Shakespeare e Il mercante di Venezia

di Enrico Galavotti

“The Merchant of Venice”, una delle opere teatrali più rappresentate nei teatri di tutto il mondo, va letta almeno due volte. Infatti se ci si limita alla prima, si ha netta l’impressione di un forte antisemitismo. Alla seconda invece, mettendosi a leggere il testo tra le righe, cioè andando al di là delle parole, l’impressione è di un certo anticristianesimo, soprattutto nei confronti della sua variante cattolico-romana: non a caso la commedia viene ambientata a Venezia e non a Londra, dove pur gli ebrei erano presenti al tempo di Shakespeare.

da Sinistrainrete

Shakespeare e Il mercante di Venezia

Ancora oggi c’è chi sostiene che Shakespeare sia soltanto un nome fittizio dietro cui si celano altri autori. In particolare si pensa a Michelangelo Florio, frate ed erudito fiorentino, di origine ebraica e siciliana, rifugiatosi a Londra dopo una serie di peregrinazioni in varie parti d’Italia per cercare di sottrarsi alle persecuzioni dell’Inquisizione, dal momento che aveva aderito al calvinismo. A Treviso abitò nel palazzo di Otello, un nobile veneziano che, accecato dalla gelosia, aveva ucciso anni prima la moglie Desdemona. A Milano s’innamorò di una contessina, Giulietta, che, dopo essere stata rapita dal governatore spagnolo, decise di suicidarsi.

Ma si pensa anche al figlio di Michelangelo, Giovanni, nato nel 1553, destinato a diventare un grande linguista e traduttore (conosceva perfettamente italiano, francese, tedesco, spagnolo, inglese, latino, greco ed ebraico, oltre alla lingua toscana e napoletana). Shakespeare sarebbe stato, al massimo, un attore-prestanome, senza talento per la scrittura. La moglie del primo Florio aveva come cognome Crolla- o Scrolla – Lanza, che, tradotto in inglese suona proprio come “shake the speare” (scrolla la lancia).

Si è cominciato a sospettare di questo a partire dal testamento di Shakespeare, ove è presente un elenco molto particolareggiato di oggetti, ma senza neppure un libro, mentre Michelangelo Florio lasciò un’intera biblioteca. Non a caso non esistono registri di ammissione o di frequenza che parlino di Shakespeare in alcuna scuola secondaria, college o università. Inoltre si è scoperto che Michelangelo Florio a Messina aveva rappresentato la commedia Tantu trafficu pe’ nnenti (riecheggiante la scespiriana Molto rumore per nulla), e che morì in Inghilterra verso il 1605, anno in cui cessò l’attività letteraria di Shakespeare.

Le versioni originali scritte da Michelangelo Florio sarebbero state poi tradotte e perfezionate per il mercato inglese dal figlio Giovanni, in collaborazione con l’attore William Shakespeare, che quindi cessa di essere uno pseudonimo per assumere i panni di un coautore (ben 15 su 37 delle sue opere sono ambientate in Italia). Giovanni Florio fu autore del primo dizionario italiano-inglese (nel quale a fronte di 74.000 parole italiane raccolse ben 150.000 termini inglesi).

L’insieme delle opere di Shakespeare rivela non solo un livello culturale particolarmente elevato, ma anche un vocabolario ricchissimo: circa 29.000 parole diverse (tra cui differenti versioni delle stesse parole), un lessico quasi cinque volte più ampio di quello usato nella Bibbia di Re Giacomo, che impiega solo 6.000 parole diverse.

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Scritto non prima del 1596 e non oltre il 1598, [1] Il Mercante di Venezia si ispira largamente a svariate fonti, tra cui, anzitutto, una novella italiana trecentesca di ser Giovanni Fiorentino, detta Il Giannetto e il mercante di Venezia, facente parte della raccolta Il pecorone, edita a Milano nel 1558, ma risalente al XIV secolo, e tradotta in inglese da William Painter (del Giannetto vengono conservati pressoché intatti i personaggi corrispondenti a Bassanio, Shylock e Porzia, oltre che la vicenda della penale di una libbra di carne, il luogo di Belmonte, ecc.). [2]

 [1] L’opera contiene un riferimento alla San Andrés, una nave spagnola catturata durante la spedizione anglo-olandese a Cadice nel 1596. Essa è citata da Francis Meres, in Palladis Tamia, nel 1598, la prima descrizione critica delle poesie e delle prime opere teatrali di Shakespeare. Fu data alle stampe nel 1600, poi ristampata nel 1616 e di nuovo (restando al solo XVII sec.) nel 1623, 1632, 1637, 1652, 1663, 1685, a motivo della sua grande popolarità.

 [2] Oltre a ciò si può aggiungere che nella novella medievale è molto più forte l’antisemitismo, in quanto l’ebreo vuole uccidere il più grande mercante cristiano solo perché è invidioso della sua ricchezza; ed è molto più sviluppato l’erotismo, in quanto la donna di Belmonte (una sorta di maga Circe molto spregiudicata) finge di offrire le sue grazie agli uomini facoltosi, ma, dopo averli addormentati con un vino drogato, li priva di ogni bene materiale, benché alla fine si convinca che Giannetto merita d’essere sposato a motivo della sua indiscussa bontà d’animo.

Altri testi di riferimento sono Gesta Romanorum, una raccolta di scritti della fine del XIII secolo, tradotta in inglese nel 1595 (qui vi è p.es. la storia dei tre scrigni); e Alexandre Sylvain, The Orator, tradotto in inglese da Lazarus Pyott nel 1596, ove si trovano elementi del processo a carico di Shylock e della libbra di carne; Anthony Munday, Zelauto. Il Fountaine of Fame (1580), per il carattere di Jessica, figlia di Shylock; Christopher Marlowe, The Jew of Malta (tragedia molto popolare del 1589, fortemente antisemitica), ove i personaggi di Barabba, l’ebreo, e della figlia Abigail hanno sicuramente influenzato l’opera di Shakespeare. Non pochi critici han visto palesi riferimenti stilistici alle commedie di Plauto e Terenzio (Antonio, p.es., rappresenta l’antico onore romano, ma anche un alleato della regina Elisabetta, che aspirava al trono portoghese per impedire che se ne impadronisse Filippo II; intorno all’anello di matrimonio donato da Porzia a Bassanio s’ingenerano degli equivoci che ricordano l’Anfitrione di Plauto). E non si dimentichi il saggio di T. Wilson, A Discourse upon Usury, del 1572, segretario di stato per la regina Elisabetta, notevole intellettuale, del tutto contrario al prestito a interesse; e quello di M. Mosse, The Arraignment and Conviction of Usury, 1595, in cui l’aristocrazia feudale vede nell’usura il sintomo di una transizione borghese ch’essa vorrebbe scongiurare, senza però rendersi conto che l’usura si sviluppa solo là dove già esiste un’economia mercantilistica.

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Un altro piccolo appunto si può fare sulla situazione degli ebrei nella Venezia del Cinquecento. Pur essendo ben presenti sin dall’XI secolo, gli ebrei affluirono in massa nella città all’inizio del Cinquecento, a seguito degli sconvolgimenti della guerra della Lega di Cambrai, quando, nella battaglia di Agnadello, in Lombardia (14 maggio 1509), Venezia subì una pesante sconfitta da parte di una coalizione delle maggiori potenze dell’epoca, per impedirle di conquistare Milano. Venezia aveva concesso agli ebrei presenti sul proprio territorio – anche quando l’Europa li stava cacciando dopo i noti decreti d’espulsione dalla Spagna (1492) e dal Portogallo (1496) – d’entrare in città come rifugiati di guerra, destando non poche preoccupazioni da parte dei residenti cristiani.

Il 29 marzo 1516 il Senato mise mano alla questione, stabilendo che tutti gli israeliti dovessero obbligatoriamente risiedere nella località di Cannaregio, un’isola della parrocchia di San Girolamo, ove venne istituito il “serraglio de’ giudei”, detto Ghetto Nuovo: un’istituzione inedita, che verrà poi ampiamente applicata anche nel resto d’Europa. [3]

[3] Nella pronuncia degli ebrei askenaziti di origine tedesca, che non conoscono le vocali dolci, “getto” diventa “ghetto”. In ebraico veniva chiamato “Hazzer”, il recinto.

L’isola, che fino a qualche tempo prima aveva ospitato una fonderia di cannoni e campane, un “getto” (perché vi si “gettava” il metallo fuso), era completamente circondata da un canale, i cui accessi, attraverso ponti, potevano esser facilmente controllati e chiusi; a mezzanotte gli ingressi venivano sigillati dall’esterno, da quattro custodi cristiani, pagati dai giudei e tenuti a risiedere nel sito stesso, senza famiglia, per potersi meglio dedicare all’attività di controllo. In tal modo gli ebrei non potevano venire a contatto con i cristiani al di fuori dell’orario di lavoro.

Successivamente il ghetto venne ampliato, in quanto giungevano a Venezia molti ebrei levantini dalla penisola iberica e dall’impero ottomano. Vi abitarono oltre 5000 persone, e gli edifici, che non potevano espandersi in ampiezza, lo facevano in altezza, raggiungendo, unici in città, anche sette-otto piani (le case veneziane non hanno mai più di tre-quattro piani). All’interno vi erano cinque sinagoghe.

Gli ebrei, al pari di altre minoranze, erano preziosi per la Serenissima: le sue magistrature, alcuni nobili, lo stesso doge Leonardo Loredan, che era “principe” al momento del decreto istitutivo (29 marzo 1516), ne erano perfettamente consapevoli.

D’altra parte la richiesta del ghetto era partita dagli stessi ebrei, poiché temevano che la loro presenza sempre più visibile potesse provocare risentimenti: in un ghetto si sentivano più sicuri. Soggetti politicamente deboli all’esterno delle mura, gli ebrei diventavano autonomi all’interno, quasi padroni delle loro azioni, in molti casi ben più di tanti abitanti e sudditi che vivevano alla completa mercé del doge, del principe, del papa o del re.

Si stabilì però che dovessero portare un segno d’identificazione e li si obbligò a gestire banchi di pegno a tassi stabiliti dalla Serenissima (in genere tra il 5 e l’8 per cento, il che era prova della floridezza della città), nonché a sottostare a varie gravose regole, per avere in cambio libertà di culto e protezione in caso di guerra. Tuttavia è assodato che gli ebrei veneziani esercitassero l’usura (di sicuro prima del 1516), un’attività che ai cristiani era impedita da motivi religiosi, [4] in quanto si riteneva contrario alla morale lucrare eccessivi interessi su somme date a pegno: andare in ghetto a contrarre un prestito o a riscattare degli oggetti tenuti per garanzia faceva parte degli usi abituali. [5]

[4] Nel 1541 l’imperatore Carlo V fissò il tasso di interesse nei limiti delle usurae centesimae con un provvedimento che interessò tutta l’Europa. Questo dimostra che nell’ambito del cattolicesimo si faceva differenza tra prestito a interesse e usura.

[5] Va comunque detto che mentre i grandi usurai italiani venivano dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia, e i grandi banchieri venivano da Firenze e dalla Toscana in generale, Venezia invece, che ha sempre ruotato nell’area bizantina fino alla caduta di Costantinopoli, rimase sostanzialmente estranea alle diatribe sull’usura, sulle banche e sui monti di pietà. Ad essa interessava avere privilegi commerciali da Bisanzio, finché, dopo il Mille, pensò soltanto a come conquistarla.

Periodicamente, soprattutto nei periodi di crisi economica, si svolgevano campagne di conversione al cattolicesimo. Chi aderiva cambiava anche nome, assumendo quello di chi lo aveva indotto ad abiurare, spesso un membro dell’aristocrazia.

Tra il 1516 e il 1797 il ghetto era diventato un “melting pot unico”. Gli ebrei arrivavano da tutto il mondo, per sfuggire a condizioni di vita peggiori. Tra queste persone c’erano ebrei askenaziti dall’Europa centrale, sefarditi dal Levante, marrani (famiglie obbligate a convertirsi al cristianesimo che mantenevano in segreto il loro credo ebraico) dalla Spagna e italiani.

Venezia diventò per alcuni decenni la capitale dell’editoria ebraica: vi si stampò la prima Bibbia rabbinica (1517) e il primo Talmud (1524-25) e per tutto il Seicento le Haggadot (libri rituali per Pesach) multilingue se ne andranno in giro per l’Europa.

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The Merchant of Venice, una delle opere teatrali più rappresentate nei teatri di tutto il mondo, va letta almeno due volte. Infatti se ci si limita alla prima, si ha netta l’impressione di un forte antisemitismo. Alla seconda invece, mettendosi a leggere il testo tra le righe, cioè andando al di là delle parole, l’impressione è di un certo anticristianesimo, soprattutto nei confronti della sua variante cattolico-romana: non a caso la commedia viene ambientata a Venezia e non a Londra, dove pur gli ebrei erano presenti al tempo di Shakespeare. [6]

[6] Da notare che quando Shakespeare cominciò a diventare popolare in Inghilterra, in cui era sovrana la regina Elisabetta I, gli anglicani, per motivi politici, odiavano a morte i papisti, mentre i calvinisti-puritani cominciavano a detestare gli anglicani a motivo della loro religione di stato.

Questo lascia supporre che l’autore volesse dire qualcosa che non poteva dire esplicitamente (in quanto al suo tempo nessuno poteva dirsi anticristiano), e questo qualcosa, inevitabilmente, non poteva essere che la sua indifferenza nei confronti della religione, il suo rifiuto a parteggiare per questa o quella confessione o ad avvalorare guerre civili per motivi religiosi.

Lo scontro quindi ch’egli propone in questa commedia non è tanto quello tra ebraismo e cristianesimo, quanto quello tra un cristianesimo fanatico, integralistico, vendicativo, impersonato dall’ebreo Shylock, e un cristianesimo dubbioso, scettico, esistenziale, impersonato da Antonio, che a volte però diventa astuto e ironico, molto borghese e laicizzato, quello di Porzia. [7]

[7] Porzia, moglie di Marco Bruto e figlia di Catone, è la grande figura tragica di donna cantata dallo stesso Shakespeare nel suo Giulio Cesare: è il modello della donna amorosa, saggia ed eroica. Qui invece appare fondamentalmente ironica e sagace.

L’ebraismo non c’entra quasi nulla, poiché tutti gli ebrei erano stati espulsi dall’Inghilterra nel 1290 [8] e proprio al tempo di Elisabetta I si era permesso loro di rientrare, in maniera contenuta, nel paese. Solo quando andò al potere Cromwell, che ricevette cospicui finanziamenti da loro, si permise un rientro massiccio (soprattutto dall’Olanda), ma si fece questo perché gli ebrei volevano favorire nettamente i calvinisti contro gli anglicani. Quindi se nella commedia si volessero paragonare gli ebrei all’atteggiamento di qualche personaggio, si dovrebbe scegliere proprio la peggior nemica di Shylock: Porzia!

[8] Già il IV Concilio Lateranense, fin dal 1215, aveva stabilito un regime di separazione per gli ebrei, che avrebbero dovuto vivere in quartieri separati e portare sull’abito un particolare segno di riconoscimento (per le donne un cappello giallo, come quello delle prostitute). Tuttavia, proprio a partire dal XIII sec. la Chiesa romana inizierà a elaborare delle forme di giustificazione per chi avesse percepito un interesse sul prestito, tenendo conto della misura del tasso, affinché esso non eccedesse i limiti “di mercato”. Si introdussero i concetti di “danno emergente” e di “lucro cessante”, che configuravano un giusto interesse: come una sorta di indennità per il prestatore che aveva temporaneamente perso la disponibilità della somma data a mutuo. Si considerò altresì il rischio derivante dall’incertezza d’essere rimborsati e si si cominciò a valutare il prestito come un lavoro, un impegno che avrebbe dovuto ricevere la giusta mercede. I primi Monti di Pietà appaiono nella seconda metà del Quattrocento e furono gestiti dai francescani.

La commedia si conclude col trionfo del cattolicesimo, ma è un trionfo politico e istituzionale, non etico. Anzi, sul piano etico si è indotti a considerare l’ebreo Shylock come un prodotto della stessa cultura cattolica. Lui era avido e senza scrupoli proprio perché l’emarginazione in cui i cattolici lo costringevano, a motivo della sua religione, l’aveva fatto diventare così. Shylock avrebbe potuto essere accettato solo se fosse diventato cristiano, tant’è che alla fine gli impongono la conversione come condizione per poter dare in eredità a sua figlia la metà del proprio patrimonio (e lei era già convertita al cristianesimo e sposata con un cristiano!).

Non è quindi da escludere che Shakespeare abbia voluto mettere un finale anticattolico proprio facendo vedere che, politicamente, il cattolicesimo era immorale, mentre sul piano privato e personale non era altro che una religione borghese, superficiale, la cui moralità si riduceva alle questioni meramente sessuali, mentre per tutto il resto pareva piuttosto emancipato o spregiudicato.

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La commedia inizia introducendo la figura di Antonio, un facoltoso mercante veneziano, che ha un animo triste, malinconico, indipendentemente dalla propria ricchezza. E gli amici non lo capiscono: pensano che sia preoccupato che gli affari vadano male o perché sia innamorato.

Antonio non vuole apparire superficiale perché benestante, vuole apparire esistenziale, umano, ma gli manca il modo di dimostrarlo, e sarà proprio l’ebreo Shylock ad offrirglielo. Sembra che faccia l’armatore per caso o controvoglia o perché costretto dalle circostanze (borghesi) e, in tal senso, si sente lontanissimo da Shylock, che invece fa l’affarista (l’usuraio) per convinzione, soprattutto perché detesta i cristiani.

Antonio si autoanalizza e rivela a Graziano la sua filosofia di vita: “io prendo il mondo com’è; il mondo è un teatro dove a ogni uomo tocca recitare una parte, e la mia è una parte malinconica”. Ecco descritta la personalità di Shakespeare: un relativista che affronta la transizione alla vita borghese (che l’Inghilterra sta vivendo in maniera tanto controversa quanto irreversibile) con qualche rimpianto per il passato, ma senza farsi troppe illusioni.

Uno dei valori fondamentali di Antonio è l’onore, l’altro è l’onestà, un altro ancora è l’amicizia. Il suo miglior amico è Bassanio, che però non ha la sua profondità esistenziale. Gli piace la sua compagnia semplicemente perché Bassanio è un estroverso. [9]

[9] Nella scena VIII del II Atto Solanio, amico di entrambi, arriva a dire che “ad Antonio questo mondo sia caro solo perché vi è Bassanio”. Il che ha fatto pensare a un rapporto omosessuale o all’intenzione di averlo, da parte di Antonio, il quale però è rassegnato all’idea che l’amico voglia sposare Porzia. E siccome è di animo buono, egli farà di tutto per soddisfare il desiderio dell’amico. La sua altissima considerazione per l’amicizia, l’affetto che prova per Bassanio verrà ricambiato da quest’ultimo durante il processo contro Shylock, nell’Atto IV, allorché Bassanio arriva addirittura a sostenere che i sentimenti che prova per Antonio sono superiori a quelli che prova per Porzia, che pur ha appena sposato per amore.

Tuttavia quest’ultimo ha vissuto la propria gioventù come il figliol prodigo della parabola evangelica, e ora che vorrebbe maritarsi con una ragazza, di nome Porzia, che è bella, ricca e virtuosa, e che ha imposto ai suoi pretendenti di superare una determinata prova, non sa come fare. Ha bisogno di 3000 ducati per partecipare alla gara, ma Antonio non glieli può prestare, perché ha investito tutto nelle sue navi mercantili, che non sono ancora rientrate in porto.

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Nella seconda scena il personaggio principale è Porzia, che, a causa della volontà del padre morto, avrebbe dovuto sposarsi un uomo molto facoltoso, che avesse superato la prova dei tre scrigni, in uno dei quali lei aveva messo una propria immagine. Se avesse rifiutato questa condizione, avrebbe perduto il patrimonio, oppure sarebbe dovuta rimanere nubile.

A lei questa prova non piace per nulla, perché le impedisce di scegliere il marito e non potrà rifiutare chi la supererà. Porzia è l’equivalente femminile di Antonio. È costretta ad accettare regole borghesi contro la propria volontà. L’unica chance che le resta è quella di poter decidere chi sottoporre al test di abilità.

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La terza scena è molto importante. Le altre due erano solo introduttive. Ora si entra in medias res.

Antonio e Bassanio vanno dall’ebreo Shylock a chiedere un prestito di 3000 ducati per tre mesi, garantiti da Antonio. Shylock conosce bene la situazione finanziaria di quest’ultimo: possiede quattro navi mercantili e altri affari (più avanti però si scoprirà che le navi erano sei). [10] Pertanto accetta la garanzia.

[10] Impressionante il raggio d’azione delle navi mercantili di Antonio: Shylock parla di Tripoli d’Africa, Indie, Messico e Inghilterra. Difficile pensare che alla fine del Cinquecento Venezia potesse permettersi una cosa del genere, quando sugli oceani dominavano Spagna e Portogallo. Ciò tuttavia fa pensare che la commedia fosse ambientata proprio verso la metà del Cinquecento, quando i traffici europei erano internazionali, benché la principale fonte ispirativa della commedia sia un testo del Trecento, scritto a Firenze all’epoca del tumulto dei Ciompi.

Sin dalle prime battute tra i protagonisti della transazione, Shakespeare fa notare una forte incompatibilità tra ebraismo e cristianesimo. Bassanio invita Shylock a pranzo, ma questi rifiuta proprio per motivi religiosi: non è disposto a mangiare carne di maiale o di sentirne persino l’odore. E a riprova della giustezza della propria posizione cita la guarigione dell’indemoniato geraseno, presente nei Sinottici, quella in cui Gesù lo esorcizzò permettendo al gruppo di demoni che lo possedeva (Legione) di trasferirsi in un branco di porci, che poi precipitò in un dirupo. Shylock cioè si serve di un racconto evangelico per accusare i cristiani d’incoerenza. Sottile questo modo di giustificare se stesso e la propria religione. Shakespeare non doveva essere uno sprovveduto in campo teologico. [11]

[11] Molto particolare è anche l’identificazione, fatta da Shylock, dell’avvocatessa Porzia col profeta Daniele, colui che interpretava con saggezza i sogni di Nabucodonosor, e che seppe sciogliere nel modo più semplice ed elegante il processo a carico della casta Susanna, dimostrando la colpevolezza dei due vecchi che avevano cercato di sedurla. Ancora più particolare è il fatto che Shylock consideri, metaforicamente, Lancillotto un discendente di Agar, poiché anche questa lasciò la casa del padrone Abramo. Cose di questo genere difficilmente sarebbero venute in mente a uno scrittore cristiano-borghese del Cinquecento.

L’odio tra Shylock e Antonio è di vecchia data e Shakespeare ne spiega subito la ragione, che lo stesso Shylock dice tra sé: Antonio presta i soldi senza chiedere alcun interesse, danneggiando, in tal modo, gli affari di tutti gli ebrei di Venezia; lo detesta anche perché, proprio a motivo degli interessi sui prestiti, Antonio lo aveva pubblicamente ingiuriato. Quindi vi sono motivi oggettivi e soggettivi ed entrambi s’intrecciano con quelli assoluti: Antonio è cristiano e Shylock è giudeo. [12]

[12] Si noti come Shylock rivendichi un’esperienza di collettivismo superiore a quella cristiana, ritenuta individualistica. Egli afferma che Antonio odia “la nostra sacra nazione”, “la mia razza”; poi a Bassanio dice che i 3000 ducati se li farà prestare da un ricco ebreo della sua “tribù”. Resta inspiegabile a quale “nazione” si riferisca, poiché dai tempi dei Romani gli ebrei vivevano dispersi nel mondo, e tutta la Palestina era allora dominata dagli Ottomani, che si erano sovrapposti agli arabi.

Shakespeare pone i motivi assoluti per primi, come se gli altri fossero una loro conseguenza. È strano che si comporti così, poiché alla fine del Cinquecento esistevano già banche gestite da cattolici che prestavano a interesse. Se i cristiani si rivolgevano agli ebrei, era perché non riuscivano a ottenere crediti dalle loro stesse banche o perché quello che ottenevano dai monti di pietà era troppo poco.

La decisione di Antonio di prestare soldi senza interessi è di tipo medievale (anzi altomedievale), o comunque del tutto soggettiva, in quanto fuori contesto rispetto all’epoca in cui egli vive: poteva giusto andar bene rispetto al XIV secolo, quando i teologi scolastici discutevano se permettere ai monti di pietà di riscuotere un interesse che coprisse le spese della gestione degli istituti. Difficilmente si sarebbe trovato qualcuno a Venezia che, nel Cinquecento, avesse avuto intenzione di contestare l’uso ebraico di richiedere un interesse sui crediti. Nessuno avrebbe biasimato pubblicamente un ebreo per questa cosa, nessuno l’avrebbe denunciato come usuraio, proprio perché erano gli stessi cristiani che si sentivano costretti a rivolgersi a loro quando non ottenevano crediti dalle banche cristiane. Semmai il problema era quello di fissare un tetto massimo all’interesse, oltre il quale diventava usurario. [13]

[13] Nel rione di Rialto aveva sede il Banco mercantile di Venezia e vi si raccoglievano due volte al giorno i mercanti, ebrei e cristiani, come in una specie di borsa.

Peraltro agli ebrei erano interdetti molti lavori: quello del creditore e del cambiavalute erano tra i pochi che potevano svolgere. A Venezia, nel 1516, gli ebrei avevano accettato di farsi rinchiudere in un quartiere della città non perché erano odiati in quanto usurai, ma perché sapevano che una loro presenza massiva in una qualunque città infastidiva i cristiani, che mal digerivano esponenti di religioni diverse dalla propria, meno che mai gli ebrei, ritenuti unici responsabili (secondo la versione dei vangeli) della morte di Cristo.

Shakespeare quindi ha costruito una commedia su un fatto che, sul piano spazio-temporale, non ha senso. È quindi evidente che ha collocato in Italia un problema che in realtà era tutto inglese e che non si riferiva neppure alla questione dell’usura, in quanto, ai suoi tempi, era praticata soltanto a Londra, essendo gli ebrei sociologicamente irrilevanti nel Regno Unito. Quindi non è da escludere che dietro la controversia tra ebrei e cristiani egli volesse porre la forte diatriba, anch’essa tutta inglese, che andava sviluppandosi tra cattolici, anglicani e calvinisti.

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Formalmente Shakespeare sta dalla parte di Antonio, ma, siccome in materia di fede religiosa è un relativista scettico, di fatto riesce a trovare ampie giustificazioni per scusare il comportamento di Shylock. Lo fa passare persino per un uomo intelligente, oltre che astuto. Shylock, in fondo, risulterà sconfitto soltanto dal suo spirito vendicativo.

L’esempio di Giacobbe e delle sue pecore dal vello striato o pezzato, cui Shylock fa riferimento per giustificare il proprio comportamento da affarista, non fa una piega. Giacobbe non aveva ingannato o derubato Labano: semplicemente aveva messo a frutto la sua superiore intelligenza.

Antonio però non accetta questa giustificazione e mette sull’avviso Bassanio, dicendogli che il demonio cita le Scritture come pare a lui. Antonio è prevenuto nei confronti di Shylock, per cui qualunque cosa costui dica, la interpreta come un raggiro, quando invece l’esempio di Giacobbe calzava a pennello. Tra Giacobbe e Labano non c’era stata alcuna forma di usura, alcun prestito a interesse, ma solo astuzia dell’uno e dabbenaggine dell’altro.

E Shylock fa capire ad Antonio che è costretto a usare l’astuzia proprio a causa dell’atteggiamento oppressivo, vessatorio, disprezzante e dileggiante che i cristiani hanno nei confronti degli ebrei. Questi ultimi hanno certamente maturato la rassegnazione, in quanto vivono come una minoranza reietta in paesi totalmente cristiani, ma questo non può impedire loro di non provare sentimenti di orgoglio, di fierezza, di rivalsa. In fondo non sono gli ebrei che vanno a chiedere ai cristiani dei soldi in prestito, ma il contrario. D’altra parte anche Antonio aveva dichiarato di sentirsi un rassegnato, benché per tutt’altri motivi.

Antonio però, siccome nei confronti di Shylock sa di avere il consenso dei suoi concittadini, cristiani come lui, non ha intenzione di scusarsi degli atteggiamenti riprovevoli che più volte ha tenuto nei confronti di Shylock, anche perché non li ritiene tali, ma ampiamente giustificati dal fatto che “tutti” gli ebrei erano usurai, almeno così pensava l’opinione pubblica. Non ha quindi intenzione di chiedere un prestito come farebbe con un amico, il quale non pretenderebbe alcun interesse, ma glielo chiede come se fossero nemici, per cui si aspetta, nel caso in cui non sia in grado di restituirlo, di pagare una penale. Antonio non ha dubbi nel sentirsi dalla parte della ragione, e non vuol fare eccezioni a ciò che la pubblica opinione considera come regola, e cioè che l’ebreo va disprezzato proprio perché usuraio.

Inutile quindi, da parte di Shylock, il tentativo di cercare l’amicizia di Antonio in cambio di questo prestito di denaro, ch’egli avrebbe anche potuto concedere senza interesse, se Antonio avesse mostrato buona volontà a non disprezzarlo più in pubblico. E così, per dimostrare che, quanto a generosità gli era superiore, Shylock propone ad Antonio di mettere per iscritto, davanti a un notaio, che se lui non sarà in grado di restituirgli la somma pattuita entro tre mesi, dovrà cedergli una libbra di carne del suo corpo, presa ove lo stesso Shylock riterrà opportuno (più avanti si verrà a sapere che doveva essere vicina al cuore). Una libbra equivaleva a circa 300-350 grammi [14] : si rischiava quindi di morire dissanguati.

[14] A Venezia, prima del sistema metrico decimale, il suo valore andava da 301,23 grammi a 476,99. Da notare che anche nelle antiche Leggi delle XII tavole romane era previsto che al debitore insolvente si potesse tagliare un pezzo di carne, più o meno del dovuto. Analoga sanzione si ritrova in antiche religioni di India e Persia.

Shylock gli fa firmare la clausola (davanti a un notaio, che evidentemente aveva accettato!) come se fosse una forma di “scherzo”, e la magnanimità stava nel fatto che una libbra di carne umana non aveva evidentemente alcun valore rispetto a quella d’un animale. Bassanio era contrario, ma Antonio non ha dubbi nel poter restituire la somma prima che scada il contratto, in quanto le sue navi avrebbero dovuto rientrare in porto entro due mesi.

Leggendo il testo cosa si può pensare? Che la sfida tra i due fosse più simbolica che reale; che se Antonio fosse venuto meno al patto, Shylock non avrebbe richiesto una penale così assurda, tant’è che lui stesso la definisce “a merry sport”; che però restava piuttosto assurdo che Shylock potesse sperare d’avere l’amicizia di Antonio proponendogli un affare del genere (“tanta amicizia io la dimostro per acquistarmi il suo favore”).

Che cosa voleva far capire Shakespeare? Forse che l’ebreo era più generoso del cristiano, in quanto una penale del genere, in ultima istanza, non l’avrebbe mai pretesa o potuta pretendere? O forse che per un ebreo l’unico modo di beneficiare dell’amicizia di un cristiano era quello di fargli un prestito senza interesse? E che però, siccome è un ebreo odiato dai cristiani, e che, per questo motivo, egli non si fida di loro (tant’è che dice: “la loro malafede li porta a sospettare di ogni pensiero altrui”), tale magnanimità deve comunque avere un prezzo da pagare, seppure formalmente?

Antonio, comunque, accetta di firmare il contratto non per esaudire la richiesta d’amicizia, da parte di Shylock, ma per averlo indotto a comportarsi meglio di un ebreo qualunque, il quale, per poter concedere il credito, avrebbe chiesto un’ipoteca su qualche bene immobile.

Entrambi, in sostanza, si prendono in giro: Shylock, perché pensa, non chiedendo alcuna ipoteca, di mettere alla prova il coraggio di Antonio, il quale, se si opporrà alla richiesta della libbra di carne, dimostrerà d’essere un incoerente, uno smargiasso, uno di cui non ci si può fidare quando viene a chiedere i soldi in prestito (e questo comportamento gli ebrei avrebbero potuto sfruttarlo pubblicamente); Antonio, perché, inducendo Shylock a non esigere l’ipoteca, pensa d’illuderlo d’essere migliore degli altri ebrei.

Bisogna ammettere che il testo di Shakespeare è piuttosto complesso e ricco di sfumature, non sempre facilmente interpretabili. Nelle prime tre scene del I Atto vi sono già tutti i principali protagonisti della commedia. Il problema principale pare essere l’usura o, se vogliamo, il confronto tra ebraismo e cristianesimo, ma non è da escludere che invece sia l’amicizia tra due uomini, anche in rapporto all’amore tra uomo e donna. Vi è anche un certo background culturale che rende interessante la trama. Ora l’autore deve soltanto procedere allo svolgimento degli eventi, caratterizzando maggiormente i protagonisti. Ovviamente il finale dovrà avere un effetto sorpresa, che però – come vedremo – non ci sarà.

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L’Atto II, pur essendo composto di ben nove scene, non è così pregnante come il precedente, e l’autore deve continuamente spezzare le scene per tenere alta la suspense: p.es. dalla prima scena si dovrà passare alla settima.

A Belmonte, in casa di Porzia, si presentano alla gara i vari danarosi pretendenti. [15]

[15] Lo Scozzese e l’Inglese sono stati aggiunti successivamente (dopo il Napoletano, il Conte palatino, il Francese e il Tedesco), per cui il copista avrebbe dovuto scrivere sei e non quattro. Al tempo di Shakespeare non correva buon sangue tra Inglesi e Scozzesi, coi Francesi sempre pronti a dar man forte a questi ultimi.

Si deve trovare il modo di far capire al lettore o allo spettatore che nessuno di loro può sposare Porzia non tanto per motivi etnici o religiosi o sociali, quanto perché i loro atteggiamenti, la loro mentalità, i loro valori non sono conformi alle sue aspettative, quelle di una ricca donna borghese, non aristocratica, formalmente cristiana, amante della cultura umanistico-rinascimentale, politicamente corretta, moralmente sana. Shakespeare s’identifica completamente in Porzia, e così deve poterlo fare lo spettatore. E non è da escludere che Shakespeare abbia fatto di Porzia l’eroina indiscussa di questa commedia proprio per fare un piacere al governo della regina Elisabetta, uno dei sovrani migliori che l’Inghilterra abbia mai avuto.

Premettiamo anzitutto che chi accettava il test era tenuto a rispettare tre impegni, di cui il secondo pare alquanto assurdo [16] : 1) non rivelare a nessuno lo scrigno scelto; 2) non poter sposare un’altra donna; 3) andarsene subito senza discutere.

[16] Anche perché ciò che legge il principe d’Aragona nello scrigno scelto dirà proprio il contrario: “Prenditi pur la moglie che vorrai”. Il che fa pensare che il testo abbia subìto varie revisioni.

Il principe del Marocco non perde la gara perché rappresenta il soggetto islamico o perché non avrebbe mai potuto sposare una donna cristiana. Shakespeare non può far vedere che alla fine del Cinquecento una ereditiera cristiana poteva avere pregiudizi di tipo religioso, come nel Medioevo.

Il suddetto principe non rappresenta solo il soggetto islamico, ma anche quello ottomano, rivale, in politica, del mondo arabo. Ha molto potere, avendo già vinto uno shah e un principe di Persia; [17] e, per questo motivo, rappresenta la forza militare, che Shakespeare detesta. Egli infatti sceglie lo scrigno d’oro, quello della potenza, e fallisce. Shakespeare amava la modestia, specie se accompagnata dall’intelligenza, dalla lungimiranza.

[17] Il riferimento è forse alla spedizione in Persia del sultano Solimano I, avvenuta nel 1535.

Il secondo concorrente è il principe d’Aragona, quindi uno spagnolo, acerrimo nemico degli inglesi. Il carattere di quest’uomo è quello dell’aristocratico altezzoso, che disprezza il popolo e ritiene che, scegliendo lo scrigno d’oro, si comporterebbe come i più, che farebbero di tutto per avere questo metallo prezioso. Lui, invece, essendo già ricco, pensa di poter agire in maniera più oculata, evitando le imprudenze, i bassi istinti.

In virtù della dignità, dell’onore, del merito ch’egli è convinto di possedere più di molti altri, sceglie lo scrigno d’argento e fallisce. Il senno non sta necessariamente dalla parte dei nobili. Shakespeare non può dirlo esplicitamente, ma riusciamo a capirlo lo stesso.

Il terzo pretendente, Bassanio, dovrà però aspettare l’Atto III per entrare in scena. Anche da questo continuo concatenarsi spezzettato degli eventi sta il genio teatrale di Shakespeare. Noi invece dobbiamo concludere lo svolgimento della prova. E bisogna dire che le parole messe in bocca a Porzia, innamorata folle di Bassanio, per obbligarlo a scegliere il più tardi possibile e restare con lei, sono davvero affascinanti, molto poetiche. Infatti Porzia non può aiutarlo in alcun modo, anche se avverte di sentirsi già sua. [18]

[18] A dir il vero la canzone intonata da Porzia è tutta un’esortazione a non lasciarsi guidare dall’apparenza esterna, da ciò che piace all’occhio: “fancy” è ripetuto tre volte. Inoltre i primi tre versi terminano in “ed”, “ead”, che sono omofoni di “lead”, “piombo”.

Le parole di Bassanio, davanti ai tre cofanetti, rappresentano la filosofia di vita dello stesso Shakespeare. La denuncia riguarda l’ipocrisia del mondo, che appare diverso, più bello, di ciò che invece è. Non gli è possibile scegliere né l’oro né l’argento, poiché, in nome di essi, s’inganna il prossimo. Sceglie dunque il piombo, “usato più per minacciare che per allettare”, e perché il suo “squallore” commuove più di tutta l’eloquenza. Shakespeare preferisce i rapporti duri ma schietti, onesti, piuttosto che quelli ambigui, melliflui, basati su secondi fini.

L’esultanza di Porzia presenta aspetti sublimi: “Guardatemi, signor Bassanio, io sto qui, io sono quella che sono”. Ma vorrebbe essere mille volte più bella e più ricca e più virtuosa per piacere a lui. “Io stessa divento voi; e quello che è mio, diventa vostro”. Una dichiarazione d’amore che può apparire esagerata, in cui Porzia si autodefinisce come “una ragazza senza dottrina né cultura né esperienza” (salvo poi fare sfoggio di grande padronanza giuridica quando, di lì a poco, verrà il momento di giudicare l’operato di Shylock). Lo stesso Bassanio appare ai suoi occhi come un dio onnisciente. Eppure alla fine della commedia non sarà lui, ma proprio Porzia a salvare Antonio dalle pretese di Shylock.

Dunque, per quale motivo tanti elogi in direzione dello spasimante? Forse perché lei gli ha appena regalato un anello chiedendogli di promettere di non separarsene mai, altrimenti il loro amore sarebbe finito? Gli elogi sperticati erano quindi in funzione di una promessa d’amore che Bassanio avrebbe dovuto farle? Porzia lo stava mettendo alla prova? E Bassanio cosa promette? Che solo da morto si sarebbe separato da quell’anello! Sembrano le ultime parole famose di un rappresentante del genere maschile che, di fronte alla donna amata, per dimostrare d’essere coerente con se stesso ha bisogno di giurarlo.

Cosa ci sta dicendo Shakespeare? Che le donne, quando amano, sono più oneste degli uomini? O che gli uomini, anche quando amano, non riescono mai a mantenere le loro promesse? O forse che le donne, pur amando i loro uomini, fanno bene a metterli continuamente alla prova, poiché di loro (anche quando innamorati) non ci si può fidare ciecamente?

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La scena seconda del II Atto è una specie d’intermezzo, che serve a dare sapore alle pietanze. Non è una parte fondamentale, non vi sono gli attori principali; nondimeno, siccome i discorsi ruotano intorno alla differenza tra ebreo e non ebreo, val la pena esaminarla. Il dialogo è tra Lancillotto, servo di Shylock, e suo padre, il vecchio Gobbo (o Giobbe).

Lancillotto è incerto sul da farsi: vorrebbe andarsene da Shylock, considerato “una specie di demonio”, perché così avaro che non gli dà da mangiare; ma teme di finire dalla padella alla brace, poiché l’altro è “il demonio in persona” (cioè avrebbe rischiato di vivere una vita senza senso). Di sicuro detesta anche il proprio padre, di cui sostiene che abbia “certi gusti” o “un certo odore” (in che senso non lo dice, quindi non è da escludere un riferimento alla sessualità: lo stesso Lancillotto dice d’essere stato con “undici vedove e nove ragazze”). [19]

[19] Più sopra Shakespeare aveva parlato di quindici mogli, ma undici più nove fa venti.

Suo padre è diventato cieco e non riconosce il figlio neanche dalla parlata. Poi però, quando si convince che è lui, capisce ch’egli vorrebbe andarsene dalla casa di Shylock, ed entrambi pensano che la soluzione migliore sia quella di servire Bassanio. Finalmente una scelta condivisa! E Bassanio accetta.

Interessante, in questi dialoghi, è notare che i personaggi di basso rango o di minore importanza sono generalmente atei, cioè più diretti e istintivi in materia di fede religiosa, mentre tutti gli altri, al contrario, sono preoccupati di salvare le apparenze. [20]

[20] Il dialogo tra Lancillotto e suo padre ricorda qualcosa del rapporto tra Isacco, Esaù e Giacobbe. Forse quand’era giovane Lancillotto (qui lo stesso Shakespeare) era stato trattato male dal padre, per cui egli aveva preferito andarsene. Il padre infatti aveva avuto otto figli ed era impegnatissimo in svariate cariche pubbliche e attività commerciali, finché cadde in disgrazia per motivi finanziari e non riuscì più a risollevarsi, al punto che, se non fosse stato per la grande popolarità del figlio, sicuramente sarebbe finito in carcere.

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Anche Jessica, la figlia di Shylock, apprezza assai poco suo padre, ed è innamorata di Lorenzo, un cristiano, ospite di casa Bassanio, ed è disposta ad abiurare la propria religione pur di sposarlo. Naturalmente, siccome sa che il padre glielo impedirebbe, pensa di fuggire a Genova, portando con sé una parte dei beni di famiglia.

Dunque, sia la figlia (“savia, bella e fedele”, secondo Lorenzo) che il servo ce l’hanno con Shylock perché lo considerano un insopportabile taccagno. Tuttavia il lettore non ha l’impressione che lo sia in quanto ebreo. Anzi Shylock offre una descrizione di Lancillotto assai poco lusinghiera, per cui il fatto che non l’avesse licenziato andava a suo merito: per lui infatti era un servo che mangiava troppo, lavorava lentamente e dormiva anche di giorno, seppur avesse un buon carattere.

Tuttavia Shylock è disperato quando s’accorge che la figlia è scappata di casa per sposare un cristiano, portandosi via una parte dei gioielli e dei capitali. Questo per lui sarà un motivo sufficiente per prendersela con Antonio, reo d’insolvenza.

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L’Atto III è il più intenso di tutti: qui il genio di Shakespeare si supera. Egli infatti dovrà dimostrare che il testo, nonostante le apparenze dicano il contrario, non è affatto antisemitico.

A causa della fuga della figlia, Shylock è molto risentito e medita vendetta contro Antonio, il quale pare abbia perso una delle sue navi nel pericoloso stretto di Goodwins Sands, in Inghilterra. [21]

[21] Si tratta di due grossi bassifondi sabbiosi a circa cinque miglia dalla costa meridionale del Kent, la cui pericolosità per la navigazione nella Manica è tuttora viva.

L’accusa di usuraio, detta pubblicamente da Antonio, non riesce a digerirla; e, in fondo, aveva ragione: nessuno obbligava i cristiani a chiedere denaro in prestito agli ebrei. Per lui era soltanto un prestito a interesse: per quale motivo un ebreo, odiato dei cristiani a motivo della propria religione, avrebbe dovuto concedere loro dei crediti senza alcuna ricompensa?

Tuttavia Shakespeare non pone mai alcuna differenza tra un equo interesse e uno eccessivo, che fu argomento ampiamente trattato dalla Scolastica medievale per giustificare l’interesse richiesto dai monti di pietà e in seguito dalle banche. Nel contesto della commedia si ha l’impressione che l’unica differenza sia tra un qualunque interesse e nessun interesse. È questo il motivo per cui l’intera vicenda appare storicamente inverosimile, essendo ambientata nel Cinquecento. Shakespeare ha delle categorie mentali che avrebbero dovuto collocare la commedia nell’alto Medioevo, quando ancora non si era sviluppata la borghesia di religione cristiana. Viceversa, in presenza di una borghesia così facoltosa, escludere che anche tra cristiani si praticasse il prestito a interesse (e persino l’usura) è cosa insensata.

Nel Cinquecento non vi era più differenza tra mercante cristiano e mercante ebreo. Non sono stati gli ebrei a far nascere la società borghese; anzi, proprio l’usura ne impediva la formazione. Essa, infatti, mandava e ancora oggi manda in rovina i debitori e non favorisce alcuno sviluppo economico, in quanto i capitali non vengono reinvestiti in attività produttive, almeno non necessariamente. Ai suoi tempi l’unica differenza che Shakespeare poteva porre era sul tasso degli interessi. Se l’avesse fatto, avrebbe reso la storia più credibile, anche perché nell’ultramercantile Venezia i cittadini cristiani, non perché gestivano istituti finanziari che esigevano interessi sui crediti, venivano definiti “usurai”.

Invece ha preferito servirsi, come fonte, di un testo del Trecento, senza riuscire ad attualizzarlo in maniera convincente. Forse avrà pensato che in un’Inghilterra economicamente e culturalmente più arretrata dell’Italia, non ce ne sarebbe stato bisogno. Cioè sarebbe stato sufficiente puntare a una soluzione più schematica, di tipo etico, con cui poter dimostrare che il suo testo non era antisemitico; ed essa consiste nella famosa autodifesa di Shylock, che merita d’essere riportata per intero.

“M’ha sempre maltrattato come un cane,
m’ha fatto perdere mezzo milione;
ha riso alle mie perdite,
ha sghignazzato sopra i miei guadagni,
ha offeso e oltraggiato la mia razza,
m’ha sempre ostacolato negli affari,
m’ha raffreddato tutte le amicizie,
e m’ha scaldato contro i miei nemici.
E ciò perché? Perché sono giudeo.
Non ha occhi un giudeo?
Un giudeo non ha mani, organi, membra,
sensi, affetti, passioni,
non s’alimenta dello stesso cibo,
non si ferisce con le stesse armi,
non è soggetto agli stessi malanni,
curato con le stesse medicine,
estate e inverno non son caldi e freddi
per un giudeo come per un cristiano?
Se ci pungete, non facciamo sangue?
Non moriamo se voi ci avvelenate?
Dunque, se ci offendete e maltrattate,
non dovremmo pensare a vendicarci?
Se siamo uguali a voi per tutto il resto,
vogliamo assomigliarvi pure in questo!
Se un cristiano è oltraggiato da un ebreo,
qual è la sua virtù di tolleranza?
L’immediata vendetta! Onde un ebreo,
nel sentirsi oltraggiato da un cristiano,
come può dimostrarsi tollerante
se non, sul suo esempio, vendicandosi?
Io non faccio che mettere a profitto
la villania che m’insegnate voi;
e sarà ben difficile per me

rimanere al disotto dei maestri.”

Si noti come all’inizio Shylock si riferisca solo ad Antonio, poi invece fa capire che la situazione è generale, riguarda tutti gli ebrei, vessati da tutti i cristiani. Dunque, quale situazione sta denunciando? Quella della reciproca intolleranza, in quanto ai soprusi e alle ingiustizie si reagisce sempre con la vendetta. Sta dicendo che gli ebrei hanno imparato dai cristiani a vendicarsi. Ma chi ha iniziato per primo? Shakespeare non lo dice, ma fa capire che nelle società cristiane è l’ebreo che deve difendersi, e deve farlo non a causa del proprio mestiere di usuraio, ma a causa dell’ideologia dominante, che è antisemitica per definizione, sin dai tempi della morte di Cristo, in quanto l’intero popolo ebraico viene visto come miscredente, anzi deicida; tant’è che gli si permetteva di praticare l’usura proprio perché era destinato all’inferno.

Purtroppo Shakespeare non permette agli interlocutori di Shylock di discutere su quanto questi ha appena detto (sembra che non ne abbiano neppure le capacità, tanto sono state forti le sue argomentazioni). E se guardiamo la soluzione ch’egli proporrà durante il processo in tribunale, viene quasi da pensare che Shakespeare fosse a corto di idee o che il testo sia stato scritto da due persone diverse. Infatti farà prevalere ancora i concetti di forza e di maggioranza (sociologica), a dimostrazione che la politica cristiana non era in grado di affrontare il problema del proprio antisemitismo, e tanto meno quello più generale della democrazia e dei diritti umani e civili. Quindi a fronte di una questione ben posta sul piano etico, la soluzione politica che l’autore troverà (espressa nella forma giuridica del processo), lascerà alquanto a desiderare.

Ma procediamo con ordine. Nella prima scena di questo III Atto a Shylock giungono due notizie: una relativa alla figlia che, scappata di casa, non si riesce a trovare (e questo lo sconforta, poiché non potrà recuperare i beni che lei ha trafugato); l’altra riguarda il naufragio di una nave di Antonio, proveniente da Tripoli (e questo invece lo rincuora, poiché su Antonio potrà esercitare l’astio che prova nei confronti dei cristiani: Jessica, infatti, era fuggita perché innamorata di Lorenzo).

La seconda scena è stata messa per fare da contraltare alla precedente, cioè per far vedere che mentre Shylock sta meditando la propria vendetta contro Antonio, due coppie di cristiani stanno convolando a nozze perché si amavano: Bassanio con Porzia e Graziano con Nerissa, ancella di Porzia (due personaggi minori, usati da Shakespeare per riempire il palcoscenico).

Siccome Shakespeare sa bene come tener desta l’attenzione anche in presenza di situazioni tranquille e amorevoli, ecco pronta la terribile notizia riguardante il destino delle navi di Antonio: incredibile a dirsi, ma sono tutte affondate! e soltanto per colpa degli scogli! Una coincidenza davvero inverosimile farle perire contemporaneamente in luoghi così diversi tra loro: Tripoli, Messico, Inghilterra, Lisbona, Barberia (nord Africa), India. Qui davvero Shakespeare ha voluto esagerare e non si è reso conto che Venezia non ha mai avuto dei commerci di così vasto raggio, né nel XVI secolo, quando gli oceani erano dominati da Spagna e Portogallo, e tanto meno li avrà dopo, quando la concorrenza anglo-olandese si sostituirà al monopolio commerciale della penisola iberica. Per un singolo armatore, poi, era cosa davvero impensabile.

Semplicemente Shakespeare aveva bisogno di creare una situazione estrema per trasformare la sua commedia in una mezza tragedia: cosa che al pubblico teatrale sarebbe piaciuto tantissimo. Tuttavia, se in questa commedia si può parlare di “tragicità”, bisogna farlo in relazione alla scelta del suo autore di fare apparire Shylock un soggetto irrazionale, che avrebbe preferito tagliuzzare una libbra di carne al suo debitore insolvente solo per il gusto di vendicarsi e di vederlo soffrire, rifiutando persino una restituzione del denaro di molto superiore a quello concesso. In tal modo Shakespeare fa passare Shylock per una persona assurda proprio in quanto ebrea. Non c’è modo, infatti, di capire, nel suo testo, che un atteggiamento del genere avrebbe potuto averlo, di fronte al denaro, anche un qualunque soggetto di fede cristiana.

A partire quindi dal momento in cui Porzia inizia a interessarsi della sorte di Antonio, per Shylock non vi sarà scampo. Neanche una volta Shakespeare prenderà le sue difese, anzi alla fine lo costringerà a convertirsi al cristianesimo. Quindi sul piano ideologico la tensione più alta era già stata raggiunta dalla commedia col discorso apologetico di Shylock, cui nessuno era stato in grado di controbattere, e il nostro commento potrebbe anche fermarsi qui.

Ora la protagonista diventa Porzia, che, coi suoi maneggi, riuscirà sì a incastrare Shylock, ma producendo un finale piuttosto scontato. La tensione diventerà sempre più artificiosa, anche perché si avvarrà di espedienti surreali, assai poco credibili. Rimettere in scena un testo come Il mercante di Venezia oggi non avrebbe alcun senso, a meno che non venisse riscritto in toto, salvando soltanto il monologo di Shylock.

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Amando Bassanio alla follia ed essendo straricca, Porzia non ha difficoltà a proporre la soluzione che vuole sul piano economico, ma non sarà questo il modo migliore per dimostrare la superiorità del cristiano sul giudeo. Anche perché troppo facile. Shylock infatti dovrà essere punito sul suo stesso terreno, quello giuridico e indirettamente quello religioso.

D’altra parte – afferma Salerio – “se anche Antonio avesse pronto il denaro, l’ebreo non l’accetterebbe”. Shakespeare vuol calcare la mano; gli pare d’aver concesso anche troppo a Shylock; ora lo vuole umiliare. Quello che poteva fare contro l’opinione pubblica inglese (che evidentemente un po’ giudeo-fobica doveva esserlo), [22] l’aveva fatto. Ora Shakespeare deve piegarsi e, con lui, il protagonista di questo psicodramma dal sapore antropologico.

[22] Forti esempi di antisemitismo si trovano nel Racconto della priora, incluso nei Racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer. L’autore scrisse l’opera a partire dal 1387 e, nella fattispecie, s’ispirava al caso di Ugo da Lincoln, un bambino trovato morto nel 1255. A livello teatrale i cosiddetti “Quadri della Passione”, messi in scena il venerdì santo sui sagrati delle chiese, in cui, ignorando il ruolo dei Romani, gli ebrei erano rappresentati come gli unici responsabili della morte di Cristo. Sempre a livello teatrale vi è anche La Crocifissione, appartenente al cosiddetto “Ciclo di Wakefield”, del 1425. Ai tempi di Shakespeare la già citata tragedia L’ebreo di Malta, composta da Marlowe nel 1589. Non dimentichiamo che il 7 giugno 1594, pochi anni prima della scrittura del Mercante di Venezia, fu giustiziato pubblicamente Roderigo Lopez, un marrano portoghese di fede anglicana, medico personale della regina Elisabetta, accusato d’aver tentato di avvelenarla.

La prima umiliazione la subirà proprio da Porzia, disposta a pagare venti volte di più il debito di suo marito, dimostrando così, di fronte al rifiuto di Shylock, che l’ebreo usuraio è un essere spregevole, privo di qualunque valore morale, spietato anche nei confronti di chi, come Antonio, ha perduto tutto per pura sfortuna. Facile dimostrare la propria generosità quando si è facoltosi… Ancora più facile dimostrare, con tale generosità, che si ha un cuore colmo d’ogni virtù.

Shakespeare cerca di alzare la tensione, mostrando uno Shylock irremovibile, che, in forza del proprio contratto, vuole vendicarsi dei soprusi subiti da parte di Antonio; e tuttavia il finale apparirà previsto: quale spettatore cristiano pagante avrebbe mai potuto tollerare che in scena avesse la meglio un ebreo usuraio?

Il genio creativo e inventivo di Shakespeare può compiere tutti i salti mortali che vuole, ma ormai si è infilato in un vicolo cieco dal quale non potrà uscire in alcun modo. Inutile quindi far vedere che Antonio si sente rassegnato a morire: il pubblico non potrà crederci. Shakespeare rischia il moralismo e il patetismo proprio quando svolge la commedia in forma drammatica. E questo, in un drammaturgo come lui, abituato a guardare la realtà senza infingimenti, con una certa crudezza, può risultare incomprensibile, anzi imperdonabile. [23]

[23] Si noti come molti critici abbiano ravvisato nei dialoghi dell’opera una certa differenza di stile, al punto che si è fatta risalire una sua prima stesura al 1594.

Per evitare di cadere in un rischio del genere, il suo genio trasforma l’innamorata Porzia in una astutissima intrigante, nel momento stesso in cui legge la lettera del disperato Antonio. Finge di ritirarsi, temporaneamente, in un monastero, insieme a Nerissa, per meditare la rappresaglia contro Shylock, a vantaggio non solo di Antonio, ma anche, ovviamente, del marito appena sposato.

Shakespeare non ha delle vere armi morali con cui controbattere all’autodifesa di Shylock, per cui, nel mentre dà per assodata l’irremovibilità dell’ebreo, s’ingegna a costruire il suo cavallo di Troia. Vincerà, alla fine, soltanto il più astuto.

Porzia decide d’inviare Baldassarre a Padova, con una lettera indirizzata a suo cugino, il giurista Bellario, per ottenere cose che le serviranno quando andrà in tribunale, a difendere Antonio. Shakespeare non ha voluto affrontare l’antisemitismo in maniera etica o filosofica, e ora, per poter far vincere l’ideologia cristiana, ricorre a espedienti e intrighi di bassa lega, o comunque piuttosto inverosimili. Porzia e Nerissa, infatti, sono intenzionate a travestirsi da uomini di legge, convinte che non verranno smascherate. Agiranno in luogo di Bellario, che verrà fatto passare per indisposto.

Avendo scelto un’eroina femminile e collocato il finale in un tribunale, dove certamente le donne non esercitavano l’avvocatura, Shakespeare non può che travestirla, e la città di Venezia, famosa per il suo carnevale in maschera, si presta assai. Impossibile per lo spettatore avere l’impressione che la commedia si trasformi in tragedia; si potrebbe piuttosto dire che lo pseudodramma rischia d’involversi in una burla farsesca.

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La scena quinta del III Atto cerca di smorzare l’antisemitismo in cui Shakespeare è scivolato approfondendo il personaggio di Porzia. Lo fa mostrando che Jessica, pur essendo figlia di due ebrei, è in grado di capire che Porzia, effettivamente, è una donna molto virtuosa. È una soluzione di ripiego, poco convincente, anche perché l’autore la contorna con le amenità di basso livello di Lancillotto, il quale vorrebbe far credere a Jessica che su di lei incombe, inevitabilmente, un destino avverso a causa di suo padre.

Di più però non si può pretendere: questa è una commedia che vuole restare tale sino alla fine, benché, nel suo svolgimento, presenti degli aspetti drammatici. L’antisemitismo è un argomento che, se sviscerato a dovere, non avrebbe dovuto lasciare scampo ai cristiani, i quali però, per rifiutarlo come ideologia antiumanistica, dovrebbero rinunciare (oggi come allora) alla loro stessa fede, poiché proprio su quella ideologia essa si regge, come ben dimostrano i Vangeli. Se invece lo si affronta con levità, facendo capire che anche un’ebrea come Jessica è in grado di apprezzare il valore delle persone virtuose come Antonio, Bassanio e soprattutto Porzia, allora l’odio, l’astio dei cristiani nei confronti degli ebrei si può smorzare, per quanto il finale della commedia mostri che questa soluzione non sarà sufficiente. Infatti le istituzioni veneziane vorranno agire sullo stesso Shylock, punendolo severamente.

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Il IV Atto è tutto dedicato al processo. È lo scontro di due culture: una rigidamente legalistica (quella ebraica), l’altra, quella cristiana, non vuole porre l’uomo al servizio del sabato. È la parte più antisemitica di tutta la commedia, proprio perché Shylock viene presentato come un ebreo malvagio di natura, che non intende ragioni di sorta, privo di quella umanità che, per tradizione, si riscontra facilmente nei cristiani; egli è simile, nella sua durezza, ai Turchi e ai Tartari – sottolinea il presidente del tribunale (il doge in persona) -, i quali però, di fronte a un caso del genere, in cui Antonio svolge la parte di un mercante incredibilmente sfortunato, rovinato dalla sua stessa generosità, mostrerebbero atteggiamenti di pietà o di comprensione.

L’antisemitismo sta proprio nel fatto che tutti i torti vengono attribuiti a Shylock e tutti i meriti alla sua controparte. Il tribunale è il luogo meno indicato per trovare una via di mezzo, una mediazione che aiuti a stemperare gli animi e a capire le ragioni dell’avversario.

Shylock vuole vincere la causa, ma l’ha già persa in partenza, poiché nessun pubblico teatrale, neppure se fosse interamente ebraico, potrebbe accettare ciò ch’egli esige. Non foss’altro che per una ragione: inevitabilmente l’antisemitismo aumenterebbe. Per quanto usurai siano, gli ebrei devono mostrare d’essere migliori dei cristiani, e devono farlo proprio sul piano etico. In fondo a loro è relativamente facile far vedere che alla pratica dell’usura si sentivano costretti proprio dall’antisemitismo dei rivali in materia di religione, che li escludeva da molti altri lavori remunerativi o prestigiosi.

Che poi, nonostante questo, riescano davvero a essere migliori sul piano etico, è cosa che va verificata caso per caso, benché i fatti dimostrino che la difesa a oltranza di una propria appartenenza etnica o sociale, fondata su motivi religiosi, non abbia mai portato ad alti livelli di eticità, a prescindere dalla fede in oggetto. Una moralità fondata su atteggiamenti aprioristici è sempre di bassa lega.

Shakespeare non è così stupido da non sapere questa cosa, tant’è che fa dire a Shylock che i cristiani non possono reputarsi migliori degli ebrei, visto che si servono di schiavi cui fanno vivere una vita indegna soltanto perché li hanno acquistati sui mercati. [24]

[24] In effetti a Venezia, alla fine del XVI secolo, esisteva ancora la schiavitù, malgrado le severe pene comminate dagli statuti della Serenissima ai mercanti di carne umana.

In effetti, se è la proprietà a decidere il tasso di moralità, i cristiani non possono considerarsi migliori degli ebrei, e Shylock ha tutti i diritti a utilizzare come meglio crede il proprio contratto, stipulato con Antonio. Egli non vuole mostrare che la propria moralità è superiore a quella dei cristiani, ma soltanto che non le è inferiore. In fondo, se Antonio fosse stato un ebreo, i cristiani avrebbero forse fatto di tutto per difenderlo, o per dimostrare che l’esecuzione del contratto sarebbe stata cosa disumana?

Di fronte ad argomentazioni del genere al doge non resta che sospendere l’udienza, attendendo che giunga da Padova l’avvocato Bellerio, preposto a difendere Antonio. La legge non ha mai buone argomentazioni per rendere migliori gli esseri umani. Può soltanto impedire che vengano compiuti degli eccessi o degli abusi. Entra quindi in scena Porzia, travestita da avvocato, con una lettera in cui viene spiegato il motivo per cui Bellerio non poteva essere presente.

Anche lei chiede a Shylock di avere pietà del caso, ma, al punto in cui si era giunti con quell’udienza in tribunale, la richiesta pare alquanto formale. Shylock non può più tirarsi indietro. Questo tuttavia non impedisce a Shakespeare di far dire a Porzia delle lodi sublimi al valore della misericordia, considerato infinitamente superiore a quello della giustizia: “nella sola giustizia nessun uomo può trovare la salvezza”. Naturalmente Porzia si riferisce alla giustizia civile e penale, non a quella sociale. Infatti, considerare la pietà superiore alla giustizia sociale vorrebbe dire confermare la regola dell’antagonismo tra gli individui e tra i ceti o le classi, facendo inevitabilmente della pietà una semplice eccezione. Ma non si può chiedere a Shakespeare una lungimiranza del genere.

Qui Porzia pretende, preliminarmente, da Shylock un minimo di pietà, sapendo bene che non l’otterrà; nondimeno sarà proprio in forza di tale diniego ch’essa avrà buon gioco a esigere più di quanto la legge le avrebbe consentito, e cioè la conversione di Shylock al cristianesimo.

Porzia vince al processo cavillando sul contratto, con un atteggiamento tipicamente… ebraico! Dapprima chiede la presenza d’un chirurgo, pagato dallo stesso Shylock, affinché possa fare in modo che Antonio non muoia dopo il taglio della libbra di carne; dopodiché esige – cosa impossibile – che non venga versata neppure una goccia di sangue, in quanto il contratto parla solo di carne. In caso contrario la Repubblica di Venezia confischerebbe all’ebreo, che ha versato sangue “cristiano”, tutti i suoi beni. E Shylock mostra di non saperlo! Shakespeare cioè lo fa passare per uno sprovveduto, uno che non conosce le leggi veneziane, lui che ne era cittadino da molto tempo! Addirittura viene detto che Shylock non era neppure un “cittadino” di Venezia, ma soltanto uno “straniero” e che, come tale, se avesse attentato alla vita di un cittadino cristiano, la metà dei suoi beni avrebbe dovuto essere devoluta a quest’ultimo, a titolo risarcitorio, mentre l’altra metà sarebbe spettata allo Stato. [25] Il destino della sua stessa vita sarebbe stato a discrezione del doge.

[25] A dir il vero, secondo gli statuti della Repubblica veneta, al tempo di Shakespeare, gli ebrei residenti nel territorio della Serenissima non potevano possedere beni immobili, all’infuori della casa di abitazione e limitatamente al loro periodo di residenza.

Di fronte a una sciagura del genere, Shylock non ha dubbi: è disposto ad accettare il triplo di quanto ha concesso ad Antonio. Tuttavia Porzia insiste, lo vuole umiliare. Non si accontenta del patteggiamento economico, cui finalmente Shylock s’è piegato. Ora gli chiede di eseguire alla lettera la clausola del contratto, ma se dalla bilancia precisissima risulterà ch’egli ha tagliato un po’ meno o un po’ più della libbra di carne pattuita, e senza versare una goccia di sangue, Shylock dovrà essere condotto al patibolo.

Porzia vuole vendicarsi del fatto che Shylock ha rifiutato l’idea di provare misericordia nei confronti della sventura di Antonio: un bell’atteggiamento cristiano! Lei pretende addirittura che Shylock s’inginocchi al cospetto del doge per avere la grazia di restare vivo, e si comporta così mostrando che il diritto di Venezia era superiore a quello romano o imperiale, tant’è che, dopo aver deciso la condanna a morte, il doge decide subito di commutargli la pena in una sanzione amministrativa e ideologica, previa ovviamente la totale ammissione di colpa. Se non è antisemitismo questo, che cos’è?

Dopo tale dimostrazione di forza (politica e amministrativa), alle istituzioni è facile far vedere d’essere eticamente superiori a Shylock. Ecco perché il doge può tranquillamente affermare: “perché tu possa vedere la differenza tra il nostro animo e il tuo, ti condono la vita anche prima che tu me lo chieda”. E Shylock giustamente obietta che della vita non sa che farsene se viene privato di tutti i suoi beni.

A questo punto il doge ha buon gioco a ricattarlo: “Solo la tua piena sottomissione (un’ammissione di colpevolezza) potrebbe convertire la pena in un’ammenda”. Porzia però, di rincalzo, aggiunge: a Shylock non va restituita la metà dei beni destinata ad Antonio, ma solo quella destinata allo Stato.

E qui Shakespeare fa parlare Antonio, che presenta la seguente proposta: avrebbe tenuto in cassaforte la metà dei beni di Shylock per poterli dare, alla morte di quest’ultimo, alla figlia di lui, Jessica, e a suo marito Lorenzo. E poi aggiunge, mostrando tutto il proprio antisemitismo, che si sarebbe comportato così solo a due condizioni: 1) che Shylock si convertisse alla fede cristiana; 2) che mettesse per iscritto di lasciare alla sua morte tutti i beni in eredità alla figlia.

Una conclusione indegna di un drammaturgo come Shakespeare, il più grande autore teatrale di tutti i tempi, che si limita a far dire a Shylock, alla fine del processo: “Sono contento”, senza ricevere indietro neppure il prestito che aveva concesso…

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Porzia non è solo astutissima nei confronti di Shylock; è anche spregiudicata nei confronti del proprio marito. Bassanio infatti, che ancora non s’è accorto del travestimento, vorrebbe regalarle i 3000 ducati che dovevano dare all’ebreo, ma lei, che pur, in un primo momento, aveva rifiutato qualunque compenso, gli chiede addirittura l’anello di matrimonio che lei stessa gli aveva regalato. Lo fa semplicemente per metterlo alla prova, visto che lui aveva promesso di non separarsene mai. Perché lo fa? Forse perché l’aveva colpita la frase con cui Bassanio, durante il processo, aveva detto di provare per Antonio un sentimento maggiore dell’amore che provava per lei?

Il bello è che, pur essendo Bassanio intenzionato a non concederlo, per rispettare il patto stipulato con la moglie, questa, con argomenti perspicaci e molto sottili, finisce per convincerlo ad agire diversamente. Che razza di donna ha inventato Shakespeare? Intelligentissima, astutissima, virtuosissima, a tutti irresistibile. Una vera finzione teatrale, da ammirare a bocca aperta, che tutti vorrebbero avere come amica o moglie o amante. Troppo perfetta per essere vera. Come poteva Shylock pensare di vincere?

Possibile che Shakespeare avesse una mente così geniale e intrigante? In grado di sfaccettare in mille modi i suoi protagonisti, intrecciando vicende così diversificate, in un tempo e in uno spazio così ristretti? Indubbiamente le fonti di cui egli si è servito sono state molteplici, ma il collante che le tiene unite non è così forte come sembra. Infatti l’artificio, qui, prevale nettamente sulla naturalezza, e il gioco intellettuale delle contrapposizioni va bene per ottenere un effetto scenico, ma, nel caso in oggetto, rischia spesso di porsi come fine a se stesso, quando invece l’argomento dell’antisemitismo avrebbe meritato un affronto più oculato o più circostanziato.

Rendere Porzia l’eroina di questa commedia, senza mai farle dire una sola parola sul suddetto argomento, non è stata una scelta filosoficamente felice, anche se in un ambito teatrale poteva servire per sdrammatizzare la cosa e renderla più digeribile. Oggi forse, a rifare il testo, avremmo rischiato la pedanteria, i luoghi comuni, le frasi fatte, ma non avremmo concluso a tarallucci e vino. E non perché c’è stato l’olocausto prima di noi, ma proprio perché l’idea stessa di tolleranza, di rispetto della persona è un valore acquisito, fa parte del nostro dna, e quando qualcuno lo mette in discussione, ci spaventiamo, perché pensiamo che ciò sia un cattivo presagio, un segno di qualche pericolosa minaccia che incombe sull’intera collettività. Oggi reputiamo l’antisemitismo come un brutto segnale per la tolleranza in generale, quella dovuta non soltanto all’ebreo, ma a chiunque ci appaia diverso.

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L’Atto V, l’ultimo, è il trionfo della cultura cristiano-borghese, più borghese che cristiana, cioè di una borghesia umanistica che ha laicizzato i valori cristiani e che, per questa ragione, li vive con gaiezza o minor patema d’animo.

D’altra parte, di fronte a un ostentato benessere ci si può permettere qualche leggerezza: la morale laica non ne verrà scalfita. Almeno così pensa la borghesia. Ecco perché il finale di questa commedia non è all’altezza del suo contenuto. Shakespeare ha saputo certamente evitare l’estrema tragicità di un greco, troppo determinato dal fato, ma è piombato nella superficialità di un inglese materialista. Far parlare Porzia come una moglie che, offesa dalla mancata promessa di Bassanio di non separarsi mai dall’anello ricevuto da lei, sarebbe stata disposta a tradirlo (ovviamente per ripicca), non può certo essere stata una scelta favorevole alla morale laica, ma, semmai, a quella libertina o rinascimentale.

Bene ha fatto Shakespeare a non anteporre, astrattamente, cristianesimo ad ebraismo, ma se la superiorità del cristianesimo laicizzato si poneva soltanto a questi livelli, vien quasi da rimpiangere la rudezza di Shylock. A Porzia non si doveva permettere il lusso di dire quel che voleva solo perché aveva salvato la vita ad Antonio.

Che cosa voleva dimostrare Shakespeare? Che le donne sanno essere, quando vogliono, più spregiudicate degli uomini? Che la morale laica può permettersi qualunque licenza? Oppure che la laicità, quella moderna, si gioca la propria credibilità morale soltanto in rapporto alla sessualità, mentre per tutto il resto può accampare qualunque scusa o pretesto per affermare il principio dell’individualismo borghese? Quell’individualismo che nell’Inghilterra di Shakespeare si era andato imponendo sin dai tempi di Enrico VIII, e che, quando sono in gioco i beni materiali, il benessere economico, non guarda in faccia a nessuno?

Ma come! Non era forse questo l’atteggiamento di Shylock? Dunque, che bisogno aveva di restare ebreo quando i cristiani erano come lui? Che bisogno aveva se, proprio diventando cristiano, poteva prendersi la sua rivincita? Che differenza c’era tra lui e Porzia? Forse d’essere troppo più serio di lei in materia di morale sessuale? Possibile che Shylock fosse così stupido da non capire che se voleva guadagnare senza problemi quello che in forma semiclandestina guadagnava prima (se non di più), sarebbe stato sufficiente farsi battezzare, concedendo qualche licenza alla morale laica di questi borghesi-cristiani? Perché incaponirsi a restare ebreo? In fondo, non aveva sempre detto che la rassegnazione caratterizza il suo popolo? E allora perché non trovarsene una da poter mettere a frutto legalmente? Non bastava prendere esempio da Antonio? Dio l’aveva forse punito per essere stato antisemita? Le sue navi non erano forse tornate sane e salve in porto? Perché mettere in bocca a Shylock parole così tristi: “Vi scongiuro, fatemi andare… Non mi sento bene.”?

Ma forse il vero succo della trama di tale commedia sta in questa frase detta per caso da Graziano, uno degli amici di Antonio e Bassanio: “Tutte le cose di questo mondo, la passione con cui si desiderano è più forte della passione con cui si godono”. E questo vale sia per i cristiani che per gli ebrei: i primi concentrati sul sesso e sul denaro, i secondi solo sul denaro.

Enrico Galavotti

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