorosi,

fatti cavalieri sul campo, caduti da uomini con le armi,

servendo i diritti del loro nobile paese.

Datemi un bastone d’onore per la mia vecchiaia,

ma non uno scettro per governare il mondo:

dritto lo tenne, signori, chi lo tenne per ultimo.

 

MARCO

Tito, tu otterrai l’impero se lo chiederai.

 

SATURNINO

Come puoi dirlo, superbo e ambizioso tribuno?

 

TITO

Calma, principe Satumino.

 

SATURNINO

Romani, rendetemi giustizia;

patrizi, sguainate le spade e non le riponete

finché non sia Saturnino imperatore di Roma.

Andronico, vorrei vederti imbarcato per l’inferno

piuttosto che averti qui a rubarmi il cuore del popolo!

 

LUCIO

Superbo Saturnino, tu ti frapponi al bene

che il nobile Tito per te intende!

 

TITO

Sta’ tranquillo, principe: io riporterò a te

il cuore del popolo, dovessi stornarli da se stessi.

 

BASSIANO

Andronico, io non ti lusingo,

ma ti onoro, e lo farò fino alla morte:

se rafforzi la mia fazione con i tuoi amici,

te ne sarò molto grato; e, la gratitudine

è degna ricompensa per gli uomini d’animo nobile.

 

TITO

Popolo di Roma, e voi tribuni del popolo,

chiedo i vostri voti e suffragi:

volete affidarli amichevolmente ad Andronico?

 

TRIBUNI

Per compiacere il buon Andronico

e festeggiare il suo felice ritorno a Roma,

il popolo accetterà chi lui presceglie.

 

TITO

Tribuni, vi ringrazio, e questa richiesta avanzo

che eleggiate il primogenito del nostro imperatore,

Saturnino, le cui virtù, io spero,

splenderanno su Roma come i raggi di Titano sulla terra

e faranno maturare la giustizia in questa nazione.

Quindi, se volete scegliere secondo il mio consiglio,

incoronate lui e dite “A lungo viva il nostro imperatore!”.

 

MARCO

Con i voti e gli applausi, di ogni classe,

patrizi e plebei, noi creiamo

Saturnino grande imperatore di Roma,

e diciamo “A lungo: viva il nostro Imperatore Saturnino!”.

 

Fanfara prolungata mentre essi scendono dall’alto.

 

SATURNINO

Tito Andronico, per il favore che oggi,

ci hai fatto, nella nostra elezione,

io ti rendo grazie, come parte di quanto meriti,

e con i fatti compenserò la tua gentilezza.

E come prima cosa, Tito, per elevare,

il tuo nome e la tua onorevole famiglia,

Lavinia farò mia imperatrice,

regale signora di Roma, signora del mio cuore,

e nel sacro Panteon la sposerò.

Dimmi, Andronico, ti aggrada questa proposta?

 

TITO

Sì, mio degno signore, e in questa unione

mi ritengo altamente onorato da Vostra Grazia;

e qui, al cospetto di Roma, a Saturnino,

re e capo della nostra nazione,

imperatore del vasto mondo, io consacro

la mia spada, il mio carro, e i miei prigionieri,

doni ben degni dell’imperiale signore di Roma.

Accettali, dunque, come il tributo che ti devo,

questi pegni del mio onore umiliati ai tuoi piedi.

 

SATURNINO

Grazie, nobile Tito, padre della mia vita.

Quanto fiero io sia di te e dei tuoi doni

Roma ne sarà testimone, e se dimenticherò

il più piccolo di questi indescrivibili meriti,

Romani, dimenticatevi la fedeltà che mi dovete.

 

TITO

Ora, signora, siete prigioniera di un imperatore,

di uno, che per il vostro onore e grado

vi tratterà nobilmente insieme al vostro seguito.

SATURNINO

Una donna avvenente, davvero, del tipo

che sceglierei, dovessi’scegliere di nuovo.

Rasserena, bella regina, quell’aspetto annuvolato:

se i casi della guerra hanno operato questo mutamento d’umore

non sei venuta a Roma per essere schernita:

sarà principesco il tuo trattamento, in ogni cosa.

Fidati della mia parola, e lo scontento

non scoraggi tutte le tue speranze: signora, chi ti conforta

può farti più grande che regina dei Goti.

Lavinia, non sei dispiaciuta per questo?

 

LAVINIA

Non io, mio signore, poiché la vera nobiltà

dà garanzia di cortesia principesca a queste parole.

 

SATURNINO

Grazie, dolce Lavinia. Romani, andiamo.

Senza riscatto qui noi rendiamo liberi i nostri prigionieri.

Signori, proclamate il nostro rango con trombe e tamburi.

 

Fanfara.

 

BASSIANO

Mio signore, Tito, con tua licenza, questa fanciulla è mia.

 

TITO

Cosa, signore? Fai dunque sul serio, mio signore?

 

BASSIANO

Sì, nobile Tito, e sono deciso a far valere

la mia ragione e il mio diritto.

 

MARCO

Suum cuique è la nostra giustizia romana:

questo principe, con giustizia, non prende che il suo.

 

LUCIO

E quel che vuole avrà, fìnché Lucio vive.

 

TITO

Indietro, traditori! Dov’è la guardia dell’imperatore?

Tradimento, mio signore! Rapiscono Lavinia.

 

SATURNINO

Chi la rapisce?

 

BASSIANO

Chi giustamente

può strappare al mondo intero la sua promesa sposa.

 

MUZIO

Fratelli, aiutate a portarla via di qui

ed io con la mia spada difenderò questa porta.

 

TITO

Seguitemi, mio signore, la riporterò subito qui,

 

MUZIO

Mio Signore, non passi di qui.

 

TITO

Cosa, canaglia di ragazzo,

mi sbarri la strada in Roma?

 

MUZIO

Aiuto, Lucio, aiuto!

Tito lo uccide.

 

LUCIO

Sei ingiusto, mio signore, e, più che ingiusto,

hai ucciso tuo figlio in una iniqua contesa.

 

TITO

Né tu né lui siete miei figli:

i miei figli non mi avrebbero mai così disonorato.

Traditore, restituisci Lavinia all’imperatore.

 

LUCIO

Morta se vuoi, ma non perché sia sua moglie,

lei che di un altro è il legittimo promesso amore.         Esce.

 

Entrano in alto l’imperatore con Tamora e i suoi due figli e Aaron il Moro.

 

SATURNINO

No, Tito, no: l’imperatore non ha bisogno di lei;

né di lei, né di te, né di alcuno della tua schiatta.

Non mi fiderò facilmente di chi mi ha irriso una volta;

di te mai, né dei tuoi figli traditori e arroganti,

tutti uniti in questo modo per disonorarmi.

Non c’è nessun altro a Roma da farne zimbello

se non Saturnino? Molto bene, Andronico,

si accordano queste azioni con quella tua superba vanteria

che io avrei mendicato l’impero dalle tue mani.

 

TITO

Oh mostruoso! che parole di rimprovero sono queste?

 

SATURNINO

Ma va’ pure per la tua strada, da’ quella monetina

a chi ha fatto lo spaccone per lei con la spada.

Ti godrai un genero valoroso,

adatto a far chiasso con quei banditi dei tuoi figli

e ad attaccar briga nello stato di Roma.

 

TITO

Queste parole sono rasoi per il mio cuore ferito.

 

SATURNINO

E quindi, amabile Tamora, regina dei Goti,

che come la maestosa Febe fra le sue ninfe

oscuri lo splendore delle più belle dame di Roma,

se ti aggrada questa mia improvvisa scelta,

guarda, io scelgo te, Tamora, per, mia sposa,

e ti farò imperatrice di Roma.

Parla, regina dei Goti, approvi la mia scelta?

E qui lo giuro per tutti gli dèi romani,

che, poiché sono qui pronti prete e acqua santa

e le candele bruciano così chiare

e ogni cosa è pronta per l’imeneo,

non risaluterò le strade di Roma

né salirò al mio palazzo se da questo luogo

non conduco via con me, impalmata, la mia sposa.

 

TAMORA

E qui, al cospetto del cielo, io giuro a Roma,

se Saturnino innalza la regina dei Goti,

essa sarà l’ancella dei suoi desideri,

amorosa nutrice, madre della sua giovinezza.

 

SATURNINO

Sali al Panteon, bella regina. Signori, accompagnate

il vostro nobile imperatore, e la sua amabile sposa,

mandata dal cielo per il Principe Saturnino,

la cui saggezza ha sconfitto la sua cattiva sorte.

Lì saranno compiuti i nostri, riti nuziali.

Escono tutti, tranne Tito.

 

TITO

Io non vengo chiamato ad accompagnare questa sposa.

Tito, quando mai ti è successo di restare solo,

disonorato così, e accusato d’ingiustizie?

 

Entrano Marco e i figli di Tito.

 

MARZIO

Oh Tito, guarda, oh guarda che cosa hai fatto;

in una ingiusta lite hai ucciso un figlio virtuoso.

 

TITO

No, stupido tribuno, no, non un figlio mio;

né siete miei tu, o questi, alleati nell’azione

che ha disonorato tutta la nostra famiglia:

indegno fratello, e indegni figli!

 

LUCIO

Ma diamogli sepoltura, come si conviene;

diamo sepoltura a Muzio con i nostri fratelli.

 

TITO

Via, traditori! Non riposerà in questa tomba:

questo sepolcro ha retto cinquecento anni,

e io l’ho sontuosamente restaurato:

qui non altri che soldati e servitori di Roma

riposano nella fama; nessuno bassamente ucciso in risse.

Seppellitelo dove potete; qui non viene.

 

MARCO

Mio signore, questo è empio in te.

Le imprese di mio nipote Muzio parlano per lui;

deve essere sepolto con i suoi fratelli.

 

MARZIO

E lo sarà, o noi lo seguiremo.

 

TITO

“E lo sarà”! Chì è la canaglia che ha detto queste parole?

 

MARZIO

Uno che ne risponderebbe dovunque, tranne qui.

 

TITO

Cosa? vorreste seppellirlo a mio dispetto?

 

MARCO

No, nobile Tito, solo supplicarti

di perdonare Muzio e seppellirlo

 

TITO

Marco, anche tu hai dato un colpo al mio cimiero

e con questi ragazzi hai ferito il mio onore:

vi reputo miei nemici tutti quanti;

non irritatemi più, dunque ma andate.

 

QUINTO

È fuori di sé, ritiriamoci.

 

MARZIO

Non io, finché non saranno sepolte le ossa di Muzio.

Il fratello e i figli si inginocchiano.

 

MARCO

Fratello, è in questo nome che la natura chiede…

 

MARZIO

Padre, è in questo nome che la natura parla…

 

TITO

Tu non parlare più, se gli altri vogliono riuscirci.

 

MARCO

Illustre Tito, più che metà dell’anima mia…

 

LUCIO

Padre caro, anima e sostanza di noi tutti…

 

MARCO

Concedi a tuo fratello Marco di sotterrare

il suo nobile nipote qui nel nido della virtù,

lui che è morto con onore per la causa di Lavinia.

Tu sei un Romano; non essere barbaro:

i Greci, fatto consiglio, seppellirono Aiace

che si era ucciso, e il saggio figlio di Laerte

ne perorò benignamente i funerali.

Non sbarrare, dunque, al giovane Muzio,

che era la tua gioia, l’ingresso qui dentro.

 

TITO

Alzati, Marco, alzati:

questo è il giorno più triste che io mai abbia veduto:

essere disonorato dai miei figli a Roma!

Bene, seppellitelo, e seppellite me subito dopo.

Lo mettono nella tomba.

 

LUCIO

Riposino qui le tue ossa, dolce, Muzio, con i tuoi amici,

finché non adorneremo la tua tomba di trofei.

Tutti si inginocchiano e dicono:

 

TUTTI

Nessuno sparga lacrime per il giovane Muzio:

vive nella fama chi è morto per la causa della virtù.

Escono tutti tranne Marco e Tito.

 

MARCO

Mio signore – per uscire da questa tristezza desolata –

com’è successo che la scaltra regina dei Goti

si trovi tutta un tratto così innalzata in Roma?

 

TITO

Non lo so, Marco, ma so che è così:

se con qualche trama o no, solo il cielo può dirlo.

Non è, dunque, obbligata all’uomo

che l’ha portata a tale felice svolta?

Certo, e nobilmente lo ripagherà.

 

Entrano l’Imperatore, Tamora e i suoi due figli con il Moro, da una porta. Entrano dall’altra porta Bassiano e Lavinia, con altri.

 

SATURNINO

Così, Bassiano, t’è riuscito il colpo.

Che Iddio ti dia gioia con la tua bella sposa.

 

BASSIANO

E a te con la tua, mio signore. Non dico di più,

né ti auguro di meno. E così mi congedo.

 

SATURNINO

Traditore, se Roma ha legge e noi potere,

tu e la tua fazione vi pentirete di questo rapimento.

 

BASSIANO

Rapimento lo chiami, mio signore, prendere il mio,

il mio sincero promesso amore e, ora, mia moglie?

Ma che decidano tutto le leggi di Roma:

intanto, possiedo ciò che è mio.

 

SATURNINO

Bene, signore, tu tagli corto con noi,

ma se vivremo, saremo altrettanto taglienti con te.

 

BASSIANO

Mio signore, di ciò che ho fatto dovrò rispondere

il meglio che posso, e lo farò a costo della vita.

Solo questo vorrei che Vostra Grazia sapesse:

nel nome della lealtà che io devo a Roma,

questo nobile gentiluomo, Tito, qui presente,

è stato offeso nella reputazione e nell’onore,

lui che, per liberare Lavinia, ha ucciso

di sua mano il suo più giovane figlio,

per fedeltà a te, e perché mosso a gran collera

nell’esser contrastato in ciò che generosamente aveva dato.

Accogilo dunque nel tuo favore, Saturnino:

in tutti i suoi atti egli si è dimostrato

un padre ed un amico per te e per Roma.

 

TITO

Principe Bassiano, smettila di difendere i miei atti;

sei tu, e quelli, che mi avete disonorato.

Roma e il giusto cielo siano i miei giudici,

su come ho amato e onorato Saturnino.

 

TAMORA

Mio degno signore, se mai Tamora

fu gradita ai tuoi occhi principeschi,

lasciami parlare imparzialmente per tutti;

e su mia supplica, o amato, perdona quanto è accaduto.

 

SATURNINO

Cosa, signora? venir pubblicamente disonorato

e vilmente rinfoderar la spada senza vendetta?

 

TAMORA

Non questo, mio signore: non vogliano gli dèi di Roma

che io sia l’autrice del tuo disonore!

Ma, sul mio onore, oso sostenere

l’innocenza piena del buon Tito,

il cui furore, non dissimulato, rivela le sue pene.

Su mia supplica, quindi, guarda a lui benignamente.

Non perdere un così nobile amico per un vano sospetto

e non affliggere con aspri sguardi il suo cuore gentile.

[A parte] Mio signore, fatti guidare da me, datti per vinto;

dissimula tutte le tue pene e scontentezze:

sei stato piantato solo da poco nel tuo trono;

e dunque, perché il popolo, e i patrizi,

riconsiderando il tutto, non prendano la parte di Tito

e ti soppiantino per ingratitudine,

che Roma reputa essere grave peccato,

cedi alle preghiere, e lascia fare a me:

troverò il giorno per massacrarli tutti

e sradicare la loro fazione e la loro famiglia,

il padre crudele e i suoi figli traditori,

che ho supplicato per la vita del mio caro figlio;

e gli farò conoscere cosa voglia dire far inginocchiare

una regina nella strada e farle chiedere grazia invano. –

Vieni, vieni, dolce imperatore; vieni, Andronico;

fa’ alzare questo buon vecchio e rianimane il cuore

che muore nella tempesta del tuo irato cipiglio.

 

SATURNINO

Alzati, Tito, alzati: la mia imperatrice ha vinto.

 

TITO

Ringrazio la vostra maestà, e lei, mio signore.

Queste parole, questi sguardi mi infondono nuova vita.

 

TAMORA

Tito, io sono incorporata in Roma,

una romana adottata ora felicemente,

e devo consigliare l’imperatore per il suo bene.

Oggi tutti i litigi si estinguono, Andronico;

e sia mio onore l’averti riconciliato

con i tuoi amici, mio buon signore.

Per te, principe Bassiano, ho dato

la mia parola e la mia promessa all’imperatore

che sarai più mite e trattabile.

E voi non temete, signori, né tu, Lavinia:

su mio consiglio, tutti umiliati in ginocchio,

chiederete perdono a Sua Maestà.

 

FIGLI

Lo facciamo, e giuriamo al cielo, e a Vostra Altezza

che ciò che facemmo fu fatto con moderazione,

mirando solo all’onore di nostra sorella e al nostro.

 

MARCO

Questo, sul mio onore, io qui lo confermo.

 

SATURNINO

Via, basta con le parole; non infastiditeci più.

 

TAMORA

No, no mio dolce imperatore, dobbiamo essere tutti amici:

il tribuno e i suoi nipoti s’inginicchiano per la grazia;

non voglio essere contraddetta: mio amato, voltati.

 

SATURNINO

Marco per riguardo a te, e a tuo fratello qui,

e dietro le preghiere della mia amabile Tamora,

rimetto a questi giovani le loro gravi colpe:

alzatevi.

Lavinia, anche se mi hai lasciato come un bifolco,

io ho trovato un’amica e ho giurato, certo come la morte,

che non avrei lasciato scapolo il prete.

Vieni, se la corte dell’imperatore può festeggiare due spose,

tu sei mia ospite, Lavinia, insieme ai tuoi amici.

Questo giorno sarà un giorno d’amore, Tamora

 

TITO

Domani se piacerà a Vostra Maestà

cacciare con me la pantera e il cervo,

daremo bonjour a Vostra Grazia con il corno e i cani.

 

SATURNINO

Così sia, Tito e gramercy

Suono di trombe. Escono tutti tranne Aaron.


Tito Andronico

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