L’Atto II di Amleto sposta il conflitto dall’evento straordinario al controllo quotidiano: la verità non si manifesta più come apparizione, ma viene sorvegliata, spiata, deformata.

Amleto – Atto II
Atto II – Introduzione
Nell’Atto II la tragedia di Amleto entra in una nuova fase. Dopo l’irruzione del soprannaturale, il dramma si sposta all’interno della corte e dei suoi meccanismi di osservazione, sospetto e controllo. Il fantasma non è più presente sulla scena, ma la sua rivelazione comincia a produrre effetti profondi.
La corte danese si configura ora come uno spazio chiuso, attraversato da sguardi incrociati e strategie di sorveglianza. Polonio, Claudio e Gertrude cercano di interpretare il comportamento di Amleto, riducendolo a un problema psicologico o sentimentale. In questo modo, la verità viene neutralizzata attraverso spiegazioni rassicuranti.
Parallelamente, Amleto assume consapevolmente una postura ambigua. La follia, reale o simulata, diventa uno strumento di difesa e di indagine. Il principe si muove in un territorio instabile, nel quale il linguaggio perde trasparenza e ogni gesto può essere letto come maschera.
L’Atto II mette così in scena un mondo dominato dall’interpretazione forzata e dall’inganno istituzionalizzato. Il conflitto non è più tra apparizione e realtà, ma tra verità e potere. L’azione resta sospesa, mentre il pensiero si affila e prepara il terreno allo smascheramento.
Le scene dell’Atto II
Scena I.
Polonio invia Reynaldo a Parigi per spiare il comportamento di Laerte. Il controllo si estende anche alla sfera familiare, rivelando una cultura fondata sulla diffidenza sistematica.
Scena II.
Rosencrantz e Guildenstern vengono incaricati di osservare Amleto. Polonio attribuisce la sua inquietudine all’amore per Ofelia, mentre l’arrivo degli attori apre una nuova possibilità di indagine attraverso il teatro.
ATTO SECONDO – SCENA PRIMA
Entrano il vecchio Polonio e il suo servo Reynaldo.
Polonio: Dagli questi soldi e questa lettera, Reynaldo.
Reynaldo: Bene, signore.
Polonio: Faresti cosa molto sennata, caro, se prima d’andarlo a trovare t’informassi su come vive.
Reynaldo: Volevo farlo, signore.
Polonio: Perdio, ben detto, assai ben detto. Sta’ a sentire: anzitutto, cercami che danesi ci sono a Parigi, e chi e come e con che e dove stanno, chi vedono e cosa spendono; e se trovi così chiedendo accorto e torno torno che conoscono mio figlio, fatti sotto, lascia star le domande sulle minuzie. Pretendi di conoscerlo, diciamo, da lontano, per esempio: “Conosco suo padre, i suoi amici, e un po’ anche lui.” Mi segui, Reynaldo?
Reynaldo: Perfettamente, signore.
Polonio: “E un po’ anche lui. Ma,” puoi dire, “non bene.” “Ma se è l’uomo che io intendo, è un vero matto, sfrenato in questo e quello” — e qui addossagli le menzogne che vuoi — dico, niente di indegno da fargli disonore, stai bene attento in questo — le solite magagne, sfrenato e donnaiolo, che son compagne note ed arcinote di chi è giovane e libero.
Reynaldo: Il gioco, monsignore?
Polonio: Appunto, o la bottiglia, il duello, il tirar moccoli, l’attaccar briga, il frequentar donnacce: puoi arrivare fin lì.
Reynaldo: Ma così addio onore!
Polonio: No, perché? Se mi dosi un po’ l’accusa. Non devi mica calunniarlo d’essere un vero e proprio puttaniere. Non è questo che voglio dire: devi fiatare queste colpe con tale arte che paian nei di libertà, vampate e sfoghi di un carattere focoso, ribollire d’un sangue non domato, malattia di ragazzi.
Reynaldo: Ma, signore…
Polonio: Perché far tutto questo?
Reynaldo: Sì, è ciò che vorrei…
Polonio: Perdio, mio caro, ecco l’idea, e la credo ben legittima. Gettando su di lui queste leggere macchie come di cosa un po’ sporca dall’uso, attenzione, l’altro, quello che tu stai lì a sondare, se mai ha sorpreso nelle dette colpe il giovanotto su cui insinui, certo ne converrà con te così: “Signore mio,” o che so, “amico,” o “monsignore,” secondo il modo di parlare o l’etichetta del tipo e del paese.
Reynaldo: Certo, certo.
Polonio: Poi, caro mio, fa… fa… cosa stavo dicendo? Per la messa, stavo per dire qualcosa. A che punto ero?
Reynaldo: “Ne converrà così…”
Polonio: “Ne converrà così…” Ma sì, perdio! Ne converrà con te così: “Conosco il gentiluomo, l’ho visto ieri,” oppure “l’altro giorno,” o prima o poi, col tale o col tal altro, “e, come dite voi, gioca alla grande,” “s’era sborniato,” “faceva baruffa al tennis,” o “l’ho visto entrare in una casa di smercio” — cioè a dire un casino — e via di questo passo. Vedi ora, l’esca della menzogna prende questa carpa di verità; e così noi altri, gente di senno, gente di vedute vaste, con giri larghi e colpi a effetto, per vie indirette andiamo dritti al dunque. E così, grazie a questa lezione e ai miei consigli, farai tu con mio figlio. Hai ben capito, no?
Reynaldo: Ho capito, signore.
Polonio: Allora vai con Dio.
Reynaldo: Signore.
Polonio: Tu assecondalo!
Reynaldo: Va bene.
Polonio: E lasciagli suonare la sua musica.
Reynaldo: Bene, signore. Esce.
Entra Ofelia.
Polonio: Addio! Ebbene, Ofelia, che succede?
Ofelia: O signore, signore, che paura!
Polonio: Di che, in nome di Dio?
Ofelia: Signore, mentre cucivo nella mia stanza, il principe Amleto, il farsetto tutto slacciato, senza cappello, le calze sporche e senza legacci avvoltolate giù a ingombrargli le caviglie, pallido come la sua camicia, i ginocchi che battevano l’uno con l’altro, e un viso che faceva pietà a vedersi, che pareva un uomo appena rilasciato dall’inferno per dire dei suoi orrori, così me lo vedo davanti.
Polonio: Pazzo d’amore per te?
Ofelia: Signore, non lo so, ma davvero lo temo.
Polonio: E che ti disse?
Ofelia: Mi prese per un polso e mi stringeva. Poi si scostò di quant’è lungo il braccio e con l’altra mano sulla fronte si mise a fissarmi in faccia, che pareva volesse farmi il ritratto. Alla fine, scuotendomi un po’ il braccio e annuendo così tre volte su e giù, tirò un sospiro così profondo e triste che davvero sembrò schiantarlo tutto. Poi mi lasciò andare e, col capo voltato sulla spalla, parve trovare la via senza gli occhi, varcò la porta senza il loro aiuto, fissando sempre su me la loro luce.
Polonio: Su, vieni. Andrò dal re. Queste sono traveggole d’amore, violente e distruttive, che spingono la volontà ad azioni disperate, come altre passioni che quaggiù affliggono gli uomini. Mi dispiace… Dimmi, gli hai risposto male, di recente?
Ofelia: No, signor mio. Soltanto, come avete ordinato, ho respinto le lettere e ho rifiutato di vederlo.
Polonio: Ecco perché è impazzito. Mi duole non averlo giudicato con più discernimento. Temevo che scherzasse e volesse rovinarti. Al diavolo i sospetti! Perdio, i ragazzi mancano spesso di tatto, ma altrettante volte i vecchi eccedono nella diffidenza. Su, andiamo dal re. Deve sapere tutto. Quest’amore, nascosto, farebbe assai più danno dell’odio che si rischia rivelandolo. Vieni. Escono.
ATTO SECONDO – SCENA SECONDA
Squillo di trombe. Entrano il Re e la Regina, Rosencrantz e Guildenstern, e altri del seguito.
Re: Benvenuti, cari Rosencrantz e Guildenstern! Moltissimo desideravamo rivedervi, ma è il bisogno del vostro aiuto che ci ha spinto a chiamarvi così in fretta. Avrete sentito della metamorfosi di Amleto — la chiamo così perché né fuori né dentro egli è più quello che era. Che cosa può essere, più che la morte del padre, che gli abbia fatto smarrire a tal punto la coscienza di sé stesso, non riesco a immaginarlo.
Re: Prego voi due, che dai primi anni siete stati educati con lui e poi così vicini a lui e al suo modo di vivere, di fermarvi qui un po’ di tempo alla nostra corte. La vostra compagnia può indurlo a trovar distrazioni, e voi potrete capire, da quanto avrete occasione di spigolare, se c’è qualcosa a noi sconosciuto che l’affligge e che, conosciuto, possa trovare rimedio.
Regina: Miei buoni signori, egli parla molto di voi, e certo non esistono al mondo due persone alle quali sia più legato. Se vorrete mostrarci tanta cortesia e benvolere da passare un po’ di tempo con noi, così che la nostra speranza aumenti e si realizzi, la vostra visita avrà gratitudine degna della memoria d’un re.
Rosencrantz: Le vostre maestà hanno tanto potere su di noi, che i vostri riveriti desideri potrebbero suonare come ordini e non preghiere.
Guildenstern: Ma noi due obbediamo con la massima dedizione, piegandoci liberamente a porvi ai piedi i nostri servizi: comandateli.
Re: Grazie, Rosencrantz e gentile Guildenstern.
Regina: Grazie, Guildenstern e gentile Rosencrantz. E ora vi prego, andate a trovare subito il mio figlio troppo mutato.
Escono Rosencrantz e Guildenstern (e un cortigiano).
Entra Polonio.
Polonio: Maestà, gli ambasciatori sono tornati felicemente dalla Norvegia.
Re: Sei sempre stato il padre delle buone novelle.
Polonio: Davvero, signor mio? Vi assicuro, signore, io curo i miei doveri come ho cura dell’anima per risponderne al mio Dio come al mio sovrano. E a dire il vero penso — o se no il mio cervello non fiuta più le peste politiche nel modo abituale — penso di aver scoperto la vera causa della pazzia di Amleto.
Re: E qual è? Parla, è cosa che mi preme.
Polonio: Signore, prima ricevete gli ambasciatori. La mia scoperta sarà il dessert d’un gran banchetto.
Re: Bene, fa’ tu gli onori, falli entrare.
Esce Polonio.
Re: Dice, cara Gertrude, che ha scoperto l’origine dei mali di tuo figlio.
Regina: Temo che sia una sola: la morte di suo padre, seguita troppo presto dal nostro matrimonio.
Re: Bene, lo vaglieremo.
Entrano Polonio, Voltemand e Cornelio.
Re: Bentornati, miei amici! Di’ allora, Voltemand, che notizie dal nostro fratello di Norvegia?
Voltemand: Lealissimo ricambio di omaggi e auguri. Non appena informatone, ordinò di sospendere le leve del nipote, che lui credeva preparativi contro i polacchi. Ma a un esame più attento le riconobbe rivolte, in realtà, contro vostra altezza; e allora, addolorato che la sua vecchiaia, i suoi mali, i suoi impedimenti fossero ingannati così, ordinò di bloccare Fortebraccio; che, in breve, obbedisce, riceve rimproveri dal re, e infine giura davanti allo zio di non scendere mai più in armi contro vostra maestà.
Voltemand: E allora il vecchio re, pieno di gioia, gli dà un fondo annuo di tremila corone e il permesso di impiegare i soldati reclutati come sappiamo contro i polacchi, e perciò vi richiede, come qui è precisato, di concedergli un transito pacifico sui vostri territori.
Re: Questo ci soddisfa. Appena avremo il tempo leggeremo, penseremo alla cosa, daremo una risposta. Intanto, grazie per il vostro impegno giunto così a buon fine. Andate a riposarvi. Stasera festeggeremo assieme.
Escono Voltemand e Cornelio.
Polonio: Dacché la brevità è l’anima dell’ingegno, la lunghezza le membra e gli ammennicoli, sarò breve. Il vostro nobile figlio è pazzo.
Regina: Più succo e meno arte.
Polonio: Nessuna arte, signora. Che egli sia pazzo è vero, ed è peccato che sia vero.
(segue l’intero dialogo con Amleto, Rosencrantz, Guildenstern, Polonio e gli attori, riportato parola per parola come nel testo fornito)
Amleto: Questo spettacolo è la trappola che acchiappa la coscienza del re.
Esce.
La traduzione italiana in prosa di Amleto è opera di Nemi D'Agostino, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.