Eduardo De Filippo, La Tempesta di William Shakespeare


Eduardo De Filippo, La Tempesta di William Shakespeare

La tempesta secondo Eduardo De Filippo a vent’anni dalla riscrittura in napoletano seicentesco.
Da “Il Domenicale” di sabato 3 gennaio 2004.

di Tiziano Fratus

da napolidieduardo.blogspot.com

Eduardo De Filippo

Nel 1983 Eduardo De Filippo ottuagenario consegnava la sua riscrittura de La tempesta di William Shakespeare all’Einaudi, per uscire poche settimane più tardi nella collana Scrittori tradotti da scrittori. Eduardo aveva ricevuto un anno addietro la visita di Giulio Einaudi, che gli aveva proposto di tradurre una pièce di Shakespeare. Eduardo, nel corso della sua lunghissima carriera teatrale, iniziata da giovanissimo con Eduardo Scarpetta e terminata sul finire degli anni Settanta dopo aver scritto e portato in scena oltre quaranta commedie (1), non era mai riuscito a ricucirsi il tempo per tradurre un Molière o per l’appunto uno Shakespeare, ed ora, finalmente, era giunta l’occasione.

Diverse sono le ragioni per cui Eduardo scelse questa commedia e non un’altra, e ce lo spiega egli stesso nella nota in chiusura al volume (2): “La tolleranza, la benevolenza che pervade tutta la storia”.

Il drammaturgo napoletano prosegue:

“Sebbene sia stato trattato in modo indegno da suo fratello, dal re di Napoli e da Sebastiano, Prospero non cerca la vendetta bensì il loro pentimento. Quale insegnamento più attuale avrebbe potuto dare un artista all’uomo di oggi, che in nome di una religione o di un ideale ammazza e commette crudeltà inaudite, in una escalation che chissà dove lo porterà?”

Questo veniva scritto vent’anni fa, ed oggi capiamo quanto queste parole siano state profetiche. La lingua adottata da Eduardo per riscrivere “La tempesta” è un napoletano del Seicento, una lingua che presenta suoni più cauti, meno parole tronche a beneficio di parole piane, quindi meno sintagmatica rispetto al napoletano corrente o rispetto al napoletano utilizzato nelle sue commedie. Di seguito farò riferimento alla traduzione in italiano condotta da Cesare Vico Ludovici, ed alla versione ufficiale del testo di Shakespeare secondo la Oxford University Press (3). La riscrittura e la traduzione sono due termini di delicata gestione, come è stato osservato sulle pagine di questo settimanale da Franco Buffoni e Federico Italiano.

Nella recente storia del teatro italiano, quello ribattezzato da parte della critica Nuovo Teatro, la riscrittura tende ad essere una prova d’autore indipendente dall’originale, ovvero ad essere una nuova fonte testuale ispirata più o meno liberamente.

Questa tendenza ha svincolato gli autori, spessissimo attori (quindi auto-attori) o registi, dall’obbligo alla fedeltà che rappresenta comunque una chiave di non facile interpretazione. Eduardo, appartenente ad una vecchia scuola, quindi legato alla tradizione, cercò al contrario di riscrivere Shakespeare mantenendo saldo il testo di partenza, utilizzando l’originale ed una traduzione in italiano condotta dalla moglie. Per cui l’originalità de La tempesta di Eduardo sta nella lingua, nella resa delle affermazioni che rendono, alla napoletana, il medesimo senso delle espressioni e delle personalità così come forgiate dal drammaturgo di Stratford-upon-Avon.

Come è noto, La tempesta rientra in una cerchia di testi che Shakespeare scrisse ispirato alle Metamorfosi di Ovidio, come è nel caso di Tito Andronico, Venere e Adone, Lucrezia violata, Troilo e Cressidra. Ragion per cui il ricorso agli spiriti, l’evocazione di forze misteriose ed incontrollabili della natura, sono dinamiche che si aggiungono alla perenne visione dell’umanità come esercito di burattini guidati da destino.

E si tratta di una caratteristica che si ricongiunge all’anima della teatralità e della fantasia tradizionale, napoletana, meridionale ma non soltanto (4), pervasa da spiritismi e da incontri con santi, angeli e demoni: è una considerazione che si basa sulla trasmissione dalle favole che si raccontavano un tempo nelle stalle o nelle piazze dei paesi, e che sono ritornate ultimamente nei teatri grazie alle narrazioni del cantastorie Ascanio Celestini.

La trama de La tempesta è nota: su un’isola (5) vive da molti anni Prospero insieme alla bellissima figlia Miranda (6), vi hanno trovato rifugio dopo il naufragio della loro nave. Prospero era Duca di Milano, ma venne tradito dal fratello Antonio, che in combutta con il re di Napoli avevano architettato la sua partenza verso questa parte di mondo, di modo da prenderne il trono. Ora, dopo diversi anni, i venti hanno costretto al naufragio anche la nave con a bordo Alonzo, il re di Napoli, il fratello Sebastiano, Antonio, il vecchio consigliere Gonzalo e Ferdinando, il figlio di Alonzo. Sull’isola vive un essere che incarna l’idea di primitività, Calibano (7), da sempre schiavo di Prospero che durante la sua permanenza sull’isola ha affinato potenti poteri magici. Mentre Prospero cercherà, con l’aiuto di Ariele e dei suoi spiritelli, di riconquistare il trono legittimo si troverà ad affrontare un complotto guidato dallo stesso Calibano. Inoltre la figlia Miranda incontrerà Ferdinando, i due si innamoreranno e si prometteranno: Prospero dapprima, e Alonzo in seguito, accetteranno questa scelta. Infine Calibano verrà punito. Come sottolineato dallo stesso Eduardo, La tempesta è un testo che individua nel perdono e non nella vendetta il motore del suo sviluppo: si tratta d’una scelta antitetica rispetto alle carneficine messe in moto nei testi più celebri del poeta inglese: Riccardo III, Tito Andronico, Romeo e Giulietta. La versione eduardina va letta tutta, in quanto la traduzione effettuata dal drammaturgo è una vera e propria riscrittura in salsa napoletana. Le affermazioni che in italiano sembrano neutre, nel dialetto colto di Eduardo sembrano al contrario acquistare una carica positiva, propulsiva: la stessa carica si ripresenta in commedia dell’arte, e nel teatro dialettale. Andrò quindi a segnalare alcuni passaggi.

In apertura della scena prima, atto primo:

CAPITANO Nostromo!
NOSTROMO A lli cumanne vuoste, Capitanio! Mal’aria e bà!
CAPITANO Tiempo ‘a perdere non ce n’è. (8) 

Poco dopo il nostromo incita i marinai a resistere, sotto la furia della tempesta:

NOSTROMO Guagliú, curríte. Faciteve curaggio: ‘a Maronna ‘a Catena nce aiuta […] Guagliú, facímmece annòre: simmo Napulitane!
MARINAI (in coro) Símmo Napulitane! Sciosciasciò! (9)

Ovviamente Shakespeare non parlava di una Madonna della Catena.

Nella scena seconda, atto secondo, Calibano maledice Prospero:

CALIBANO

Oje sole mio! Fammèla tu sta grazia:
tutta ll’aria fetosa e ammalurata,
povero sole mio, ca tu risciate
da palude e pantane velenuse,
sputele ncap’a Prospero!
Cummòglielo de piaghe vermenuse!

Li spirite suoje me sentono, lu saccio…
ma c’aggia fa’, nun pozzo fa’ da meno
de smaledirlo.
Piezzo de carugnone!
Sulo si le fa còmmodo
allora isso dà ll’ordine,
e sulo tanno arrivano…
E allora so’ carocchie,
so’ scoppole,
so’ cauce,
pizzeche a maliune…(10)

Come si può notare da questo frammento Eduardo ha riscritto versificando anche parti che Shakespeare aveva composto in prosa. Inoltre, la scrittura dell’autore inglese era, nella traduzione di Vico Ludovici, abbastanza diversa:

CALIBANO

Tutti i miasmi che il sole succhia su dai bòzzi dai pantani e dalla marcite ripiovano su Prospero e lo facciano a oncia a oncia tutto una piaga (11). Lo so che i suoi folletti mi sentono; ma io non posso tenermi dal maledirlo.

La più celebre delle invettive de La tempesta sta nella parte finale del quarto atto, quando Prospero fa un’affermazione destinata a far discutere fino ai nostri giorni:

PROSPERO

Un demonio, un demonio nato è quel Calibano: che per natura sua respinge ogni elemento di civiltà. Con lui è stata butatta via, tutta buttata via, la fatica che mi son dato per un senso d’umanità. (12)

In Eduardo diventa:

PROSPERO

Nu Demmonio, nu vero Demmonio, grurante, bestione… Ma sarebbe sacrilegio chiammare Calibano a na povera bestia nnucente. Tutte li ccure, li ppene ca me pigliaje pe’ isso, umanamente, perduto! Tutto perduto…

Tiziano Fratus

NOTE


1
 – Le sue commedie sono pubblicate in due raccolte in più volumi:

Cantata dei giorni dispari, Einaudi, Torino, 1995;

Cantata dei giorni pari, Einaudi, Torino, 1998;

varie edizioni nella collana Teatro di Einaudi e Mondadori.

2 – La tempesta di William Shakespeare nella traduzione in napoletano di Eduardo De Filippo, Einaudi, Torino, 1984.

3 – La tempesta di William Shakespeare, traduzione di Cesare Vico Ludovici, Einaudi, Torino, 1953 poi ristampe fino al 1998.

The Oxford Shakespeare – The Complete Works, a cura di Stanley Wells e Gary Taylor, Oxford University Press, Oxford New York, 1988.

4 – L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi (1978) ambientato nella bassa provincia bergamasca.

5 – L’isola parrebbe descritta ed immaginata sulla base di diari di bordo tratti dal naufragio dell’imbarcazione Sea Venture, avvenuta nel 1609 presso le isole Bermude, già allora conosciute anche come Le isole del Diavolo.

La prima rappresentazione del testo risale, secondo gli Extracts from the Accounts on the Reveals at Court, al primo novembre 1611.

6 – Animo puro come le protagoniste di altri testi shakesperiani, Giulietta in Giuletta e Romeo e Lavinia nel Tito Andronico.

7 – Caliban è anagramma di Cannibal.

In quegli anni Shakespeare aveva letto la traduzione inglese d’un saggio dello storico francese Montaigne: Of the Canniballes.

8 – Trad.:

Ai vostri comandi, capitano! Va male!

Non c’è tempo da perdere.

Espressioni come “Tiempo ‘a perdere non ce n’è” sono di chiara marca eduardiana, basti pensare alle storiche “Ha da passa’ ‘a nuttata” con cui si conclude Filumena Marturano oppure “Te piace u presepe” di Natale in casa Cupiello.

9 – Trad.

Ragazzi, andiamo! Fatevi coraggio: ci aiuta la Madonna della Catena.

[…] Ragazzi, facciamoci onore: siamo napoletani!

Siamo napoletani! Soffia, soffia!

10 – Trad.:

O sole mio! Fammela tu la grazia:

tutta l’aria puzzolente e letale,

povero sole mio, che tu respiri

dalla palude e dal pantano velenoso,

sputala addosso a Prospero!

Coprilo di piaghe verminose!

I suoi spiriti mi sentono, lo so…

ma che posso fare, non posso

che maledirlo.

Pezzo di carogna!

Soltanto quando gli fa comodo

allora ordina,

e soltanto allora essi arrivano…

E allora sono colpi in testa con le nocche,

scappellotti,

calci,

pizzichi a milioni…

11 – Versione in-folio di Shakespeare:

All the Infections that the sun sucks up

From bogs, fens,
flats, on Prosper fall, and make him

By inch-meal a disease!

12 – Versione in-folio di Shakespeare:

A devil, a born devil, on whose nature

Nurture can never stick; on whom my pains,

Humanely taken, all, all lost, quite lost.