Nel Sonetto 135 Shakespeare gioca sul doppio senso di “Will”: volontà, desiderio e anche il suo stesso nome. La Dark Lady ha già ciò che vuole, ha “il suo Will” e persino troppo; eppure il poeta implora di essere accolto tra quei desideri. Con ironia audace e sensualità, paragona l’amore al mare che, pur pieno d’acqua, riceve altra pioggia. Il sonetto si chiude con una richiesta provocatoria: che tutti i “Will” diventino uno solo, e quell’unico Will sia lui.

Sonetto 135 – Leggi e ascolta
Ogni donna ha quel che vuole, tu hai il tuo Will
e un Will ancora e un Will anche di troppo:
sono io che t’assillo sempre, forse oltre misura
per aggiungermi così ai tuoi amorosi sensi.
Non vorrai tu, il cui ardore è sì acceso e grande
conceder che una volta il mio will nel tuo si annulli?
Dovranno le brame altrui sembrar assai gradite
e solo il mio desìo non brillar del tuo consenso?
Il mare colmo d’acqua riceve ancora piogge
e nell’abbondanza accresce le sue risorse:
così tu, ricca di will, aggiungi alle tue voglie
un desiderio mio per render più grande il tuo!
Un no senza bontà non uccida i tuoi aspiranti:
pensaci tutti in uno e che l’unico Will sia io.
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Analisi del Sonetto 135
Il Sonetto 135 è tra i più audaci e giocosi del ciclo della Dark Lady. Shakespeare abbandona il tono cupo dei sonetti precedenti (133–134), dominati da gelosia, prigionia e debito, e cambia improvvisamente registro: qui l’arma principale è l’arguzia.
Il testo ruota interamente attorno alla parola “Will”, che in inglese elisabettiano è ricchissima di significati:
– “will” = volontà, desiderio,
– “Will” = William (nome del poeta),
– “will” può anche sottintendere la voglia sessuale.
Questo permette a Shakespeare di costruire un sonetto ironico e sensuale: la donna è “ricca di Will”, cioè colma di desideri e di amanti, e il poeta vuole aggiungersi a quella quantità — come una goccia in un mare già pieno.
Il punto centrale non è la purezza dell’amore: è il desiderio che si fa linguaggio, scherzo e provocazione.
Prima quartina: la donna ha già troppo “Will”
La prima quartina apre con una constatazione quasi sfrontata:
ogni donna ha ciò che vuole, e la Dark Lady ha il suo Will, un Will ancora e persino troppo.
La frase suggerisce chiaramente che la donna non è fedele: ha più “desideri”, più uomini, più volontà soddisfatte. Eppure Shakespeare non si ritira: anzi, ammette di assillarla, forse oltre misura, per aggiungersi ai suoi “amorosi sensi”.
Qui il poeta si presenta come uno dei tanti. Ma lo fa senza vittimismo: lo fa giocando, ironizzando, rendendo la propria richiesta quasi inevitabile.
Seconda quartina: perché concedere agli altri e non a me?
Nella seconda quartina Shakespeare pone una domanda retorica:
se il suo ardore è così grande, perché non concedere che il suo will si annulli nel suo?
È un’immagine di fusione: il desiderio del poeta vuole entrare e scomparire nel desiderio della donna. E la domanda successiva è pungente:
le brame altrui devono sembrarti gradite e solo il mio non deve brillare del tuo consenso?
Il poeta gioca sul senso di ingiustizia erotica: non chiede esclusività, chiede partecipazione. Vuole essere incluso nell’abbondanza.
Terza quartina: il mare pieno riceve altra pioggia
La terza quartina contiene la metafora più famosa:
il mare, pur essendo pieno d’acqua, riceve ancora piogge. E nell’abbondanza cresce.
È l’argomento “logico” (ma ironico) del poeta:
se il mare non dice mai “basta”, perché dovrebbe farlo la donna?
Così Shakespeare trasforma la promiscuità della Dark Lady in giustificazione del proprio desiderio: lei è ricca di will, e aggiungere un suo desiderio renderebbe ancora più grande il suo.
È seduzione con sofisma: un ragionamento volutamente assurdo e irresistibile.
Il distico: tutti i Will in uno solo
Nel distico finale Shakespeare chiude con la provocazione:
un “no” non uccida i suoi aspiranti.
E poi:
“pensaci tutti in uno e che l’unico Will sia io.”
Il poeta invita la donna a considerare tutti i “Will” come uno solo: e quell’unico Will sarebbe lui. È un colpo di teatro linguistico: Shakespeare non chiede di eliminare gli altri, ma di assorbirli in sé.
È insieme comico e arrogante, e proprio per questo efficace.
Conclusione
Il Sonetto 135 è un capolavoro di doppio senso: Shakespeare usa “Will” come desiderio, volontà e nome proprio, e trasforma il dramma della Dark Lady in un gioco erotico brillante.
La donna è descritta come già colma di desideri e amanti, ma il poeta non si ritrae: paragona l’amore al mare che accoglie altra pioggia, e rivendica il diritto di essere aggiunto a quella abbondanza.
Il finale è una sfida seduttiva: se tanti Will esistono, allora che diventino uno solo — e che quel Will sia Shakespeare stesso.
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La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.