Sonetto 129 – Shakespeare

Nel Sonetto 129 Shakespeare descrive la lussuria come una forza distruttiva: uno sperpero di spirito che trascina l’uomo tra desiderio, inganno e vergogna. Prima è brama furiosa, poi possesso, poi disprezzo e odio; un’esca messa apposta per rendere folle chi vi abbocca. Tutti conoscono questa verità, ma nessuno sa davvero fuggire quel paradiso che conduce all’inferno.

Sonetto 129 di Shakespeare

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Sperpero di spirito in vergognoso scempio
è la lussuria in atto; e finché esso dura, lussuria
è spergiura, assassina, violenta, carica d’infamia,
selvaggia, estrema, brutale, crudele, sleale;

non appena goduta, subito disprezzata,
oltre ragion ambita e, non appena avuta,
oltre ragion odiata, come esca inghiottita
di proposito messa per render pazzo chi vi abbocca:

furiosa nel desìo e furiosa nel possesso,
sfrenata nel ricordo, nel godimento e brama;
delizia nell’orgasmo seguita da miseria,
un piacere ambito vestito d’illusione.

Il mondo ben conosce tutto questo, ma nessuno sa
sfuggir quel paradiso che guida a questo inferno.


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Analisi del Sonetto 129

Il Sonetto 129 è uno dei testi più violenti e definitivi di Shakespeare sulla passione sessuale. Qui non c’è idealizzazione, non c’è eleganza cortese: la lussuria viene descritta come una forza devastante, un’energia che consuma l’anima e lascia vergogna, odio e miseria. È un sonetto che sembra scritto come una sentenza morale, ma in realtà è una confessione psicologica: Shakespeare non parla “da predicatore”, parla da uomo che ha conosciuto quel ciclo di desiderio e disgusto.

La struttura del sonetto è un vortice: desiderio → possesso → disprezzo. E in questo ciclo Shakespeare riconosce una legge universale: tutti sanno che è così, ma nessuno riesce a sottrarsi.

Questo sonetto è anche una svolta nella sezione Dark Lady: il desiderio non appare più soltanto come fascinazione sensuale (128), ma come dipendenza che degrada, inganna e distrugge.

Prima quartina: la lussuria come scempio e infamia

La prima quartina è un’esplosione di giudizi:
“Sperpero di spirito in vergognoso scempio / è la lussuria in atto”.

L’immagine è tremenda: “sperpero di spirito” significa dissipazione dell’essenza vitale. È come se la lussuria consumasse l’anima, la svuotasse. E Shakespeare non usa mezze misure: in atto la lussuria è spergiura, assassina, violenta, carica d’infamia, brutale e crudele. È una lista martellante, senza respiro: la passione è descritta come un crimine.

Questa quartina stabilisce il tono: la lussuria non è piacere innocente, ma rovina morale, perdita di dignità.

Seconda quartina: desiderata oltre ragione e odiata dopo il possesso

La seconda quartina descrive il meccanismo più terribile: ciò che si desidera in modo irrazionale diventa disprezzo nel momento stesso in cui lo si ottiene.

Shakespeare insiste:
“non appena goduta, subito disprezzata”.
È la vergogna immediata. Il desiderio, mentre spinge verso l’oggetto, promette paradiso; ma appena il paradiso è consumato, si trasforma in disgusto.

Poi arriva l’immagine dell’esca:
“come esca inghiottita / di proposito messa per render pazzo chi vi abbocca”.
È un’immagine da trappola: la lussuria è come un amo nascosto, progettato per fare impazzire. Il desiderio non è libertà: è un inganno preparato.

Terza quartina: la furia in ogni fase, delizia e miseria

Nella terza quartina Shakespeare mostra che la lussuria è furiosa in ogni fase: nel desiderio, nel possesso, nel ricordo, nel godimento, nella brama. Non dà pace. È una febbre continua.

Il centro emotivo della quartina sta nel contrasto:
“delizia nell’orgasmo seguita da miseria”.
In un solo verso Shakespeare condensa tutto: piacere assoluto, poi immediata rovina.

E definisce la lussuria:
“un piacere ambito vestito d’illusione”.
Quindi la lussuria non è tanto piacere quanto illusione di piacere: una maschera che promette felicità ma porta dolore.

Il distico: tutti lo sanno, nessuno lo evita

Il distico finale è magistrale perché universale:
il mondo sa tutto questo, ma nessuno sa sfuggire a quel paradiso che guida a questo inferno.

È la verità tragica: la consapevolezza non salva. Anche chi conosce l’inganno continua a desiderarlo. L’uomo va verso ciò che lo distrugge, come se il desiderio fosse più forte dell’intelligenza.

Shakespeare chiude così con una visione amarissima: la lussuria è una prigione; e il suo cancello è il piacere stesso.

Conclusione

Il Sonetto 129 è una condanna totale della lussuria, descritta come spreco di spirito, trappola, furia e vergogna. Shakespeare mostra il ciclo psicologico del desiderio: brama irrazionale, possesso, disprezzo e odio. Il piacere diventa subito miseria, perché era illusione.

Ma il colpo finale è nel distico: tutti sanno questa verità, ma nessuno riesce a fuggire. Il paradiso della lussuria è proprio ciò che conduce all’inferno: Shakespeare lo dice con parole definitive, come se fosse una legge eterna dell’animo umano.

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Crediti

La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

(I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.


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