Tito Andronico – Atto IV

Tito Andronico – Atto IV

(“Titus Andronicus” – 1589 – 1593)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Tito Andronico - Atto IV


ATTO QUARTO – SCENA PRIMA

Entrano il figlio di Lucio e Lavinia che lo rincorre; il ragazzo le sfugge con i libri sotto il braccio. Entrano Tito e Marco.

 

RAGAZZO

Aiuto, nonno, aiuto! la zia Lavinia

m’insegue dovunque, non so perché.

Buon zio Marco, guarda come arriva di corsa.

Ah, dolce zia, non capisco cosa vuoi.

 

MARCO

Stammi vicino, Lucio; non aver paura di tua zia.

 

TITO

Ti vuol: troppo bene, ragazzo, per farti del male.

 

RAGAZZO

Sì, quando mio padre era a Roma me ne voleva.

 

MARCO

Che vuol dire mia nipote Lavinia con questi segni?

 

TITO

Non aver paura di lei, Lucio; qualcosa vuoi dire.

Guarda, Lucio, guarda come si interessa a te:

vuole che tu vada con lei in qualche posto.

Ah, ragazzo, Cornelia non mise più premura

nell’istruire i suoi figli che lei nel leggerti

dolci poesie e l’Oratore di Tullio.

 

[MARCO]

Non sai dire perché ti assilla in questo modo?

 

RAGAZZO

Non lo so, mio signore, né riesco a indovinarlo,

a meno che non l’abbia presa un attacco di follia;

perché spesso ho sentito dire al nonno

che un eccesso di pena può far impazzire;

e ho letto che Ecuba di Troia

diventò pazza di dolore; e questo mi ha fatto paura,

anche se, mio signore, io so che la mia nobile zia

mi ama quanto mi amava mia madre

e non spaventerebbe un ragazzo come me, se non per follia;

perciò ho gettato in terra i libri e sono scappato

senza ragione, forse; ma perdonami, dolce zia;

e se lo zio Marco viene con noi,

sono pronto a seguire vossignoria.

 

MARCO

Verrò, Lucio.

 

TITO

Che c’è, Lavinia? Marco, che vuol dire questo?

C’è qualche libro che vuole vedere.

Quale di questi è, ragazza? Aprili, ragazzo.

Ma tu sei più istruita e più colta;

vieni a scegliere nella mia biblioteca

e inganna così il tuo dolore, finché i cieli

non rivelino il dannato artefice di questo misfatto.

Perché alza a quel modo un braccio dopo l’altro?

 

MARCO

Credo voglia dire che ce n’erano più d’uno,

alleati nel delitto: sì, più d’uno;

oppure alza le braccia al cielo per vendetta.

 

TITO

Lucio, che libro è quello che agita così?

 

RAGAZZO

Le Metamorfosi di Ovidio, nonno;

me lo diede mia madre.

 

MARCO

Forse l’ha scelto tra tutti

per amor di lei che non è più.

 

TITO

Piano, come s’affatica a voltar le pagine!

Aiutala. Che vuol trovare? Devo leggere, Lavinia?

Questa è la tragica storia di Filomela

e parla del tradimento di Tereo e del suo stupro;

e uno stupro, temo, è stato la radice della tua sventura.

 

MARCO

Guarda, fratello, guarda come osserva le pagine.

 

TITO

Lavinia, sei stata sorpresa così, dolce ragazza,

violentata e oltraggiata come fu Filomela,

forzata nel buio bosco crudele e sconfinato?

Vedi, vedi! Sì, c’è un posto così, dove abbiamo cacciato

– oh se mai, mai vi avessimo cacciato -,

fatto come quello che il poeta descrive qui

creato dalla natura per assassinî e stupri.

 

MARCO

Oh, perché la natura costruisce covi così immondi,

se non perché gli dèi si deliziano delle tragedie?

 

TITO

Dacci qualche segno, dolce ragazza, ché qui siamo tutti amici,

su chi fu il nobile romano che ardì compiere il misfatto.

Non fu Saturnino a strisciar furtivo, come Tarquinio una [volta

quando lasciò il campo per peccare nel letto di Lucrezia?

 

MARCO

Siediti, dolce nipote; fratello, siedi accanto a me,

Apollo, Pallade, Giove, o Mercurio,

ispiratemi, ch’io possa scoprire questo tradimento!

Mio signore, guarda qui; guarda qui, Lavinia:

questo tratto di sabbia è liscio; guida questo,

se puoi, come faccio io. [Scrive il suo nome col bastone,

         guidandolo con la bocca e i piedi] Ho scritto il mio nome

senza aiutarmi affatto con le mani.

Sia maledetto il cuore di chi ci spinge a questi espedienti

Scrivi tu, buona nipote, e qui mostra infine

ciò che Dio vuole rivelato per la vendetta.

Il cielo guidi la tua penna a stampare chiaramente le tue [pene,

così che possiamo conoscere i traditori e la verità!

[Lei prende il bastone in bocca, lo guida con i moncherini e scrive]

Oh, riesci a leggere, mio signore, ciò che ha scritto?

 

[TITO]

Stuprum. Chirone. Demetrio.

 

MARCO

Come, come? I lussuriosi figli di Tamora

autori di questo atroce atto di sangue?

 

TITO

Magni Dominator poli,

         Tam lentus audis scelera? tam lentus vides?

 

MARCO

Oh, calmati nobile signore, anche se so

che c’è scritto abbastanza qui in terra

da scatenare una rivolta nei pensieri più miti

e armare all’invettiva le menti degli infanti.

Mio signore, inginocchiati con me; Lavinia, inginocchiati;

inginocchiati, dolce ragazzo, speranza dell’Ettore romano;

e giurate con me – come con l’infelice sposo

e col padre di quella casta dama disonorata

giurò Giunio Bruto per lo stupro di Lucrezia –

che con adatti accorgimenti perseguiremo

vendetta mortale contro questi Goti traditori,

e ne vedremo il sangue, o moriremo per l’onta.

 

TITO

Questo è certo, e lo sapevi;

ma se cacci questi orsetti, fa’ attenzione:

la madre si sveglierà, se appena ti fiuta;

è ancora stretta in lega col leone

e se lo culla giocando sulla schiena;

e quando lui dorme fa quel che le piace.

Sei un giovane cacciatore, Marco, lascia stare.

E ora vado a prendere una lastra di rame

e con una punta di acciaio ci scriverò queste parole,

e la conserverò. L’irosa tramontana

soffìerà via queste sabbie come foglie di Sibilla,

e che ne sarà allora della nostra lezione? Che ne dici, ragazzo?

 

RAGAZZO

Dico, mio signore, che se fossi un uomo,

la camera da letto della loro madre non sarebbe sicura

per questi vili schiavi del giogo di Roma.

 

MARCO

Bene, questo è il mio ragazzo! tante volte tuo padre

ha fatto così per la sua patria ingrata.

 

RAGAZZO

E così farò io, zio, se vivo.

 

TITO

Su, vieni con me nella mia armeria.

Ti equipaggerò io, Lucio; e inoltre il mio ragazzo

porterà da parte mia ai figli dell’imperatrice

dei regali che intendo mandare a entrambi.

Vieni, vieni; porterai il mio messaggio, vero?

 

RAGAZZO

Sì, piantandogli in petto il pugnale, nonno.

 

TITO

No, ragazzo, non così: t’insegnerò un’altra strada.

Lavinia, vieni. Marco, bada alla mia casa;

Lucio ed io andiamo a dar spettacolo a corte;

certo, signore, lo faremo; e ci staranno a sentire,

Escono.

 

MARCO

O cieli, potete udire i lamenti di un uomo buono

e non addolcirvi, o non compassionarlo?

Marco, assistilo nel suo delirio,

ha più cicatri di di dolore nel cuore

che segni di nemici sullo scudo ammaccato,

ma è così giusto che non vorrà vendicarsi.

Facciano vendetta i cieli per il vecchio Andronico!

Esce.


ATTO QUARTO – SCENA SECONDA

Entrano Aaron, Chirone e Demetrio da una porta, e dall’altra il giovane Lucio e un uomo con un fascio d’armi su cui sono scritti dei versi.

 

CHIRONE

Demetrio, ecco il figlio di Lucio:

ha qualche messaggio da darci.

 

AARON

Sì, qualche folle messaggio del suo folle nonno.

 

RAGAZZO

Miei signori, con tutta l’umiltà di cui son capace

saluto i Vostri Onori da parte di Andronico.

[A parte] E prego gli dèi romani di rovinarvi entrambi.

 

DEMETRIO

Grazie infinite, amabile Lucio; che notizie porti?

 

RAGAZZO [A parte]

Che siete, stati scoperti entrambi, ecco la notizia,

come delinquenti marchiati di stupro – Con vostra licenza,

mio nonno in piena lucidità, vi manda per mia mano

le armi più belle della sua armeria

per compiacere la vostra onorata giovinezza,

speranza di Roma; così mi ha chiesto di dirvi,

e così io faccio, e i suoi doni consegno

alle vostre signorie, perché, se ne avrete bisogno,

possiate essere ben armati ed equipaggiati,

E così vi lascio entrambi – scellerati sanguinari. Esce.

 

DEMETRIO

Che c’è qui? un rotolo; scritto tutto intorno;

vediamo:

Integer vitae, scelerisque purus,

         Non eget Mauri iaculis, nec arcu.

 

CHIRONE

Oh, sono versi di Orazio, li conosco bene:

li lessi nella grammatica molto tempo fa.

 

AARON

Sì, giusto, versi di Orazio, l’hai azzeccata.

[A parte] Ecco che vuol dire essere asini!

No, non è un bello scherzo! il vecchio ha scoperto la loro colpa

e gli manda armi avvolte di versi

che li feriscono a fondo, e loro non se ne accorgono;

ma se fosse in piedi la nostra acuta imperatrice

applaudirebbe lo stratagemma di Andronico;

ma si riposi ancora un po’, nel suo travaglio. –

E ora, giovani signori, non è stata una buona stella

a portarci a Roma, stranieri, peggio,

prigionieri, per innalzarci poi a queste altezze?

Mi ha fatto bene prendermela col tribuno, alla porta

del palazzo, a portata d’orecchio di suo fratello.

 

DEMETRIO

Ma più bene ha fatto a me vedere un così gran signore

abbassarsi a lusingarci mandando doni.

 

AARON

Non ne aveva ragione, mio signor Demetrio?

Non avete trattato sua figlia molto amichevolmente?

 

DEMETRIO

Avessimo così alle strette mille dame romane

a servire a turno la nostra lussuria!

 

CHIRONE

Desiderio pieno di carità e d’amore.

 

AARON

Non manca che vostra madre a dire amen.

 

CHIRONE

Lo direbbe per altre ventimila.

 

DEMETRIO

Su, andiamo a pregare tutti gli dèi

per la nostra amata madre nelle sue doglie.

 

AARON

Pregate i diavoli; gli dèi ci hanno abbandonato.

Suono di trombe.

 

DEMETRIO

Perché squillano così le trombe dell’imperatore?

 

CHIRONE

Forse per la gioia che l’imperatore abbia un figlio.

 

DEMETRIO

Piano, chi viene?

 

Entra una nutrice con un bimbo moro.

 

NUTRICE

Buon giorno, signori.

Oh, ditemi, avete visto Aaron il Moro?

 

AARON

Beh, più o meno moro, o affatto bianco,

ecco qui Aaron; e che si vuole ora da Aaron?

 

NUTRICE

O buon Aaron, siamo tutti perduti!

Fa’ qualcosa ora o sei finito per sempre!

 

AARON

Ma che miagolìo stai facendo!

Cos’hai in braccio che avvolgi e maneggi?

 

NUTRICE

Oh, quel che vorrei nascondere all’occhio del cielo,

vergogna dell’imperatrice e infamia della grande Roma.

Si è sgravata, signori, si è sgravata.

 

AARON

Di che peso?

 

NUTRICE

Voglio dire ha partorito.

 

AARON

Bene, Dio le dia un buon riposo. Che le ha mandato?

 

NUTRICE

Un diavolo.

 

AARON

Beh, allora lei è la genitrice del diavolo: un felice risultato.

 

NUTRICE

Un infelice, orribile, nero, e triste rampollo.

Ecco il bambino, schifoso come un rospo

in mezzo ai chiari figli del nostro paese.

L’imperatrice lo manda a te, tuo stampo, tuo sigillo,

e ti ordina di battezzarlo con la punta del pugnale.

 

AARON

Per le piaghe di dio, puttana! È il nero un colore così vile?

Dolce rosa, tu sei un bel bocciolo, davvero.

 

DEMETRIO

Canaglia, che hai fatto?

 

AARON

Quel che tu non puoi disfare.

 

 

CHIRONE

Hai disfatto nostra madre.

 

AARON

Canaglia, io mi son fatta tua madre.

 

DEMETRIO

E così, cane infernale, l’hai disfatta.

Malasorte a lei e dannata la sua schifosa scelta!

Maledetto il rampollo di un così lurido demonio!

 

CHIRONE

Non vivrà.

 

AARON

Non morrà.

 

NUTRICE

Deve, Aaron; la madre vuole così.

 

AARON

Deve, nutrice? allora nessun altro che io

giustizierà la mia carne e il mio sangue.

 

DEMETRIO

Infilzerò il ranocchio sulla punta del mio ferro:

nutrice, dallo a me; la mia spada lo spaccerà in un istante.

 

AARON

Prima, questa spada ti arerà le budella.

Fermi, delinquenti assassini! Volete uccidere vostro fratello?

Ora, per le ardenti fiaccole del cielo

che brillavano così chiare quando fu generato questo ragazzo,

muore sulla punta aguzza della mia scimitarra

chi tocca questo mio primogenito ed erede.

Io vi dico, giovincelli, che né Encelado

con tutta la minacciosa banda della stirpe di Tifone,

né il grande Alcide, né il dio della guerra

strapperanno questa preda dalle mani di suo padre.

Via, via, ragazzini rubicondi dal cuore vuoto!

Muri imbiancati! insegne da bettola mal dipintè!

Il nero carbone è meglio degli altri colori,

perché sdegna di contenere un altro colore,

e tutta l’acqua dell’oceano

non potrà mai far bianche le nere zampe del cigno,

anche se le lava di continuo nei suoi flutti.

Dite da parte mia all’imperatrice che ho l’età

per tenermi il mio, che mi scusi come può.

 

DEMETRIO

Tradirai in questo modo la tua’ nobile signora?

 

AARON

La mia signora è la mia signora; questo, me stesso,

il vigore e l’immagine della mia giovinezza;

questo lo preferisco al mondo intero;

questo, a dispetto del mondo intero, io lo salverò,

o qualcuno di voi andrà arrosto qui a Roma.

 

DEMETRIO

Per questo, nostra madre è svergognata per sempre.

 

CHIRONE

Roma la disprezzerà per questa sporca scappatella.

 

NUTRICE

L’imperatore nella sua rabbia la condannerà a morte.

 

CHIRONE

Arrossisco al pensiero di una tale ignominia.

 

AARON

Bene, è il privilegio della tua bellezza.

Puah! colorito infido, che tradisce arrossendo

i segreti moti e consigli del tuo cuore!

Ecco qui un ragazzino fatto d’altro impasto:

guardate come sorride a suo padre il nero schiavo

come per dire, “Sono tuo, vecchio mio”.

È vostro fratello, signori, percepibilmente nutrito

di quello stesso sangue che prima ha dato vita a voi;

e da quel ventre in cui voi già foste imprigionati

si è affrancato ed è venuto alla luce:

sicuro, è vostro fratello dal lato più certo,

pur se ha stampato in faccia il mio sigillo.

 

NUTRICE

Aaron, che devo dire all’imperatore?

 

DEMETRIO

Consiglia tu, Aaron, che si deve fare,

e noi sottoscriveremo il tuo consiglio:

tu salva il bambino, purché ci salviamo tutti.

 

AARON

Sediamoci, allora, e consultiamoci.

Mo figlio ed io vi terremo sottovento:

restate lì; ora parlate liberamente del vostro scampo.

 

DEMETRIO

Quante donne hanno visto questo suo figlio?

 

AARON

Bene così, valorosi signori! Quando ci alleiamo,

io sono un agnello; ma se sfidate il Moro,

il cinghiale infuriato, la leonessa di montagna,

l’oceano stesso, non si gonfiano come quando fa tempesta Aaron.

Ma, di nuovo, quante donne hanno visto il bambino?

 

NUTRICE

Cornelia la levatrice, e io stessa,

e nessun altro se non l’imperatrice che l’ha fatto.

 

AARON

L’imperatrice, la levatrice e tu stessa:

due possono tenere il segreto se manca la terza.

Va’ dall’imperatrice e dille questo che ti ho detto.

[La uccide.]

Uhiii, uhiii! così grida il maiale pronto per lo spiedo.

 

DEMETRIO

Che hai in testa, Aaron? perché l’hai fatto?

 

AARON

O Signore, signor mio, è una mossa politica.

Doveva vivere per rivelare questa nostra colpa,

la pettegola dalla lingua lunga? no, signori, no.

E ora vi sia noto il mio intero piano.

Non, lontano da qui vive Muliteo, mio conterraneo;

sua moglie ha partorito proprio ieri sera.

Suo figlio somiglia a lei, bianco come voi.

Andate a complottare con lui, date dell’oro alla madre,

e raccontate a tutti e due la situazione,

e come, in questo modo, il loro bambino avrà gran vantaggio

e sarà tenuto per erede dell’imperatore,

una volta sostituito al mio

per calmare questa tempesta che turbina a corte.

E che l’imperatore se lo coccoli come il suo.

Ascoltate, signori; come vedete, le ho dato una medicina,

e voi dovete provvedere al funerale:

i campi sono vicini, e voi siete giovani prodi.

Fatto questo, badate di non perder tempo

e mandatemi subito la levatrice.

Fatte fuori nutrice e levatrice,

che le dame ciancino a piacere.

 

CHIRONE

Aaron, vedo che non affideresti all’aria

i tuoi segreti.

 

DEMETRIO

Per come ti curi di Tamora,

lei stessa e i suoi ti sono fortemente obbligati.

Escono.

 

AARON

Ora dai Goti, veloce come vola la rondine,

a mettervi al riparo questo tesoro che ho in braccio,

e a incontrare segretamente gli amici dell’imperatrice.

Andiamo, schiavo dalle labbra grosse, ti porto via di qui; sei tu che ci metti nei pasticci;

ti nutrirò di bacche e di radici,

latte cagliato e siero, ti farò poppare dalle capre

e ti troverò riparo in una caverna, e ti alleverò

come un guerriero, per comandare un campo.

Esce.


ATTO QUARTO – SCENA TERZA

Entrano Tito, il vecchio Marco, il giovane Lucio e altri signori con degli archi, e Tito porta delle frecce con delle lettere sulle punte.

 

TITO

Vieni, Marco, vieni; da questa parte, miei congiunti.

Signorino, fammi vedere come tiri d’arco;

guarda di tenderlo tutto e farai centro.

Terras Astraea reliquit: ricordalo, Marco,

se n’è andata, è fuggita. Signori, mano agli strumenti.

Voi, cugini, andrete a sondare l’oceano

e a gettare le reti,

potrete forse pigliarla in mare,

anche se lì c’è poca giustizia come in terra.

No, Publio e Sempronio, questo tocca a voi:

dovete scavare con la zappa e con la vanga

fino a penetrare il centro riposto della terra;

poi quando arrivate al regno di Plutone,

consegnategli, vi prego, questa petizione:

ditegli che chiede giustizia e aiuto

e che viene dal vecchio Andronico,

sconvolto dal dolore nell’ingrata Roma.

Ah, Roma! Certo, certo, io ti ho resa infelice

quando ho riversato il suffragio del popolo

su colui che così mi tiranneggia.

Su, andate; e, vi prego, state attenti,

e non mancate di perquisire ogni nave da guerra:

questo malvagio imperatore può averla mandata via per mare,

la giustizia, e allora, miei congiunti, le fischieremo dietro invano.

 

MARCO

O Publio, non è evento doloroso questo,

vedere il tuo nobile zio così fuori di senno?

 

PUBLIO

Proprio perciò, miei signori, ci è d’obbligo

assisterlo assiduamente, giorno e notte,

assecondando le sue stramberie con ogni compiacenza,

finché il tempo non produca un qualche rimedio adeguato.

 

MARCO

Miei congiunti, ai suoi dolori non c’è più rimedio.

Unitevi ai Goti, e in una guerra di vendetta

castigate Roma per questa ingratitudine

e vendicatevi del traditore Saturnino.

 

TITO

Allora, Publio? allora, miei signori?

L’avete dunque trovata?

 

PUBLIO

No, mio buon signore; ma Plutone ti manda parola,

che se vuoi Vendetta dall’inferno, l’avrai.

Giustizia, invece, è così indaffarata,

pensa lui, con Giove su in cielo, o in qualche altro posto,

che ti sarà giocoforza aspettarla per un pezzo.

 

TITO

Mi fa torto a trattarmi con indugi.

Mi tufferò nel lago bruciante, sottoterra

e la tirerò per i talloni fuori dall’Acheronte.

Marco, noi siamo arbusti, non cedri, noi;

non uomini dalle grandi ossa fatti a misura dei Ciclopi;

ma metallo, Marco, acciaio, fin nella schiena,

eppure oppressi da più torti di quanti la nostra schiena possa portare.

E poiché non c’è giustizia né in terra, né all’inferno,

ci rivolgeremo al cielo e smuoveremo gli dèi

a mandar giù Giustizia a vendicare i nostri torti.

Su, all’opera. Tu sei un buon arciere, Marco.

[Distribuisce la frecce]

Ad Jovem, questa è per te; qui, Ad Apollinem;

         Ad Martem, questa è per me stesso;

qui, ragazzo, per Pallade; qui, per Mercurio;

per Saturno, Caio, non per Saturnino:

sarebbe come tirarla; controvento.

Pronto, ragazzo! Marco, scocca quando te lo dico.

Parola mia, ho scritto a buon effetto;

non c’è un dio che sia rimasto senza supplica.

 

MARCO

Congiunti, lanciate tutte le frecce nella corte;

colpiremo l’imperatore nel suo orgoglio.

 

TITO

Ora, signori, tirate. Oh, ben fatto, Lucio!

Bravo ragazzo, nel grembo della Vergine. Tira a Pallade.

 

MARCO

Mio signore, ho mirato un miglio oltre la luna;

a quest’ora la tua lettera è da Giove.

 

TITO

Ah! Ah! Publio, Publio, che cosa hai fatto?

Guarda, guarda, hai staccato un corno al Toro.

 

MARCO

Era questo il gioco, mio signore; quando Publio ha tirato,

il Toro, ferito, ha dato un tal colpo all’Ariete

che al Becco son cadute tutte e due le corna nella corte;

e chi doveva trovarle se non il servo dell’imperatrice?

Lei si è messa a ridere e ha detto al Moro che non c’era

altro da fare che darle in regalo al suo padrone.

 

TITO

Bene, sotto ora! Dia gioia Iddio a sua signoria!

 

Entra il clown con un cesto in cui ci sono due piccioni.

 

Notizie, notizie dal cielo! Marco, è arrivata la posta.

Compare, che notizie? hai delle lettere?

Avrò giustizia? che dice Giove?

 

CLOWN

Chi, il giustiziere? Dice che ha disfatto la forca, perché l’uomo non deve essere impiccato fino alla settimana prossima.

 

TITO

Ma che dice Giove, t’ho chiesto?

 

CLOWN

Ahimè, signore, io non conosco nessun Giobbe: mai fatto una bevuta con lui in tutta la mia vita.

 

TITO

Come, canaglia, tu non sei il messaggero?

 

CLOWN

Sì, dei miei piccioni, signore, di nient’altro.

 

TITO

Come, non vieni dal cielo?

 

CLOWN

Dal cielo? Ohimè, signore, non ci sono mai venuto lì! Dio mi scampi se ho il coraggio di spingerini in cielo alla mia verde età! Ecco, io sto andando coi miei piccioni ai tribunali della plebe, ad aggiustare una baruffa tra mio zio ed uno degli uomini imperiali.

 

MARCO

Allora, signore, questo è proprio, quello che serve per la tua petizione E che consegni da parte tua i piccioni all’imperatore.

 

TITO

Dimmi, sei capace di pronunciare una petizione all’imperatore con buona grazia?

 

CLOWN

No davvero, mio signore, il grazie non l’ho mai saputo dire in tutta la mia vita.

 

TITO

Vieni qui, compare; non fare altre storie

e da’ i tuoi piccioni all’imperatore.

Per causa mia riceverai giustizia dalle sue mani.

Su, su; intanto, eccoti dei soldi per il tuo incarico.

Datemi penna e inchiostro.

Compare, sei capace di consegnare con buona grazia una supplica?

 

CLOWN

Sì, signore.

 

TITO

Eccoti qui una supplica, allora. E quando sarai da lui, per prima cosa devi inginocchiarti, poi baciargli il piede, poi consegnargli i tuoi piccioni, e poi aspetta la tua ricompensa. Io starò nei pressi, amico; guarda di farlo per bene.

 

CLOWN

Ve lo garantisco, signore, lasciate fare a me.

 

TITO

Compare, hai un coltello? Su, fammelo vedere.

Ecco, Marco, avvolgilo nella petizione,

perché l’hai fatta da umile supplice.

E quando l’avrai data all’imperatore,

bussa alla mia porta e dimmi che ha detto.

 

CLOWN

Dio sia con voi, signore, lo farò.

Esce.

 

TITO

Su, Marco, andiamo. Publio, seguimi.

Escono.


ATTO QUARTO – SCENA QUARTA

Entrano l’imperatore, l’imperatrice e i suoi due figli: l’Imperatore ha in mano le frecce lanciate da Tito.

 

SATURNINO

Ebbene, signori, che torti son questi! S’è mai visto

un imperatore di Roma così vessato,

importunato, sfidato così, e, per aver esercitato

equanime giustizia, trattato con tale disprezzo?

Miei signori, voi sapete, come sanno gli dei potenti,

che, per quanto ronzino agli orecchi del popolo

questi molestatori della nostra pace, niente s’è fatto

se non secondo la legge contro i figli malvagi

del vecchio Andronico. E che c’entriamo noi

se il dolore ha a tal punto sopraffatto la sua mente?

Dobbiamo essere afflitti a questo modo dalle sue vendette,

dai suoi deliri, dalla sua follia e dalla sua amarezza?

E ora scrive al cielo per avere riparazione!

Ecco, questa è per Giove e questa è per Mercurio,

questa per Apollo, questa per il dio della guerra:

dolci messaggi da far volare per le strade di Roma!

Che è questo se non díffamazione del senato

e proclamazione in ogni luogo della nostra ingiustizia?

Bella levata di testa non è vero, miei signori?

Come dire che a Roma non esiste giustizia.

Ma se io vivo, i suoi finti attacchi di follia

non faranno da schermo a questi oltraggi,

ma lui e i suoi impareranno che la giustizia vive

nella salute di Saturnino; e, se dorme,

lui la sveglierà così che, infuriata, saprà

stroncare il più ardito cospiratore che qui viva.

 

TAMORA

Mio benevolo signore, mio amato Saturnino,

signore della mia vita, comandante dei miei pensieri,

càlmati, e sopporta le colpe del vecchio Tito,

effetti del suo dolore per i valorosi figli,

la cui perdita l’ha trafitto a fondo e gli ha sfregiato il cuore;

e conforta il suo stato disperato

invece di perseguitarlo per questi oltraggi,

lui il più misero o il più grande. [A parte] Ecco, così conviene

all’ingegnosa Tamora lusingare tutti.

Ma, Tito, io ti ho toccato nel vivo;

spillato il tuo sangue, se Aaron ora avrà senno,

tutto è salvo, l’ancora in porto.

 

Entra il Clown.

 

Che c’è, buon uomo? vuoi parlare a’noi?

 

CLOWN

Sì, per davvero, se la signoria vostra è imperiale.

 

TAMORA

Imperatrice lo sono, ma là siede l’imperatore.

 

CLOWN

È lui. Dio e Santo Stefano Vi diano la buonasera. Vi

ho portato una lettera e una coppia di piccioni qui.

Saturnino legge la lettera.

 

SATURNINO

Su, portatelo via, e impiccatelo subito.

 

CLOWN

Quanti soldi devo avere?

 

TAMORA

Via, compare, tu devi essere impiccato.

 

CLOWN

Impiccato! per la madonna, allora mi sono allevato il collo

per una bella fine.

Esce.

 

SATURNINO

Oltraggiosi e intollerabili torti!

Dovrò sopportare questa mostruosa offesa?

Conosco l’origine di questo stratagemma.

Si può sopportare tutto ciò, come se i suoi perfidi figli,

morti secondo la legge per l’assassinio di nostro fratello,

fossero stati macellati ingiustamente per mio volere?

Andate, trascinatemi, qui per i capelli quella, canaglia;

né l’età né l’onore gli saranno di privilegio.

Per questa beffa arrogante io sarò il tuo carnefice,

furbo e folle miserabile, che m’hai aiutato a farmi grande,

sperando di governare tu stesso Roma e me.

 

Entra il messaggero Emilio.

 

Che notizie hai, Emilio?

 

EMILIO

Armatevi miei signori! Mai Roma ne ebbe più bisogno.

I Goti sono scesi in campo, e con un esercito

di uomini ben risoluti, avidi di bottino,

marciano da questa parte a tutta forza, sotto la guida

di Lucio, il figlio del vecchio Andronico,

che minaccia, nel compiere la sua vendetta,

di fare non meno di quanto fece Coriolano.

 

SATURNINO

È il bellicoso Lucio il generale dei Goti?

Questa notizia mi gela, e piego la testa

come i fiori sotto la brina o l’erba battuta dalla tempesta.

Ah, ora si fanno avanti le nostre pene:

è lui che la gente comune ama tanto.

Più volte li ho sentiti dire io stesso,

quando ho girato tra loro come un privato cittadino,

che l’esilio di Lucio era stato ingiusto

e avrebbero voluto Lucio loro imperatore.

 

TAMORA

Perché dovresti aver paura? Non è forte la tua città?

 

SATURNINO

Sì, ma i cittadini stanno per Lucio

e si rivolteranno contro di me per aiutarlo.

 

TAMORA

Re, siano imperiali i tuoi pensieri, come il tuo nome!

Si offusca il sole, se i moscerini gli volano contro?

L’aquila concede agli uccellini di cantare

e non si cura di quel che vogliano dire,

sapendo che con l’ombra delle ali

può a suo piacere fermarne la melodia;

e così puoi tu con gli storditi uomini di Roma.

Conforta, dunque, il tuo spirito; e sappi, imperatore,

che io incanterò il vecchio Andronico

con parole più dolci, eppure più pericolose,

che non l’esca per il pesce o per la pecora il gambo di trifoglio,

quando il primo dall’esca vien ferito

e l’altra è fatta marcia dal delizioso pasto.

 

SATURNINO

Ma lui non’vorrà implorare il figlio in nostro favore.

 

TAMORA

Se Tamora lo implora, lui lo farà;

perché io saprò lusingare e riempire le sue vecchie orecchie

di promesse dorate, che se anche il suo cuore

fosse inespugnabile, e sorde le sue antiche orecchie,

orecchie e cuore dovranno obbedire alla mia lingua.

Va’ avanti tu a farci da ambasciatore:

di’ che l’imperatore chiede parlamento

al bellicoso Lucio, e fissa l’incontro

in casa di suo padre, il vecchio Andronico.

 

SATURNINO

Emilio, porta questo messaggio con onore,

e, se lui pretende un ostaggio per la sua sicurezza,

digli di chiedere il pegno che più gli aggrada.

EMILIO

Eseguirò il vostro ordine nel modo migliore.

Esce.

 

TAMORA

Ora io,andrò dal vecchio Andronico

e lo indurrò con tutte le mie arti

a strappare il superbo Lucio ai bellicosi Goti.

E ora, dolce imperatore, torna a essere contento

e seppellisci ogni tua paura sotto le mie trame.

 

SATURNINO

Va’ dunque immediatamente, e parlagli.

Escono.

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