’Atto IV segna l’ingresso della tragedia nella sua fase irreversibile: le conseguenze dell’azione esplodono apertamente, e il disordine generato dalla colpa diventa incontenibile. Dopo l’uccisione di Polonio, ogni equilibrio è spezzato e il potere reagisce con la violenza, la menzogna e l’espulsione.

Amleto – Atto IV
Atto IV – Introduzione
Nell’Atto IV Amleto entra pienamente nella dimensione della catastrofe.
L’azione, finalmente compiuta nell’atto precedente, non libera il protagonista, ma scatena una serie di reazioni che sfuggono ormai a ogni controllo. La tragedia non è più guidata dal dubbio, bensì dalle conseguenze.
La morte di Polonio segna una svolta decisiva: l’omicidio accidentale rende Amleto un pericolo concreto per il potere costituito. Claudio non può più limitarsi a osservare o a dissimulare; deve agire, eliminare, allontanare. L’esilio in Inghilterra, mascherato da misura diplomatica, è in realtà una condanna a morte.
Parallelamente, la disgregazione investe anche i personaggi marginali. Ofelia, privata del padre e dell’amore, scivola nella follia; Laerte ritorna come forza irrazionale di vendetta; la corte danese si popola di sospetti, rivolte e minacce. Il dolore non è più interiore: diventa pubblico, contagioso, politico.
Amleto stesso muta profondamente. La sua lucidità non si spegne, ma si fa più dura, più spietata. L’ironia diventa difesa estrema, la parola un’arma consapevole. Egli non è più solo un pensatore in conflitto, ma un uomo ormai coinvolto nella spirale della violenza che aveva tentato di governare.
L’Atto IV prepara così il terreno dell’esito finale: le forze sono ormai schierate, la vendetta si moltiplica, e la tragedia procede verso il suo compimento senza possibilità di arresto.
Le scene dell’Atto IV
Scena I.
Claudio viene informato della morte di Polonio. La colpa di Amleto diventa una minaccia politica e il re decide di affrettarne l’esilio in Inghilterra.
Scena II.
Rosencrantz e Guildenstern tentano di strappare ad Amleto la verità sul cadavere di Polonio. Il principe li schernisce e li accusa implicitamente di essere strumenti del potere.
Scena III.
Amleto affronta Claudio con un linguaggio ironico e feroce. Il re conferma la partenza per l’Inghilterra, nascondendo un piano di morte dietro l’apparenza diplomatica.
Scena IV.
Amleto incontra un capitano dell’esercito norvegese diretto in Polonia. Il confronto con una guerra combattuta per un nulla riaccende in lui il senso dell’onore e della vendetta.
Scena V.
Ofelia, distrutta dalla perdita del padre e dall’abbandono di Amleto, precipita nella follia. I suoi canti rivelano il disfacimento morale della corte.
Scena VI.
Orazio riceve notizie del ritorno improvviso di Amleto in Danimarca. Il viaggio verso l’Inghilterra ha preso una svolta inattesa.
Scena VII.
Claudio e Laerte tramano la morte di Amleto. Il re orchestra un duello avvelenato mentre giunge la notizia della morte di Ofelia, che spinge Laerte verso la vendetta.
ATTO QUARTO – SCENA PRIMA
Entrano (incontro alla Regina) il Re, Rosencrantz e Guildenstern.
Re: Questi sospiri, questo affanno, hanno un senso che devi spiegarci. Capirlo ci è necessario. Dov’è tuo figlio?
Regina: Lasciateci soli un momento.
Escono Rosencrantz e Guildenstern.
Regina: Mio signore, che cosa non ho visto stanotte!
Re: Perché, Gertrude, come sta Amleto?
Regina: È pazzo come il mare e il vento che gareggiano a chi è il più forte. In uno dei suoi accessi sente, dietro l’arazzo, che qualcosa si muove, sguaina la spada, grida “Un topo, un topo” e in quella sua allucinazione uccide alla cieca il buon vecchio.
Re: Ah che delitto! Toccava a noi, s’è c’eravamo. Libero è una minaccia per tutti, per te stessa, per noi, per ognuno. Come risponderemo di questo sangue? Daranno la colpa a noi che avremmo dovuto prevederlo sorvegliando quel giovane pazzo, o segregandolo o tenendolo via da qui. Ma l’affetto non ci ha fatto capire la cosa più opportuna, come succede ad uno che è ammalato di qualche male orribile, e per non farlo sapere lascia che gli divori la vita. Dov’è andato?
Regina: Si porta via il corpo che ha ucciso, e su di esso – perché, pazzo, rimane puro, come oro in mezzo a una miniera di metallo volgare – adesso piange per ciò che è fatto.
Re: Vieni via, Gertrude! Appena il sole tocca le montagne lo imbarchiamo. Di questa turpe azione bisognerà dare atto e dare conto con ogni nostra autorità e destrezza. Oh, Guildenstern!
Entrano Rosencrantz e Guildenstern.
Re: Amici, tutti e due, cercatevi un aiuto. Amleto, nella sua pazzia, ha ammazzato Polonio e ne ha trascinato il corpo via dalla stanza di sua madre. Andate, rintracciatelo, parlategli con garbo, e trasportate il morto nella cappella. Fate presto, vi prego.
Escono Rosencrantz e Guildenstern.
Re: Su, Gertrude, riuniamo gli amici più giudiziosi, diciamo loro ciò che si vuol fare e ciò che è fatto purtroppo. (Così la calunnia invidiosa) che porta sussurrando la sua carica di veleno, dritta come un cannone alla sua mira dappertutto nel mondo, forse potrà mancare il nostro nome, e colpire l’aria impassibile. Vieni, la mia anima è piena di dubbio e smarrimento.
Escono.
ATTO QUARTO – SCENA SECONDA
Entra Amleto.
Amleto: Ora è al sicuro. (Chiamano da dentro.) Oh, chi strepita? Chi chiama Amleto? Ah, eccoli che arrivano.
Entrano Rosencrantz, Guildenstern e altri.
Rosencrantz: Monsignore, che ne avete fatto del morto?
Amleto: L’ho ricongiunto alla polvere sua congiunta.
Rosencrantz: Diteci dov’è, che lo togliamo di lì e lo portiamo nella cappella.
Amleto: Non vi fate illusioni.
Rosencrantz: Che illusioni, monsignore?
Amleto: Che io tenga il vostro segreto e non il mio. E poi, a sentirsi interrogato da una spugna – cosa dovrebbe rispondere un figlio di re?
Rosencrantz: Mi prendete per una spugna, monsignore?
Amleto: Sissignore, una spugna che assorbe i favori del re, le sue prebende e le sue prerogative. Ma codesti aiutanti, al re, l’aiuto migliore lo danno alla fine: se li tiene in un cantuccio della bocca, lui, come fa la scimmia, prima li assapora e alla fine li inghiotte. Quando avrà bisogno di ciò che avete assorbito, una bella strizzata e la spugna ti ritorna asciutta.
Rosencrantz: Monsignore, non vi capisco.
Amleto: Mi fa piacere sentirlo. Parlar furbo allo sciocco è come parlare al muro.
Rosencrantz: Signore, dovete dirci dove si trova il corpo e venire con noi dal re.
Amleto: Il corpo è col re, ma il re non è col corpo. Il re è una cosa…
Guildenstern: Una cosa, monsignore?
Amleto: Una cosa da nulla. Su, portatemi da lui.
ATTO QUARTO – SCENA TERZA
Entrano il Re e due o tre nobili.
Re: Ho mandato gente a cercarlo, e a trovare il corpo. È ben pericoloso che costui vada libero! Ma gravargli addosso con la legge, non possiamo: il popolo lo ama, il popolo insensato che non sceglie col senno ma con gli occhi, e in questi casi valuta il castigo assegnato e non la colpa. Se tutto ha da andare liscio la sua partenza improvvisa deve sembrare il risultato di un’attenta delibera. A mali estremi rimedi estremi, o niente.
Entrano Rosencrantz, Guildenstern e altri.
Re: Allora, che è successo?
Rosencrantz: Dov’è nascosto il corpo, mio signore, non vuole proprio dircelo.
Re: Ma lui dov’è?
Rosencrantz: Qui fuori, scortato, signore, ai vostri ordini.
Re: Portatelo qui.
Rosencrantz: Oh, fate entrare il principe!
Entra Amleto sotto scorta.
Re: Allora, Amleto, dov’è Polonio?
Amleto: A cena.
Re: A cena? Dove?
Amleto: Non dove mangia ma dove è mangiato. Un’assemblea di vermi politici è alle prese con lui. Il verme è l’unico che più ci guadagna in una dieta: noi ingrassiamo ogni altra creatura per ingrassarci, e c’ingrassiamo per i vermi. Un re grasso e un pezzente magro non sono altro che un menù variato – due piatti a una tavola sola. Ed è tutto.
Re: Ahimè, ahimè.
Amleto: Uno può pescare col verme che ha pappato un re, e papparsi il pesce che ha pappato il verme.
Re: Che vuoi dire con questo?
Amleto: Niente, solo mostrarvi che un re può fare un viaggio di stato per le budella d’un pezzente.
Re: Dov’è Polonio?
Amleto: In cielo. Mandate lassù a cercarlo. Se il vostro incaricato non ce lo trova, cercatelo voi stesso dalla parte opposta. Ma se poi non lo trovate entro questo mese, lo annuserete salendo le scale del loggiato.
Re: (A qualcuno del seguito) Cercatelo lì.
Escono gli incaricati.
Amleto: Vi aspetterà, vi aspetterà!
Re: Amleto, quanto è accaduto, per la tua sicurezza che ci preme molto, come molto ci affligge quello che hai fatto – deve farti sparire rapido come un lampo. Quindi, prepàrati. La nave è pronta, il vento propizio, i compagni t’aspettano, e tutto è disposto per il viaggio in Inghilterra.
Amleto: In Inghilterra?
Re: Sì, Amleto.
Amleto: Bene.
Re: Proprio così, se conoscessi la mia intenzione.
Amleto: Vedo un cherubino che la conosce. Ma via, in Inghilterra! Addio, cara madre.
Re: Tuo padre che ti ama, Amleto.
Amleto: No, madre. Padre e madre son marito e moglie, moglie e marito sono una sola carne; quindi, madre. Via, in Inghilterra! Esce.
Re: Stategli alle calcagna, attiratelo subito a bordo, non perdete tempo – lo voglio via da qui stanotte. Andate, quanto riguarda questa storia è sigillato e pronto. Fate presto!
Escono tutti tranne il Re.
Re: E tu, re inglese, se tieni alla mia amicizia – te lo consiglia la mia grande potenza, perché ancora è fresca e rossa la cicatrice della spada danese, e anche se libero paghi un tributo di paura – tu non puoi trascurare il mandato regale che t’impone con istruzioni adeguate la morte immediata di Amleto. Uccidilo, re inglese. Egli m’infuria nel sangue come il mal sottile e tu devi curarmi. Finché ciò non sia stato non avrò mai una gioia, anche se fortunato. Esce.
ATTO QUARTO – SCENA QUARTA
Entrano Fortebraccio e il suo esercito che marcia sulla scena.
Fortebraccio: Capitano, porta i miei saluti al re danese. Digli che chiedo, col suo beneplacito, una scorta per attraversare il suo regno secondo l’accordo. Tu sai dove raggiungerci. Se sua maestà vuole parlarci, gli renderemo omaggio di persona. Diglielo.
Capitano: Lo farò, signore.
Fortebraccio: Avanti, adagio.
Escono tutti tranne il Capitano.
Entrano Amleto, Rosencrantz, Guildenstern e altri.
Amleto: Mio buon signore, di chi sono queste truppe?
Capitano: Del re di Norvegia, signore.
Amleto: Dove vanno, vi prego?
Capitano: Vanno a combattere in Polonia.
Amleto: Chi le comanda, signore?
Capitano: Il nipote del re, Fortebraccio.
Amleto: Mirano al cuore della Polonia o a qualche fortezza di frontiera?
Capitano: A essere sincero, e senza forzature, andiamo a conquistare un pezzetto di terra che non frutta altro che gloria. Per cinque ducati, cinque, non lo vorrei in affitto. Né frutterebbe al Norvegese o all’altro un quattrino di più, se lo vendessero.
Amleto: Allora non sarà difeso.
Capitano: Al contrario, c’è già un presidio.
Amleto: Dunque duemila anime e ventimila ducati non basteranno a decider la sorte di un fuscello! Questo è un ascesso che nasce da troppa pace e abbondanza, si spacca internamente, e fuori non si vede perché il malato muore. Vi ringrazio umilmente.
Capitano: Dio sia con voi, signore. Esce.
Rosencrantz: Vogliamo andare, monsignore?
Amleto: Vi raggiungo subito. Avviatevi.
Escono tutti tranne Amleto.
Amleto: Come mi accusa ogni occasione, e sprona la mia vendetta troppo lenta! Cos’è un uomo se tutto ciò che cava dal suo tempo non è che dormire e nutrirsi? Una bestia, nient’altro. Certo colui che ci fece con una mente così vasta, e capace di guardare indietro e in avanti, non ci dette questa virtù, questa ragione divina perché ammuffisse inusata. Ora, che sia oblio bestiale, o qualche vile scrupolo di pensare troppo minutamente all’esito – un’ansia che, spaccata, mostra una parte saggia e tre vili, non so perché continui a vivere per dire, ho da far questo, quando ho motivo, e forza, e volontà, e mezzi per farlo.
Mi esortano esempi tangibili come la terra. Ecco un esercito grande e costoso, guidato da un principe giovane, sensibile, il cui spirito gonfio di un’ambizione divina si fa beffa del caso imprevedibile, ed espone ciò che è mortale e malsicuro a quanto possono fare la morte, la fortuna, e il rischio, solo per un guscio d’uovo! La vera grandezza non è nell’aspettare grandi cause per muoversi, ma nel trovare degno motivo di contesa in un fuscello quand’è in gioco l’onore.
E io, allora, che ho un padre ucciso, una madre insozzata a incitare il mio sangue e la mia mente, e lascio tutto dormire, e a mia vergogna vedo la morte imminente di ventimila uomini che per un sogno, un’ubbìa dell’onore vanno alla tomba come a letto, e combattono per un palmo di terra che non gli basta ad azzuffarcisi sopra tutti quanti e non è sufficiente a far da copertura e dar fossa ai morti? Ah da questo momento il mio pensiero sia “sangue!”, o non varrà niente.
Esce.
ATTO QUARTO – SCENA QUINTA
Entrano la Regina, Orazio e un gentiluomo.
Regina: Non le voglio parlare.
Gentiluomo: Ma lei insiste, è fuori di sé davvero. In uno stato da far pietà.
Regina: Ma che cosa vuole?
Gentiluomo: Parla molto del padre. Sente dire, afferma, che il mondo è pieno d’inganni, e fa suoni in gola, e si batte il petto, e s’adombra per nulla, e dice cose vaghe che hanno senso a metà. Parla di niente, eppure il suo parlare sconnesso convince chi l’ascolta a trovarvi un senso. Cercano d’indovinare, e aggiustano le parole a ciò che credono di capire. E quelle parole che lei accompagna d’ammicchi, di cenni e gesti, in verità fanno pensare che ci sia un senso in esse, niente affatto chiaro, e comunque molto triste.
Orazio: Sarà bene parlarle. Può diffondere sospetti pericolosi nelle menti mal disposte.
Regina: Sì, fatela entrare. (Il gentiluomo esce.)
Regina: (A parte) Alla mia anima malata, come succede a chi è in colpa, ogni inezia pare il preludio a un disastro. La colpa è così piena di ansie incontrollate che si distrugge da sé, per paura di essere distrutta.
Entra Ofelia.
Ofelia: Dov’è la bella maestà di Danimarca?
Regina: Che vuoi da me, Ofelia?
Ofelia: (canta) Come farei a conoscere da un altro il tuo vero amore? Dalla conchiglia al cappello, dai sandali, dal bordone.
Regina: Ahimè, cara, che significa questa canzone?
Ofelia: Dite? Ma no, state attenta vi prego. (canta) È bell’e andato, signora, è bell’e andato. Al capo una zolla verde, ai piedi un sasso. O oh!
Regina: Ascoltami, Ofelia…
Ofelia: Vi prego, sentite questa: (canta) Bianco il sudario come neve ai monti…
Entra il Re.
Regina: Ahimè guardatela, monsignore.
Ofelia: (canta) e guarnito di fiori che pianto sottoterra non andò con piogge d’amore.
Re: Come state, mia bella?
Ofelia: Bene, Dio ve ne renda merito. Dicono che l’allocco era figlia di un fornaio. Signore Iddio, sappiamo ciò che siamo non ciò che saremo. Iddio sia al vostro desco!
Re: Fantastica su suo padre.
Ofelia: Vi prego non parliamone più, ma quando vi chiedono che vuol dire, rispondete così. (canta) Domani è San Valentino, su tutti di buon mattino, io picchio alla tua finestra per esser la tua Valentina. E lui si levò si vestì e il suo usciolo le aprì, entrò ragazza e mai più ragazza da quell’usciolo sortì.
Re: Mia graziosa Ofelia…
Ofelia: Bene, senza brutte parole, finisco subito. (canta) Per Ges e santa Càrita ahinoi quale disdoro, i ragazzi lo fan se cápita – pen di Dio, è colpa loro. Lei dice, prima di sbattermi, mi sposavi, hai promesso. E lui risponde, e l’avrei fatto, giùrolo, se non venivi a letto.
Re: Da quanto tempo è in questo stato?
Ofelia: Spero tutto andrà bene. Pazienza ci vuole. Ma non riesco a non piangere se penso che l’han messo nella terra fredda. Mio fratello lo saprà! E così grazie per il buon consiglio. Oh, la mia carrozza! Buonanotte, signore, buonanotte. Dolci signore buonanotte, buonanotte. Esce.
Re: Seguitela da vicino. Non perdetela d’occhio, ve ne prego.
(Esce Orazio.)
Re: Ah è il dolore che l’avvelena. Viene tutto dal padre morto. E ora guardala… O Gertrude, Gertrude, i dispiaceri non vengono come esploratori isolati ma a battaglioni. Prima, l’assassinio di suo padre, poi la partenza di tuo figlio, artefice forsennato del suo giusto esilio; il popolo in fermento, cupo e maligno nei pensieri e nelle voci per il buon Polonio; e noi maldestri a interrarlo così in fretta in segreto; la povera Ofelia che smarrisce se stessa e il suo bel senno senza cui siamo meri simulacri e bestie;
e come ultimo guaio che li assomma tutti ora il fratello torna in segreto di Francia, rùmina questo disastro, si tiene fra le nuvole, e non mancano mosconi a infettargli le orecchie con storie velenose sulla morte del padre che per forza, mancando di sostanza, non trovano ritegno ad accusare noi in persona, con questo e quello. O mia cara Gertrude, è una mitraglia, questa, che m’investe e mi dà mille morti.
(Rumore all’interno.)
Re: Oh, dove sono i miei svizzeri? Sbàrrino la porta!
Entra un messaggero.
Re: Che succede?
Messaggero: Salvatevi, maestà! L’oceano che trabocca alle sue sponde non divora la piana con più impeto del giovane Laerte che aizzata una rivolta ha sopraffatto le guardie. La marmaglia lo acclama re, e come se il mondo fosse appena creato, dimenticato l’antico, ignorate le usanze che danno valore e senso a ogni parola, gridano “Decidiamo noi! Sarà re Laerte!” E i berretti e le mani e le lingue lo esaltano alle nubi: “Laerte sia re, Laerte è il re!”
Regina: Con quale gioia abbaiano sulla pista sbagliata! Correte all’incontrario, falsi cani danesi!
(Rumore dentro.)
Re: Hanno sfondato le porte.
Entrano Laerte e seguaci.
Laerte: Il re dov’è? Amici, restate tutti fuori.
Seguaci: No, entriamo!
Laerte: Ve ne prego! Permettetemi.
Seguaci: Va bene, va bene.
Laerte: Vi ringrazio. Sorvegliate la porta. (I suoi escono.) Tu, re ignobile, ridammi mio padre.
Regina: (Lo trattiene) Calma, buon Laerte.
Laerte: Quella goccia di sangue che è calma mi proclama bastardo, urla “cornuto” a mio padre, e stampa il marchio della puttana qui sulla fronte casta e immacolata di mia madre.
Re: Laerte, per quale motivo questa ribellione da giganti? – lascialo andare, Gertrude. Non temere per la nostra persona. C’è una tale siepe divina attorno a un re che il tradimento può solo sbirciare a ciò che si propone, e ne attua ben poco. Dimmi, Laerte, perché mai tanta furia? Via, lascialo Gertrude. Parla, ragazzo.
Laerte: Dov’è mio padre?
Re: È morto.
Regina: Ma non per sua colpa.
Re: Lasciagli chiedere ciò che vuole.
Laerte: E come mai è morto? Non mi farò imbrogliare. All’inferno la lealtà! Al diavolo più nero i giuramenti! La coscienza e la grazia nel pozzo più profondo! Sfido la dannazione. Sono giunto a tal punto che non m’importa nulla di questo mondo o dell’altro, succeda quel che dovrà, voglio solo vendetta per mio padre, e a fondo.
Re: E chi ti tratterrà?
Laerte: La mia volontà, non quella del mondo intero. I miei mezzi vedrò di usarli così bene che con poco andranno lontano.
Re: Buon Laerte, tu vuoi sapere tutta la verità su tuo padre. Ma è scritto nella vendetta che debba fare un fascio dei suoi amici e nemici, di chi ha vinto e chi ha perso?
Laerte: No, solo dei nemici.
Re: Allora, vuoi sapere chi sono?
Laerte: Ai suoi amici spalancherò le braccia così. Come il pellicano che dà la vita, li nutrirò col mio sangue.
Re: Bene, ora parli da buon figlio e da vero gentiluomo. Che io sia innocente della morte di tuo padre, anzi assai afflitto per lui, ti apparirà lampante come la luce del giorno.
(Rumore dentro. Si sente Ofelia che canta.)
Re: Lasciatela entrare.
Laerte: Che c’è? Chi canta?
Entra Ofelia.
Laerte: Rabbia, sèccami il cervello. Lacrime sette volte amare bruciate il senso e la virtù degli occhi. Perdìo, la tua pazzia sarà pagata a peso tale, che la bilancia traboccherà per noi. Rosa di maggio, cara, buona sorella, dolce Ofelia… O Dio, ma può la ragione d’una ragazza essere fragile come la vita d’un vecchio? La natura umana, nell’amore, è così sensibile, che manda un pegno prezioso di se stessa dietro quelli che ama.
Ofelia: (canta) Lo portarono a viso scoperto nella bara, e nella sua fossa piovvero lacrime… Addio, mia colomba.
Laerte: Se tu avessi giudizio e chiedessi vendetta non sapresti commuovermi tanto.
Ofelia: Voi dovete cantare “E giù, e giù”, e voialtri “E lui va giù”. Che bel ritornello! È il falso maggiordomo che rubò la figlia al padrone.
Laerte: Non dice niente, e dice tutto.
Ofelia: Ecco del rosmarino, per il ricordo… ti prego, amore, ricorda. E qui le viole, per il pensiero.
Laerte: Che lezione dalla pazzia! Pensieri e ricordo, in buon punto!
Ofelia: Ecco per voi la nigella, e l’aquilegia. Per voi della ruta. E un poco per me. Erbagrazia, possiamo chiamarla, di domenica. Ma voi la ruta dovete portarla in modo diverso da me. Qui, una margherita. Volevo darvi delle violette, ma son tutte appassite quando morì mio padre. Dicono che ha fatto una buona fine. (canta) Il bel Robin è tutta la mia gioia.
Laerte: Pensieri, pene, passioni, l’inferno stesso li rende incantevoli.
Ofelia: (canta) E non verrà mai più? E non verrà mai più? No no è morto. Va’ al tuo letto di morte, non tornerà mai più. La barba è neve, il capo della stoppa ha il colore. È andato, è andato, e il pianto è sprecato. Lo protegga il Signore. E tutte le anime cristiane. Dio sia con voi. Esce.
Laerte: La vedi, signore Iddio?
Re: Laerte, il tuo dolore dev’essere anche mio, o mi fai torto. Va’, pensaci, scegli chi vuoi dei tuoi amici più saggi, e loro sentiranno, e tra te e noi, giudicheranno. Se in qualche modo, diretto o indiretto, ci trovano implicati, ti cederemo il regno, la corona, la vita, e tutto ciò che è nostro, come riparazione. Ma altrimenti accetta di accordarci la tua pazienza, e noi uniremo i nostri sforzi a quelli della tua anima, per darle giusta pace.
Laerte: E sia così. Ma il modo in cui è morto, i funerali oscuri – né trofeo, né spada, né blasone sulle ossa, né rito nobiliare, né cerimonia solenne – ciò reclama come una voce dal cielo che io debba chiederne conto.
Re: Lo farai. E dove sta la colpa scenderà la mannaia. Vieni con me, ti prego.
Escono.
ATTO QUARTO – SCENA SESTA
Entrano Orazio e un servitore.
Orazio: Chi vuole parlarmi?
Servitore: Gente di mare, signore. Hanno lettere per voi, dicono.
Orazio: Falli entrare. (Esce il servitore.) Non so da che parte del mondo possa arrivarmi una lettera, se non dal principe Amleto.
Entrano dei marinai.
Marinaio: Dio vi benedica, monsignore.
Orazio: E benedica anche te.
Marinaio: Se è sua volontà, monsignore. Una lettera per voi, monsignore. Da parte dell’ambasciatore che andava in Inghilterra – se vi chiamate Orazio come mi è detto.
Orazio: (legge la lettera) Orazio, quando avrai scorso questa, fa’ in modo che questa gente arrivi dal re. Hanno lettere per lui. Non eravamo in mare da due giorni che un corsaro in pieno assetto di guerra ci dette la caccia. Scarsi di vela, sfoderammo un coraggio forzoso, e nell’arrembaggio saltai sul loro legno. Ma subito si sganciarono, e restai il loro unico prigioniero. Mi hanno trattato da ladroni di cuore. Ma sapevano quel che facevano: gli debbo restituire il favore. Fa’ arrivare al re le lettere che ho mandato, e corri da me veloce come se fuggissi la morte. Ho parole da dirti all’orecchio che ti renderanno muto. Ma son piume rispetto al calibro della faccenda. Questa brava gente ti condurrà dove sono. Rosencrantz e Guildenstern proseguono per l’Inghilterra. Di loro ho molto da dirti.
Addio.
Il tuo, come sai, Amleto.
Orazio: Venite, vi faccio strada per queste lettere. Sbrigatevi al più presto, per guidarmi da chi ve l’ha date.
Escono.
ATTO QUARTO – SCENA SETTIMA
Entrano il Re e Laerte.
Re: Ora la tua coscienza mi assolverà del tutto, e mi accoglierai nel cuore come un amico, visto che hai udito, e il tuo orecchio è sagace, che chi t’ha ucciso il nobile padre, a me insidiava la vita.
Laerte: Tutto è chiaro. Ma dite, come mai, contro fatti così gravi e capitali, non avete agito come vi spingevano a fare la sicurezza, l’accortezza, tutto.
Re: Oh, per due motivi precisi, che forse ti sembreranno troppo deboli, ma per me son forti. La regina sua madre non vive quasi che per i suoi occhi, ed io come che sia, virtù o maledizione – le sono troppo unito, anima e vita. Come la stella volge solo nella sua sfera così io nella sua. L’altro motivo per cui ho evitato una pubblica accusa è il grande affetto che ha per lui la gente comune, che immerge nel suo amore tutti i suoi difetti e fa come la fonte che muta il legno in pietra; e muterebbero i ceppi in braccialetti. Le mie frecce troppo leggere per un vento così forte tornerebbero all’arco, invece di volare contro il bersaglio.
Laerte: E così mi rimane un padre morto, e ridotta a uno stato pietoso una sorella così perfetta, che a lodare ciò che è stato, sfidava la nostra età a trovarne una eguale. Ma saprò vendicarmi.
Re: Per questo dormi tranquillo. Non penserai che siam fatti di stoffa così flaccida e inerte da lasciarci tirare la barba, e pensare l’insulto un passatempo. Sentirai novità presto. Io amavo tuo padre, e noi amiamo noi stessi, e questo, spero, ti convincerà…
Entra un messaggero con delle lettere.
Messaggero: Questa per Vostra Grazia. Questa per la Regina.
Re: Da Amleto! Chi le ha portate?
Messaggero: Marinai, signore, dicono. Io non li ho visti. L’ho avute da Claudio. A lui le ha consegnate l’uomo che le ha portate.
Re: Laerte, devi sentirle. Andate. (Esce il messaggero.) (Legge) Alto e possente, dovete sapere che mi ritrovo nudo sul vostro regno. Domani chiederò il permesso di vedere i vostri occhi regali, e allora, con vostra licenza, narrerovvi le circostanze del mio improvviso e ancor più imprevisto ritorno. Amleto.
Ma che vuol dire? Son tornati tutti? Oppure è un trucco, e non è vero niente?
Laerte: Riconoscete la mano?
Re: Sì, è la sua scrittura. “Nudo”… E qui in un poscritto aggiunge, “Solo”. Ne capisci qualcosa?
Laerte: Non ci capisco niente, signore. Ma che venga. Il mio cuore malato si ravviva all’idea che gli potrò gridare in faccia, “Muori!”
Re: Se è così, Laerte, – ma è possibile? e se no che pensarne? – ti lascerai guidare da me?
Laerte: Sì, monsignore, purché non mi forziate a far pace.
Re: A trovare pace! Se è tornato perché si sottrae al viaggio e non vuole più andare, lo spingerò a un’impresa che ho già matura in mente, e nella quale non potrà che cadere. E nessun fiato spirerà a condannare la sua morte. Anzi sua madre stessa non sospetterà affatto il trucco, e lo chiamerà una disgrazia.
Laerte: Monsignore, mi lascio guidare, e tanto più se trovate il modo di farmi l’esecutore del tutto.
Re: Questo cade a proposito. Dopo la tua partenza, qui, si è parlato molto di te, presente Amleto, per una qualità in cui si dice che eccelli. E tutte le tue doti assieme, non l’accesero tanto d’invidia, quanto quella sola – e un’invidia, a mio giudizio, delle più basse.
Laerte: Che qualità, signore?
Re: Un fiocco sul cappello d’un giovane! – ma anch’esso non fuori posto, se alla gioventù stanno bene i vestiti allegri, trasandati, come ai più vecchi gli abiti severi e le pellicce che denotano stabilità, rigore. Due mesi fa era qui un gentiluomo normanno – io stesso ho visto i francesi, ed ho pure militato contro di loro, ed essi ci sanno proprio fare a cavallo – ma questo gagliardo pareva un mago in sella, vi metteva radici, e spingeva il cavallo a evoluzioni così stupende, che pareva fossero un corpo solo, e che avesse per metà la natura di quella nobile bestia. Superava di tanto la mia attesa, che per quanto io provi a immaginare figure e passi d’ingegno, resto ben lontano da ciò che fece.
Laerte: Normanno avete detto?
Re: Normanno.
Laerte: Per la mia vita, Lamord!
Re: Sì, proprio lui.
Laerte: Lo conosco bene. È davvero la gemma, la vera perla della nazione.
Re: Egli ti riconobbe grandi meriti, e riferì di te cose tanto lodevoli nell’arte e nella pratica del tirare di stocco, soprattutto, da esclamare che sarebbe davvero uno spettacolo opporti un avversario degno. Da loro, giurò, gli schermitori non avevano attacco né guardia né occhio al tuo confronto. Ebbene, questo giudizio invelenì moltissimo la gelosia di Amleto, e non faceva altro che augurarsi, e sperare, che tu tornassi presto per potersi subito misurare con te. Ora, su questo…
Laerte: Su questo, cosa?
Re: Laerte, ti era caro tuo padre, no? O sei solo l’immagine dipinta del lutto, un volto senza cuore?
Laerte: Perché mi chiedete questo?
Re: Non perché pensi che tu non amassi tuo padre, ma perché so che l’amore nasce dall’occasione, e i fatti provano che il tempo ne riduce il fuoco e la scintilla. Dentro la fiamma stessa dell’amore c’è come uno stoppino, e la sua cenere lo spegne; e nulla poi dura sempre alto e uguale perché la bontà, quando diventa plétora muore del proprio eccesso. Quel che vorremmo fare dovremmo farlo mentre lo vogliamo, perché questo “vogliamo” muta ed ha smorzature e rimandi, per quante sono le lingue e le mani e gli eventi, e quel “dovremmo”, allora, è come il sospiro prodigo che alleviando fa male. Veniamo al vivo dell’ulcera: Amleto è qui. Che sei pronto a fare per mostrarti, nei fatti più che nelle parole, il figlio di tuo padre?
Laerte: A tagliargli la gola in chiesa.
Re: Infatti, non dovrebbero esserci santuari per un assassino. Né confine per la vendetta. Ma buon Laerte, se sei pronto a questo, devi startene chiuso nella tua stanza. Amleto, dacché è qui, saprà che sei tornato. Gli metteremo attorno qualcuno che magnifichi la tua bravura, e passi una seconda mano di vernice sulla reputazione che t’ha dato il francese. Alla fine vi faremo incontrare, e faremo scommessa su voi due. Lui, senza sospetti, generoso com’è, e incapace di avere trucchi in testa, non controllerà le spade, sicché ti sarà facile, o con qualche rimescolata, di sceglierti la lama non spuntata, e un colpo mancino lo ricompenserà per tuo padre.
Laerte: Va bene. Anzi, per questo scopo, ungerò la mia spada. Ho comprato da un ambulante un unguento così mortale, che basta una lama appena intinta, e dove cava sangue non c’è impiastro che valga, anche se tratto da tutte le erbe che hanno una virtù sotto la luna, a salvare dalla morte chi ne è scalfito. Ungerò la mia punta con quella peste, e se appena lo tocco sarà morto.
Re: Ripensiamoci, allora, soppesiamo il tempo e i mezzi che meglio si prestano ai nostri ruoli. Se ci andasse male, e un passo falso rivelasse il piano, meglio valeva non tentarlo. Quindi il progetto dovrebbe rinforzarsi con uno di riserva, che funzioni se il primo ci salta tra le mani. Aspetta, vediamo. Faremo una scommessa solenne sul più bravo. Ci sono. Quando, in azione, avrete caldo e sete – e perciò tu attacca con più violenza – e lui chiede da bere, gli farò preparare per l’occasione un calice di cui basterà un sorso, se per caso sfuggisse alla stoccata, e il nostro affare è fatto. Aspetta, che c’è ora?
Entra la Regina.
Regina: Una sventura pesta le calcagna dell’altra, così fitte vengono. Tua sorella è annegata, Laerte.
Laerte: Annegata? Dove?
Regina: C’è un salice che cresce di sghembo sul ruscello e specchia le sue foglie canute nel fluido vetro. Con esse ella intrecciava ghirlande fantastiche di ortiche, di violacciocche, di margherite, e lunghe orchidee rosse a cui i pastori sboccati danno un nome più basso, ma le nostre fredde vergini chiamano dita di morto. Lì mentre s’arrampicava per appendere ai rami penduli i serti d’erba, un ramoscello maligno si spezzò, e giù i trofei verdi e lei stessa caddero nel ruscello querulo. Le vesti le si gonfiarono intorno, e come una sirena la sorressero un poco, che cantava brani di laudi antiche, come una che non sa quale rischio la tenga, o come una creatura nata e formata per quell’elemento. Ma non poté durare molto: le vesti pesanti ora dal bere trassero l’infelice dalle sue melodie a una morte fangosa.
Laerte: Ahimè, dunque è annegata.
Regina: Annegata, annegata.
Laerte: Povera Ofelia, hai avuto già troppa acqua e mi vieto di piangere. Ma ecco come siamo: la natura segue il suo corso, sia vergogna o meno. (Piange.) Quando queste saranno passate, in me la donna finirà. Addio, monsignore. Ho parole di fuoco che vorrebbero avvampare ma questo pianto stupido le spegne. Esce.
Re: Seguiamolo, Gertrude! Ho penato molto a calmare la sua rabbia e ora questo, temo, la risveglierà. Perciò stiamogli accanto. Escono.
La traduzione italiana in prosa di Amleto è opera di Nemi D'Agostino, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.