Macbeth: Follia, cupidigia e destino


Macbeth: Follia, cupidigia e destino

Percorso didattico: Macbeth: Follia, cupidigia e destino

di Oscar Serino, Basilio Sciacca

Da Edurete.org

Macbeth


PREMESSA DEGLI AUTORI E PROFILO DEL PERCORSO DIDATTICO

Opera teatrale composta presumibilmente a cavallo tra il 1605 e il 1608, il Macbeth è considerato l’ultima delle quattro grandi tragedie di William Shakespeare, al pari dell’Amleto, di Re Lear e dell’Otello. Due caratteristiche che la contraddistinguono dalle altre sono: da un lato la relativa brevità e dall’altro l’atmosfera estremamente tetra, a tratti apocalittica.

Infatti, mentre in Re Lear il mondo naturale resta totalmente indifferente nei confronti delle vicende umane, nel Macbeth il sommo poeta inglese sceglie di introdurre l’elemento sovrannaturale funesto che contribuisce a far crollare il regno di Macbeth e a provocarne quindi la tragica morte. Il tema fondamentale della tragedia (ambientata in Scozia) è la natura malvagia dell’uomo o comunque la pulsione distruttrice che alberga in ognuno di noi.

In sintesi l’opera racconta la disperata ascesa di un nobile che, da virtuoso e fedele al proprio sovrano, si trasforma in un mostro crudele che non si ferma di fronte a nessun ostacolo ed elimina fisicamente tutti i potenziali nemici, compresi amici e parenti. La spirale di sangue e violenza finisce però per distruggere lui stesso e la moglie la quale sempre lo appoggia nei complotti di corte. Proprio questa figura femminile, lady Macbeth, rappresenta la parte psichicamente malata dell’eroe, la perversa consigliera ed istigatrice che, alla stregua di un serpente velenoso, usa il marito come uno strumento per raggiungere il potere e soddisfare la propria cupidigia.


PRINCIPALI TEMI DEL MACBETH

L’antico concetto di tragedia riguardava la caduta di un grande uomo, ad esempio un re, da una posizione di superiorità ad una condizione di disgrazia a causa della propria superbia. Per i greci, la superbia umana finiva con l’essere punita da una tremenda vendetta. L’eroe tragico meritava la compassione del pubblico ma non necessariamente il perdono: la tragedia greca ha spesso un finale tetro.

L’opera teatrale cristiana, invece, offre sempre un barlume di speranza; non a caso il Macbeth termina con l’incoronazione di Malcolm, un nuovo capo che incarna perfettamente le virtù che il buon sovrano deve possedere.

I coniugi Macbeth: un’allegoria di Adamo ed Eva?
Il Macbeth mette in scena elementi che ricordano da vicino la più grande delle tragedie cristiane: il peccato originale e la conseguente cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre. Nella Genesi, la debolezza di Adamo, convinto dalla moglie la quale è stata a sua volta tentata da Satana, lo induce a violare i limiti imposti e a far finta di essere un dio. Entrambe le storie lasciano spazio alla speranza: l’umanità verrà salvata da Cristo anche se ha peccato. In termini cristiani, malgrado Macbeth sia un tiranno, un criminale e un peccatore, ciò non esclude un’eventuale redenzione in paradiso. Macbeth, nonostante i suoi orrendi crimini, è un uomo degno di compassione. Ciò che lo salva è il fatto che da principio egli non vuole uccidere Duncan ma in un secondo momento cambia idea, condizionato dalla cupidigia della moglie. Inoltre Macbeth soffre internamente perché non riesce a godersi la posizione di prestigio che occupa. Pur essendo re, paura, paranoia, esaurimento e insonnia non gli danno tregua. Anche lady Macbeth è un’eroina tragica. La sua baldanza mista a coraggio dura poco e va progressivamente alla deriva tra isterie e sonnambulismo. Si esaurisce mentalmente e fisicamente perché consumata dalla fatica del delitto. I due protagonisti sono degni di compassione in quanto il pubblico assiste ad ogni fase del loro travagliato destino, cogliendone gli effetti nefasti non solamente sul popolo scozzese ma anche su se stessi.

Predestinazione e libero arbitrio.

Nell’antichità le vicende umane erano considerate alla mercè della “ruota della fortuna” sottolineando la concezione della vita come una lotteria. Si poteva raggiungere la sommità della ruota e usufruire dei benefici che ne derivavano ma solo per un breve periodo. Bastava un piccolo movimento per precipitare rovinosamente alla base della ruota. Al contrario il destino è già scritto. In un universo fatalistico, la durata e l’esito della vita (destino) sono predefiniti da forze ultraterrene. Nel Macbeth queste forze sono rappresentate dalle streghe. L’opera fa un’importante distinzione: il destino potrà anche essere segnato in partenza, ma le modalità con cui quel destino si compie restano in balìa del destino e del libero arbitrio del soggetto. Anche se a Macbeth viene predetto che diventerà re, non gli viene specificato come lo diventerà: infatti tocca a lui fare delle scelte. Non si può biasimarlo per essere diventato re (è il suo destino), ma si può biasimarlo per i mezzi di cui si serve per diventarlo (libero arbitrio).

L’ordine politico e l’ordine naturale.

Il Macbeth è ambientato in una società in cui la parola d’onore e la fedeltà ai propri superiori sono imperativi categorici. Al vertice della gerarchia si trova il re, cioè il rappresentante della divinità sulla Terra. Altre relazioni umane dipendono dalla fedeltà: il cameratismo sul campo di battaglia, l’ospitalità dell’anfitrione nei confronti dell’ospite e la fedeltà coniugale tra marito e moglie. In quest’opera qualsiasi relazione umana è corrotta o depravata. L’assoggettamento di Macbeth da parte della moglie, il regicidio e la distruzione dei legami familiari e camerateschi, sono tutte azioni volte al sovvertimento dell’ordine naturale. La visione medievale del mondo prevedeva un rapporto diretto tra l’ordine naturale, il cosiddetto microcosmo, e l’ordine universale, il cosiddetto macrocosmo. Quindi, quando Lennox e l’anziano parlano dello sconvolgimento terrificante che sta investendo il mondo – tempeste, terremoti, eclissi e così via – viene subito in mente il sovvertimento dell’ordine naturale che Macbeth ha provocato nel suo microcosmo.

LA FORZA DISTRUTTRICE DI UN’AMBIZIONE SFRENATA.

Il tema centrale del Macbeth – la distruzione totale quando l’ambizione non viene tenuta a freno da limiti morali – trova la sua più grande espressione nei due protagonisti dell’opera.Macbeth è un coraggioso generale scozzese che per natura non è incline a commettere azioni malvage ma desidera ardentemente il potere e la fama. Uccide Duncan contravvenendo ai suoi principi morali e in seguito si lacera tra i sensi di colpa e la paranoia. Verso la fine della tragedia precipita in un’abisso di disperata follia. Lady Macbeth, d’altro canto, persegue i propri obbiettivi con grande determinazione anche se si rivela meno pronta a sopportare le conseguenze delle sue azioni immorali.

Si tratta di uno dei personaggi shakespeariani più estremi: fa di tutto per convincere il marito ad uccidere spietatamente Duncan e lo incita a farsi coraggio nell’affrontare le conseguenze dell’omicidio; tuttavia le atrocità commesse dal marito peseranno talmente tanto sulla sua coscienza che il suo equilibrio psichico ne sarà compromesso. In entrambi i casi, l’ambizione – coadiuvata ovviamente dalle funeste profezie delle streghe – è ciò che spinge la coppia verso nefandezze sempre più ignobili. La teoria che sembra sottostare all’intera opera consiste nel fatto che quando si decide di usare violenza per raggiungere i propri scopi, fermarsi diventa un’impresa sovrumana. Le minacce al trono sembrano non finire mai – Banquo, Fleance, Macduff – ed è sempre forte la tentazione di ricorrere alla violenza per sbarazzarsi dei nemici.
Macbeth è la rappresentazione della sete di potere, di un’avidità irrefrenabile che una volta scatenata non si ferma davanti a nessun ostacolo perché il fine ultimo oltrepassa qualunque cosa possa essere raggiunta. La realtà perde di significato se paragonata ai desideri più inconfessabili di una mente in preda al delirio. Ecco che lo spettatore assiste ad un vero e proprio distacco dalla realtà. Nel corso della Storia molti uomini hanno vagheggiato repubbliche ideali e principati illuminati che non si sono mai realizzati. Ma la discrepanza tra come si dovrebbe vivere e come si vive è tale che colui che trascura ciò che succede e bada solo a ciò che si dovrebbe fare si incammina sul sentiero dell’autodistruzione. Il filosofo Niccolò Machiavelli (1469-1527),affermò che la cupidigia conduce alla rovina, un concetto fondamentale in quest’opera shakespeariana.
Il dramma si apre con tre streghe che rendono omaggio a Macbeth con tre appellativi di prestigio: signore di Glamis (lo è già), signore di Cawdor (lo diventerà a breve) ed infine re di Scozia. Macbeth, uomo pervaso da un’ambizione smisurata, viene tentato da questi titoli e, aiutato dalla moglie, uccide ad uno ad uno i suoi rivali al trono. Di conseguenza la ricerca del potere a tutti i costi determina il suo destino. Lo psicologo Erich Fromm (1900-1980), affermò che la cupidigia è un pozzo senza fondo che tormenta l’essere umano e lo induce a spendere tutte le proprie energie per soddisfare un desiderio che però, una volta soddisfatto, non dà alcuna gratificazione. Shakespeare fa capire al pubblico che colui che, accecato dalla sete di potere, danneggia gli altri (perché rappresentano un intralcio insopportabile) finisce per distruggere se stesso e i suoi cari, mentalmente e moralmente. Macbeth combatte una guerra senza regole, una partita mortale in cui l’uomo approfitta del prossimo per vincere e rivendicare il titolo di re. “Se tutto fosse fatto, una volta fatto, allora sarebbe bene che fosse fatto presto: se l’assassinio potesse arrestar nella rete le conseguenze, e con la cessazione di esse assicurare l’esito, sicché questo solo colpo fosse il principio e la fine del mio atto, qui, qui soltanto, su questo banco, su questa secca del tempo noi arrischieremmo, con un salto, la vita futura. Ma in casi come questo, noi abbiamo da subire un giudizio anche qui: giacché noi non facciamo che insegnare opre di sangue, le quali, appena insegnate, finiscono per punire il maestro. Questa giustizia dalla mano imparziale porge alle nostre labbra stesse la miscela del nostro calice avvelenato” (Atto I, scena VII).
Macbeth nutre sentimenti contrastanti quando pensa all’omicidio di Duncan, che oltre ad essere il sovrano è anche suo cugino. Esita ad uccidere Duncan perché teme le conseguenze che potrebbero in qualche modo sopraggiungere e affliggerlo. Si chiede come reagirebbero i sudditi ma la sua ambizione soffoca le paure e la coscienza che lo tormentano. Oramai la sua moralità è compromessa. Infatti il tragico eroe, anziché chiedersi se l’azione che sta per commettere è giusta oppure no, si preoccupa solo delle pesanti conseguenze che potrebbe affrontare nel caso il suo piano fallisse. É chiaro che Macbeth non prova né teme alcun senso di colpa per l’omicidio. Teme piuttosto Banquo, la cui esistenza rappresenta un ostacolo all’avverarsi delle profezie. “I timori che ci desta Banquo fanno presa profonda, e nella regalità della sua natura regna ciò che vuol essere temuto: egli osa molto, e a questa indomita tempra dell’anima aggiunge una prudenza, che guida il suo coraggio ad agire con sicurezza. Non v’è che lui la cui esistenza io tema: e davanti a lui il mio genio si sente represso, come dicono accadesse a quello di Marco Antonio dinanzi a Cesare. Egli investì le sorelle, quando la prima volta mi attribuirono il nome di re, e impose loro di parlare a lui; allora, con linguaggio profetico, esse lo salutarono padre di una stirpe di re. Così, sulla testa mi hanno messo una corona infeconda, e nel pugno uno sterile scettro, che mi sarà strappato da mano d’estraneo, poiché nessun mio figlio mi potrà succedere. Se è così, io mi sono macchiato l’anima per la progenie di Banquo; per loro ho assassinato il virtuoso Duncan; per loro unicamente ho versato l’odio nel vaso della mia pace e ho dato il mio gioiello eterno al nemico comune dell’uomo, per fare re loro, re il seme di Banquo!” (Atto III, scena I).Da questo momento in poi le deboli remore di Macbeth si dissolvono e qualsiasi assassinio è possibile se si frappone tra lui e la corona. “Ogni ragione dovrà cedere dinanzi al mio proprio interesse. Io mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto, che se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe pericoloso quanto l’andare innanzi. Ho in testa strani progetti, ai quali metterò mano, che devono essere eseguiti prima di poter essere ben ponderati” (Atto III, scena IV). Ancora più dure sono le sue parole dopo il consulto con le streghe all’inizio del quarto atto: “Da questo istante i primi nati del mio cuore saranno i primi nati della mia mano, e fin da ora, per coronare i miei pensieri con le azioni, sia pensato e fatto: attaccherò il castello di Macduff, m’impossesserò di Fife, passerò al filo della mia spada sua moglie, i suoi bambini e tutte le anime sciagurate che gli succedono nella sua discendenza” (Atto IV, scena I).

L’ambizione corrompe la moralità dell’uomo perché gli restringe la mente e lo spirito. Anche se indirettamente, le azioni guidate dalla cupidigia arrecano rimorsi tormenti strazianti. Il senso di colpa per un delitto atroce provoca a sua volta una dissociazione psichica nella mente dell’individuo: “Mi è sembrato di sentire una voce gridare: “Non dormire più! Macbeth uccide il sonno!”… il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d’ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Atto II, scena II). La caduta di Macbeth nel baratro dell’abiezione morale coincide con il logoramento delle sue facoltà mentali che peggioreranno ininterrottamente fino alla follia completa. “Ti prego, vedi là! guarda! osserva! ecco!… Che dici? Ah, che cosa mi turba? Se tu puoi far cenni col capo, oh, parla anche! Se i carnai e le tombe debbono rimandarci indietro quelli che noi seppelliamo, i nostri sepolcri, d’ora innanzi, saranno gli stomaci degli avvoltoi… Vattene, fuggi la mia vista! La terra ti nasconda! Le tue ossa sono senza midollo, il tuo sangue è freddo; tu non hai virtù visiva in cotesti occhi che sbarri.” (Atto III, scena IV). Macbeth è letteralmente sconvolto dall’apparizione dello spettro di Banquo e lascia intuire di essere il mandante dell’omicidio, la qual cosa insospettisce Macduff che alla fine dell’opera guiderà un esercito per sconfiggere Macbeth.
“Via, maledetta macchia! Via, dico Una… due: ecco, allora è il momento di farlo. L’inferno è buio! Vergogna, mio signore, vergogna! un soldato che ha paura! Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto? Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” (Atto V, scena I). Anche Lady Macbeth è ossessionata dal senso di colpa per aver aiutato il marito ad eliminare Duncan. Lady Macbeth impazzisce dal rimorso e ogni notte si sveglia per cancellare il sangue dalle mani, un chiaro emblema della colpa che è condannata a sopportare per il resto dell’esistenza. Non reggerà al peso della colpa e sceglierà di suicidarsi. “Le ambizioni umane sono tutte legittime tranne quelle per le quali si devono calpestare altre vite umane”, dichiarò lo scrittore Joseph Conrad (1857-1924).
Le ambizioni di Banquo sono molto più semplici e paradossali di quelle della coppia diabolica. Pur restando incuriosito dalle profezie delle streghe, è abbastanza riluttante nel ritenerle credibili. Ha un’indole innocua, onesta e poco problematica, sceglie di non sfidare il proprio destino ed evita così di corrompersi moralmente. Essendosi prefisso di condurre una vita ortodossa, non lascia che delle forze esterne come le streghe, il destino e la cupidigia, interferiscano con i suoi principi: “Mio buon signore, perché trasalite, e sembra che abbiate paura di cose che suonano così belle? In nome del vero, siete creature della fantasia, o siete in realtà ciò che esteriormente sembrate? Voi salutate il mio nobile compagno con un titolo di onore ch’egli già possiede, e con sì alta predizione di nobile acquisto e di regale speranza, ch’egli ne sembra rapito fuor di sé: a me non parlate. Se voi potete penetrare con lo sguardo dentro i semi del tempo, e dire quale granello germoglierà e quale no, allora parlate a me, che non sollecito né temo i vostri favori e l’odio vostro” (Atto I, scena III). Dunque Banquo non crede alle profezie delle streghe; il suo scetticismo impedisce al sortilegio di penetrargli nell’anima e quindi ne resta immune. Lo stesso non si può dire dei due protagonisti della tragedia.

IL RAPPORTO TRA CRUDELTÀ E VIRILITÀ

In Macbeth il tema del genere ricorre spesso. Lady Macbeth manipola il marito mettendo in dubbio la sua virilità, desidererebbe essere asessuale, e non contraddice Macbeth quando si sente dire che una donna come lei dovrebbe partorire solo figli maschi. Proprio come Lady Macbeth sprona il marito a commettere omicidi, così anche Macbeth stuzzica l’orgoglio dei sicari che uccideranno Banquo mettendone in discussione la virilità. Tali azioni dimostrano che la coppia diabolica fa coincidere la mascolinità con la violenza più efferata e, ogni qual volta discute della virilità, ecco che in breve tempo sopraggiunge un nuovo omicidio. La loro concezione della virilità è alla base dello sgretolamento politico descritto nell’opera. Esso evolve rapidamente in direzione del caos. Allo stesso tempo il pubblico non può fare a meno di notare che anche le donne sono all’origine della malvagità e della violenza. Le profezie delle streghe scatenano l’ambizione di Macbeth e acuiscono le sue pulsioni aggressive. Lady Macbeth gioca la parte della stratega che sovrintende ai complotti del marito. L’unico essere divino a fare la sua comparsa è Ecate, la dea della stregoneria. Si potrebbe sostenere che Macbeth sia uno strumento di morte in mano alle donne. Tale interpretazione porta alcuni critici a considerare il Macbeth come l’opera più misogina di Shakespeare. Tuttavia, é vero che gli uomini sono crudeli e propensi al male quanto le donne, ma l’aggressività dei personaggi femminili lascia ancora più turbati perché ribalta i canoni tradizionali che le raffigurano come portatrici di conciliazione e saggezza. Il comportamento di Lady Macbeth indica che le donne possono essere crudeli e spietate quanto gli uomini. L’unica differenza nel raggiungimento degli obbiettivi è che, per via delle convenzioni sociali o a causa della propria vigliaccheria, Lady Macbeth utilizza il sotterfugio e la manipolazione psicologica piuttosto che la violenza. In ultima analisi la tragedia offre una definizione riveduta e corretta della virilità.
Nella scena in cui Macduff scopre che sua moglie e i suoi figli sono stati massacrati, Malcolm lo conforta consigliandogli di affrontare la notizia come un vero uomo, cioè ricorrendo alla vendetta. Macduff dimostra apertamente al giovane erede che si è fatto un’idea distorta della virilità. Ecco le parole di Malcolm: “Fatevi coraggio! Per guarire da questo mortale dolore, serviamoci come medicina, della nostra grande vendetta… Ragionate la cosa da uomo!”. Allora Macduff replica: “Sì, ma io devo anche sentirla da uomo: e non posso fare a meno di ricordarmi che vivevano esseri che per me erano preziosissimi” (Atto IV, scena III). Alla fine dell’opera Siward non si scompone più di tanto quando gli riferiscono che suo figlio è morto. Malcolm allora ribatte: “Egli merita maggior rimpianto, ed io glielo tributerò” (Atto V, scena IX). Questo commento dimostra come Malcolm abbia imparato la lezione sulla cosiddetta “virilità” impartitagli da Macduff e, in una prospettiva di speranza, suggerisce che con Malcolm sul trono di Scozia, l’ordine verrà ripristinato.
Banquo dice alle streghe: “voi dovete esser donne, ma tuttavia la vostra barba mi impedisce di persuadermi che lo siete davvero” (Atto I, scena III). Il “dovete” indica che si tratterebbe di donne, probabilmente per via dei vestiti. In realtà le barbe alludono a caratteristiche da ermafrodita. Lady Macbeth, dicendo fra sé e sé che è in grado di uccidere Duncan, esclama: “Venite, o voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest’istante medesimo snaturate in me il sesso, e colmatemi tutta, da capo a piedi, della più atroce crudeltà” (Atto I, scena V). È convinta che, se potesse cambiare sesso, non proverebbe né indecisione né rimorso. Sarebbe uno spietato assassino, come un vero uomo. Quando Macbeth osa dire alla moglie che Duncan non merita di morire, lei lo accusa di essere un codardo e lui la supplica di tacere: “Ti prego, taci. Io ho il coraggio di fare tutto quello che ad un uomo può essere decoroso fare; chi osa far di più, non è un uomo” (Atto I, scena VII). Egli pensa che un vero uomo non si presterebbe all’omicidio. Sua moglie non è d’accordo e replica: “Allora che bestia era quella che vi indusse a palesarmi questo disegno? Allorché osavate compierlo, eravate un uomo; e ad essere più di quello che allora eravate tanto più sareste un uomo” (ibidem). Con queste parole la questione è chiusa.
Nella scena in cui Macduff scopre il corpo insanguinato di re Duncan e sveglia tutto il castello, la maggior parte dei personaggi entra in scena in abiti da notte. Quando Banquo propone agli altri ospiti del castello di incontrarsi per discutere della morte del re, dice che tutti devono presentarsi vestiti per coprire le proprie fragilità: “E quando avremo coperto il nostro ignudo frale, che soffre, esposto così all’aria, vediamoci, e discutiamo questa sanguinosissima faccenda per conoscerla più addentro (Atto II, scena III). Macbeth è d’accordo nel radunarsi e aggiunge: “Vestiamoci prestamente di tutto punto e riuniamoci nella sala TUTTI: D’accordo!”. In pratica si deduce che Macbeth si sente più umano quando indossa i suoi abiti normali.
Quando Macbeth tenta di convincere due uomini che Banquo è il nemico, essi non reagiscono come lui spera. A quel punto domanda sarcasticamente se hanno intenzione di lasciare che Banquo tenga le loro famiglie per sempre povere. Anziché mostrare a Macbeth l’odio profondo che gli farebbe piacere notare, il primo sicario si limita a dire: “Noi siamo uomini, mio sovrano”. Allora il protagonista della tragedia rincara la dose: “Sì, nel catalogo figurate come uomini, a quel modo che i segugi e i levrieri, i bastardi, gli spagnoli, i botoli, i barboni, i bracchi, e i mezzilupi, sono chiamati tutti col nome di cani: ma la lista che ne indica il valore, distingue il cane veloce, quello lento, quello astuto, quello da guardia, quello da caccia, ognuno secondo la dote che la natura provvida ha riposto in lui; per questo ciascuno riceve un aggiunto particolare, il quale non è nel catalogo che li descrive tutti ad un modo: e lo stesso è degli uomini” (Atto III, scena I). Il discorso termina con un’affermazione netta: se non si sentono pronti ad uccidere Banquo, non sono dei veri uomini.
Nel momento in cui il fantasma di Banquo appare al banchetto di Macbeth, il protagonista sembra sconvolto, mostrando paura sia nel linguaggio che nei movimenti. Tuttavia egli è l’unico dei presenti a vedere il fantasma quindi gli altri rimangono sconcertati mentre la moglie s’infuria perché si rende conto della situazione imbarazzante. Arriva al punto di prenderlo da parte e domandargli: “Come! avete perduto ogni qualità d’uomo, nella vostra follia?”. Lui replica: “Sì, e un uomo così audace, che oso guardare ciò che potrebbe atterrire il diavolo”. Lady Macbeth lo deride: “Oh! questi parossismi, e questi sussulti, impostori della paura vera, starebbero bene nel racconto fatto d’inverno, accanto al fuoco, da una donnicciola, sulla garanzia della nonna” (Atto III, scena IV). In sostanza Lady Macbeth accusa il marito di comportarsi non da uomo, bensì come una donnicciola che racconta storielle assurde. Poco dopo, quando il fantasma di Banquo compare per la seconda volta, Macbeth reagisce con maggiore virilità dicendo: “Ciò che un uomo può osare, io l’oso, avvicinati sotto la forma dell’irsuto orso della Russia, del rinoceronte armato, o della tigre ircana; assumi qualunque forma fuor che cotesta, ed i miei saldi nervi non tremeranno mai; oppure ritorna in vita, e provocami in un deserto colla tua spada; se io vi dimorerò, tremante di paura, dichiarami una pupattola. Via di qui, orribile ombra, illusione beffarda, via di qui!” (ibidem). A questo punto lo spettro scompare come se Macbeth l’avesse scacciato. Quando Macduff viene a sapere che sua moglie e i suoi figli sono stati uccisi, si abbassa il cappello sugli occhi, poiché teme di non riuscire a non piangere. Poi, in un sussulto emotivo, esclama: “Tutti? Tutti i miei cari piccini? Avete detto tutti? Oh! nibbio d’inferno! Tutti? Che? tutti i miei poveri pulcini insieme con la chioccia con un feroce colpo d’artiglio?” (Atto IV, scena III). Turbato da ciò, Malcolm lo invita a controllare le proprie emozioni: “Ragionate la cosa da uomo!”. Trasmette una concezione tradizionale di uomo che non deve mai piangere, ma Macduff ha la risposta pronta e ribatte: “Sì, ma io devo anche sentirla da uomo! Oh, io potrei far la parte di una donna con gli occhi, e lo smargiasso con la lingua…” (ibidem). Macduff aggiunge che col pianto potrebbe recitare la parte della donna e in realtà giurare la tremenda vendetta che un vero uomo come lui si prenderebbe su Macbeth. Significa che qualsiasi emozione umana può essere simulata o dissimulata ma quelle che prova lui, per virili o femminili che siano, sono soprattutto sincere. Ecco che, finito lo sfogo, scatta la promessa di una vendetta inevitabile: “Porta a fronte a fronte questo demonio della Scozia e me: mettilo alla portata della mia spada. S’egli mi sfugge… allora anche il cielo gli perdoni!”. A questo punto, Malcolm ha sentito ciò che voleva e trionfante esclama: “Questo è parlare virilmente!” (fine Atto IV, scena III).
Mentre le truppe scozzesi sono in marcia per unirsi a quelle inglesi nel bosco di Birnam, Lennox osserva che tra gli inglesi “…C’è il figlio di Siward, e molti imberbi giovinotti, i quali appunto ora fanno la loro prima prova come uomini” (Atto V, scena I). Il nobile Lennox afferma che dei giovanotti senza barba hanno ora l’occasione di diventare dei veri uomini mettendosi alla prova in combattimento.
Nella penultima scena dell’opera, Macduff rivela a Macbeth che egli non era nato da una donna: “Macduff fu tratto innanzi tempo, con un taglio, dal grembo di sua madre” (Atto V, scena VIII). Macbeth risponde: “Maledetta la lingua che mi dice questo, poiché essa ha fiaccato quanto di meglio v’era d’uomo in me!”. Macduff ha usato l’arma più potente che aveva, la paura e ha colpito nel segno perché Macbeth sente che la parte migliore del suo essere uomo è svanita. È svanito il coraggio. A battaglia conclusa, Ross riferisce a Siward la notizia che suo figlio è morto: “Vostro figlio, mio signore, ha pagato il suo debito di soldato: egli ha vissuto soltanto fino ad essere un uomo; la qual cosa non appena il suo valore ebbe confermata, sul luogo stesso ov’egli combatté senza indietreggiare, morì da uomo” (Atto V, scena IX). Ross vuole dire che il ragazzo ha vissuto fino al momento in cui si è trasformato in un uomo (cioè quando ha affrontato Macbeth senza paura).

MONARCHIA CONTRO TIRANNIA: DUE DIVERSI MODI DI ESSERE RE

Nell’opera, Duncan viene chiamato più semplicemente “re” mentre Macbeth diventa in breve tempo il “tiranno”. La differenza tra i due modelli di sovrano emerge con chiarezza in una conversazione che ha luogo nell’atto IV, scena III, quando Macduff incontra Malcolm in Inghilterra. Allo scopo di mettere alla prova la lealtà di Macduff verso la Scozia, Malcolm finge di desiderare un sovrano persino peggiore di Macbeth. Descrive a Macduff alcuni tratti negativi, per esempio l’ambizione sfrenata e il temperamento violento, che ben si adattano al personaggio di Macbeth. D’altro canto Malcolm afferma che “… Le virtù che si addicono ad un re, come giustizia, sincerità, temperanza, fermezza, generosità, perseveranza, clemenza, affabilità, devozione, pazienza, coraggio, fortezza, io non ne ho neanche un pizzico” (Atto IV, scena III). Il suo modello ideale di sovrano concentra in un’unica persona l’ordine e la giustizia ma anche la clemenza e la benevolenza. Sotto il suo comando, i sudditi ricevono un compenso adeguato ai propri meriti, infatti Duncan nomina Macbeth “signore di Cawdor” dopo che egli è tornato vincitore dalla battaglia contro gli invasori. Fondamentale è poi la fedeltà del re alla Scozia a prescindere dai propri interessi personali. Macbeth, al contrario, riesce a portare solo caos in Scozia: il maltempo e gli eventi sovrannaturali non sono altro che simboli del disordine politico. Egli non è affatto il garante della vera giustizia, anzi si lascia trascinare in un vortice di omicidi verso tutti coloro che considera nemici. Impersonando la tirannia, è logico che sia un dovere morale di Malcolm spodestarlo affinché la Scozia possa tornare a avere un vero re. Nella sua prima entrata in scena, re Duncan esegue due azioni tipiche di un re: punisce i cattivi e ricompensa i buoni. Quando gli viene riferito che il signore di Cawdor ha tradito e Macbeth si è comportato da eroe, egli dice: “Quel signore di Cawdor non tradirà più gli interessi che più ci stanno a cuore: andate, fate bandire la sua morte immediata, e col titolo che costui ebbe già, si saluti Macbeth” (Atto I, scena II).
Non appena le streghe salutano Macbeth con gli appellativi “signore di Glamis”, “signore di Cawdor” e “futuro re” (Atto I, scena III), egli viene a sapere che Duncan ha deciso di nominarlo “signore di Cawdor”. Questo fatto mette in moto la sua fervida immaginazione che lo spinge a mormorare: Glamis, e signore di Cawdor: il meglio è da venire… Due verità, intanto, sono state dette, che sono come i lieti prologhi al fastoso atto del tema imperiale” (Atto I, scena III). La metafora di Macbeth è drammatica, quasi melodica; sembra immaginarsi in procinto di fare il suo primo ingresso solenne da nuovo re di Scozia, un re dei re. Mentre Duncan sta commentando il tradimento dell’ex signore di Cawdor, ecco che entra quello in carica: Macbeth, appunto. Il re saluta Macbeth chiamandolo “mio nobilissimo cugino” (Atto I, scena IV) e dice chiaramente che gli è molto grato per la fedeltà dimostrata alla corona. Macbeth replica con una modestia eroica dicendo: “il servizio leale che io debbo prestare a voi, si paga da sé nell’atto stesso in cui si compie…” (Atto I, scena IV). In sostanza, afferma che la semplice consapevolezza di aver fatto la cosa giusta per il sovrano lo riempie di soddisfazione. Detto questo, aggiunge: “La parte di Vostra Altezza è quella di ricevere i nostri doveri: e i nostri doveri sono, per il trono vostro e per la Vostra Maestà, dei figli e dei servitori, i quali non fanno altro che quello che debbono, facendo ogni cosa con sicura considerazione per l’amore e l’onore vostro” (ibidem). L’idea è che ogni suddito deve fare tutto il possibile per garantire l’incolumità del sovrano e allo stesso tempo guadagnarsi l’affetto e il rispetto reali. Il discorso di Macbeth raffigura Duncan come il padre amorevole di una famiglia felice ma Macbeth sta già progettando di ucciderlo.
Quando Lady Macbeth riceve la lettera del marito a proposito delle profezie delle streghe, la sua unica preoccupazione è che l’indole del marito sia “troppo imbevuta del latte della bontà umana, per prender la via più breve” (Atto I, scena V). però si rassicura da sola, confida nella propria capacità di convincimento. Si rivolge a Macbeth (seppur fuori scena) tenendo la lettera in mano e dicendo: “Affrettati a venir qui, affinché io possa versarti nell’orecchio il mio coraggio, e riprovare, col valore della mia lingua, tutto ciò che ti allontana dal cerchio d’oro, col quale il destino e un aiuto soprannaturale sembra ti vogliano incoronato” (ibidem). Dal punto di vista dello spettatore Lady Macbeth appare come una tentatrice ossessiva ma il personaggio si vede come un agevolatore di intenti condivisi. Lo vuole assillare al punto da fargli rompere gli indugi, unico ostacolo verso il trono. Subito dopo entra in scena il protagonista che riferisce alla moglie la notizia dell’arrivo imminente di re Duncan. Lady Macbeth sentenzia la condanna a morte del re, avvertendo Macbeth di non commettere passi falsi: dovrà dare un cordiale benvenuto, per non destare sospetti. La signora sembra esitare perché si lascia scappare: “Bisogna occuparci di colui che arriva: e voi affiderete a me il disbrigo della grande faccenda di questa notte, che sola potrà dare a tutte le nostre notti e i giorni avvenire assoluta sovrana autorità e signoria…” (Atto I, scena V). Gli sta intimando di fidarsi ciecamente di lei e di non mettere in discussione il piano che ha in mente grazie al quale diverranno re e regina. Tutto ciò che le interessa si chiama “potere”. Arriva il re, il quale saluta la diabolica signora con una frase spiritosa a proposito della difficoltà di essere un sovrano: “Guardate, guardate, ecco la nostra riverita castellana. L’amore onde gli altri ci accompagnano, qualche volta è per noi una molestia, ma nonostante noi lo accettiamo ringraziando, in quanto che esso è amore. Con questo io vi insegno, come voi dobbiate pregare Dio di ricompensarci per le vostre pene, e ringraziar noi per il disturbo che vi arrechiamo” (Atto I, scena VI). Il discorso di rito di Duncan segue l’antica usanza dell’ospite di scusarsi per il disturbo a cui segue una scontata replica dell’anfitrione: “È un piacere accoglierla”. Nominando le fatiche che sopportano coloro che lo amano, egli ammette di rendersene conto e di rammaricarsene. Allo stesso tempo queste sono le prove dell’amore che i suoi fedeli sudditi provano per lui, dunque non gli resta che ringraziarli. Mentre il re sta cenando Macbeth riflette sulla natura del sovrano-amico: un buon uomo, né arrogante né egoista. Parlando tra sé e sé: “… Questo Duncan ha esercitato così mitemente i suoi poteri, è stato così puro nel suo alto Ufficio, che le sue virtù, come angeli dalla voce di tromba, grideranno alla dannazione eterna della sua soppressione” (Atto I, scena VII).
Il giorno successivo all’omicidio di Duncan, Ross parla con un anziano il quale ha una lunga memoria ma non ricorda nulla di così abominevole: “Settant’anni io posso ben ricordare: in un giro di tempo come questo ho visto ore tremende e cose strane; ma questa notte atroce ha ridotto ad una inezia tutto quello che sapevo fino ad ora” (Atto II, scena IV). Ross risponde: “Buon padre, lo vedi? Il cielo, come sconvolto dall’atto umano, minaccia la sua scena sanguinosa”. Il re è stato ucciso nonostante fosse amato e rispettato dal popolo, quindi si è trattato di un atto contro natura. A tale proposito i due parlano degli strani eventi capitati di recente. Essi ignorano che il colpevole è Macbeth eppure finiscono indirettamente per contrapporlo a Duncan: “Martedì scorso un falco, mentre montava in altura, fu ghermito, ed ucciso, da un gufo cacciatore di topi” (ibidem). Considerandola una metafora, l’altura sarebbe il culmine del regno, il falco sarebbe Duncan e il gufo sarebbe Macbeth che anziché cacciare un topo, come secondo natura, ha ucciso il falco. Come se ciò non bastasse: “… E i cavalli di Duncan (cosa molto strana, e certa) così belli e veloci, i gioielli della loro razza, divennero improvvisamente d’indole selvaggia, spezzarono le loro sbarre nella stalla, e si slanciarono fuori rifiutandosi all’obbedienza, come se volessero far guerra al genere umano”. I cavalli prediletti da Duncan erano proprio Macbeth e signora. Pur avendo ricevuto i favori del “padrone” (Atto II, scena IV), essi gli si sono rivoltati contro come delle bestie feroci. Qui Shakespeare vuole sottolineare che il regicidio è stato un atto contro natura.
In una conversazione tra Lennox e un lord scozzese Macbeth viene apostrofato da entrambi come tiranno: “… Sento dire che in seguito a delle franche parole, e perché rifiutò la sua presenza al banchetto del tiranno, Macduff è in disgrazia (Atto III, scena VI). Dal loro dialogo si capisce che la vita sotto un tiranno è una vita fatta di terrore e menzogne. Avendo però Macbeth molte spie al suo servizio, devono misurare le parole. Infatti all’inizio della scena, dichiarano che fortunatamente l’uno ha capito da che parte sta l’altro, ciò dalla stessa parte: “Le mie precedenti parole non hanno fatto altro che incontrarsi col vostro pensiero, il quale potrà indagare più oltre” (ibidem). Lennox dice: “Il pio Duncan fu pianto da Macbeth: sfido, era morto!” (Atto III, scena VI). Questa battuta sarcastica descrive sia l’apparenza di Macbeth – era addolorato per la morte del re – sia la vera natura del protagonista. Lennox continua il discorso ridicolizzando Macbeth in vari modi. Banquo è morto per aver fatto una passeggiata dopo il tramonto e deve essere stato Fleance ad ucciderlo perché Fleance è scappato. A proposito, non è stato orribile per Malcolm e Donaldbain uccidere il proprio padre? Ovviamente Macbeth era così addolorato per Duncan che ha pensato bene di uccidere gli unici due testimoni, cioè i suoi attendenti. Se solo Malcolm, Donaldbain e Fleance fossero nelle mani di Macbeth, egli darebbe loro qualche lezione di parricidio!
Dopo un po’ Lennox mette da parte il sarcasmo e comincia a parlare di Macduff. È venuto a sapere che non è più nelle grazie di Macbeth a causa di alcune parole grosse e perché non è riuscito a presentarsi al banchetto. Chiede al suo interlocutore dove potrebbe trovarsi Macduff. Il lord non lo sa. Macduff si sta dirigendo verso la corte inglese dove Malcolm è stato ricevuto dal Re Edoardo il Confessore. Macduff vuole chiedere al re d’Inghilterra di inviare in Scozia le truppe di Northumberland e Siward, due celebri e valorosi capitani. In caso affermativo, la Scozia sarebbe libera dalla tirannia. Finalmente si potrebbe “… Dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti; liberare dai pugnali insanguinati le nostre feste ed i nostri banchetti, rendere omaggio sincero e ricevere liberi onori” (Atto III, scena VI).
Sotto la dittatura di Macbeth, la paura dei suoi “pugnali insanguinati” incupisce ogni attimo dell’esistenza. In contrapposizione a questo regno di terrore, un vero re gode di “omaggio sincero” e assegna come ricompensa “liberi onori”, liberi in quanto il beneficiario non è costretto a comportarsi in maniera servile quando li riceve. Quando Macbeth va in cerca delle streghe, le maledice, le chiama vecchie megere e pretende che rispondano alle sue domande. Quelle gli fanno delle profezie, l’ultima delle quali afferma che banquo sarà il capostipite di una lunga serie di re che giungerà fino a Giacomo, re di Scozia e Inghilterra. Macbeth resta basito tanto che la prima strega gli promette un po’ di allegria: “Incanterò l’aria perché suono n’esca, e voi ballate la vostra tresca; sicché quel gran re possa dir cortese che ognuna di noi omaggio gli rese” (Atto IV, scena I). Fa dunque del sarcasmo. Macbeth resta un tiranno anche per le streghe e non merita rispetto. Proprio come le streghe rappresentano l’esatto contrario del suddito fedele, Macbeth rappresenta l’esatto opposto del re buono e saggio. In Inghilterra, Macduff supplica Malcolm di guidare un esercito contro Macbeth. Malcolm acconsente ma non prima di aver messo alla prova le intenzioni di Macduff. Gli preme scoprire se è solo una questione personale o se tiene veramente al destino della Scozia. Per indurre Macduff a scoprire le proprie carte, comincia dicendo che la Scozia soffrirà ancora di più dopo la disfatta di Macbeth in quanto egli, una volta diventato re, sarà ancora più crudele. “…La mia povera patria dovrà subire più eccessi di quelli che non abbia subìti fino ad ora, dovrà soffrire di più, e in più diverse guise che mai, per opera di colui che gli succederà” (Atto IV, scena III). Minaccia di essere il massimo della depravazione “… Ma nella mia lascivia non c’è fondo, nessuno: le vostre mogli, le vostre figlie, le vostre matrone e le vostre serve, non potrebbero riempire il pozzo della mia lussuria: ed i miei appetiti sopraffarebbero ogni impedimento restrittivo, che si opponesse alle mie voglie. Meglio un Macbeth che un tale uomo a regnare (ibidem). Macduff ha una reazione debole e sembra non essere convinto infatti risponde: “Non manchiamo di dame compiacenti, né vi può essere in voi un tale avvoltoio di lussuria”. Allora Malcolm attacca su un altro fronte: “Se fossi re, mi sbarazzerei dei nobili per impadronirmi delle loro terre; agognerei i gioielli di questo, e la casa di quello”. Macduff replica che questi vizi sono sì deprecabili ma “sopportabili, bilanciati con altre virtù” (Atto IV, scena III). Malcolm dichiara di non avere virtù, anzi confessa di sentirsi un demonio: “Se ne avessi il potere, io verserei il dolce latte della concordia nell’inferno, metterei a soqquadro la pace dell’universo distruggerei ogni armonia sulla terra”. A questo punto Malcolm domanda a Macduff se un uomo del genere sarebbe idoneo a fare il re. L’altro risponde: “Fatto per governare? No! Neppure per vivere!”, aggiungendo una forte carica di disperazione perchè la Scozia sarebbe perduta. La prova finisce qui: “Macduff, questo tuo nobile grido di dolore, figlio della tua integrità, ha cacciato dall’anima mia ogni nero scrupolo, ed ha riconciliati i miei pensieri colla tua nobile lealtà e col tuo onore” (Atto IV, scena III). Malcolm ritira tutto quello che ha detto e svela la sua vera natura e le sue reali intenzioni: “Ora io mi metto sotto la tua guida, disdico la mia propria denigrazione, e qui stesso rinnego le calunnie e le macchie che ho gittate sopra di me, come estranee alla mia natura. Io sono ancora sconosciuto alla donna; non fui mai spergiuro; ho appena desiderato ciò che era mio; in nessuna occasione ruppi mai la mia fede, non tradirei il diavolo ad un suo compagno; ed amo la verità non meno della vita”.
Dopo questa scena in cui la malvagità di Macbeth è stata bilanciata dalla magnanimità di Macduff e Malcolm, al pubblico vengono ricordate le qualità che un buon sovrano dovrebbe possedere. Entra in scena un medico annunciando che una folla di malati attende la guarigione da parte del re. È una malattia che può essere curata solo dal re: “La loro malattia è ribelle ai più grandi tentativi della scienza, ma il cielo concesse una tale santità alla sua mano, che ad un solo tocco di lui, essi guariscono immediatamente”. Uscito il medico, Malcolm racconta che: “Oltre a questo singolare potere, egli possiede il dono celeste della profezia, e pendono intorno al suo trono una quantità di benedizioni che dicono lui pieno di grazia”. Malcolm non fa menzione di Macbeth ma l’unica spiegazione plausibile di questo ritratto è che si voglia marcare il contrasto tra un re che salva il popolo (persino con la taumaturgia) e un tiranno che lo condanna a morte. Infatti ecco che arriva la notizia dell’ultima nefandezza perpetrata da Macbeth: lo sterminio della famiglia di Macduff (Atto IV, scena III).
Durante il sonnambulismo Lady Macbeth rivive i momenti successivi all’omicidio di re Duncan quando il marito non riusciva a fare altro che fissare le macchie di sangue su quelle mani che racchiudevano i pugnali insanguinati. Nel sonno gli parla: “Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto?” (Atto V, scena I). Il concetto è: una volta diventati i nuovi sovrani di Scozia, cosa importa chi ha ucciso Duncan? È convinta che il potere reale possa rivolvere tutti i problemi. In realtà, non risolve lo stato di follia che la pervade sempre di più. Quando le giunge voce che l’esercito inglese sta marciando verso il castello, Macbeth sa bene che potrebbe uscirne sconfitto e prova a farsene una ragione. In un monologo celebre, dice che la sua vita non ha più senso: “Io ho vissuto abbastanza, il cammino della mia vita è giunto alla stagione, in cui la foglia si fa secca e gialla, e tutto ciò che dovrebbe accompagnare la vecchiaia come onore, affetto, obbedienza, schiere di amici, io non debbo cercare di averlo. Per me, in loro vece, ci sono maledizioni proferite a bassa voce, ma profonde, rispetto espresso a fior di labbra, come un soffio che il povero cuore vorrebbe volentieri trattenere, ma non osa” (Atto V, scena III). Finalmente capisce le conseguenze della tirannia. Dettando legge col terrore e la menzogna, tutti i suoi sudditi lo odiano profondamente. Giunto a Dunsinane, Siward, il comandante delle truppe inglesi, commenta a Malcolm: “Non sappiamo altro, se non che il tiranno se ne sta ancora, tranquillamente, in Dunsinane, e che attenderà che noi gli piantiamo il campo davanti” (Atto V, scena IV). Secondo lui Macbeth si sente così invincibile che, anziché attaccare, ha scelto di lasciare al nemico la possibilità di assediarlo. Malcolm replica che il tiranno non ha scampo: “Dovunque se ne offra il destro, grandi e piccoli gli si rivoltano contro, e nessuno lo serve più, se non gente costretta, e lo fa anche senza il cuore” (Atto V, scena IV). Ormai gli unici rimasti fedeli al tiranno sono coloro che gli ruotano fisicamente intorno e che quindi obbediscono solo perché temono la sua spada in caso di tradimento.

VISIONI E ALLUCINAZIONI, OVVERO FOLLIA E SOVRANNATURALE.

In tutta l’opera ricorrono allucinazioni e visioni di ogni tipo: fungono da monito della complice colpevolezza dei Macbeth che si macchiano di delitti sempre più atroci. Quando Macbeth è sul punto di uccidere Duncan, gli appare un pugnale sospeso a mezz’aria. Intriso di sangue e puntato verso la stanza del sovrano, il pugnale rappresenta la strada di dannazione sulla quale l’eroe si sta incamminando. In seguito, durante il banchetto, gli appare Banquo seduto su una sedia come fosse ancora vivo. In realtà Banquo è caduto sotto i colpi della sua mano crudele. Anche la forte razionalità di Lady Macbeth non dura a lungo: ben presto inizia ad avere delle visioni, a soffrire di sonnambulismo e si convince di avere ancora delle macchie di sangue sulle mani, macchie persistenti e incancellabili. In entrambi i casi lo spettatore rimane nel dubbio: la visione è reale o si tratta di semplici allucinazioni? In ogni modo, i Macbeth li interpretano come segnali ultraterreni della colpa che portano. Nel tempo che intercorre dal primo fugace incontro con le streghe alle ultime visioni spettrali che tormentano Macbeth, si colloca una lunga schiera di morti: molti di questi sono suoi amici e “parenti”. Però il suicidio della moglie nell’atto V, scena IV, lo fa precipitare nell’abisso della follia più totale. Lady Macbeth è come un’appendice fondamentale di Macbeth. Operano in simbiosi, pensano all’unisono e quando l’appendice si spegne, Macbeth perde definitivamente il contatto con la realtà. La moglie era la custode esclusiva dei suoi segreti e dei suoi tormenti. Persino nella sua morte vi è un elemento sovrannaturale: nel primo atto dell’opera, aveva evocato le forze della natura affinchè la fortificassero. Questo è il monologo che segna il destino della donna: “… Venite, o voi spiriti che vegliate sui pensieri di morte, in quest’istante medesimo snaturate in me il sesso, e colmatemi tutta, da capo a piedi, della più atroce crudeltà. Spessite il mio sangue, occludete ogni accesso ed ogni via alla pietà, affinché nessuna contrita visita dei sentimenti naturali scuota il mio feroce disegno o stabilisca una tregua fra lui e l’esecuzione. Venite alle mie poppe di donna, e prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele, o voi ministri d’assassinio, dovunque (nelle vostre invisibili forme) siate pronti a servire il male degli uomini. Vieni, o densa notte, e ammàntati del più perso fumo d’inferno…” (Atto I, scena V). Chiede agli spiriti di essere virilizzata e di sostituire il latte del suo seno con il fiele. Dalle sue parole cariche di enfasi si deduce che vorrebbe diventare la creatura più malvagia del mondo (vedi rapporto tra crudeltà e virilità).
Il tema del ciclo vitale risulta amplificato dal fatto che la signora si rivolge agli spiriti della natura. È l’inizio della sua fine. È lei che insiste perché Macbeth uccida il re per diventare re di Scozia. Sono i suoi piani diabolici che trascinano lei e il marito nei gironi dell’inferno. Allo stesso tempo la responsabilità va condivisa. È Macbeth che decide di spingersi oltre, macchinando altri omicidi finalizzati alla conservazione del potere. Ogni volta che Macbeth entra in contatto con una profezia sovrannaturale, scende di un gradino verso il baratro della follia e a lungo andare ne muore. La scomparsa della moglie gli dà il colpo di grazia. In tutta l’opera si nota un meccanismo costante: ad ogni morte accompagnata da un evento sovrannaturale, si assiste a uno sgretolamento del suo equilibrio psichico. Il Macbeth può essere letto come il ciclo vitale di un uomo in balia di forze della natura che si illude di controllare, ma da cui finisce per esserne schiacciato mentalmente e fisicamente.
Il primo fugace incontro di Macbeth con le streghe rappresenta davvero l’inizio della fine.

L’INSONNIA COME MALEDIZIONE: UNA MENTE SCONVOLTA CHE NON TROVA MAI PACE.
La notte dell’omicidio di Duncan, Banquo confida al figlio: “Mi invita un sonno, che mi grava addosso come il piombo, e pure io non vorrei dormire: misericordiose potenze del cielo, frenate in me i pensieri maledetti ai quali la natura si abbandona nell’ora del riposo!” (Atto II, scena I). Banquo non specifica di quali pensieri maledetti si tratti ma possiamo immaginare che alluda alle profezie che ha sentito pronunciare dalle streghe. Poco dopo Macbeth sembra intendere che ricompenserebbe Banquo se solo egli lo sostenesse in qualche maniera “… Quando potremo sollecitare un’ora a mettersi a nostra disposizione, noi vorremmo passarla a discorrere un poco di quella faccenda, se voi ci accorderete il tempo”. Banquo resta guardingo e non si sbilancia, allora Macbeth gli augura “buon riposo” (Atto II, scena I).
Non appena Banquo va a dormire, Macbeth ha la prima allucinazione: vede un pugnale sospeso a mezz’aria ed esclama: “Ora sopra una metà del mondo la natura sembra morta, e malvagi sogni ingannano il sonno tra le sue cortine: la stregoneria celebra i riti della pallida Ecate” (Atto II, scena I). Il sonno è protetto dalle cortine, cioè dalle tende dei letti a baldacchino, ma di notte i sogni malvagi possono penetrare sia le tendine che il sonno stesso. Re Duncan viene ucciso nel sonno da Macbeth il quale rimane così sconvolto da non riuscire più a muoversi. Continua a fissare le mani sporche di sangue e racconta alla moglie che mentre sgattaiolava via dalla stanza del sovrano, ha udito la voce di due uomini provenire da una stanza vicina: “C’è uno che nel sonno ha riso; e un altro ha gridato: “All’assassinio!” così forte, che tutti e due si sono svegliati reciprocamente. Io mi sono fermato ad ascoltarli, ma essi hanno detto le loro preghiere, e si sono rimessi a dormire” (Atto II, scena II). È come se, perfino nel sonno, quei due uomini avessero assistito al crudele assassinio. Qualche attimo dopo, sempre dialogando con la moglie, Macbeth confessa che gli è parso di sentire una voce inquietante. Sono tra i versi più famosi dell’intera opera: “- Non dormire più! Macbeth uccide il sonno! – … il sonno innocente, il sonno che ravvia il filaticcio arruffato delle umane cure, che è la morte della vita d’ogni giorno, il bagno ristoratore del duro travaglio, il balsamo delle anime afflitte, la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita” (Atto II, scena II).
Il “filaticcio arruffato” è un gomitolo di filo aggrovigliato. Macbeth usa questa metafora per esprimere il tipo di frustrazione che si prova quando attraversiamo così tanti guai che non riusciamo ad intravedere la fine del tunnel. In tali situazioni, si usa dire che sarebbe meglio “dormirci sopra” perché “la notte porta consiglio”. Anche Macbeth paragona il sonno sia ad un bagno rigenerante dopo una giornata di duro lavoro sia al piatto forte di un banchetto. Per Macbeth, il sonno non è solo un bisogno vitale ma qualcosa che rende la vita degna di essere vissuta e sente che, uccidendo nel sonno il proprio re, è come se avesse ucciso il sonno stesso. Secondo il portiere di Macbeth la sonnolenza è uno degli effetti collaterali dell’abuso di alcool che nello specifico provoca “il naso rosso, il sonno e l’orina” (Atto II, scena III). Il portiere paragona il sonno ai sogni irrealizzabili. Infatti aggiunge: “In quanto alla lussuria, messere, la provoca e non la provoca: eccita il desiderio, ma impedisce di soddisfarlo. Perciò il bere troppo si può dire che giuoca d’equivoco con la lussuria: la crea e la distrugge; la spinge innanzi e la ritira indietro; la persuade e la scoraggia, la fa rizzare in piedi e non la fa star ritta: insomma, equivocando la fa cadere in un sonno”. Nella stessa scena, non appena Macduff scopre il cadavere insanguinato di re Duncan, chiama Malcolm e i figli del re per svegliare il castello: “Scotetevi di dosso codesto soffice sonno, contraffazione della morte, e guardate in faccia la morte stessa!”. Macduff vuol dire che il sonno è soffice perché, sebbene somigli alla morte, in realtà è un toccasana, cioè tutto il contrario della morte. Quando Macduff suona l’allarme, entra Lady Macbeth ed esclama: “Che cos’è stato, che una tromba così orrenda chiama a parlamento quelli che dormono in questa casa?”. Gli attori entrano in scena con facce assonnate e i Macbeth, per non destare sospetti, fanno certamente la loro comparsa in camicia da notte. L’abbigliamento accomuna tutti gli ospiti del castello (Banquo, Malcolm, Donalbain e Ross) perché Banquo suggerisce di incontrarsi “quando avremo coperto il nostro ignudo frale, che soffre, esposto così all’aria, vediamoci, e discutiamo questa sanguinosissima faccenda per conoscerla più addentro” (Atto II, scena III). Macbeth ha davvero ucciso il sonno! Subito dopo aver inviato i due sicari ad uccidere Banquo, Macbeth diventa insonne. Confida alla moglie che farà a pezzi il mondo “piuttosto che ci tocchi di mangiare, ad ogni pasto, col sussulto della paura, e di dormire in mezzo all’angoscia di questi sonni terribili, che ci agitano ogni notte” (Atto III, scena II). Rafforza il concetto con un’esclamazione ancora più pesante che lascia intravedere esasperazione e sofferenza: “Meglio esser col morto, che noi, per guadagnar questo posto, abbiamo mandato alla pace, anziché giacere sul tormento del pensiero, in un delirio senza tregua. Duncan è nella sua tomba, dopo la febbre intermittente della vita, egli dorme tranquillo”. Quindi Duncan “dorme” tranquillo e ha trovato la pace eterna, mentre lui e la moglie patiscono i tormenti della follia. Macbeth fa alla moglie una sorta di profezia, usando un linguaggio criptico degno di un oracolo: “Prima che il pipistrello abbia incominciato il suo volo intorno ai chiostri; prima che lo scarabeo nato nello sterco, rispondendo all’appello della buia Ecate, abbia sonato la sbadigliante squilla della notte col suo ronzio sonnacchioso, sarà compiuto un atto di una tremenda importanza. […] Le buone creature del giorno incominciano a cedere alla stanchezza, e si assopiscono, mentre i neri agenti della notte si svegliano per andare alla preda. Le forze del male sono all’opera quando le creature innocenti riposano serenamente.
Al termine della scena in cui il fantasma di Banquo fa la sua apparizione al banchetto, Lady Macbeth rimprovera il marito per la pessima figura fatta davanti a tutti: “A te manca il balsamo di tutti gli esseri: il sonno!” (Atto III, scena IV). Il balsamo che manca a Macbeth è il sonno, senza il quale è normale per un uomo cominciare a sragionare. Mentre in precedenza Lady Macbeth aveva rinfacciato al marito di essere una “mezza femmina”, ora si rende conto che la causa dello strano comportamento del marito si può anche attribuire all’insonnia. Durante un dialogo con un nobile scozzese, Lennox viene a sapere quasi contemporaneamente due cose: che Macbeth è un sanguinario tiranno e che Macduff è diretto alla corte inglese in cerca di aiuto. Macduff vuole rovesciare Macbeth affinchè Malcolm, figlio di Duncan, possa diventare il nuovo re di Scozia e liberare così il popolo dall’oppressore. Alla fine del dialogo il nobile si augura che “noi possiamo dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti” (Atto III, scena VI). Quando Macbeth viene informato che Macduff lo vuole morto, gli giura che “tu non vivrai, affinché io possa dire alla pusillanime paura che essa mente, e dormire a dispetto del tuono” (ibidem). Il tuono indica la vendetta per gli omicidi che ha commesso. Non riesce più a dormire perché teme i complotti ma si convince che basti ammazzare ancora un nemico, “il” nemico, per sistemare tutto e riuscire a vincere l’insonnia che lo attanaglia. Nella scena in cui lady Macbeth gira da sonnambula, la sua dama di compagnia racconta al medico di aver visto la signora alzarsi dal letto, gettarsi addosso la sua veste da camera, aprire con la chiave il suo scrigno, trarne fuori una carta, piegarla, scrivervi, leggerla, poi suggellarla, e tornarsene a letto. E tutto ciò mentre era nel più profondo sonno” (Atto V, scena I). Il medico esclama: “Gran perturbamento dell’organismo, questo di godere ad un tempo il beneficio del sonno, e compiere gli atti della veglia”. Capisce che per arrivare a tal punto lady Macbeth deve essere davvero turbata nel più profondo dell’anima. Infatti ella sopraggiunge e mormora: “Via, maledetta macchia! Via, dico Una… due: ecco, allora è il momento di farlo. L’inferno è buio! Vergogna, mio signore, vergogna! un soldato che ha paura! Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto? Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?”. È stato davvero Macbeth ad uccidere il sonno, la voce che Macbeth aveva sentito aveva ragione.

PROFEZIA E CHIAROVEGGENZA: PREDESTINAZIONE O LIBERO ARBITRIO?

Le profezie delle streghe sono il motore propulsore dell’intreccio che si dipana nel Macbeth. Tuttavia, vi è un’ambiguità irrisolta rispetto al fatto se alcune di queste profezie rispecchino i desideri dei soggetti cui sono rivolte – ad esempio, se lo stesso Macbeth sia l’artefice della propria ascesa al trono o se tutto dipenda dal fatto che lui è un sovrano predestinato. Inoltre, come emerge dalla profezia del bosco di Birnam e da quella legata alla nascita di Macduff, si tratta di veri enigmi, poiché il loro significato non è quello letterale ma necessita della corretta interpretazione.
Macbeth ha potuto davvero scegliere la sua strada o questa è stata già tracciata? Tutto ciò che egli fa nella vita è già scritto. Egli è dotato sì di libero arbitrio, ma qualunque cosa accada è come se fosse già predestinata. Il suo destino lo precede. Qualunque decisione egli prenda, le tre streghe sono già in grado di prevedere il suo destino. In qualche modo, nonostante il libero arbitrio, il suo destino gli è già stato assegnato anzitempo.
Le tre streghe conoscono il destino e per questo possono profetizzare chi sarà destinato a diventare re. Sanno benissimo che sarà Macbeth. Ecco i loro saluti:

* “Salve, Macbeth! salute a te, Signore di Glamis!”
* “Salve, Macbeth! salute a te, Signore di Cawdor!”
* “Macbeth, che un giorno sarai re!” (Atto I, scena I).

Inoltre, nella scena I dell’atto IV gli preannunciano, sulla base delle apparizioni, che sarà spodestato:

* La prima apparizione è Macduff che gli intima: “Guardati da Macduff; guardati dal signore di Fife”.
* La seconda apparizione è un fanciullo insanguinato: annuncia che nessun uomo nato da donna lo ucciderà: “Nessun nato di donna potrà far del male a Macbeth!”.
* Infine la terza apparizione è un fanciullo incoronato, il quale invita Macbeth a non preoccuparsi finchè la foresta non giungerà da lui e gli otto re non lo detronizzeranno: “Macbeth è invitto, finché la foresta grande di Birnam contro a lui la cresta salga di Dunsinane” (Atto IV, scena I).

Le tre streghe conoscono già il tragico destino di Macbeth e le decisioni che prenderà. Quando le streghe riferiscono a Macbeth che un giorno salirà sul trono di Scozia, egli manifesta impazienza e vorrebbe divenire re immediatamente. Allora Macbeth confida alla moglie la strana esperienza delle streghe e dei loro avvertimenti che hanno indotto in lui delle enormi aspettative. La moglie inizia a pianificare tutta una serie di azioni malvage che spingono Macbeth a sperare nella possibilità di diventare re. Insieme uccidono re Duncan e la sua scorta. Fanno quindi ammazzare Banquo perché nutre dei sospetti su di loro. Come se non fosse sufficiente, i due Macbeth cercano di far uccidere persino il figlio di Banquo, Fleance, che però riesce a scappare. Intanto Macduff si è rifugiato in Inghilterra, lasciando la famiglia in patria (la moglie non capendo il gesto e in mancanza di informazioni precise, crede che il marito sia un traditore). Macbeth ovviamente ne approfitta e la fa uccidere, non risparmiando neanche i figli.
Eccoci però al punto! Formulando le profezie iniziali, le streghe non avevano menzionato nessun omicidio. Non ne avevano minimamente parlato. È stato Macbeth in persona a scegliere (tramite il libero arbitrio) di fare a pezzi chiunque rappresentasse un ostacolo o anche solo una vaga minaccia.
Successivamente (Atto IV) le streghe mettono in guardia Macbeth da tre tipi di minacce al suo regno. Come già accennato poc’anzi, lo fanno attraverso tre apparizioni. La prima non sembra significativa. La seconda apparizione è invece alquanto enigmatica: cosa vorrà dire “nessun uomo nato da una donna potrà sconfiggerti”? Se solo Macbeth avesse saputo che Macduff non era stato proprio partorito ma era nato con il taglio cesareo! In pratica Macduff è il pericolo numero uno. Per quanto riguarda la terza profezia, bisogna rilevare che è la più sibillina. Tutti sanno che la foresta non si può spostare ma i soldati inglesi useranno rami e foglie di albero per mimetizzarsi durante l’avanzata finale verso il castello. Quindi la “foresta” marcerà contro Macbeth per spodestarlo. Il destino é già scritto.
Allora quale libertà di scelta ha l’eroe? Nessuna, anche perchè non capisce il significato profondo delle tre profezie. In conclusione si può tranquillamente affermare che Macbeth è destinato a perdere la corona e la vita, nonostante abbia potuto esercitare il libero arbitrio e scegliere di conquistare il trono con la pura violenza e il terrore. In ogni caso il destino è immutabile, non esiste rimedio. Il libero arbitrio dell’eroe coincide con il proprio destino personale. E non avrebbe potuto cambiarlo nemmeno facende scelte diverse. Anche se non si fosse macchiato di crimini atroci, sarebbe comunque diventato re e sarebbe comunque stato spodestato perché la sua indole è malvagia, i suoi pensieri sono malati e la sua ambizione sfrenata lo rendono disumano indipendentemente dalle azioni che decide di compiere.

IL SANGUE COME METAFORA.

Il sangue pervade l’opera fin dall’inizio. Prendiamo la battaglia tra gli scozzesi e gli invasori norvegesi, descritta in termini molto forti nell’atto I, scena II, dal capitano ferito. Quando Macbeth e Lady Macbeth intraprendono la loro impresa sanguinaria, il sangue diventa simbolo della loro colpa, ed essi iniziano a sentire che i crimini commessi hanno gettato su di loro una macchia indelebile.“Che mani sono queste qui? Ah! esse mi strappano gli occhi!

Tutto l’oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d’incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!” esclama Macbeth dopo aver ucciso Duncan, nonostante le ammonizioni della moglie che lo rassicura: “Un po’ d’acqua ci farà mondi di quest’atto” (Atto II, scena II). Poi, però, ella finisce col provare la stessa sensazione di essersi macchiata: “Via, maledetta macchia! Via, dico… Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” si chiede camminando per le sale del castello verso la fine dell’opera (Atto V, scena I). Il sangue simboleggia la colpa simile a una macchia indelebile impressa sulla coscienza sia di Macbeth che di Lady Macbeth, una macchia che li perseguiterà fino alla morte. “Chi è quell’uomo insanguinato?” (Atto I, scena II). In queste parole che aprono la seconda scena del primo atto, Re Duncan si informa da un sergente e questi racconta poi la storia dell’eroica vittoria di Macbeth su Macdonald e il Re di Norvegia. Il racconto della storia fatto dal sergente è in se stesso eroico, poiché le sue gravissime ferite lo hanno indebolito e costretto ai margini della battaglia. Così il suo sangue e il suo eroismo sembrano enfatizzare il ritratto eroico di Macbeth. Quando Lady Macbeth progetta di uccidere Re Duncan, invoca gli spiriti dell’assassinio: “Spessite il mio sangue, occludete ogni accesso ed ogni via alla pietà…” (Atto I, scena V). Il sangue liquido era ritenuto sano, e si pensava che il veleno rendesse il sangue grumoso.

Lady Macbeth vuole avvelenare il suo animo per poter uccidere senza provare rimorsi. Proprio prima di uccidere Re Duncan, Macbeth vede un pugnale sospeso a mezz’aria e, mentre resta sbigottito a fissarlo, dense gocce di sangue appaiono sulla lama e sull’elsa. Egli dice al pugnale: “Io ti vedo ancora; e sulla tua lama e sull’impugnatura vedo stille di sangue, che prima non v’erano”. Tuttavia, si allontana e dà una spiegazione a ciò che gli sta accadendo: “No, non c’è nulla di simile. E’ l’atto sanguinoso che sto per compiere, il quale prende corpo, così, davanti agli occhi miei” (Atto II, scena I). Ovviamente l’atto sanguinoso è l’assassinio che sta per compiere. “E’ una vista dolorosa questa!” (Atto II, scena II) dice Macbeth, guardandosi le mani insanguinate dopo aver ucciso re Duncan. La moglie considera folle quest’affermazione e ritiene il marito ancora più folle quando si accorge che ha portato con sè dalla camera da letto del re i pugnali insanguinati. Gli ordina di riportare indietro i pugnali, metterli nelle mani dei servitori di corte e cospargerli di sangue. Macbeth, però, è così scosso che non riesce a fare altro che stare in piedi a fissarsi le mani insanguinate, perciò è Lady Macbeth colei che prende e riporta i pugnali al loro posto. Mentre si appresta a fare il lavoro che ritiene giusto fare, Macbeth rimane ancora immobile e con lo sguardo fisso. Si chiede se tutta l’acqua del mondo potrà lavare via il sangue che lo macchia: “Tutto l’oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d’incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!” (Atto II, scena II). Per contro, la moglie è convinta che la sua ossessione del sangue dimostri la sua codardia. Lady Macbeth intinge le dita nel sangue del cadavere del re e macchia i servitor di corte, poi si rivolge al marito dicendo: “Le mie mani sono del colore delle vostre: ma io mi vergognerei di avere il cuore bianco come voi”. Lady Macbeth vuole dire che anche le sue mani, così come quelle del marito, sono insanguinate, ma che avrebbe vergogna di avere un cuore “bianco”, cioè debole e vile, come quello del marito. Lo accompagna a lavarsi le mani e sembra del tutto sicura che “un po’ d’acqua ci farà mondi di quest’atto” (Atto II, scena II). Per ironia della sorte, quando in seguito impazzirà vedrà sulle sue mani del sangue indelebile nonostante l’uso dell’acqua.
Raccontando a Malcolm e Donalbain dell’assassinio del padre, Macbeth esclama: “La vostra, e voi non lo sapete: la scaturigine, la sorgente, la fonte del vostro sangue si è arrestata; la stessa vena onde scorreva si è fermata” (Atto II, scena III). In questo passo, il significato principale di “vostro sangue” è “la tua famiglia” sebbene le metafore di Macbeth intendano con “sangue” anche l’essenza che dona la vita. Subito dopo il sangue viene inteso come prova della colpa. Lennox dice che il Re sembra essere stato assassinato dai servitori di corte, perché “Sono stati, a quanto pare, gli addetti alla sua camera: avevano le mani e la faccia segnate col sangue; e così erano anche i loro pugnali, che abbiamo rinvenuti, non ancora asciugati, sui loro guanciali” (ibidem).
Dopodiché, quando Macbeth, indica il cadavere del sovrano, il sangue assume quasi la forma di un sontuoso abito addosso ad un corpo prezioso: “Qui giaceva Duncan, con la pelle d’argento gallonata dal suo sangue d’oro”. E aggiunge, riferendosi ai presunti assassini: “Là c’erano gli assassini, intrisi nel colore del loro mestiere, coi pugnali rivestiti sconciamente di sangue aggrumato” (ibidem). In questa scena, l’ultimo riferimento al sangue è fatto da Donalbain, il quale, rivolgendosi al fratello con la frase: “Qui dove siamo, vi sono pugnali fin nel sorriso degli uomini; il più vicino per sangue è il più vicino a sanguinare”, intende dire che, come figli legittimi del re assassinato, i nobili più a rischio sono loro e quindi è meglio andarsene dal castello il prima possibile. Il mattino seguente il regicidio ha una strana oscurità. Ross si rivolge a un vecchio signore dicendo: “Ah! buon padre, lo vedi, il cielo, come sconvolto dall’atto umano, minaccia la sua scena sanguinosa: secondo l’orologio è giorno, eppure la negra notte soffoca la pellegrina lucerna del mondo” (Atto II, scena IV). A causa dell’assassinio di Duncan, il palcoscenico è insanguinato e il cielo è in collera. Poco dopo Macduff fa il suo ingresso e Ross gli chiede: “Si sa chi ha commesso quest’atto più che sanguinario?” (Atto II, scena IV). Più che sanguinario perchè è stato un atto contro natura. Re Duncan era un uomo buono e mite che chiunque avrebbe dovuto amare e rispettare.
Nella prima scena in cui Macbeth appare come Re di Scozia, informa Banquo, fingendo che la cosa sia del tutto spontanea, che Malcolm e Donalbain sono latitanti: “Noi apprendiamo che i nostri sanguinari cugini si sono stabiliti in Inghilterra e in Irlanda” (Atto III, scena I). Macbeth vuole dare la colpa ai figli del re. Dopo che Banquo se n’è andato, Macbeth pianifica il suo assassinio. Egli dice alla moglie che al calare della notte verrà compiuto un atto che lo solleverà dal timore nei confronti di Banquo. Poi invoca l’arrivo della notte: “Vieni, o notte che tutto acciechi, benda il tenero occhio del giorno pietoso, e con la tua sanguinosa mano invisibile annulla e straccia quella solenne cedola che mi fa esser pallido!” (Atto III, scena II). Un uomo diventa pallido per la paura o l’inquietudine perchè il sangue lascia il suo volto. Così, Macbeth crede che eliminando Banquo, gli riaffiorerà il sangue in volto, ed egli non sarà più pallido. Dopo essere divenuto re, Macbeth offre un banchetto ai suoi nobiluomini. Il banchetto è appena iniziato e subito Macbeth è costretto ad andare alla porta per parlare con il primo sicario. “Tu hai del sangue sul viso” (Atto III, scena IV) gli dice, e il sicario gli riferisce inorgoglito che si tratta del sangue di Banquo, e che ha lasciato il cadavere in un fosso con la gola squarciata. Un po’ più avanti nella scena, proprio mentre Macbeth parla di quanto vorrebbe che Banquo fosse presente al banchetto, irrompe il fantasma di Banquo. Macbeth dice al fantasma: “Tu non puoi dire che sono stato io: non mi scuotere in faccia le tue chiome insanguinate” (Atto III, scena IV). Le chiome insanguinate del fantasma sono quelle dei suoi capelli, coperti di sangue. Dopo la scomparsa del fantasma, Macbeth si giustifica con se stesso pensando che non è il responsabile dell’apparizione del fantasma e afferma che da lungo tempo gli uomini uccidono altri uomini, prima ancora che vi fossero leggi ad impedirlo: “Prima d’ora, anche nei tempi antichi, è stato versato sangue, avanti che delle leggi umane avessero purgato la società e l’avessero ingentilita”. É una cosa naturale spargere sangue, ma ciò che è contro natura è che “… Ora, i morti risuscitano anche con venti ferite mortali nella testa, e ci cacciano dai nostri scanni”. Poi Macbeth si riprende, ritorna dagli ospiti e propone un brindisi in onore di Banquo. A questo punto, il fantasma di Banquo riappare. Stavolta Macbeth cerca di scacciarlo a parole: “Vattene, fuggi la mia vista! La terra ti nasconda! Le tue ossa sono senza midollo, il tuo sangue è freddo; tu non hai virtù visiva in cotesti occhi che sbarri” (Atto III, scena IV). Macbeth si chiede inoltre perchè la vista del fantasma non abbia fatto impallidire gli altri commensali. Egli chiede loro “come potete contemplare visioni come queste, e conservare il naturale rubino delle vostre guance, mentre il mio si fa bianco dalla paura. Presumibilmente, non si rende conto che è lui solo a vedere il fantasma. Infine, quando tutti gli ospiti sono andati via, Macbeth riflette su una diceria: “Vi sarà sangue, dicono: sangue vuol sangue…”. Il detto significa che il sangue della vittima si unirà a quello del suo carnefice, e che ogni omicidio verrà sempre scoperto. Macbeth sa che le pietre si sono mosse, che gli alberi hanno parlato, che gli uccelli hanno rivelato segreti. Tutte queste cose “hanno fatto scoprire l’assassino il più nascosto”. Lo stesso Macbeth è un uomo sanguinario, e il fantasma insanguinato lo ha fronteggiato. La sua colpa è stata quasi mostrata ai presenti. Niente di tutto ciò gli fa provare rimorso, ed egli è determinato ad andare fino in fondo perchè ormai si sente immerso in un fiume di sangue: “Io mi sono inoltrato nel sangue fino a tal punto, che se non dovessi spingermi oltre a guado, il tornare indietro mi sarebbe pericoloso quanto l’andare innanzi” (Atto III, scena IV).
Dopo aver appreso che Macbeth è un tiranno assassino, Lennox apprende da un altro nobile scozzese che Macduff si è rivolto alla corte inglese per chiedere aiuto. Macduff vuole spodestare Macbeth, affinchè il figlio di Re Duncan, Malcolm, possa diventare Re di Scozia. Fatto ciò, dice il signore scozzese, la Scozia godrà i benefici della pace e “… Dar di nuovo vivande alle nostre mense, e sonno alle nostre notti; liberare dai pugnali insanguinati le nostre feste ed i nostri banchetti” (Atto III, scena VI). Mentre attendono Macbeth, le streghe rimestano uno stufato rivoltante in un calderone. Dopo avervi messo tutti gli ingredienti, le streghe lo raffreddano con “sangue d’un babbuino” (Atto IV, scena I). Poi, subito prima di invocare la prima apparizione, le streghe aggiungono altri due ingredienti al calderone – “il grasso che piovve da un assassino appeso alla forca”, e “sangue di porca che ingoiò la covata di nove”. Quando le apparizioni si materializzano, vi è del sangue su due di esse. Prima giunge una testa con delle braccia, quindi un fanciullo insanguinato che esclama: “Sii sanguinario, ardito e risoluto, irridi il potere dell’uomo, poiché nessun nato di donna potrà far del male a Macbeth!”. L’apparizione finale è una marcia di otto re, scortati dallo spirito di Banquo. Macbeth urla: “Ora lo vedo ch’è proprio vero, poiché Banquo, dai capelli aggrumati di sangue, mi sorride ed accenna coloro come suoi discendenti”. Quando Macduff finisce per pensare che Malcolm non lo sosterrà nella guerra contro Macbeth, si rammarica per il triste destino della Scozia: “Sanguina, sanguina, o mia povera patria!” (Atto IV, scena III). Malcolm allora lo rassicura del fatto che non tutto è perduto e che anch’egli nutre un forte attaccamento verso la Scozia: “penso che la nostra patria soccombe sotto il giogo; e piange, e sanguina, e ogni nuovo giorno una nuova ferita si aggiunge alle sue piaghe”. Subito dopo, Malcolm mette alla prova la fedeltà di Macduff raccontando una grossa frottola. Figurandosi re si paragona a Macbeth: “Il nero Macbeth sembrerà candido come neve, ed il povero Stato lo stimerà un agnello in paragone delle mie sconfinate nequizie”. Elencando tutto ciò che di terribile farebbe se diventasse il nuovo sovrano, Malcolm porta Macduff sull’orlo della disperazione. Macduff esclama “O mia sventurata nazione, dominata da un tiranno usurpatore dallo scettro insanguinato”. Malcolm ha finalmente scoperto le reali intenzioni di Macduff: non gli importa solamente di essere dalla parte del vincitore ma ama veramente la nazione.
Quando la dama di corte e il dottore osservano lady Macbeth, la donna cammina e parla nel sonno. Lady Macbeth si strofina le mani come se cercasse di lavarle. Da quanto emerge, si tratta di un disperato tentativo di lavare il sangue di re Duncan. Lady Macbeth continua a “lavarsi” le mani finchè non viene interrotta dal ricordo della campana da lei stessa suonata per intimare al marito l’omicidio di Re Duncan: “Via, maledetta macchia! Via, dico Una… due: ecco, allora è il momento di farlo. L’inferno è buio! Vergogna, mio signore, vergogna! un soldato che ha paura! Che ragione abbiamo di temere che qualcuno lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto? Ma chi avrebbe mai pensato, che quel vecchio avesse dentro tanto sangue?” (Atto V, scena I). Lady Macbeth credeva che, una volta diventato re il marito, la scoperta dei responsabili del regicidio sarebbe stata ininfluente, poichè nessuno avrebbe avuto la capacità di sfidare il potere regale di Macbeth. Eppure il vecchio aveva così tanto sangue che lei lo vede ancora sulle mani come marchio della sua colpa. Il sangue di Duncan la ossessiona in modi ancora diversi, benchè essa non possa saperlo. Il “sangue” di un uomo è anche dato dalla sua progenie, e Malcolm, che è sangue del sangue di Re Duncan, è ora in marcia con diecimila soldati inglesi per chiamare Macbeth alla resa dei conti. Durante il sonnambulismo, Lady Macbeth si lamenta per due volte di non riuscire a togliere il sangue dalle mani: “Queste mani non verranno mai pulite?”, si domanda, finendo per deprimersi quando si accorge che quel sangue non potrà più essere tolto: “Sempre odore di sangue, qui! Tutti i profumi dell’Arabia non basteranno a rendere odorosa questa piccola mano. Oh…. oh… oh!” (Atto V, scena I).
Menteith e Caithness fanno parte di quelle truppe scozzesi che in marcia si uniranno all’esercito inglese nel bosco di Birnam. Menteith fa un commento su Malcolm e Macduff: “La vendetta arde nei loro petti; poiché i gravi torti da loro patiti spingerebbero al sanguinoso e orrendo grido di guerra anche un cadavere” (Atto V, scena II). Menteith intende dire che perfino un moribondo si getterebbe nella mischia più sanguinosa, se solo avesse le loro stesse ragioni per combattere. Alla fine della stessa scena, Caithness esclama: “Versiamo, fino all’ultima goccia, il nostro sangue per purgare la patria. Lennox ribatte: “almeno, versiamone quanto è necessario ad innaffiare il regal fiore, e ad annegare le male erbe”. Innaffiare il fiore regale significa farlo crescere, ed è Malcolm questo fiore regale. Macbeth e i suoi sostenitori sono le erbe gramigne che annegheranno nel sangue versato da questi valorosi soldati. Quando un servitore corre da Macbeth spaventato dall’avanzata di diecimila soldati inglesi, Macbeth si inalbera di fronte alla faccia del servitore, pallida di paura. Gli ordina: “Va’, pungiti la faccia, e tingi di rosso la tua paura, ragazzo dal fegato bianco come un cucciolo!” (Atto V, scena III). Macbeth deride il servitore; pensa che l’unico modo affinchè il ragazzo appaia coraggioso è quello di pungerlo fino a farlo sanguinare. Inoltre, al tempo di Shakespeare il fegato era ritenuto la sede del coraggio, ma il coraggio richiede spargimento di sangue, e l’opinione di Macbeth è che il ragazzo sia un codardo dal fegato bianco come un cucciolo.
Presso le mura di Dunsinane, dopo che i soldati si disfano dei rami entro cui sono nascosti, Macduff ordina di andare alla carica: “Fate parlare tutte le nostre trombe; si dia dentro con tutto il fiato, a queste sonore precorritrici di sangue e di morte…” (Atto V, scena VI). Le trombe annunciano che scorrerà del sangue e molti moriranno. Nell’ultima scena del dramma, Macbeth sa di non avere alcuna via di scampo, ma è comunque deciso a vendere cara la pelle. Dice: “Finché vedo dei vivi, le ferite stanno meglio a loro” (Atto V, scena VIII). In altre parole, egli vuole vedere scorrere ulteriore sangue prima di morire. Subito dopo, Macduff raggiunge Macbeth e sfidandolo gli grida: “Voltati, cane d’inferno, voltati!”. Macbeth risponde: “Di tutti gli uomini ho schivato te solo: via, vattene, sull’anima mia già troppo pesa il sangue dei tuoi!”. Il sangue cui Macbeth fa riferimento è quello sparso nel massacro della moglie e dei figli del nemico. Più semplicemente, Macbeth confessa che quegli omicidi restano sulla sua coscienza, perciò non vuole versare anche il sangue di Macduff. Il nemico ribatte di non essersi placato, e che la sua spada parlerà per lui: “La mia voce è nella mia spada; infame, sanguinario più di quanto le parole ti possano proclamare!” (Atto V, scena VIII). Il sangue non viene ulteriormente nominato, ma è possible “intra-vederlo” lo stesso, sia quando Macbeth muore che quando Macduff infilza la sua testa su un palo.

L’ETERNA LOTTA TRA IL BENE E IL MALE (E TRA L’APPARIRE E L’ESSERE.)

La storia di Dottor Jekyll e mister Hyde esplora il concetto del bene e del male come principi compresenti nell’animo umano. Sebbene siano presenti entrambi, di solito uno dei due prevale sull’altro. Come il romanzo di Robert L. Stevenson, anche il Macbeth affronta tale questione. In Macbeth e Lady Macbeth, il bene e il male convivono, tuttavia li vediamo emergere in momenti diversi. Quando Lady Macbeth spinge Macbeth a uccidere Duncan, la sua parte malvagia prevale su quella buona. In questo senso, il “male” ha prevalso sul “bene”. Per tutto il dramma, osserviamo Macbeth e la moglie impegnati in una costante lotta interiore tra il “bene” e il “male”.
“E’ brutto il bello, e bello il brutto, libriamoci per la nebbia e l’aer corrotto” (Atto I, scena I), cantano le streghe mentre attendono il termine della battaglia per comunicare a Macbeth le loro diaboliche profezie.
“Come proprio di là d’onde il sole comincia a risplendere scoppiano uragani che sommergono le navi, e tuoni orrendi, così da quella fonte d’onde sembrava dovesse venire il conforto, è traboccato lo sconforto” (Atto I, scena II), dice il sergente che racconta la battaglia di Macbeth contro i ribelli. Il sergente intende dire che proprio quando l’arrivo della primavera ci fa credere che il tempo sarà bello e ci recherà conforto, il maltempo può recare estremi disagi. Egli prosegue raccontando come la stessa cosa sia accaduta in battaglia. Proprio mentre Macbeth stava sconfiggendo uno dei nemici, altri si lanciavano all’attacco.
“Un giorno così brutto e così bello, ad un tempo, non l’ho mai visto”(Atto I, scena III): sono queste le prime parole di Macbeth nella scena in cui incontra le streghe.
Poco dopo essere stato nominato signore di Cawdor, Macbeth non sa se credere alle profezie delle streghe, e Banquo osserva che “i ministri delle tenebre ci dicono il vero; ci seducono con delle inezie oneste, per tradirci in cose del più grave momento”. Egli avverte Macbeth che, rivelandogli delle piccole verità, le streghe potrebbero sedurlo e spingerlo verso un disastro enorme. Macbeth non sente o non vuole ascoltare il monito dell’amico. Dice invece a sé stesso che “questo incitamento soprannaturale non può essere cattivo, e non può esser buono”. In realtà, Banquo ha già intuito che si tratta di un segnale funesto, nonostante possa apparire propizio. Dopo aver ricevuto la notizia dell’esecuzione del signore di Cawdor (che aveva tradito), Re Duncan esclama: “Non c’è arte per leggere nella faccia la costituzione della mente: egli era un gentiluomo sul quale io avevo fondato una fiducia assoluta…” (Atto I, scena IV). Il suo è un commento su quanta fiducia riponesse nel signore di Cawdor e sul fatto che non immaginasse sarebbe diventato un ribelle.
Prima dell’arrivo di Re Duncan al loro castello, Lady Macbeth esorta così il marito: “Prendete l’apparenza del fiore innocente, ma siate il serpe che sta sotto” (Atto I, scena V). Vuole che assuma un’aspetto gradevole, per meglio nascondere le intenzioni malvage.
“Andiamo, e inganniamo la gente con il più gaio aspetto: un viso falso bisogna che nasconda quello che sa il falso cuore” (Atto I, scena VII). Con queste parole rivolte alla moglie, Macbeth esce dalla scena in cui pianifica seriamente l’assassinio di Re Duncan. I coniugi fingeranno di essere fedelissimi al re durante la festa, per poi trucidarlo quella stessa notte.
Nella scena (Atto II, scena III) in cui viene ritrovato il cadavere di Duncan, Malcolm e Donalbain, figli del re, temono di essere le prossime vittime. “… Qui dove siamo, vi sono pugnali fin nel sorriso degli uomini”, dice Donalbain; così entrambi decidono di fuggire dal castello di Macbeth. Alla prima comparsa come Re di Scozia, le prime parole di Macbeth sono rivolte a Banquo: “Ecco qui il nostro principale convitato” (Atto III, scena I). Macbeth e Lady Macbeth trattano Banquo con estrema cortesia, ma più avanti nella scena lui ne organizza l’omicidio. Una volta sul trono, Macbeth comincia a soffrire d’insonnia e allucinazioni. Inoltre, egli teme che i figli di Banquo saranno i futuri re di Scozia, secondo la profezia delle streghe. Ovviamente, dal suo volto cupo tutte queste preoccupazioni affiorano eccome, infatti la moglie lo invita ad essere più ipocrita: “Andiamo, gentile signor mio, spianate l’aggrottata fronte; siate allegro e giocondo, stasera, in mezzo ai vostri convitati” (Atto III, scena II). Macbeth si risente di dover fare di necessità virtù celare i suoi cattivi pensieri dietro un aspetto gradevole. Ha già pianificato l’omicidio di Banquo, ma chiede alla moglie di dimostrarsi ancora più cortese del solito, soprattutto nei confronti di Banquo: “La vostra attenzione sia dedicata a Banquo; prodigategli i più alti onori, così con gli occhi come con la lingua: malsicuro è il tempo nel quale noi dobbiamo lavare il nostro onore in questi fiumi di adulazione, e far del viso una maschera per il cuore, la quale nasconda ciò che esso è”. Il punto chiave di questo passo è “il tempo è malsicuro”. Sono Macbeth e Lady Macbeth ad essere insicuri, poichè Banquo potrebbe sospettare che siano loro gli assassini di Re Duncan, anche in virtù della profezia delle streghe. Pur essendo il re e la regina dovranno trattare Banquo con deferenza, come se questi fosse il vero sovrano. Per festeggiare la propria ascesa al trono, Macbeth organizza un banchetto per i nobili scozzesi, nel quale assume il ruolo dell’anfitrione ossequioso. Durante il banchetto si prodiga nel dimostrare il suo rispetto per Banquo, ricorrendo a frasi come: “Ora noi accoglieremmo qui sotto il nostro tetto l’onor della patria, se la nobile persona del nostro Banquo fosse presente” (Atto III, scena IV). Gli ospiti di Macbeth non sanno che ha già mandato due sicari ad ucciderlo, ma ecco che fa la sua comparsa proprio il fantasma insanguinato di Banquo per mostrare a Macbeth (e al pubblico) la concretezza del male che si cela dietro le gradevoli parvenze.
Nella scena successiva, quella in cui Macbeth afferma di voler ritornare a far visita alla streghe, Ecate giunge dagli inferi per comunicare alle streghe la sua rabbia nei loro confronti. Ecate pretende di sapere perché esse osino escluderla dal loro “affare Macbeth”. Dopo tutto ella si autodefinisce “la segreta orditrice di tutti i mali” (Atto III, scena V). Come tutte le streghe, Ecate crede che fare il male sia bene, e che lei è quella che meglio ci riesce. Poco dopo, Ecate dice alle streghe che attuerà degli inganni per cui Macbeth: “… Disprezzerà il destino, schernirà la morte, ed innalzerà le sue speranze al di sopra d’ogni saggezza, d’ogni pietà e d’ogni paura: e voi tutte sapete che la sicurezza è il capitale nemico dei mortali”. In breve, la cieca convinzione di avere il destino dalla nostra parte ci fa sentire invulnerabili e quindi diventa la causa della nostra fine. Poco dopo il banchetto durante il quale fa capolino il fantasma di Banquo, Lennox viene a conoscenza della natura ipocrita e maligna di Macbeth. Egli esclama: “Il pio Duncan fu pianto da Macbeth: sfido, era morto!” (Atto III, scena VI). Questa salace battuta serve a descrivere sia la reazione di facciata di Macbeth – la costernazione per Re Duncan – sia la sua vera natura umana, cioè la sua ipocrisia. Lennox continua poi a ridicolizzare la versione fornita da Macbeth su quanto è successo fino a quel momento.
Macduff si rivolge a Malcolm per ottenere aiuto in una guerra contro Macbeth, ma Malcolm è molto cauto, perché sa che Macduff potrebbe fare il doppio gioco. Dopo aver fatto chiarezza, si scusa e dice: “Gli angeli rifulgono ancora di luce, benché il più fulgido sia caduto, e quand’anche ogni sozzura assumesse le sembianze della virtù, pure la virtù conserverebbe il suo aspetto” (Atto IV, scena III). L’angelo più fulgido era Lucifero, che cadde diventando Satana. Secondo Malcolm, sebbene un’apparenza innocua possa nascondere un cuore malvagio, e chi sembra un angelo possa invece essere un demonio, ciò non significa che ogni angelo sia necessariamente un demonio. Benchè i cattivi si sforzino di sembrare buoni, comunque i buoni avranno l’aspetto dei buoni, e non è giusto che dei buoni sospettino altri buoni di essere cattivi.
Col sopraggiungere della battaglia campale, Macbeth riflette sul fatto che la sua vita non è degna di essere vissuta: “Tutto ciò che dovrebbe accompagnare la vecchiaia come onore, affetto, obbedienza, schiere di amici, io non debbo cercare di averlo; per me, in loro vece, ci sono maledizioni proferite a bassa voce, ma profonde, rispetto espresso a fior di labbra, come un soffio che il povero cuore vorrebbe volentieri trattenere, ma non osa” (Atto V, scena III). E così l’atteggiamento ipocrita che ha usato con tutti, la catena di menzogne e dissimulazioni che ha infilato una dietro l’altra, gli si ritorcono fatalmente contro. Chi sta ancora dalla sua parte, in realtà lo odia silenziosamente e neanche l’eventuale esito favorevole della battaglia lo renderà amato né rispettato.

IL SENSO DI COLPA.

Qualsiasi crimine porta con sé conseguenze irreversibili non solo per la vittima ma anche per l’autore. Dopo l’assassinio di Duncan, Lady Macbeth capisce che non riuscirà più a togliersi il sangue dalle mani né a perdonarsi per il reato commesso. La colpa ha il potere di impadronirsi della vita, poichè tutto ciò che si vede e si fa riporta alla mente l’odioso crimine. È esattamente il caso di Lady Macbeth. La colpa assume un ruolo centrale nello spingere Macbeth all’azione cruenta, e nel trascinare la moglie oltre la soglia della normalità – fino alla follia e alla morte. In tutto il dramma si possono rintracciare sfoghi emotivi legati al senso di colpa, che contribuisce alla scelta fatale di Macbeth e porta Lady Macbeth al suicidio. Pur essendo numerosi gli esempi che esemplificano la forza che la colpa esercita sui protagonisti, ve ne sono tre particolarmente significativi:

* Il primo riguarda l’episodio immediatamente successivo all’assassinio di Re Duncan, quando Macbeth esce dalle stanze degli ospiti con le mani insanguinate e rimane paralizzato per un po’.
* Segue un secondo esempio, laddove tutto il senso di colpa che Macbeth provava in principio, si trasforma in odio dopo la decisione di uccidere anche Banquo.
* L’ultimo esempio si colloca verso la fine della tragedia, quando Lady Macbeth vaga da sonnambula e si toglie la vita perché schiacciata dai rimorsi.

Questi tre esempi costituiscono la prova che in questo dramma shakespeariano la colpa gioca un ruolo chiave nelle vite dei personaggi.
Il meccanismo della colpa si innesta in realtà a partire dal secondo atto, scena seconda, dopo l’omicidio di Duncan, quando Macbeth ritorna dalla moglie. Ovviamente, Macbeth è totalmente sconvolto per ciò che ha fatto. Uccidere un uomo, anzi un re, per giunta amato dal popolo, è un peccato mortale. Si convince di aver ucciso anche la sua innocenza e che ciò porterà conseguenze ben peggiori. A conferma di ciò vi sono riferimenti in tutta la scena: “Non dormir più! Glamis ha ucciso il sonno e quindi Cawdor non dormirà più, Macbeth non dormirà più!”. “Tutto l’oceano del grande Nettuno potrà lavar via, interamente, questo sangue dalla mia mano? No, piuttosto, questa mia mano tingerà d’incarnato i mari innumerevoli, facendo del verde un unico rosso!”. L’enormità del suo senso di colpa scaturisce da queste frasi, e infatti afferma che se provasse a lavarsi le mani nel fiume, questo diventerebbe dello stesso colore del sangue. Lady Macbeth tenta di rassicurarlo: “Un po’ d’acqua ci farà mondi di quest’atto: vedete, dunque, come è facile!”. Ma la colpa da lui provata non svanisce, almeno in un primo tempo.
All’inizio dell’Atto III, Macbeth, Lady Macbeth e Banquo conversano amichevolmente. Macbeth è stato già incoronato re, e un banchetto viene fissato per la sera. Banquo dovrebbe essere l’ospite d’onore ma in realtà non si presenterà perchè verrà ucciso dai sicari. La colpa sembra agire da motore propulsore quando Macbeth pronuncia la frase: “Le cose nate dal male, attingono forza dal male” (Atto III, scena II). Ciò a cui si riferisce è la sua stessa colpa: una volta commessa, l’azione malvagia procura disagio. Ripetendola, il disagio resta seppure attenuato, ma continuando a perpetrarla non si proverà più alcun disagio. Nella stessa scena Macbeth riflette sul fatto che, superato il trauma per l’omicidio di Duncan, la coscienza e il senso di colpa si sono assopiti e lo lasciato libero di macchiarsi di ulteriori stragi: “Io mi sono macchiato l’anima per la progenie di Banquo; per loro ho assassinato il virtuoso Duncan; per loro unicamente ho versato l’odio nel vaso della mia pace…”.
Probabilmente una delle prove più schiaccianti della forza legata al senso di colpa è il modo in cui essa agisce su Lady Macbeth. Dopo una lunga assenza dalla scena, la vediamo entrare nell’Atto V, ma stavolta non si tratta della stessa donna crudele conosciuta all’inizio del dramma. Il quinto atto inizia con una discussione tra un dottore e una dama di corte preoccupata per la strana malattia di Lady Macbeth che infatti fa il suo ingresso da sonnambula. Inizia a stropicciarsi le mani come se le lavasse e si lamenta: “Via, maledetta macchia! Via, dico”. Dunque confessa la responsabilità per la morte di Lady Macduff: “Il signor di Fife aveva una moglie: dov’è ora?”. Lady Macbeth esclama poi, mentre continua a fregarsi le mani: “Sempre odore di sangue, qui! Tutti i profumi dell’Arabia non basteranno a rendere odorosa questa piccola mano. Oh…. oh… oh!”.La donna si accorge amaramente che nulla potrà mai cancellare l’odore del sangue provocato da tutti gli omicidi commessi da Macbeth. Qui si evince inoltre come ella si senta profondamente responsabile di ogni crimine perpetrato dal marito o dai suoi sicari. Alcune scene dopo, Lady Macbeth pone termine alla propria sofferenza.

LA NATURA SCONVOLTA COME SPECCHIO DEL DISORDINE POLITICO.

Le streghe sono il classico esempio di ciò che esorbita dall’ordine naturale delle cose. “Che sono quelle figure tutte grinzose, e così selvagge nel loro vestire, che non hanno l’aspetto degli abitatori della terra, e pur vi stanno sopra?” (Atto I, scena III), si chiede Banquo vedendole per la prima volta. Banquo aggiunge: “Voi dovete esser donne, ma tuttavia la vostra barba mi impedisce di persuadermi che lo siete davvero.” (Atto I, scena III). Le streghe non sono soltanto spiriti maligni in visita sulla Terra, bensì abitanti del mondo con sembianze umane deformi. Col procedere della scena, dopo aver ricevuto la notizia della sua nomina a signore di Cawdor, Macbeth si chiede: “Perché io cedo ad una tentazione la cui orrenda immagine mi fa rizzare i capelli, e spinge il cuore, ch’è pur saldamente fissato, a battermi alle costole contro il natural costume?”(Atto I, scena III). Macbeth si chiede perchè si senta indotto in una “tentazione” tale, infine, da fargli battere il cuore e rizzare i capelli. Poichè il “natural costume” sottintende la maniera solita e naturale di essere delle cose, con tali parole egli esprime il disagio nel trovarsi in preda a sentimenti avvertiti come innaturali. In qualche modo, il suo corpo gli trasmette dei segnali premonitori contro ciò che la sua mente sta partorendo. Ricevuta la lettera del marito, Lady Macbeth è ansiosa di proporgli il disegno omicida che ritiene latente nei pensieri del marito. Preparandosi all’azione, Lady Macbeth invoca gli spiriti maligni affinchè questi occludano “ogni accesso ed ogni via alla pietà, affinché nessuna contrita visita dei sentimenti naturali scuota il mio feroce disegno”(Atto I, scena V). La “contrita visita dei sentimenti naturali” è frutto di quei messaggi della coscienza umana che spingono a trattare gli altri con benevolenza e rispetto. Lady Macbeth vuole agire contro natura per essere “feroce” fino a conseguenze mortali. Proseguendo, invoca gli spiriti maligni: “Venite alle mie poppe di donna, e prendetevi il mio latte in cambio del vostro fiele, o voi ministri d’assassinio, dovunque (nelle vostre invisibili forme) siate pronti a servire il male degli uomini.” (Atto I, scena V). Le parole di Lady Macbeth fanno emergere la credenza un luogo remoto della natura in cui albergano demoni in grado di rendere la natura stessa innaturale. Prima che Macbeth uccida Re Duncan, Banquo si accinge ad andare a letto, e si rivolge al figlio dicendo: “Mi invita un sonno, che mi grava addosso come il piombo, e pure io non vorrei dormire: misericordiose potenze del cielo, frenate in me i pensieri maledetti ai quali la natura si abbandona nell’ora del riposo!” (Atto II, scena 1). Banquo non rivela esattamente quali pensieri disturbino il suo sonno, ma è possibile intuire che siano legati alle profezie delle streghe. I suoi sospetti sulle cattive intenzioni di Macbeth nei confronti di Re Duncan sono fondati ed è probabile che nutra dei dubbi perfino sulle sue ambizioni personali o la sua incolumità. Nondimeno, tali pensieri non sono riconosciuti come naturali poiché rappresentano per lui ciò cui la natura umana lascia il posto quando ci si accinge a dormire.
Quando Banquo si mette a letto, Macbeth cade in preda alle allucinazioni: prima vede un pugnale insanguinato nell’aria, quindi dice a se stesso che quella è l’ora della notte che porta le allucinazioni: “Ora sopra una metà del mondo la natura sembra morta, e malvagi sogni ingannano il sonno tra le sue cortine” (Atto II, scena I). La perdita della coscienza col sopraggiungere del sonno è intesa qui anche come l’irruzione di quei sogni diabolici che riescono ad prendere il sopravvento sull’uomo. Quando Lady Macbeth aspetta che Macbeth abbia ucciso re Duncan e ritorni da lei, si riferisce alle guardie del re in questo modo: “Io ho messo nelle loro bevande tante di quelle droghe, che la morte e la natura disputano se essi siano vivi o morti.” (Atto II, scena II). Si noti che in questo passo la parola “natura” è usata come sinonimo di vita. Successivamente nella stessa scena, dopo aver assassinato il re, Macbeth si preoccupa di aver ucciso anche il sonno e di non potersi addormentare mai più. Definisce il sonno “la seconda portata nella mensa della grande natura, il principale nutrimento nel banchetto della vita.” (Atto II, scena II)). La seconda portata di un pasto era la portata principale, e pertanto il “principale nutrimento”. Macbeth sente che non sara mai più nutrito dalla tenera natura. Spiegando perchè ha ucciso le guardie di re Duncan, Macbeth descrive la vista orrenda del corpo del re reso cadavere: “Gli squarci delle sue ferite parevano una breccia nella natura, aperta alla rovina devastatrice” (Atto II, scena III). Con questa frase egli sottolinea l’aspetto distruttivo della scena di morte: le ferite del re sembravano delle grandi falle nella vita stessa e permettevano alla morte di penetrare.
Nel Macbeth l’omicidio di Duncan rappresenta una forma di sconvolgimento dell’ordine naturale. Subito dopo la scena nella quale viene trovato il suo cadavere, abbiamo un dialogo dedicato interamente all’innaturalezza della notte dell’omicidio. Ross parla con un vecchio. I ricordi di quest’ultimo giungono fino a settant’anni prima, ma non gli sovviene niente di paragonabile agli eventi della notte appena trascorsa: “In un giro di tempo come questo ho visto ore tremende e cose strane; ma questa notte atroce ha ridotto ad una inezia tutto quello che sapevo fino ad ora.” (Atto II, scena II). Ross ribatte: “Ah! buon padre, lo vedi, il cielo, come sconvolto dall’atto umano, minaccia la sua scena sanguinosa” (Atto II, scena IV). Ross intende dire che il cielo, come sede della divinità, ha un’espressione di rabbia osservando l’uomo che recita la propria parte sul palcoscenico della vita diventato ormai un mattatoio con l’uccisione di Duncan. Il re avrebbe dovuto ricevere affetto e onori, per questo il suo omicidio è contro natura. Ross e il vecchio proseguono raccontandosi tutti gli eventi appena accaduti. Non sanno che Macbeth è l’omicida, ma, mentre parlano, si intravedono dei parallelismi con gli atti contro natura compiuti da Macbeth. Infatti, Ross nota che, sebbene l’orologio indichi l’ora in cui si leva il sole, il cielo è ancora buio. Pensa che una notte così terribile possa essere più forte del giorno, o che forse il giorno si vergogna di vedere ciò che è stato compiuto durante la notte. Lo spettatore ricorderà a questo punto che Macbeth si augurava una notte estremamente buia per eseguire l’omicidio, così da non riuscire a vedere ciò che stava per fare, e in effetti egli ha agito in uno contesto del genere. Ora però la notte si è insinuata nel giorno stesso. Il vecchio osserva che ciò è “contro le leggi di natura, come l’azione che è stata commessa.” (Atto II , scena IV.). Racconta altri misteriosi avvenimenti: “Martedì scorso un falco, mentre montava in altura, fu ghermito, ed ucciso, da un gufo cacciatore di topi.” (Atto II, scena IV). Il fenomeno paradossale e sconvolgente dell’uccisione del falco da parte del gufo è uno di quegli esempi che dimostrano il sovvertimento dell’ordine naturale come conseguenza di un atto umano contro natura. Il gufo, che è solito acchiappare i topi da terra, anziché abbassarsi, ha spiccato il volo per uccidere un falco. L’assurdità dell’episodio é data dal fatto che mentre il primo è un uccello notturno, quindi messaggero di morte, il secondo è una creatura diurna, la compagnia tipica di un sovrano che va a caccia. Se le cose della natura corrispondono a quelle della vita umana, questo è un buon esempio di similitudine tra il mondo naturale e quello umano: re Duncan è il falco e Macbeth il gufo.
Ross racconta qualcosa di peggiore: i cavalli di Re Duncan, “belli e veloci, gemme della loro razza, si fecero selvaggi, spezzarono le sbarre, balzarono fuori, ribellandosi all’obbedienza, come se volessero muovere guerra al genere umano.” (Atto II, scena IV). Il termine “gemma” indica chi è favorito da qualcuno. Macbeth e Lady Macbeth erano i favoriti di Re Duncan. Il re li aveva colmati di onori e doni, ma essi gli si sono rivoltati contro e lo hanno aggredito a tradimento. La loro indole contro natura si rivela alla fine autodistruttiva. Così come i cavalli finiscono per sbranarsi tra di loro, anche Macbeth e Lady Macbeth finiscono per autodistruggersi: Macbeth viene divorato dalla disperazione e Lady Macbeth dalla follia. L’idea che anche l’ambito morale rientri nell’ordine naturale delle cose è espressa da altri personaggi. Dopo il discorso sull’innaturalità della notte, giunge Macduff; Ross gli chiede se gli assassini di re Duncan siano già noti. Macduff riporta – forse senza neanche crederci – la versione di comodo fatta circolare da Macbeth, cioè che le guardie, corrotte dai figli del sovrano, abbiano commesso l’omicidio. Ross esclama: “ancora contro natura” (Atto II, scena IV). Intende dire che è contro natura sia che i figli e i servi si rivoltino contro il re, sia che il gufo uccida un falco o che dei cavalli si sbranino tra loro. Poco prima di far uccidere Banquo dai sicari, Macbeth giustifica a se stesso la sua azione dicendo che questi possiede “natura regale” (Atto III, scena I), e che “davanti a lui il mio genio si sente represso” (Atto III, scena I). Il “genio” di un uomo è il suo spirito custode; Macbeth esprime così la sua percezione di Banquo come uomo naturalmente al di sopra di lui. Più avanti nella scena, quando cercherà di incitare gli assassini a uccidere Banquo, Macbeth osserverà che ogni uomo e ogni bestia presentano caratteristiche differenti “secondo la dote che la Natura generosa ha racchiuso in lui” (Atto III, scena I). Entrambe queste affermazioni rimandano al fatto che l’indole individuale è un dono ricevuto dalla Natura.
Dopo aver organizzato l’omicidio del suo amico Banquo, Macbeth confida alla moglie la sua determinazione a fare qualunque cosa per mantenere la sua posizione di re: “Ma si sconnetta la struttura delle cose, soffrano entrambi i mondi” (Atto III, scena II), piuttosto che “nell’angoscia di questi sogni orrendi che ogni notte ci scuotono” (Atto II, scena II). Si tratta di un’implicita ammissione: sa che le sue azioni vanno sia contro il cielo che contro la natura. Poco dopo Macbeth ricorda alla moglie che il loro pericolo è legato al fatto che Banquo e Fleance siano ancora in vita. La sua risposta è che “in loro l’impronta della natura non è eterna” (Atto III, scena II). Macbeth cerca di giustificare i propri intenti omicidi ponendoli pretestuosamente in armonia con l’ordine naturale, che in effetti prevede la morte come evento ineluttabile. La sua azione è dunque da lui stesso giustificata col suo essere in sintonia con l’ordine naturale. Naturalmente tutti muoiono prima o poi, ovvero nessuno gode di un tempo illimitato in questa vita, e Macbeth se ne rallegra, perché si convince che Banquo e Fleance si possono tranquillamente eliminare. In seguito, quando appare il fantasma di Banquo, Macbeth cerca di giustificarsi dicendo che da lungo tempo gli uomini uccidono altri uomini, ancora prima di quando furono istituite delle leggi che lo impedivano: “Sangue è stato versato prima d’ora, nei tempi antichi, prima che le leggi umane purificassero lo stato ingentilendolo” (Atto III, scena IV). Per Macbeth spargere sangue è un fatto naturale mentre ciò che non è naturale è che adesso i morti “risorgono con venti ferite mortali nella testa e ci buttano giù dai nostri scranni” (Atto III, scena IV). Quando Macbeth ritorna dalle streghe per conoscere il suo destino e pretende delle risposte, si ravvisa in lui la volontà di scoprire il futuro persino a costo di andare contro l’ordine naturale delle cose: “Datemi una risposta. Anche se scioglieste i venti e li scatenaste contro le chiese, anche se le onde spumeggianti travolgessero e ingoiassero ciò che naviga, anche se il grano s’abbattesse ancora verde, e gli alberi crollassero” (Atto IV, scena I). Egli pretende di sapere anche se “il tesoro dei germi della natura si confondesse e si mischiasse al punto da nauseare per sazietà la distruzione” (Atto IV, scena I). I “germi della natura” sono i semi di tutto ciò da cui discende la natura, e la “distruzione” viene qui immaginata come una persona che vorrebbe provocare talmente tanta distruzione da nausearsi di sé stessa. Col procedere della scena, dopo aver appreso che non sarà mai sconfitto finchè la foresta di Birnam non giungerà a Dunsinane, Macbeth si convince che il significato della profezia è che “l’altolocato Macbeth vivrà il corso intero della natura e pagherà il suo ultimo respiro al tempo e all’usanza mortale” (Atto IV scena I). In altre parole, Macbeth è sicuro di continuare la sua vita e morire nel suo letto, ma il modo in cui si esprime può indurre lo spettatore a pensare che egli si aspetti di trarre profitto dalla natura attraverso atti contro natura.