Sonetto 121 – Sonnet 121

Shakespeare Sonetto 121

È meglio esser colpevole che tale esser stimato. ‘Tis better to be vile than vile esteem’d. 

Leggi e ascolta

È meglio esser colpevole che tale esser stimato
quando non essendolo si è accusati d’esserlo;
e perso è ogni valor sincero perché creduto colpa
non dal nostro sentire, ma dal giudizio d’altri.
Perché mai dovrebbero gli occhi altrui adulteri
considerar vizioso il mio amoroso sangue?
Perché nelle mie voglie s’insinuan lascive spie
che a parer lor condannano quel ch’io ritengo giusto?
No, io sono quel che sono e chi mira
ai miei errori, colpisce solo i propri;
potrei esser io sincero e loro non dire il vero,
non venga il mio agir pesato dal loro pensar corrotto;
a men che non sostengano questo mal comune,
l’umanità è malvagia e nel suo mal trionfa.

Il poeta riceve lo stesso rimprovero pubblico dal giovane ed è costretto a considerare se le sue azioni sono immorali o meno. Sostenendo che “È meglio esser colpevole che tale esser stimato / quando non essendolo si è accusati d’esserlo”, in nessuna circostanza tollererà l’ipocrisia. Non difenderà l’indifendibile in se stesso, ma ammetterà la verità dei suoi errori: “No, io sono quel che sono e chi mira / ai miei errori, colpisce solo i propri”. La frase “Io sono quel che sono” è biblica nella sua affermazione di conoscenza di sé e umiltà. Il poeta non si sottometterà al giudizio di coloro che hanno “occhi altrui adulteri”, né lascerà che facciano del male a ciò che ritiene buono, sebbene nel distico conclusivo vi sia un accenno di pessimismo.

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Read and listen

‘Tis better to be vile than vile esteem’d,
When not to be receives reproach of being,
And the just pleasure lost which is so deem’d
Not by our feeling but by others’ seeing:
For why should others false adulterate eyes
Give salutation to my sportive blood?
Or on my frailties why are frailer spies,
Which in their wills count bad what I think good?
No, I am that I am, and they that level
At my abuses reckon up their own:
I may be straight, though they themselves be bevel;
By their rank thoughts my deeds must not be shown;
Unless this general evil they maintain,
All men are bad, and in their badness reign.

The poet receives the same public reproof as the youth did earlier in the sonnets and is forced to consider whether or not his actions are immoral. Maintaining that “‘Tis better to be vile than vile esteemed / When not to be receives reproach of being,” under no circumstance will he tolerate hypocrisy. He will not defend the indefensible in himself but will admit the truth of his errors: “No, I am that I am; and they that level / At my abuses reckon up their own.” The phrase “I am that I am” is biblical in its affirmation of self-knowledge and humility. The poet will not submit to the judgment of those with “false adulterate eyes” nor let them make evil what he holds to be good — although in the concluding couplet there is a hint of pessimism on the poet’s part.

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Crediti – Credits

Traduzione in Italiano di Maria Antonietta Marelli (I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube VALTER ZANARDI letture

English audio from YouTube Channel Socratica

Sommario/Summary da/from Cliffsnotes.com

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