Nel Sonetto 132 Shakespeare dichiara di amare gli occhi della Dark Lady perché sembrano provare pietà: sanno che il suo cuore lo tortura e allora si vestono a lutto, piangendo dolci lacrime di compassione. Quegli occhi neri rendono il suo volto più bello di aurora e tramonto. Il poeta implora che anche il cuore diventi pietoso e si vesta di nero, perché il lutto le dona grazia. Solo allora giurerà che la vera bellezza è nera.

Sonetto 132 – Leggi e ascolta
Amo i tuoi occhi ed essi, quasi avessero pietà,
sapendo che il tuo cuore mi tortura col tuo sdegno,
si son vestiti a lutto e piangon dolci lacrime,
guardando il mio dolore con tanta compassione.
E per essere sincero, né il primo raggiar del sole
rende migliore il volto diafano dell’aurora,
né la fulgida stella che annuncia la sera
dà parte del suo splendore al fosco tramonto,
quanto quei due occhi a lutto adornino il tuo viso.
Lascia dunque che anche il tuo cuor sia degno
di piangere per me, giacché il lutto ti dà grazia,
e vesti la tua pietà di nero in ogni parte.
Allora giurerò che la vera bellezza è nera,
e che orride son quelle che mancan del tuo colore.
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Analisi del Sonetto 132
Il Sonetto 132 è uno dei più eleganti e ambigui del ciclo della Dark Lady. Shakespeare riprende il tema del nero come bellezza, ma lo trasforma in un gioco emotivo: la donna è crudele nel cuore, ma gli occhi sembrano pietosi. Il poeta dunque trova rifugio in ciò che in lei appare umano e compassionevole, anche se sa che è solo una parte — forse persino un’illusione.
Il sonetto è costruito sul contrasto cuore/occhi:
– il cuore è duro, “tortura col suo sdegno”;
– gli occhi sono dolci, piangono, sembrano partecipare al dolore del poeta.
Questa tensione produce un paradosso: Shakespeare ama ciò che lo consola, ma nello stesso tempo denuncia ciò che lo ferisce. E nel finale trasforma la compassione in un canone estetico: la vera bellezza sarà nera solo se accompagnata da pietà.
Prima quartina: gli occhi pietosi contro il cuore crudele
La prima quartina comincia con un’affermazione tenera:
Shakespeare ama gli occhi della donna.
E subito li personifica:
gli occhi sembrano avere pietà perché sanno che il cuore lo tortura. È un’immagine teatrale: due parti della stessa persona entrano in conflitto. Gli occhi, come se volessero compensare, si vestono a lutto e piangono dolci lacrime.
Qui il nero non è ancora erotismo o moda: è lutto. Il nero diventa simbolo di compassione. Gli occhi neri sono come un funerale per il dolore del poeta: piangono con lui.
La quartina crea così una scena intimissima: la donna non consola con parole, ma con lo sguardo.
Seconda quartina: aurora, stella e tramonto superati dagli occhi neri
Nella seconda quartina Shakespeare introduce una serie di paragoni luminosi: sole, aurora, stella della sera, tramonto. È un lessico tipico della poesia d’amore, ma qui è usato per un fine diverso: dimostrare che il nero può essere più bello della luce.
Il poeta dice che neppure l’aurora resa più bella dal sole, né la stella della sera che illumina il tramonto, sono splendidi quanto gli occhi a lutto della sua donna.
È un capovolgimento: ciò che normalmente è massimo di bellezza (luce, alba, stella) viene superato dall’oscurità.
Con questi versi Shakespeare completa la rivoluzione estetica iniziata nel 127: la bellezza vera non è chiara, è scura.
Terza quartina: richiesta di pietà e lutto totale
Nella terza quartina Shakespeare passa dal canto alla supplica:
gli occhi hanno già mostrato pietà, ma ora chiede che anche il cuore diventi “degno” di piangere per lui.
Qui il poeta afferma che il lutto dona grazia alla donna. È una frase sorprendente: la compassione non è solo moralmente giusta, ma esteticamente bella. La pietà rende la donna più affascinante.
E poi arriva l’esortazione decisiva:
“vesti la tua pietà di nero in ogni parte.”
Cioè: lascia che non siano soltanto gli occhi a sembrare tristi e compassionevoli; che tutta la donna — cuore compreso — diventi pietosa.
Il nero diventa così un abito morale: non solo colore degli occhi, ma qualità dell’animo.
Il distico: la vera bellezza è nera
Nel distico Shakespeare pronuncia il giuramento:
se la donna diventerà pietosa, allora egli giurerà che la vera bellezza è nera.
E aggiunge una frase polemica e radicale:
sono orride quelle che mancano del suo colore.
È un distico volutamente assoluto: Shakespeare impone un nuovo canone. Ma questo canone non è puramente estetico: è legato alla pietà. Il nero diventa bellezza perché è lutto, e lutto perché è compassione.
Conclusione
Il Sonetto 132 è un raffinato gioco tra amore e dolore. Shakespeare ama gli occhi della Dark Lady perché sembrano pietosi: piangono in nero e guardano il suo dolore con compassione, mentre il cuore della donna resta duro e sdegnoso.
Il poeta rovescia i valori tradizionali: la luce dell’aurora e del tramonto è meno bella dell’oscurità di quegli occhi a lutto. Ma non basta: Shakespeare chiede che anche il cuore impari pietà, perché il lutto dona grazia.
Solo allora il poeta giurerà definitivamente che la vera bellezza è nera. Il sonetto diventa così un manifesto insieme estetico e morale: non c’è bellezza senza verità, e non c’è vero nero senza compassione.
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La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.