Re Giovanni – Atto IV

(“King John” – 1590- 1597)

Introduzione – Riassunto
Atto I
Atto II
Atto III
Atto IV
Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare
Elenco opere teatrali

Re Giovanni - Atto IV

ATTO QUARTO – SCENA PRIMA

[Una stanza in un castello. Dei pezzi di carbone bruciano in un bracere.]

 

Entrano Hubert e i carnefici.

 

HUBERT

Arroventate per bene questi ferri,

poi nascondetevi dietro i tendaggi:

quando batterò il piede sul cuore della terra,

saltate fuori, e legate ben stretto a una sedia

il ragazzo che troverete con me:

presto, uscite, e state bene attenti.

 

PRIMO CARNEFICE

Spero che il vostro mandato autorizzi quest’azione.

 

HUBERT

Scrupoli fuori luogo! nessuna paura; guardate qui.

[I carnefici si nascondono.]

Vieni avanti, ragazzo, devo parlarti.

 

Entra Arthur.

 

ARTHUR

Buon giorno, Hubert.

 

HUBERT

Buon giorno, piccolo principe.

 

ARTHUR

Un principe che non potrebbe essere più piccolo

se si pensa alla grandezza del titolo che gli toccherebbe.

Sei triste.

 

HUBERT

In effetti, sono stato più allegro altre volte.

 

ARTHUR

Dio abbia pietà di me! Credo che nessuno

dovrebbe essere triste all’infuori di me:

pure, ricordo, quand’ero in Francia,

c’erano dei giovani gentiluomini che usavano

aver l’aria triste come la notte, per essere alla moda.

Giuro sul mio battesimo che, fossi fuori di prigione,

anche solo per fare il pastore, sarei allegro

per tutta la giornata quant’è lunga!

e sarei felice anche qui, non avessi paura

che mio zio abbia in serbo per me

progetti ancora peggiori.

Lui ha paura di me ed io di lui;

che colpa ho se sono figlio di Geoffrey?

No, non è certo colpa mia; volesse il cielo

che fossi tuo figlio, Hubert, purché tu mi amassi.

 

HUBERT [A parte.]

Se gli parlo, con le sue chiacchiere innocenti

desterebbe la mia pietà, che è morta:

devo essere veloce e deciso.

 

ARTHUR

Ti senti male, Hubert? sei così pallido, oggi.

A dirti la verità, mi piacerebbe vederti un poco malato,

potrei passare la notte a vegliare su di te:

dichiaro di volerti più bene di quanto tu me ne vuoi.

 

HUBERT [A parte.]

Le sue parole s’impadroniscono del mio cuore.

Leggi qui, giovane Arthur. [Mostra una carta.]

[A parte.]                    “E adesso, stupide lacrime!

vorreste scacciare questa spietata tortura!

Devo essere veloce, prima che la risolutezza

non se ne esca dai miei occhi in dolci lacrime femminili.

Non riesci a leggerla? Non è scritta in modo chiaro?

 

ARTHUR

In modo troppo chiaro per uno scopo così nero:

devi proprio bruciarmi gli occhi con ferri arroventati?

 

HUBERT

Sì, ragazzo, devo.

 

ARTHUR

E lo farai?

 

HUBERT

Lo farò.

 

ARTHUR

E ne avrai il cuore? Quando avevi mal di testa

ho messo il mio fazzoletto sulla tua fronte,

il più bello che avevo, una principessa l’aveva ricamato per me,

e non te l’ho mai richiesto indietro;

con la mia mano ti ho tenuto il capo, a mezzanotte,

e come i minuti vigilano l’ora che passa

io di continuo ti ho reso lieve lo scorrere pesante del tempo

con dei “Hai bisogno di qualcosa?”,”Dove ti fa male?”,

o “Cosa posso fare per farti piacere?”.

Molti poveracci se ne sarebbero stati zitti a dormire,

senza dirti una parola affettuosa; ma tu hai avuto

un principe al tuo capezzale. Certo, puoi credere

che il mio amore fosse un amore interessato

e chiamarlo furbizia: credilo pure, se vuoi.

Se il cielo vuole che tu mi faccia del male,

sei certo costretto a farmelo. Spegnerai i miei occhi?

Sono occhi che non ti hanno mai neppure guardato male,

e mai più lo faranno.

 

HUBERT

Ho giurato di farlo;

con questi ferri arroventati devo bruciarli.

 

ARTHUR

Ah, non lo farebbe nessuno,

se non in questi anni di ferro!

Il ferro stesso, anche se arroventato,

avvicinandosi a questi occhi berrebbe le mie lacrime

spegnendo così la sua rabbia ardente

nella materia stessa di cui è fatta la mia innocenza.

E anzi, dopo, si consumerebbe di ruggine

solo per aver portato dentro di sé il fuoco

che avrebbe potuto far del male ai miei occhi.

E saresti tu più inflessibile, più duro del ferro battuto?

Fosse pur venuto da me un angelo a dirmi

che Hubert avrebbe spento i miei occhi,

io non gli avrei creduto, – non avrei creduto

alle parole di nessuno, se non a quelle di Hubert stesso.

 

HUBERT

Venite! [Batte un piede.]

I carnefici vengono avanti con una corda, i ferri ecc.

Fate come vi ho ordinato di fare.

 

ARTHUR

Oh salvami Hubert, salvami! I miei occhi si spengono

solo a vedere i volti feroci di questi uomini sanguinari.

 

HUBERT

Datemi i ferri, vi dico, e legatelo qui.

 

ARTHUR

Ahimè! che bisogno c’è d’essere così rozzi e sgarbati?

Non farò resistenza, sarò immobile come una pietra.

Per amor del cielo, Hubert, non farmi legare!

Ascoltami, Hubert, manda via questi uomini

e io me ne starò seduto quieto quieto, come un agnello,

non mi muoverò, non tremerò neanche, non dirò parola,

né guarderò i ferri con furia; manda via questi uomini

e io ti perdonerò qualsiasi tortura tu mi vorrai fare.

 

HUBERT

Via, rientrate; lasciatemi solo con lui.

 

PRIMO CARNEFICE

Sono ben contento di star lontano da una simile azione.

[Escono i carnefici.]

 

ARTHUR

Ahimè, allora ho mandato via un amico!

Aveva un aspetto feroce ma un cuore gentile:

fallo tornare, così che la sua pietà possa

riportare in vita la tua.

 

HUBERT

Su, ragazzo, preparati.

 

ARTHUR

Non c’è nulla da fare?

 

HUBERT

Nulla, se non perdere gli occhi.

 

ARTHUR

Oh cielo, se avessi nei tuoi occhi anche solo un bruscolo,

un granellino, della polvere, un moschino, un capello,

qualsiasi cosa potesse dar fastidio a quello che è il più prezioso

dei sensi, allora, sentendo come anche una cosa minuscola

possa essere lì fastidiosa, t’accorgeresti di come è orribile

il tuo vile intento.

 

HUBERT

È questa la tua promessa? Su, frena la lingua.

 

ARTHUR

Hubert, non basterebbero le parole di due lingue

a intercedere per la salvezza di due occhi:

lasciami parlare, Hubert, lasciami parlare!

O, se vuoi, tagliami la lingua e lasciami gli occhi.

Ah, risparmia i miei occhi, anche se non dovranno

vedere altro che te! Guarda, per Dio, anche il ferro

s’è raffreddato e non vorrebbe farmi del male.

 

HUBERT

Posso arroventarlo di nuovo, ragazzo.

 

ARTHUR

No, davvero; il fuoco, creato per dar conforto,

usato per atti di crudeltà immeritati

è morto dal dolore. Guarda tu stesso:

non c’è potenza di male in questo carbone ardente,

il fiato celeste ne ha soffiato via la rabbia

cospargendone il capo con le ceneri della penitenza.

 

HUBERT

Ma con il mio fiato posso farlo rivivere, ragazzo.

 

ARTHUR

E se lo farai, lo farai solo arrossire

e risplendere di vergogna per le tue azioni, Hubert:

anzi, forse ti manderà qualche scintilla negli occhi,

così come un cane che costretto a lottare

si rivolta contro il padrone che l’aizza.

Tutto ciò che vorresti impiegare per farmi del male

si nega all’uso: tu soltanto manchi di quella pietà

che il ferro e il fuoco crudele sanno esibire,

creature pietose quando non sono usate al male!

 

HUBERT

Va bene, vedi, vivi… non toccherò i tuoi occhi

per tutti i tesori posseduti da tuo zio:

purtuttavia ho fatto un giuramento, ragazzo,

e avevo tutte le intenzioni di bruciarteli

con questi stessi ferri.

 

ARTHUR

Oh, adesso torni a rassomigliare a Hubert,

finora facevi la parte d’un altro.

 

HUBERT

Calma, non parliamone più. Addio.

Tuo zio deve sapere solo che sei morto.

Darò a queste spie crudeli dei rapporti falsi.

Tu, gentile ragazzo, dormi sicuro e non aver paura:

Hubert, per tutte le ricchezze del mondo,

non ti farà mai del male.

 

ARTHUR

Oh cielo, ti ringrazio, Hubert.

 

HUBERT

Silenzio, non parliamone più. Rientriamo

senza farci vedere. Corro un gran pericolo per te. [Escono.]

 

ATTO QUARTO – SCENA SECONDA

[La Corte d’Inghilterra.]

 

Entrano Re Giovanni, Pembroke, Salisbury e altri nobili.

 

RE GIOVANNI

Eccoci qui seduti ancora una volta, ancora una volta incoronati,

guardati, speriamo, da occhi festanti.

 

PEMBROKE

Questo “ancora una volta”,

non fosse per compiacere vostra altezza,

è stato una volta di troppo: eravate già stato incoronato,

e quell’alto titolo non vi era mai stato strappato,

la fedeltà dei vostri uomini

non era mai stata macchiata dalla rivolta,

né fresche speranze di mutamenti sospirati

o di migliori condizioni turbavano la terra.

 

SALISBURY

Propio per questo,

farsi possedere da una duplice cerimonia,

coprire d’ornamenti un titolo già ricco,

dorare l’oro, dipingere il giglio, profumare la viola,

levigare il ghiaccio, aggiungere tinte all’arcobaleno

o con il lume d’una candela cercar d’abbellire

lo splendente occhio del cielo,

sono vani e ridicoli eccessi.

 

PEMBROKE

Se non fosse per compiacere i vostri reali desideri,

quest’atto sarebbe come una vecchia storia,

raccontata di nuovo e noiosa, quanto più ripetuta,

specie se imposta in un momento sbagliato.

 

SALISBURY

Così facendo il volto antico e ben noto

del sano vecchio ordine è sfigurato,

e, come il mutare del vento su una vela,

fa cambiare rotta al corso dei pensieri,

fa trasalire e spaventare chi riflette,

corrompe il buon giudizio e rende sospetta la verità

ricoprendoli di vesti sfarzose appena fatte.

 

PEMBROKE

Quando i lavoratori si sforzano di far meglio

invece che bene, sconvolgono la loro abilità con l’ambizione.

Spesso, chi si scusa d’una colpa,

la rende più grave con le sue scuse,

così come una pezza su un piccolo strappo

discredita, per la sua volontà di nasconderlo,

più dello stesso strappo non rammendato.

 

SALISBURY

In questo senso, prima che foste nuovamente incoronato,

vi abbiamo suggerito il nostro consiglio:

ma è piaciuto a vostra altezza non ascoltarlo,

e noi siamo tutti ben contenti,

dato che tutto e ogni parte di quello che desideriamo

non si spingono oltre i desideri di vostra altezza.

 

RE GIOVANNI

Possedete già alcune delle ragioni

di questa incoronazione ripetuta;

le ritengo importanti; vi rifornirò di altre, ancora più forti,

forti quanto sono deboli le mie paure.

Nel frattempo chiedete pure che venga riformato

ciò che ritenete non vada bene, e ben vi accorgerete

di come volentieri ascolterò e darò soddisfazione

alle vostre richieste.

 

PEMBROKE

E allora io, che sono un po’ come la lingua di costoro,

per esprimere le aspirazioni di tutti i loro cuori,

sia per me che per loro, ma, soprattutto per voi,

per la vostra sicurezza, alla quale sia io che loro

riserviamo tutta la nostra solerzia, dal profondo del cuore

vi chiedo la liberazione di Arthur, la cui detenzione

spinge le labbra mormoratrici dello scontento

a formulare questa pericolosa argomentazione:

se ciò che detenete lo detenete a diritto,

perché allora la paura, che, come si dice,

segue sempre le orme del torto, dovrebbe spingervi

a tenere in detenzione il vostro giovane parente,

a soffocare i suoi giorni in una barbara ignoranza

e a negare alla sua giovinezza i ricchi vantaggi

d’una buona educazione? Ora, perché i nemici del momento

non prendano questa come una buona occasione,

la nostra richiesta sia che voi ci ordiniate

di chiedervi la sua liberazione: la sua libertà

non la chiediamo per nostro interesse, ma per il vostro,

non avendo noi altro desiderio

che la soddisfazione dei vostri desideri.

 

Entra Hubert.

 

RE GIOVANNI

E così sia: affido la sua giovinezza alla vostra cura.

Hubert, che notizie porti con te? [Lo prende in disparte.]

 

PEMBROKE

Questo è l’uomo che avrebbe dovuto compiere l’azione sanguinosa:

ha fatto vedere il suo mandato a un mio amico.

L’immagine d’una colpa abbietta e mostruosa

è ancora viva nei suoi occhi, e il suo aspetto riservato

rivela lo stato d’animo d’un cuore profondamente turbato.

Temo molto abbia già portato a termine quell’incarico

che temevamo gli fosse stato affidato.

 

SALISBURY

Il colorito del re va a viene

tra le sue azioni e la sua coscienza

come un messaggero tra due terribili eserciti schierati:

le sue emozioni sono al culmine, dovranno erompere.

 

PEMBROKE

E quando eromperanno temo ne salterà fuori

l’immonda putredine della morte d’un dolce ragazzo.

 

RE GIOVANNI

Non possiamo fermare la forte mano della morte:

buoni signori, anche se è vivo il mio desiderio di compiacervi,

ciò che mi chiedete è morto e sepolto.

Costui ci dice che Arthur è morto stanotte.

 

SALISBURY

Avevamo ragione a temere che la sua malattia fosse incurabile.

 

PEMBROKE

Avevamo sentito che era vicino alla morte

prima ancora che il ragazzo s’accorgesse d’essere malato.

Qualcuno ne dovrà rispondere, in terra o in cielo.

 

RE GIOVANNI

Perché mi guardate con occhi così seri?

Credete forse che sia io a reggere le forbici del destino?

O che abbia poteri sul battito della vita?

 

SALISBURY

È ovvio che ci prende in giro in modo scellerato,

ed è una vergogna che la grandezza ricorra a scuse

così grossolane: prosperate pure

nei vostri inganni! addio.

 

PEMBROKE

Aspetta, Lord Salisbury; voglio venire con te

a cercare l’eredità di questo povero ragazzo,

il piccolo regno d’una tomba impostagli con la violenza.

Quel sangue che aveva diritto alla vastità

di tutta quest’isola, ora ne occupa soltanto un metro;

che brutto mondo quello che tollera queste cose!

Ma questa non dev’essere tollerata: questa son sicuro

che presto esploderà, e saran dolori per tutti noi.

[Escono i nobili.]

 

RE GIOVANNI

Bruciano d’indignazione. [Entra un messaggero.]

Io sono pentito: fondamenta solide

non poggiano sul sangue, non si costruisce una vita

sicura sulla morte altrui.

[Al messaggero.] Hai l’occhio pieno di paura, dov’è il sangue

ch’era solito abitare le tue guance?

Un cielo così scuro non si rasserena senza una tempesta:

rovescia pure il tuo maltempo: come vanno le cose in Francia?

 

MESSAGGERO

Vanno dalla Francia all’Inghilterra.

Mai un esercito così forte è stato raccolto

dal corpo d’un’unica terra

per una spedizione all’estero.

L’esempio della vostra velocità li ha istruiti:

nel momento in cui vi si dovrebbe dire che si stanno preparando,

giunge la notizia che sono già tutti arrivati.

 

RE GIOVANNI

Oh, dove sono andate a ubriacarsi le nostre spie?

Dove sono andate a dormire?

Dov’è andata a finire l’attenzione di mia madre

se s’è potuto formare un simile esercito in Francia

e lei non ne ha neanche udito parlare?

 

MESSAGGERO

Mio sovrano, il suo orecchio è chiuso dalla polvere;

il primo d’Aprile la vostra nobile madre è morta:

e, da quanto ho saputo, mio signore, Lady Constance

era morta, folle, tre giorni prima. Ma questa è soltanto una voce

che ho sentito in giro per caso, non so se sia vera o falsa.

 

RE GIOVANNI

Trattieni la tua fretta, terribile sorte!

Oppure alleati con me, finché avrò placato

i miei nobili scontenti! E che! mia madre morta!

È un caos per i miei possedimenti in Francia!

Chi guida quegli eserciti francesi

che tu mi dici son già sbarcati in Inghilterra?

 

MESSAGGERO

Il Delfino.

 

Entrano il Bastardo e Peter di Pomfret.

 

RE GIOVANNI

Mi fai girar la testa con queste cattive notizie.

Ora, cosa dice la gente delle tue operazioni?

E non tentare di riempirmi la testa

con altre cattive notizie, è già piena.

 

BASTARDO

Se avete paura d’ascoltare il peggio,

lasciate pure che vi cada in testa, inascoltato.

 

RE GIOVANNI

Abbiate pazienza con me, cugino; ero senza fiato

sotto questa marea: ma ora respiro di nuovo

sopra le onde, e posso ascoltare qualsiasi lingua:

dica pure quello che vuole.

 

BASTARDO

Del mio successo tra il clero

testimonieranno le somme che ho raccolto.

Ma mentre attraversavo il paese sin qui,

ho trovato la gente in preda a strane fantasie,

posseduta da voci, piena di sogni vani,

ignara di ciò che la terrorizza ma piena di paura.

Questo è un profeta che ho portato con me

dalle strade di Pomfret, dove l’ho trovato

con centinaia di persone che lo tallonavano da presso,

e lui cantava loro, in versi aspri e rozzi,

che prima del mezzodì dell’Ascensione

vostra altezza rinuncerà alla corona.

 

RE GIOVANNI

Tu, inutile sognatore, perché hai fatto questo?

 

PETER

Prevedendo che la verità così si compia.

 

RE GIOVANNI

Hubert, portalo via; mettilo in prigione:

e a mezzodì di quel giorno in cui dice

io renderò la mia corona, impiccalo.

Affidalo a mani sicure e poi torna qui,

ho bisogno di te. [Esce Hubert con Peter.]

Oh mio gentile cugino,

hai sentito le novità, sai chi è arrivato?

 

BASTARDO

I Francesi, mio signore; le bocche della gente

se ne riempiono. E poi ho incontrato Lord Bigot

e Lord Salisbury, i cui occhi erano rossi

come il fuoco appena attizzato, ed altri ancora,

che andavano in cerca della tomba d’Arthur:

dicevano che è stato ucciso stanotte per ordine vostro.

 

RE GIOVANNI

Mio buon cugino, va’, mescolati con loro.

So come riconquistarmi il loro amore;

portali qui, davanti a me.

 

BASTARDO

Li troverò.

 

RE GIOVANNI

Sì, ma in fretta: corri.

Ah, non posso avere i miei sudditi contro

quando le truppe del nemico straniero

terrorizzano le mie città con l’ostentata intimidazione

d’un’invasione crudele. Fatti Mercurio,

metti ali ai piedi, e vola come il pensiero da loro a me.

 

BASTARDO

Lo spirito dell’ora m’insegnerà a esser veloce. [Esce.]

 

RE GIOVANNI

Così parla un nobile gentiluomo pieno di spirito.

Tu seguilo; può avere bisogno d’un messaggero

tra me e i nobili. Sii tu quello.

 

MESSAGGERO

Con tutto il mio cuore, mio signore. [Esce.]

 

RE GIOVANNI

Mia madre morta!

 

Rientra Hubert.

 

HUBERT

Mio signore, dicono si sian viste cinque lune, stanotte:

quattro fisse, e la quinta che girava attorno

alle altre quattro con un moto prodigioso.

 

RE GIOVANNI

Cinque lune?

 

HUBERT

I vecchi e le nonnette per le strade

vi leggono pericolose profezie:

tutti han sulla bocca la morte del giovane Arthur,

e quando ne parlano scuotono la testa,

si sussurrano l’un l’altro nelle orecchie

e chi parla stringe il polso di chi l’ascolta,

mentre chi ascolta fa gesti di paura,

aggrotta le ciglia, scuote il capo, rovescia gli occhi.

Ho visto io stesso un fabbro, fermo, così, col suo martello,

mentre il ferro gli si raffreddava sull’incudine,

bersi con la bocca aperta le notizie che gli dava un sarto,

e questi, che teneva ancora in mano forbici e metro,

era lì, con le ciabatte messe all’incontrario per la gran fretta,

a raccontare come migliaia di Francesi, in assetto da guerra,

si schieravano in ordine di battaglia nel Kent:

ed ecco un altro artigiano, allampanato e sporco,

che interrompe il racconto

e si mette a parlare della morte d’Arthur.

 

RE GIOVANNI

Perché cerchi di rendermi schiavo di queste paure?

Perché continui a gettarmi davanti la morte del giovane Arthur?

La tua mano l’ha ucciso: io avevo forti motivi

per desiderarlo morto, ma tu non ne avevi nessuno per ucciderlo.

 

HUBERT

Non ne avevo? mio signore! come, non siete stato voi a incitarmi?

 

RE GIOVANNI

I re sono condannati a essere serviti da schiavi

che prendono i loro umori per autorizzazioni

a saccheggiare la casa sanguinosa della vita;

che scambiano una strizzata d’occhi del padrone

per un mandato vincolante, che credono di comprendere

la collera di un re, quando costui aggrotta le ciglia

per un capriccio momentaneo e non per una ponderata decisione.

 

HUBERT

Ecco, questa è la vostra firma, il sigillo per ciò che ho fatto.

 

RE GIOVANNI

Ah, quando l’ultimo rendiconto tra il cielo e la terra

verrà chiuso, allora questa firma e questo sigillo

testimonieranno contro di noi, per la dannazione!

Quanto spesso la vista dei mezzi per compiere il male

basta a farci agire male! Non ci fossi stato tu, qua vicino,

uno segnato dalla mano stessa della natura,

prescelto ed eletto a compiere azioni vergognose,

questo assassinio non mi sarebbe neanche venuto in mente;

ma come notai il tuo abominevole aspetto,

avendoti trovato adatto a un misfatto sanguinoso,

pronto e disponibile a essere usato in un’azione pericolosa,

ti ho accennato vagamente della morte d’Arthur;

e tu, per ingraziarti un re, non hai avuto scrupoli

a distruggere un principe.

 

HUBERT

Mio signore…

 

RE GIOVANNI

Se solo avessi scosso il capo, m’avessi interrotto un istante,

mentre io t’esponevo oscuramente ciò che intendevo fare,

se avessi rivolto al mio viso un’occhiata di dubbio,

quasi a impormi di chiamare con il suo vero nome

ciò che chiedevo, la profonda vergogna m’avrebbe reso muto,

m’avrebbe fatto desistere, e le tue paure

avrebbero fatto nascere le mie. Ma a te, per comprendermi,

son bastati dei segni, e a segni, di nuovo, sei entrato

in comunicazione col peccato. Sì, senza un’esitazione

hai lasciato che il tuo cuore,

e di conseguenza la tua rozza mano,

si persuadessero a compiere quell’atto

che entrambe le nostre lingue si vergognano di nominare.

Via, via dai miei occhi, non ti voglio più vedere!

I miei nobili mi abbandonano, la mia maestà è sfidata,

davanti alle mie stesse porte, da potenze straniere:

sì, nel corpo stesso di questa terra di carne,

in questo regno, in questi confini di fiato e di sangue,

regnano l’ostilità e la guerra civile

tra la mia coscienza e la morte di mio nipote.

 

HUBERT

Prendete le armi contro gli altri nemici,

che io metterò pace tra voi e la vostra anima.

Il giovane Arthur è vivo: questa mia mano

è una mano ancora vergine e innocente,

non tinta dalle rosse macchie del sangue.

Entro questo petto non è ancora penetrato

il terribile impulso del pensiero delittuoso.

Voi avete calunniato la natura nella mia persona

che, se esteriormente può apparir rude,

copre di fatto un animo troppo sensibile

per farsi macellaio d’un fanciullo innocente.

 

RE GIOVANNI

Arthur vive? Ah, corri dai nobili,

getta questa notizia sulla loro rabbia furiosa,

e domali di nuovo all’obbedienza!

Perdona ciò che la mia passione mi ha spinto a dire

sulle tue fattezze; la mia rabbia era cieca,

e gli occhi dell’immaginazione, sporchi di sangue,

ti presentavano più odioso di come sei.

No, non rispondermi, ma conduci alla mia stanza

i nobili infuriati con tutta la velocità di cui sei capace.

Ma io sono troppo lento a pregarti:

sii più rapido tu, a correre! [Escono.]

 

ATTO QUARTO – SCENA TERZA

[Davanti al Castello.]

 

Entra Arthur, sulle mura.

 

ARTHUR

Le mura sono alte, pure voglio saltar giù:

buon terreno, abbi pietà e non farmi male!

Non mi conosce quasi nessuno; e se anche mi conoscessero,

questi abiti da mozzo non mi farebbero riconoscere.

Ho paura, ma comunque ci proverò.

Se riesco ad arrivar giù senza rompermi le ossa

troverò mille modi per fuggire di qui:

è meglio morire cercando d’andarsene

che morire restando qui.

[Salta e rimane a terra per un momento come in trance.]

Oh, povero me! queste pietre hanno lo spirito di mio zio:

cielo, prendi la mia anima,

e tu, Inghilterra, conserva le mie ossa!

[Muore.]

 

Entrano Pembroke, Salisbury e Bigot.

 

SALISBURY

Signori, lo incontrerò a Saint Edmundsbury:

è la nostra salvezza, e dobbiamo accogliere

questa offerta gentile d’un tempo pericoloso.

 

PEMBROKE

Chi ha portato quella lettera del cardinale?

 

SALISBURY

Il conte Melun, un nobile francese,

che in una conversazione privata con me,

sul favore del Delfino, mi ha detto molto più

di quanto non sia scritto in queste righe.

 

BIGOT

Incontriamoci con lui domattina, allora.

 

SALISBURY

Vuoi dire che partiremo domattina, perché, signori,

ci vorranno due lunghe giornate di viaggio

prima d’incontrarci con lui.

 

Entra il Bastardo.

 

BASTARDO

Per la seconda volta, oggi,

mi fa piacere incontrarvi, adirati signori!

Il re, per bocca mia, richiede subito la vostra presenza.

 

SALISBURY

Il re s’è spogliato del nostro possesso:

non siamo disposti a foderare col nostro onore immacolato

il suo lurido mantello, o a seguire il piede

di chi lascia impronte di sangue dove passa.

Tornate da lui e riferitegli questo: conosciamo il peggio.

 

BASTARDO

Ma non il meglio, io credo,

e cioè, qualsiasi cosa pensiate, le buone maniere.

 

SALISBURY

È il nostro dolore, non le nostre maniere, a parlare.

 

BASTARDO

Ma non c’è ragione alcuna al vostro dolore,

e quindi sarebbero ragionevoli le buone maniere.

 

PEMBROKE

Signore, signore, anche lo sdegno ha i suoi diritti.

 

BASTARDO

Davvero, per fare del male a chi lo nutre, oltre che alle buone maniere.

 

SALISBURY

Questa è la prigione. [Vedendo Arthur.] Chi è li per terra?

 

PEMBROKE

Oh morte, come sei resa superba da questa pura e regale bellezza!

Non c’è buca nella terra che possa nascondere quest’azione.

 

SALISBURY

Il delitto, quasi odiando ciò che lui stesso ha compiuto,

non l’ha nascosta, così da spingere alla vendetta.

 

BIGOT

O quando ha condannato questo splendore a una tomba

l’ha trovato troppo regalmente prezioso per una fossa.

 

SALISBURY

Sir Richard, cosa ne pensate? Avete ben visto.

Avete mai letto o udito una cosa simile a quella

che avete visto? E sareste mai riuscito a pensarla,

o, anche dopo averla vista, avreste mai pensato possibile

ciò che avete visto? Potrebbe il pensiero,

senza questo oggetto davanti, immaginarne uno simile?

Questo è il culmine vero e proprio, la sommità,

il cimiero, il cimiero dell’armatura del delitto:

questa è l’infamia più sanguinosa, la più selvaggia barbarie,

l’assassinio più vile che mai la collera dagli occhi biechi

o la rabbia dallo sguardo impietrito abbiano presentato

alle lacrime del tenero rimorso.

 

PEMBROKE

Tutti i delitti del passato sono scusabili paragonati a questo:

e questo, così unico e senza paragone,

conferirà una sacra purezza ai peccati

non ancora concepiti del tempo a venire,

dando l’impressione che ogni spargimento di sangue

sarà solo uno scherzo paragonato a questo spettacolo odioso.

 

BASTARDO

È un’azione maledetta e sanguinosa,

l’opera sgraziata d’una mano malvagia,

sempre che sia opera d’una qualche mano.

 

SALISBURY

Sempre che sia opera d’una qualche mano!

Avevamo già dei sospetti su ciò che sarebbe accaduto:

questa è l’opera infame della mano di Hubert,

secondo i piani e le intenzioni di un re ai cui comandi

ordino all’anima mia di non prestare più obbedienza.

Ecco, inginocchiato davanti alle rovine di questa dolce vita,

alito, su questa perfezione senza più respiro,

l’incenso d’un voto, d’un voto sacro:

non assaggerò mai più i piaceri del mondo,

non mi farò mai più contagiare dalla gioia

o m’abbandonerò alla quiete e all’ozio

sin che non avrò reso gloria a questa mano

concedendole il sacro servizio della vendetta.

 

PEMBROKE, BIGOT

Gli animi nostri fan proprie le tue parole.

 

Entra Hubert.

 

HUBERT

Signori, sono accaldato per la corsa che ho fatto cercandovi:

Arthur è vivo; il re vi manda a cercare.

 

SALISBURY

Ah, è uno sfrontato,

non arrossisce neppure davanti alla morte.

Vattene, odioso assassino, via di qui!

 

HUBERT

Non sono un assassino.

 

SALISBURY

Devo portar via il lavoro alla giustizia?

[Sguaina la spada.]

 

BASTARDO

La vostra spada è lucente, signore, rinfoderatela.

 

SALISBURY

L’inguainerò solo nella pelle d’un assassino.

 

HUBERT

Indietro, Lord Salisbury, state indietro, vi dico;

perdio, la mia spada è affilata come la vostra.

Non vorrei che voi, signore, dimentico di voi stesso,

correste il pericolo della mia legittima difesa,

o che io, concentrandomi sulla vostra rabbia,

dimenticassi il valore, la grandezza e la nobiltà vostri.

 

BIGOT

Via di qui, letamaio! osi sfidare un nobile?

 

HUBERT

No, sulla mia vita; ma oserei difendere

la mia vita innocente anche contro un imperatore.

 

SALISBURY

Tu sei un assassino.

 

HUBERT

Non spingetemi a diventarlo; per ora

non lo sono. La lingua di chi dice un simile falso

non dice la verità, e chi non dice la verità, mente.

 

PEMBROKE

Fatelo a pezzi.

 

BASTARDO

Mantenete la calma, vi ripeto.

 

SALISBURY

Fatti da parte, o colpirò anche te, Faulconbridge.

 

BASTARDO

Faresti meglio a colpire il diavolo, Salisbury;

se solo mi guardi storto, muovi un piede,

o insegni alla tua ira frettolosa a trattarmi vergognosamente,

ti colpirò a morte. Metti via la spada per tempo,

o ridurrò te e il tuo spiedo in modo tale

da farti pensare che è arrivato il diavolo dall’inferno.

 

BIGOT

Cosa vorresti fare, illustre Faulconbridge,

aiutare un furfante e un assassino?

 

HUBERT

Lord Bigot, non sono né l’uno né l’altro.

 

BIGOT

Chi ha ucciso il principe?

 

HUBERT

L’ho lasciato un’ora fa, e stava bene:

lo rispettavo, l’amavo e piangerò per tutta la vita

la perdita della sua tenera vita.

 

SALISBURY

Non credete all’acqua astuta dei suoi occhi,

la furfanteria abbonda di simili umori, e lui,

che da tempo ci commercia, li fa sembrare

quasi i fiumi del rimorso e dell’innocenza.

Via, venite via con me, tutti voi le cui anime detestano

i sozzi fetori di un mattatoio:

son soffocato da questo puzzo di peccato.

 

BIGOT

Via, verso Bury, andiamo lì dal Delfino!

 

PEMBROKE

Dirai al re che ci potrà trovare lì. [Escono i nobili.]

 

BASTARDO

Ah, che mondo! Ne sapevi niente, tu, di questo bel lavoro?

Hubert, se sei responsabile di quest’opera di morte,

sarai dannato oltre i confini infiniti

e sconfinati della misericordia.

 

HUBERT

Se soltanto mi ascoltasse, signore.

 

BASTARDO

Ti dirò io, invece, una cosa:

avrai un’anima nera come… no, non c’è niente di così nero;

sarai dannato e sprofonderai oltre lo stesso Principe Lucifero:

non ci sarà all’inferno diavolo più orrendo di te,

se hai ucciso questo ragazzo.

 

HUBERT

Sulla mia anima…

 

BASTARDO

Anche se hai soltanto dato il consenso

a quest’atto crudelissimo, non ti resta che la disperazione;

e se hai bisogno d’una corda, il più piccolo filo

che mai ragno abbia intessuto fuor del suo ventre

basterà a strangolarti; un giunco sarà una trave

sufficiente ad impiccarti; e se invece ti volessi annegare

versa un po’ d’acqua in un cucchiaio,

e sarà come l’intero oceano,

sufficiente ad affogare un simile furfante.

Ho gravi sospetti su di te.

 

HUBERT

Se in atti, consensi, o peccati di puro pensiero

sono colpevole d’aver rubato il dolce alito

confinato in questa splendida argilla,

l’inferno non abbia pene bastanti a torturarmi!

L’ho lasciato che stava bene.

 

BASTARDO

Va’, portalo con le tue braccia.

Vago come in un sogno, credimi, e son smarrito

tra le spine e i pericoli di questo mondo.

Con che facilità sollevi l’intera Inghilterra

da questo pezzo di morta regalità!

La vita, la giustizia e la verità di questo regno

sono volate al cielo, e all’Inghilterra tocca adesso

dar strattoni, affannarsi, dividersi coi denti

gli interessi non rivendicati d’uno stato che si gonfia d’orgoglio.

Ora, per l’osso spolpato della maestà,

una canea guerresca drizza il suo irato cimiero

abbaiando ai gentili occhi della pace,

ora i nemici dall’esterno e i rivoltosi dall’interno

si congiungono in una sola schiera,

e un’immensa confusione, simile a un corvo

sopra una bestia in fin di vita, stramazzata al suolo,

attende l’imminente rovina d’una regalità usurpata.

Adesso son felici solo quelli che il saio e il cingolo

tengono lontani da questa tempesta. Porta via il ragazzo

e seguimi in tutta fretta: io andrò dal re.

Mille problemi incombono, e il cielo stesso

guarda accigliato la nostra terra. [Escono.]

Re Giovanni
(“King John” – 1590- 1597)
Introduzione – Riassunto
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Atto II
Atto III
Atto IV
Atto V

Introduzione al teatro di Shakespeare
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