Tito Andronico – Atto II

Tito Andronico – Atto III

(“Titus Andronicus” – 1589 – 1593)

Introduzione - Riassunto

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Introduzione al teatro di Shakespeare

Elenco opere teatrali

Tito Andronico - Atto II


ATTO SECONDO – SCENA PRIMA

AARON

Ora sale Tamora alla cima dell ‘Olimpo,

immune dai colpi della fortuna, e in alto siede,

sicura dallo schianto del tuono e dal lampo del fulmine,

elevata oltre la minaccia della pallida invidia.

Come quando il sole d’oro saluta il mattino

e, indorato l’oceano coi suoi raggi,

galoppa per lo zodiaco nel suo brillante carro,

e sovrasta con lo sguardo i colli più alti in vedetta;

così Tamora.

Al suo ingegno il terrestre onore si fa servo

e la virtù s’inchina e trema al suo cipiglio.

Dunque, Aaron, arma il tuo cuore e acconcia i tuoi pensieri

per montare in alto con la tua imperiale signora,

montare all’eccelsa quota di colei che a lungo in trionfo

tu hai tenuto prigioniera, avvinta in amorose catene,

e più saldamente stretta agli occhi incantatori di Aaron

di quanto Prometeo al Caucaso sia legato.

Via le vesti da schiavo e i pensieri servili!

Voglio risplendere e brillare di perle e d’oro

per servire questa appena nominata imperatrice.

Servire, ho detto? folleggiare con questa regina,

questa dea, questa Semiramide, questa ninfa,

questa sirena, che incanterà il Saturnino di Roma

e ne vedrà il naufragio, e del suo stato.

Olà, che tempesta è questa?

 

Entrano Chirone e Demetrio litigando.

 

DEMETRIO

Chirone, ai tuoi anni manca il senno, al tuo senno il filo

e le maniere, per intrometterti là dove io son favorito

e posso, per quel che ne sai, essere amato.

 

CHIRONE

Demetrio, tu fai l’arrogante in ogni cosa,

e anche in quest’affare vuoi mettermi sotto con le tue sbruffonate.

Non è la differenza di un anno o due

a far me meno gradito o te più fortunato:

sono capace e adatto quanto te

a servire e meritare le grazie della mia signora;

e questo lo proverà su di te la mia spada,

sostenendo la passione che ho per Lavinia.

 

AARON

Guardie, guardie! questi innamorati turbano la pace.

 

DEMETRIO

Cosa, ragazzo! se nostra madre, sconsideratamente,

ti ha dato uno spadino da portare al ballo,

hai perso la testa al punto da minacciare i tuoi amici?

Via, tienila incollata nel fodero la tua lama di latta

finché non saprai maneggiarla meglio.

 

CHIRONE

Intanto, mio signore, con la mia poca abilità

ti farò provare fin in fondo quanto so osare.

 

DEMETRIO

Ah, ragazzo, ti fai così audace?

Si affrontano.

 

AARON

Allora, che succede, signori?

Osate sguainare le spade così vicino al palazzo dell’imperatore

e scatenare m pubblico un simile litigio?

So bene la ragione di questo malanimo,

e non vorrei, per un milione in oro,

che fosse conosciuta da chi più ne è interessato;

né vorrebbe la vostra nobile madre, per molto di più,

essere così disonorata alla corte di Roma.

Vergogna, via le spade.

 

DEMETRIO

No, finché

non avrò inguainato la mia nel suo petto

e non gli avrò ricacciato in gola quelle parole offensive

che mi ha qui soffiato addosso per il mio disonore.

 

CHIRONE

A questo son preparato e ben deciso,

insolente vigliacco, che tuoni con la lingua

e con la tua arma non osi far nulla!

 

AARON

Basta, dico!

Per gli dèi adorati dai valorosi Goti,

questa meschina lite ci perderà tutti.

Ma, signori, non ci pensate quant’è pericoloso

intromettersi nei diritti di un principe?

Che? Lavinia è diventata così dissoluta

o Bassiano così degenerato,

che per amor suo si può dar corso a tali litigi

senza restrizione, giudizio, o vendetta?

Giovani signori, attenti, se l’imperatrice sapesse

il tema di questa discordanza, la sua musica non vi piacerebbe,

 

CHIRONE

Non me ne importa che lo sappia lei e tutto il mondo:

io amo Lavinia più di tutto il mondo:

 

DEMETRIO

Ragazzino, impara a fare scelte più modeste:

Lavinia è la speranza del tuo fratello maggiore.

 

AARON

Ma che, siete matti? O non sapete

quanto sono furiosi e intolleranti i Romani

e non sopportano rivali in amore?

Ve lo dico io, signori, con queste idee non tramate

che la vostra morte.

 

CHIRONE

Aaron, mille morti

io rischierei, per ottenere colei che amo.

 

AARON

Ottenerla! Come?

 

DEMETRIO

Perché ti pare così strano?

È una donna, quindi può esser corteggiata;

è una donna, quindi può essere conquistata;

è Lavinia, quindi deve essere amata.

Amico, scorre più acqua per il mulino

di quanta ne sa il mugnaio, ed è facile

rubare una fetta da una pagnotta già tagliata; lo sai:

anche se Bassiano è il fratello dell’imperatore,

più grandi di lui hanno portato l’insegna di Vulcano.

 

AARON

Già, anche grandi come Saturnino.

 

DEMETRIO

E allora, perché dovrebbe disperare chi sa far la corte

con parole, sguardi dolci e prodigalità?

Non t’è capitato tante volte di colpire una cerbiatta

e di portartela via sotto il naso del guardacaccia?

 

AARON

Ma allora, a quanto pare, una caccia così, alla svelta,

farebbe al caso vostro?

 

CHIRONE

Certo, se si facesse fare.

 

DEMETRIO

Aaron, hai fatto centro.

 

AARON

Magari l’aveste fatto anche voi!

Non staremmo a sbiancarci con questa cagnara.

Via, sentite, sentite, siete così scemi

da prendervi per questo? Vi offenderebbe

se ce la faceste tutt’e due?

 

CHIRONE

Me, no davvero.

 

DEMETRIO

E neanche me, basta che mi tocchi.

 

AARON

Vergogna, allora; fate pace e unitevi in ciò che vi divide.

Devono essere l’astuzia e lo stratagemma a darvi

quanto vi sta a cuore; e quindi dovete mettervi in testa

che quel che non potete ottenere come vorreste,

dovete per forza raggiungerlo come potete.

Date retta a me: Lucrezia non era più casta

di questa Lavinia, l’amore di Bassiano.

Una pista più veloce che non quella degli esitanti languori

dobbiamo seguire, ed io ho trovato il sentiero.

Miei signori, sta per aprirsi una grande caccia,

dove si attrupperanno le amabili signore romane.

Le vie della foresta sono ampie e spaziose,

e ci sono molti posti solitari

adatti per natura allo stupro e alla violenza.

Allora voi isolate laggiù questa delicata cerbiatta,

e colpitela nel segno con la forza, se non con le parole.

In questo modo, o niente affatto, avete una speranza.

Su, venite, riveliamo le nostre intenzioni

alla nostra imperatrice, che ha consacrato

il suo sacro ingegno alla perfidia e alla vendetta,

e lei col suo consiglio affinerà la nostra macchinazione,

e non tollererà che ve la prendiate tra voi,

ma fino all’altezza dei vostri desideri v’innalzerà entrambi.

La corte dell’imperatore è come la casa della Fama,

palazzo pieno di lingue, di occhi e di orecchi;

i boschi sono spietati, terribili, sordi e muti.

Lì parlate, e colpite, valorosi ragazzi, e servitevi;

lì appagate la vostra lussuria, nascosti all’occhio del cielo,

e fate bagordi nel tesoro di Lavinia.

 

CHIRONE

Il tuo consiglio, giovanotto, non puzza di vigliaccheria.

 

DEMETRIO

Sit fas aut nefas, finché non trovo il fiume

che mi raffreddi questa caldana, una magia che mi calmi queste fitte,

Per Stygia, per manes vehor.

Escono.


ATTO SECONDO – SCENA SECONDA 

Entrano Tito Andronico e i suoi tre figli, facendo chiasso con cani e corni, e Marco.

 

TITO

La caccia è aperta, il mattino è terso e ancora grigio,

i campi sono fragranti e i boschi sono verdi.

Slegateli qui, che facciano una canea

da destare l’imperatore e l’amabile sua sposa,

e svegliare il principe; e suoniamo il corno,

che tutta la corte possa echeggiarne il suono.

Figli, sia vostra cura, come è nostra,

scortare la persona dell’imperatore.

Ho avuto sonni agitati questa notte,

ma l’albeggiar del giorno m’ha ispirato nuovo conforto.

 

Qui abbaiano i cani e icorni suonano insieme, poi entrano Saturnino, Tamora, Bassiano, Lavinia, Chirone, Demetrio e il loro seguito.

 

Molti giorni felici alla Vostra Maestà;

a voi, signora, altrettanti e ugualmente felici:

avevo promesso a Vostra Grazia il suono del corno.

 

SATURNINO

E l’avete suonato vigorosamente, miei signori,

e un po’ troppo presto per signore appena sposate.

 

BASSIANO

Lavinia, che ne dici?

 

LAVINIA

Dico di no:

sono sveglia da più di due ore.

 

SATURNINO

Andiamo, allora, prendiamo cavalli e carri

e via al nostro diporto. Signora, ora vedrai

la caccia dei Romani.

 

MARCO

Ho cani, mio signore,

che staneranno la pantera più feroce della caccia

e scaleranno la vetta più alta.

 

TITO

E io ho cavalli che inseguiranno la preda

dovunque vada e correranno come rondini per la pianura.

 

DEMETRIO

Chirone, non cacciamo, noi, con cavalli e cani,

ma speriamo di mettere per terra una cerbiatta delicata.

Escono.


ATTO SECONDO – SCENA TERZA

Entra Aaron, solo [con un sacco d’oro].

 

AARON

Chi ha cervello penserebbe che io non ne abbia,

a sotterrare tanto oro sotto un albero

per non goderselo più.

Chi ha di me una così bassa stima

sappia che quest’oro deve coniare uno stratagemma,

che, abilmente condotto, produrrà

un eccellentissimo pezzo di furfanteria.

E così riposa, dolce oro, per l’affanno di coloro

che prendono l’elemosina dal forziere dell’imperatrice.

 

Entra Tamora sola e si rivolge al Moro.

 

TAMORA

Mio amato Aaron, perché fai quell’aria così triste,

quando ogni cosa fa vanto d’allegria?

Gli uccelli cantano melodie in ogni cespuglio,

il serpente dorme arrotolato nel gioioso sole,

le verdi foglie tremano al vento che raffresca,

e fanno in terra un’ombra screziata.

Alla loro dolce penombra sediamoci, Aaron,

e, mentre la balbettante eco irride i cani

replicando stridula agli intonati corni,

come se una doppia caccia ad un tempo fosse udita,

sediamoci ad ascoltare il loro chiasso che si stinge;

e dopo tale lotta quale si dice

che godettero una volta il principe errante e la sua Didone,

quando furono sorpresi da una felice tempesta

e tiraron le cortine in una grotta che tenne il loro segreto,

noi potremo, avvinti nelle braccia l’un dell’altra,

finiti i nostri passatempi, gustare un sonno dorato,

mentre i cani e i corni e i dolci melodiosi uccelli

per noi saranno come il canto di una balia,

ninnananna che addormenta i bambini.

 

AARON

Signora, se Venere governa i tuoi desideri,

Saturno è la mia dominante:

che significa il mio occhio dal mortale sguardo,

il mio silenzio e la mia rannuvolata malinconia,

il mio vello di lanosi capelli che ora si snoda

proprio come una serpe quando si srotola

per compiere una fatale esecuzione?

No, signora, questi non sono segni di Venere:

la vendetta è nel mio cuore, la morte nella mia mano,

sangue e rivalsa mi martellano nella testa.

Ascolta, Tamora, imperatrice della mia anima,

che non spera paradiso più grande di quel che in te si trova,

questo è il giorno del giudizio per Bassiano:

la sua Filomela dovrà oggi perdere la lingua

e i tuoi figli metteranno a sacco la sua castità,

e si laveranno le mani nel sangue di Bassiano.

Vedi questa lettera? prendila ti prego,

da’ al re questo rotolo con trama di morte.

Ora non farmi più domande; siamo spiati;

arriva una partita del nostro sperato bottino;

ancora non temono la distruzione della vita.

 

Entrano Bassiano e Lavinia.

 

TAMORA

Ah mio dolce Moro, per me più dolce della vita.

 

AARON

Basta, grande imperatrice, arriva Bassiano;

sii aspra con lui, io vado a cercare i tuoi figli

per sostenerti nella lite, quale che sia.

Esce.

 

BASSIANO

Chi abbiamo qui? la regale imperatrice di Roma,

sprovvista della sua appropriata scorta?

O non è Diana, come lei abbigliata,

che ha abbandonato i suoi boschi sacri

per vedere la grande caccia in questa foresta?

 

TAMORA

Insolente spione dei miei passi!

Avessi il potere che si dice aveva Diana,

ti pianterei subito le corna sulle tempie,

come successe ad Atteone; e i cani

s’avventerebbero sulle tue membra appena trasformate,

volgare intruso che non sei altro.

 

LAVINIA

Con tua licenza, gentile imperatrice,

si pensa che tu abbia un gran talento nel piantar coma,

e c’è da sospettare che tu e il tuo Moro

vi siate appartati per fare esperimenti.

Giove protegga oggi tuo marito dai suoi cani!

Sarebbe un peccato se lo prendessero per un cervo.

 

BASSIANO

Credimi, regina, il tuo nero Cimmerio

dà al tuo onore la tinta del suo corpo,

sporco, abominevole e immondo.

Perché ti saresti separata da tutto il tuo seguito,

smontando dal tuo bel cavallo bianco-neve

e avventurandoti qui in un luogo oscuro,

accompagnata solo da un barbaro Moro,

se non ti avesse spinta un turpe desiderio?

 

LAVINIA

E, interrotta nel tuo spasso,

hai buona ragione di rimproverare il mio nobile signore

d’insolenza. Ti prego, andiamo via di qui,

e che si goda il suo amore color del corvo;

questa valle si addice allo scopo ottimamente.

 

BASSIANO

Il re mio fratello ne sarà informato.

 

LAVINIA

Sì, perché queste scappate l’hanno già troppo esposto:

buon re, a tal punto infamato!

 

TAMORA

Perché ho la pazienza di sopportare tutto questo?

 

Entrano Chirone e Demetrio.

 

DEMETRIO

Che c’è, cara sovrana e nostra graziosa madre?

Perché la Vostra Altezza è così pallida e livida?

 

TAMORA

Non ho ragione, credete, di essere pallida?

Questi due mi hanno adescata, in questo luogo:

una sterile valle desolata, la vedete;

gli alberi, anche se, è estate, miseri e spogli,

sopraffatti dal muschio e dal vischio malefico.

Qui non splende mai il sole; qui niente si riproduce,

se non la civetta notturna o l’infausto corvo.

Nel mostrarmi questo aborrito abisso,

m’hanno detto che qui, nel cuore della notte,

mille diavoli, mille serpenti fischianti,

diecimila gonfi rospi e altrettanti porcospini

levano urli così paurosi e confusi

da far impazzire, o morire d’un tratto,

qualsiasi mortale che si trovi a udirli.

Appena finita questa storia infernale,

m’hanno detto che qui mi avrebbero legata

al tronco d’un lugubre tasso

abbandonandomi a tale morte miserabile.

E poi m’hanno chiamata sporca adultera,

Gota lasciva, e tutte le altre più aspre parole

di questo genere che mai orecchio abbia udito.

E se per meravigliosa fortuna non foste arrivati voi,

tale vendetta avrebbero eseguito su di me.

Vendicatemi, se amate la vita di vostra madre;

altrimenti non siate più chiamati miei figli.

 

DEMETRIO

Questo è la prova che sono tuo figlio.

Lo colpisce.

 

CHIRONE

E questo è la mia, messo a segno per mostrare la mia forza.

 

LAVINIA

Su, avanti, Semiramide, no, barbara Tamora,

perché non c’è nome che s’adatti alla tua natura tranne il tuo!

 

TAMORA

Datemi il pugnale. Vedrete, ragazzi,

la mano di vostra madre riparerà i torti di vostra madre.

 

DEMETRIO

Ferma, signora, c’è dell’altro che le spetta:

prima si sbatte il grano e poi si brucia la paglia.

Questa mignotta si vantava della sua castità,

del suo voto nuziale, della sua fedeltà,

e con questa speranza dipinta sfida il tuo potere.

E se la dovrebbe portare nella tomba?

 

CHIRONE

Se ci riesce, che io diventi un eunuco.

Trasciniamo via suo marito in qualche buca nascosta

e facciamo un cuscino, del suo tronco morto, per la nostra lussuria.

 

TAMORA

Ma quando avrete il miele che ci piace

non sopravviva questa vespa, per pungerci tutti.

 

CHIRONE

Te l’assicuro, signora, ci pensiamo noi.

Vieni, donna, ora ci godremo con la forza

questa tua onestà ben preservata.

 

LAVINIA

O Tamora, tu hai un volto di donna…

 

TAMORA

Non voglio sentirla; portatela via!

 

LAVINIA

Buoni signori, supplicatela di ascoltare solo una parola.

 

DEMETRIO

Ascolta, nobile signora, sia tua gloria

vedere le sue lacrime: ma di fronte ad esse il tuo cuore sia

come l’inflessibile selce con le gocce di pioggia.

 

LAVINIA

Quando mai i figli della tigre istruiscono la madre?

Oh non insegnarle la furia; lei te l’ha insegnata.

Il latte che da lei hai succhiato s’è fatto marmo;

già alla tua poppa prendevi la tua ferocia.

Ma non tutte le madri generano figli uguali:

supplicala tu di mostrare pietà di donna.

 

CHIRONE

Cosa! Vuoi che mi dimostri un bastardo?

 

LAVINIA

È vero che il corvo non cova l’allodola,

eppure ho sentito – potessi scoprirlo ora! –

che, mosso a pietà, il leone

si lasciò tagliare i principeschi artigli.

E c’è chi dice che i corvi allevano uccellini abbandonati,

mentre i loro figli restano affamati nel nido.

Oh sii con me, anche se il tuo duro cuore dice no,

non così gentile, ma un po’ pietosa.

 

TAMORA

Non so cosa vuol dire; portatela via!

 

LAVINIA

Oh lascia che ti spieghi, per amore di mio padre,

che t’ha concesso la vita quando poteva ucciderti,

non essere così dura, apri i tuoi sordi orecchi.

 

TAMORA

Anche se tu di persona non mi avessi mai offeso,

proprio per causa di lui io sarei spietata.

Ricordate, ragazzi, ho sparso lacrime invano

per salvare vostro fratello dal sacrificio,

ma il feroce Andronico non si mosse a pietà.

Quindi, portatela via, e usatela come volete:

il peggio fatto a lei è il meglio per me.

 

LAVINIA

O Tamora, sarai chiamata gentile regina,

se con le tue stesse mani mi uccidi in questo luogo,

perché non è la vita che ho implorato fin qui.

Povera me, sono stata uccisa quando è morto Bassiano.

 

TAMORA

Che mendichi allora? Lasciami stare, stupida.

 

LAVINIA

La morte immediata mendico; e un’altra cosa

che la mia natura di donna vieta alla mia lingua di dire.

Oh, salvami dalla loro lussuria, peggio che assassina,

e gettami in qualche orrido abisso,

dove mai occhio umano possa vedere il mio corpo:

fallo, e sarai una pietosa assassina.

 

TAMORA

Così dovrei rubare ai miei dolci figli la loro ricompensa?

No, che soddisfno su di te la loro lussuria.

 

DEMETRIO

Via! Ci hai tenuti qui anche troppo.

 

LAVINIA

Nessuna pietà? Nessun sentimento di donna? Ah, bestiale creatura,

macchia e nemica del nostro comune nome!

La maledizione cada…

 

CHIRONE

Allora ti chiuderò la bocca. Tu porta suo marito:

questa è la buca dove Aaron ci ha detto di nasconderlo.

Escono Chirone e Demetrio con Lavinia.

 

TAMORA

Arrivederci, figli miei, guardate di metterla a posto.

Il mio cuore non conoscerà gioia

finché tutti gli Andronici non saranno spacciati.

Ora me ne andrò a cercare il mio amato Moro.

e lascerò che i miei figli infoiati deflorino questa troia.

Esce.

 

Entra Aaron con due dei figli di Tito.

 

AARON

Avanti, miei signori, di buon passo:

vi porterò dritti all’orrida fossa

dove ho scoperto la pantera addormentata.

 

QUINTO

La vista mi si confonde, non so perché.

 

MARZIO

Anche a me, ti giuro. Se non fosse per la vergogna,

abbandonerei la caccia per dormire un po’.

 

QUINTO

Che c’è, sei caduto? Che buco ingannatore è questo,

con la bocca coperta di irti rovi

sulle cui foglie stanno gocce di sangue appena sparso,

fresco come la rugiada mattutina che stilla sui fiori?

Un luogo davvero fatale mi sembra.

Parla, fratello, ti sei ferito nella caduta?

 

MARZIO

Oh, fratello, ferito dal più orribile oggetto

con cui mai l’occhio, vedendo, abbia trafitto il cuore.

 

AARON

Ora vado a prendere il re, che li trovi qui

e possa verosimilmente congetturare

che siano stati loro a far fuori suo fratello.

Esce.

 

MARZIO

Perché non mi conforti e non mi aiuti a uscire

da questo dannato buco macchiato di sangue?

 

QUINTO

Sono preso da una strana paura,

un sudore freddo mi scorre per il corpo che mi trema,

il mio cuore sospetta più di quanto vedano i miei occhi.

 

MARZIO

Per provare che hai un cuore che sa divinare,

guarda, tu e Aaron, dentro questa tana,

e scorgi una paurosa vista di sangue e morte.

 

QUINTO

Aaron se n’è andato, e il mio cuore afflitto

non consente ai miei occhi di guardare anche una sola volta

la cosa per cui trema solo a immaginarla.

Oh, dimmi cos’è, perché mai finora

sono stato come un bambino impaurito di non so cosa.

 

MARZIO

Il nobile Bassiano giace morto nel suo sangue,

un mucchio di carne come un agnello macellato,

in questo odioso, oscuro abisso, che beve sangue.

 

QUINTO

Se è oscuro, come sai che è lui?

 

MARZIO

Al dito insanguinato egli porta

un prezioso anello. che illumina tutta questa buca

e, come un cero dentro un sepolcro,

splende sulle guance terrose del morto

e rivela le frastagliate viscere di questa fossa:

così pallida splendeva la luna su Piramo,

la notte che giacque bagnato di sangue di vergine.

Oh fratello, aiutami con la tua mano snervata –

se la paura ti fa mancare come me –

e tirami fuori da questo crudele ricettacolo divoratore,

odioso come la bocca brumosa di Cocito.

 

QUINTO

Allungami la mano, che possa tirarti fuori,

o, se mi manca la forza di farti questo bene,

sia anch’io strappato dentro il famelico ventre

di questo profondo abisso, tomba del povero Bassiano.

Non ho la forza di tirarti fino al bordo.

 

MARZIO

Né io ho la forza di arrampicarmi senza il tuo aiuto.

 

QUINTO

La tua mano ancora una volta; non ti lascerò

finché tu non sarai qui sopra, o io sotto.

Non puoi venire a me: vengo io a te.

Cade dentro.

 

Entrano l’imperatore e Aaron il Moro.

 

SATURNINO

Vieni con me! Voglio vedere che buca è questa

e chi ora vi è saltato dentro.

Di’, chi sei tu che sei appena disceso

in questa spalancata cavità della terra?

 

MARZIO

I figli infelici del vecchio Andronico,

qui condotti in un’ora assai funesta

per trovare tuo fratello Bassiano, morto.

 

SATURNINO

Mio fratello morto! So che lo dici per scherzo:

lui e la sua signora si trovano nel padiglione

sul lato nord di questa amena riserva;

non è un’ora che li ho lasciati lì.

 

MARZIO

Non sappiamo dove li hai lasciati vivi,

ma qui, ahimè, noi abbiamo trovato lui morto.

 

Entrano Tamora, Andronico e Lucio.

 

TAMORA

Dov’è il mio signore il re?

 

SATURNINO

Qui, Tamora, ma addolorato da un affanno mortale.

 

TAMORA

Dov’è tuo fratello Bassiano?

 

SATURNINO

Ora mi frughi la ferita fin in fondo:

il povero Bassiano giace qui assassinato.

 

TAMORA

Troppo tardi allora porto questo fatale scritto,

l’intrigo di questa tragedia intempestiva;

e mi stupisco molto che la faccia umana possa celare

in amabili sorrisi tale ferocia omicida.

Dà a Saturnino una lettera.

 

SATURNINO (legge la lettera)

E se non riusciamo a trovarlo al momento opportuno,

         Bassiano vogliamo dire, provvedi tu

         a scavargli la tomba, caro cacciatore:

         sai cosa intendiamo; cerca la tua ricompensa

         fra le ortiche sotto il sambuco

         che abbuia la bocca di quella stessa fossa

         in cui, deliberammo di seppellire Bassiano:

         fallo, e ci avrai eterni amici.

O Tamora, si è mai udito niente di simile?

Questa è la fossa, e questo il sambuco.

Guardate, signori, di scovare il cacciatore

che doveva assassinare qui Bassiano.

 

AARON

Mio grazioso signore, ecco il sacco dell’oro.

 

SATURNINO

Due dei tuoi cuccioli, feroci bastardi di razza sanguinaria,

hanno qui privato mio fratello della vita.

Signori, dalla fossa trascinateli in prigione:

aspettino lì finché non abbiamo escogitato

per loro qualche inaudita tortura.

 

TAMORA

Come? sono in questa fossa? O meravigliosa cosa!

Quanto facilmente viene scoperto l’assassinio!

 

TITO

Sommo imperatore, sul mio debole ginocchio

imploro questa grazia, con lacrime non leggere da versare,

che questa feroce colpa dei miei figli maledetti,

maledetti se sarà provata la loro colpa…

 

SATURNINO

Se sarà provata! Lo vedi che è manifesta.

Chi ha trovato questa lettera? Tamora, sei stata tu?

 

TAMORA

Andronico stesso l’ha raccolta.

 

TITO

L’ho fatto, mio signore, ma lasciate che io sia loro garante,

perché giuro, sulla venerata tomba dei miei padri,

che saranno pronti, al volere di Vostra Maestà,

a rispondere di questo sospetto con la vita.

 

SATURNINO

Tu non sarai loro garante; guarda, invece, di seguirmi.

Qualcuno porti il corpo assassinato, altri gli assassini:

che non dicano una parola; la colpa è chiara;

per l’anima mia, ci fosse una fine peggiore della morte,

quella fine su di essi dovrebbe essere eseguita.

 

TAMORA

Andronico, supplicherò il re,

non temere per i tuoi figli, andrà tutto bene.

 

TITO

Vieni, Lucio, vieni; non fermarti a parlare con loro.

Escono.


ATTO SECONDO – SCENA QUARTA

Entrano i figli dell’imperatrice con Lavinia, le mani mozzate, la lingua tagliata, e violentata.

 

DEMETRIO

E ora va’ a dire, se la tua lingua può parlare,

chi è stato a tagliarti la lingua e a violentarti.

 

 

CHIRONE

Scrivi cos’hai in mente e svela così il tuo pensiero,

se i tuoi moncherini ti consentono di fare la scrivana.

 

DEMETRIO

Guarda come scarabocchia segni e segnali.

 

 

CHIRONE

Va’ a casa, chiedi acqua profumata, lavati le mani.

 

DEMETRIO

Non ha lingua per chiedere, né mani da lavare;

lasciamola quindi alla sua passeggiata silenziosa.

 

CHIRONE

Fossi in lei, io mi andrei a impiccare.

 

DEMETRIO

Se tu avessi le mani per annodare la corda!

Escono.

 

Entra Marco, proveniente dalla caccia.

 

MARCO

Chi è costei? mia nipote, che fugge via così in fretta!

Nipote, una parola, dov’è tuo marito?

Se sogno, darò ogni ricchezza per svegliarmi!

Se sono sveglio, mi fulmini un pianeta,

che possa dormire un sonno eterno!

Parla, gentile nipote, quali dure mani spietate

hanno troncato e spaccato e denudato il tuo corpo

dei suoi due rami, quei dolci ornamenti

nel cui cerchio d’ombra re hanno cercato di dormire,

e non poterono ottenere felicità così grande

quanto metà del tuo amore? Perché non mi parli?

Ahimè, un fiume purpureo di caldo sangue,

come una fontana che gorgoglia mossa dal vento,

sgorga e ricade tra le tue labbra rosate,

al moto alterno del tuo respiro di miele.

Certo un Tereo ti ha violata

e, perché tu non lo scoprissi, ti ha tagliato la lingua.

Ah, ora volti la testa per la vergogna,

e, nonostante tutto questo sangue che perdi

come da una canna a tre zampilli,

le tue guance sono rosse come la faccia di Titano

che avvampa se una nuvola l’incontra.

Devo parlare per te? Devo dire che è così?

Oh, se conoscessi il tuo cuore, e conoscessi quella bestia

per poterla vituperare e sfogare così la mia mente!

Il dolore nascosto, come un forno tappato,

brucia in ceneri il cuore che lo racchiude.

Dolce Filomela,5 no, lei perse solo la lingua

e in un laborioso ricamo cucì il suo pensiero;

ma, amata nipote, quel mezzo a te è precluso.

Un più astuto Tereo hai tu incontrato,

che ti ha mozzato quelle graziose dita

che avrebbero cucito meglio di Filomela.

Oh, se il mostro avesse visto quelle mani di giglio

tremare come foglie di pioppo sul liuto

deliziando di baci le corde di seta,

non le avrebbe toccate a costo della vita.

O se avesse udito la divina armonia

che quella dolce lingua diffondeva,

avrebbe lasciato cadere il coltello, addormentandosi

come Cerbero ai piedi del poeta trace.

Vieni, andiamo ad accecare tuo padre,

perché una tale vista acceca gli occhi di un padre.

La tempesta di un’ora annega i prati fragranti;

che faranno interi mesi di lacrime agli occhi di tuo padre?

Non indietreggiare, noi piangeremo con te.

Oh, potesse il nostro compianto alleviare il tuo, tormento!

Escono.


Tito Andronico

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