William Shakespeare il teorico del tirannicidio

Di Nicola Zotti

Shakespeare il narratore e il poeta popolare e di successo, trasmise al suo pubblico il sapore e la passione per la politica, la sua accessibilità e praticabilità, liberando le menti e abbattendo qualsiasi ostacolo culturale si frapponesse tra i borghesi inglesi e i loro propositi rivoluzionari.

da Arfare

Shakespeare il teorico del tirannicidio

Ci sarebbero stati borghesi regicidi e la rivoluzione inglese (e un bel po’ di altre cose, come dozzine di successive rivoluzioni, democrazie, guerre civili, ecc. in ogni parte del mondo), senza l’opera di William Shakespeare?

Gli eventi che portarono alla guerra civile inglese e alla decapitazione del dispotico re d’Inghilterra Carlo I, avvenuta nel 1649, debbono alle opere di Shakespeare (che morì nel 1616) il contesto culturale che permise ai parlamentari di Cromwell di concepire e di far crescere i propri ambiziosi progetti rivoluzionari.

Siccome la storia ricorre, è giusto ricordare che il tirannicidio era già stato sdoganato da Giovanni di Salisbury (1110-1180), il quale teorizzò la liceità del rovesciamento del tiranno quando questi empiamente tradisse la stessa origine divina della propria autorità.

Giovanni di Salisbury preferiva che a dirimere la questione fosse l’origine di quella legittimità, appunto Dio, ma non escludeva per principio che se ne occupasse anche chi ne era sottoposto, ovvero il popolo.

L’età elisabettiana dovette confrontarsi con il problema perché intensamente impegnata a costruire, dopo tanti anni confusi e torbidi, un sentimento di unità nazionale e una comune coscienza storica su cui rinsaldare la società inglese e, contemporaneamente, la monarchia, e a fare ordine nel suo complesso albero genealogico.

Un’esigenza tanto più drammatica (richiamerò presto questo termine…) sia perché non mancavano esempi di sovrani inglesi detronizzati con la violenza, sia perché Elisabetta I sarebbe morta senza eredi e vi era il concreto pericolo che un indebolimento politico della giovane potenza insulare la ponesse in balia dell’avidità delle più solide e potenti nazioni continentali.

William Shakespeare contribuì in modo fondamentale ai progetti elisabettiani. I suoi drammi storici erano vere e proprie opere di propaganda e di acculturazione popolare.

Adesso lo chiamiamo “edutainment”, con l’insostenibile arrogante sicumera di chi, pensando di aver inventato qualcosa, conia anche un termine per definirla.

Shakespeare Intratteneva e informava, infervorava il nascente nazionalismo inglese e gli dava una sostanza di qualità insuperabile e insuperata.

Ma faceva anche qualcosa di meglio: con funambolico genio nei drammi classici, e in particolare nel “Giulio Cesare”, dimostrava agli inglesi che poteva esistere una società politica più ricca e articolata di quella elisabettiana, più aperta a soluzioni, più dinamica e creativa: solo che la si sapesse cogliere.

E spiegava la politica come oggi nemmeno un consumato frequentatore di sezioni e di congressi di partito riuscirebbe a fare (N.B.: tanto più che sezioni e congressi di partito sono così rari e spenti).

Shakespeare aveva già trattato il tirannicidio nel “Riccardo II” e nel “Riccardo III”.

Il primo era stato addirittura censurato della scena dell’uccisione del re, che aveva una parentela diretta con Elisabetta.

Il significato politico di quest’opera, infatti, era ben chiaro agli inglesi, tanto che la sera del 7 febbraio 1601, il conte di Essex e i suoi partigiani si prepararono alla congiura contro la regina Elisabetta, fissata per il giorno successivo, assistendo proprio ad una rappresentazione del “Riccardo II”.

Il “Giulio Cesare”, con la sua estraneità storica all’ambito inglese, astrae il messaggio ma lo rende anche inequivocabilmente limpido e attuale, e gli spettatori inglesi non solo lo impressero nella propria memoria, ma lo capirono e lo assimilarono al punto da adattarlo alle proprie esigenze, trasformandolo in attuale proposito rivoluzionario.

“Le vite parallele” di Plutarco e forse poco altro, forniscono a Shakespeare tutta l’ispirazione di cui ha bisogno: qualche scena del “Giulio Cesare” chiarirà che cosa intendo.

Atto I, scena II. Cesare ha rifiutato per tre volte la corona che Antonio gli offriva: è contrariato perché il popolo, invece di cercare di convincerlo ad accettarla, ha ripetutamente approvato i suoi dinieghi.

Bruto e Cassio, che non hanno assistito all’avvenimento, se lo fanno raccontare da Casca e gli chiedono, tra le altre cose, la reazione all’avvenimento dell’autorevole intellettuale Cicerone.

CASSIO
Cicerone ha detto niente?
CASCA
Sì, ha parlato in greco.

Atto III, scena I. Assassinato Cesare, i congiurati incontrano Antonio per valutare se dovranno considerarlo amico o nemico e Cassio, rivolgendosi a lui, va al sodo.

CASSIO
Il tuo voto varrà come gli altri
nel distribuire i nuovi onori.

Atto III, scena III. Antonio, però, si inventa il miglior discorso pubblico che io conosca (“vengo a seppellire, non a lodare Cesare”), dopo quello con cui Winston Churchill si presentò alla Camera dei deputati il 13 maggio 1940 (“sangue, fatica, lacrime e sudore”) e quello di Alcide De Gasperi alla Conferenza di pace di Parigi il 10 agosto 1946 (“Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”).

E l’orientamento e l’umore del popolo cambiano radicalmente: il popolo è commosso in particolare dalla generosità dei legati di Cesare in suo favore. I tirannicidi sono costretti a fuggire dalla furia popolare e alla caccia all’uomo. Sono gli innocenti a rimanerne vittime.

TERZO POPOLANO
Il nome, signore, dite la verità.

CINNA IL POETA
La verità è che mi chiamo Cinna.

PRIMO POPOLANO
Fatelo a pezzi! E’ un congiurato.

CINNA IL POETA
Io sono Cinna il poeta, sono Cinna il poeta.

QUARTO POPOLANO
Allora fatelo a pezzi per le sue brutte poesie, fatelo a pezzi per le sue brutte poesie.

Atto IV, scena I, Chi vigilerà affinché le promesse contenute nel testamento di Cesare vengano mantenute? Antonio.

ANTONIO
(…) Ma tu, Lepido, va a casa di Cesare,
porta qui il testamento, e noi decideremo
come sfrondare un po’ i suoi legati.

Atto V, scena I, Infine il momento della battaglia di Filippi: il giovane Ottaviano chiarisce ad Antonio quale sarà in futuro il tenore del loro rapporto.

ANTONIO
Ottaviano, fa avanzare le tue truppe
lentamente, sulla sinistra della pianura.

OTTAVIANO
Io andrò sulla destra. Tu tieni la sinistra.

ANTONIO
Perché mi contrari in questo frangente?

OTTAVIANO
Non ti contrasto: ma farò così.

In poche scene se non un trattato di politologia, certo qualcosa ad esso molto prossimo, e con la particolarità che Shakespeare non parla al “principe” ma agli uomini di ogni ceto sociale che affollavano il teatro Globe.

E’ facile, infatti, riconoscersi e immedesimarsi nei personaggi di questo dramma. Nessuno emerge sopra gli altri: ognuno ha debolezze e limiti. Forse Shakespeare nutre una simpatia per il complesso carattere del rigoroso ed idealista Bruto, ma non ne nasconde l’inconcludenza, come i postumi attestati di stima dei suoi avversari (“Questo è un uomo”) confermano.

Cassio gli è complementare, l’uno senza l’altro non arriverebbero da nessuna parte: Cassio soprattutto, il massimalista, il giacobino che ti scavalca a sinistra e poi si accaparra i posti di sottogoverno, ha bisogno di Bruto per essere credibile, ma Bruto senza Cassio non si muoverebbe neppure.

Antonio è sincero nella sua devozione a Cesare, ma è pronto a cogliere l’opportunità per succedergli, e Giulio Cesare, l’uomo che portò sull’Atlantico i confini del mondo latino e al quale l’Inghilterra deve l’ingresso in quel mondo, è un candidato tiranno pieno di prosopopea, ma in fondo tra tutti sembra il più ingenuo, il più debole e fatalmente il più vulnerabile.

Uomini e non eroi, che fanno politica e che hanno diritto di ambire al potere giungendo fino ad uccidere chi li separa da esso e dal compimento del vero protagonista del “Giulio Cesare”: il programma politico.

Nel caso dei congiurati il programma politico coincide con la difesa non della libertà come noi moderni la intendiamo, ma con i diritti tradizionali del senato e di un’aristocrazia che non si capacitano di dover consegnare il proprio potere, i propri interessi e le proprie aspirazioni nelle mani di un unico uomo. Un uomo che potrà pure essere un “Cesare” (Cesare e Bruto: che ci sarà mai in questo nome: “Cesare”?), ma che è comunque un uomo: figuriamoci quando poi quest’uomo non è un “Cesare”, ma un “Carlo I”.

Shakespeare il narratore e il poeta popolare e di successo, trasmise al suo pubblico il sapore e la passione per la politica, la sua accessibilità e praticabilità, liberando le menti e abbattendo qualsiasi ostacolo culturale si frapponesse tra i borghesi inglesi e i loro propositi rivoluzionari.

Tra la scena e la vita il passo si era fatto breve.

Nicola Zotti

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