Sonetto 138 – Shakespeare

Nel Sonetto 138 Shakespeare confessa il patto di menzogna tra lui e la donna: lei giura fedeltà ma mente, e lui finge di crederle per apparire giovane e ingenuo. Anche lei, per vanità, lo tratta come se non fosse ormai “tramontato”. Così la verità viene taciuta da entrambi: lei non ammette l’infedeltà, lui non confessa la vecchiaia. In amore, conclude il poeta, si mente per lusingarsi.

Sonetto 138 di Shakespeare

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Quando il mio amore giura d’esser tutta fedeltà
io voglio crederle, anche se so che mente,
perché possa pensarmi un giovane immaturo
che del mondo ignora l’arte sottil del fingere.

Così con vanità pensando che mi creda giovane,
anche se sa che in me il meglio è tramontato,
candidamente accetto la sua lingua menzognera –
e così da entrambi la pura verità è taciuta.

Ma perché ella non dice di essermi infedele?
E perché anch’io non le dico d’esser vecchio?
No, l’amor si veste meglio se simula fiducia
e l’età in amore non vuol conoscer anni.

Per questo con lei mento e lei mente con me,
e nei nostri errori ci lunsinghiam mentendo.


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Analisi del Sonetto 138

Il Sonetto 138 è uno dei testi più lucidi, ironici e moderni dell’intera sequenza della Dark Lady. Shakespeare non descrive qui la passione come elevazione o destino: la descrive come un patto di compromesso. L’amore, in questo sonetto, non è verità assoluta: è una finzione condivisa.

Il poeta sa che la donna mente quando giura fedeltà. Ma finge di crederle. Perché? Perché così può apparire giovane, ingenuo, “immaturo”, uno che non conosce “l’arte sottile del fingere”. È un ruolo: un travestimento emotivo.

Dall’altra parte, anche la donna mente, ma a modo suo: finge che lui sia ancora giovane, anche se sa che il meglio in lui è “tramontato”. Quindi la menzogna è reciproca: entrambi tacciono ciò che sanno, perché la verità renderebbe impossibile il rapporto.

Questo sonetto è straordinario perché Shakespeare non condanna la menzogna: la spiega. E la conclude con un’amara eleganza: nei nostri errori ci lusinghiamo mentendo.

Prima quartina: crederle pur sapendo che mente

La prima quartina imposta subito il paradosso:
quando la donna giura fedeltà, il poeta vuole crederle anche se sa che mente.

Qui Shakespeare descrive una scelta consapevole: non è inganno ingenuo, è autoinganno volontario. Crederle gli permette di essere visto come giovane e immaturo, dunque desiderabile.

L’amore viene presentato come un teatro in cui entrambi recitano. E il poeta recita il ruolo dell’innocente, perché sa che quel ruolo mantiene vivo il desiderio.

Seconda quartina: vanità e verità taciuta

Nella seconda quartina Shakespeare rivela la propria vanità:
gli piace pensare che lei lo creda giovane, benché lei sappia che in lui il meglio è tramontato.

È uno dei versi più duri e sinceri: il poeta ammette di essere in declino. Eppure preferisce vivere nell’illusione.

Poi arriva la confessione decisiva:
accetta candidamente la lingua menzognera della donna, e così la pura verità è taciuta da entrambi.

Non è solo lei a mentire: è un accordo silenzioso. La verità non è negata per ignoranza, ma per convenienza emotiva.

Terza quartina: perché non dirsi la verità?

Nella terza quartina Shakespeare pone due domande apparentemente semplici:
perché lei non dice di essergli infedele? perché lui non dice di essere vecchio?

Sono due verità che tutti e due conoscono. E la risposta è una delle più celebri:
“l’amor si veste meglio se simula fiducia”.

La fiducia, qui, non è reale: è simulata. Ma proprio questa simulazione rende l’amore “presentabile”, lo rende possibile.

E poi un verso magnifico:
l’età in amore non vuol conoscer anni.
Cioè: nell’amore non si vuole parlare di vecchiaia. È come se l’amore avesse bisogno di sospendere il tempo, anche mentendo.

Il distico: mentire per lusingarsi

Nel distico finale Shakespeare chiude il ragionamento con crudele semplicità:
lui mente con lei e lei mente con lui, e nei loro errori si lusingano mentendo.

Il verbo “lusingare” è perfetto: la menzogna non è solo difesa, è carezza. È il modo con cui i due si proteggono dall’umiliazione della verità.

La relazione diventa allora una forma di complicità: un accordo a non ferirsi completamente con la realtà.

Conclusione

Il Sonetto 138 è una delle confessioni più moderne di Shakespeare: l’amore non vive sempre di verità, ma spesso di finzione. La donna mente sulla fedeltà e il poeta finge di crederle; il poeta non ammette la vecchiaia e la donna finge di non vederla.

È un patto silenzioso: la “pura verità” viene taciuta da entrambi. Non perché ignorata, ma perché incompatibile con il desiderio.

Shakespeare conclude senza moralismo: mentono, sì, ma nei loro errori si lusingano. L’amore, qui, è un’illusione consapevole, una recita necessaria per restare insieme.

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Crediti

La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

(I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.


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