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Amleto – Atto III

L’Atto III rappresenta il punto di massima tensione dell’opera: il conflitto interiore di Amleto si traduce in azione, mentre la verità viene messa alla prova attraverso la finzione teatrale. Pensiero, colpa e potere entrano in collisione, e nulla, da questo momento, potrà più tornare com’era.

Amleto contempla il teschio, simbolo della morte e della caducità.

Amleto – Atto III

Atto III – Introduzione

Nell’Atto III Amleto raggiunge il suo punto di massima concentrazione drammatica.
Il conflitto interiore del protagonista, finora trattenuto tra pensiero e attesa, si espone finalmente al rischio dell’azione. Tuttavia, l’azione non si manifesta ancora come vendetta diretta, ma come strategia, come prova, come messa in scena della verità.

Il celebre monologo sull’essere e il non essere colloca il dramma su un piano universale: la questione non è più soltanto la colpa di Claudio, ma il valore stesso dell’esistenza, della scelta e della responsabilità. Amleto non è paralizzato dall’indecisione, bensì dalla lucidità con cui misura le conseguenze di ogni atto.

Parallelamente, la corte danese si trasforma in uno spazio di sorveglianza e di inganno. Claudio osserva, spia, trama; Polonio manipola; Ofelia viene sacrificata come strumento di controllo. In questo clima di sospetto, l’intimità diventa impossibile e ogni parola può essere un’arma.

Il teatro nel teatro costituisce il centro simbolico dell’atto. Attraverso la rappresentazione, Amleto costringe la colpa a manifestarsi, affidando alla finzione il compito di rivelare ciò che la realtà nasconde. È in questo gesto che il pensiero si fa azione e la verità inizia a produrre conseguenze irreversibili.

L’Atto III segna così il punto di non ritorno della tragedia: la conoscenza è ormai acquisita, ma il prezzo dell’agire diventa sempre più alto. Da questo momento in poi, ogni scelta condurrà inevitabilmente alla catastrofe.

Le scene dell’Atto III

Scena I.
La corte prepara un confronto controllato tra Amleto e Ofelia. Il celebre monologo sull’essere e sul non essere mette a nudo il conflitto interiore del protagonista.

Scena II.
La rappresentazione teatrale smaschera la colpa di Claudio. La reazione del re conferma i sospetti di Amleto.

Scena III.
Claudio tenta di pregare, ma è incapace di pentimento. Amleto rinvia l’uccisione, scegliendo il momento sbagliato.

Scena IV.
Il confronto tra Amleto e Gertrude culmina nell’uccisione di Polonio. Il fantasma ricompare per richiamare il figlio alla sua missione.

ATTO TERZO – SCENA PRIMA

Entrano il Re, la Regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz e Guildenstern.

RE: E non potreste voi due, con qualche artifizio, fargli dire perché si dà queste arie stravolte e raschia via la pace dai suoi giorni con questa stramberia torbida e pericolosa?

ROSENCRANTZ: Che abbia confuso il cervello, questo lo riconosce. Ma non vuol dire assolutamente per quale causa.

GUILDENSTERN: E neanche è disposto a farsi sondare. Anzi, quando proviamo a fargli dire qualcosa sul suo vero stato, prende subito il largo con l’astuzia della pazzia.

REGINA: Vi ha fatto buona accoglienza?

ROSENCRANTZ: Da vero signore.

GUILDENSTERN: Ma forzando molto l’umore del momento.

ROSENCRANTZ: Avaro di domande, molto prolisso nel rispondere alle nostre.

REGINA: E avete cercato di spingerlo a distrarsi?

ROSENCRANTZ: Signora, ci è capitato di superare per strada certi attori. Glielo abbiamo detto e ci è parso che la notizia gli desse un qualche piacere. Ora sono qui, a corte, e hanno l’ordine, credo, di recitare per lui stasera.

POLONIO: Verissimo. Anzi, mi ha pregato di invitare le vostre maestà a udire e vedere lo spettacolo.

RE: Molto volentieri. E sono ben lieto di sentire che ha questi interessi. Miei buoni amici, spronatelo ancora, orientatelo verso queste distrazioni.

ROSENCRANTZ: Lo faremo, signore.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

RE: Cara Gertrude, lasciaci anche tu: abbiamo fatto in modo da attirare qui Amleto, per fargli incontrare Ofelia come per caso. Suo padre ed io faremo da legittime spie. Piazzati per vedere senza esser visti giudicheremo obiettivamente l’incontro e dal suo comportamento dedurremo se è pena d’amore o altro che l’affligge.

REGINA: Vi obbedisco. E per te, Ofelia, vorrei davvero che le tue buone grazie siano la causa felice di questo disordine di Amleto. Così potrò sperare che le tue virtù lo restituiscano a se stesso per l’onore di entrambi.

OFELIA: Anch’io lo spero, signora.

La Regina esce.

POLONIO: Ofelia, passeggia qui. Vostra Grazia, se volete, nascondiamoci. Leggi questo libro. L’apparenza della devozione renderà naturale la solitudine. Spesso, lo sappiamo benissimo, siamo riprovevoli in questo: una faccia devota, qualche posa da gabbasanti, e il diavolo stesso è inzuccherato.

RE: (a parte) Ah, com’è vero! Che sferzata queste parole per la mia coscienza. La faccia della puttana sotto i suoi impiastri rispetto ai colori che l’abbelliscono non è più orrida delle mie azioni rispetto alle mie parole false. Oh quanto mi pesa!

POLONIO: Monsignore, eccolo, nascondiamoci.

Escono il Re e Polonio.

Entra Amleto.

AMLETO: Essere, o non essere, è questo che mi chiedo: se è più grande l’animo che sopporta i colpi di fionda e i dardi della fortuna insensata, o quello che si arma contro un mare di guai e opponendosi li annienta. Morire… dormire, null’altro. E con quel sonno mettere fine allo strazio del cuore e ai mille traumi che la carne eredita: è un consummatum da invocare a mani giunte.

Morire, dormire — dormire, sognare forse — ah, qui è l’incaglio: perché nel sonno della morte quali sogni possano venire, quando ci siamo districati da questo groviglio funesto, è la domanda che ci ferma, ed è questo il dubbio che dà una vita così lunga alla nostra sciagura.

Perché chi sopporterebbe le frustate e le ingiurie del tempo, il torto dell’oppressore, l’oltraggio del superbo, le angosce dell’amore disprezzato, le lentezze della legge, l’insolenza delle autorità e le umiliazioni che il merito paziente riceve dagli indegni, quando da sé potrebbe darsi quietanza con un semplice colpo di punta?

Chi accetterebbe di accollarsi quelle some e grugnire e sudare sotto il peso della vita, se non fosse il terrore di qualcosa dopo la morte, la terra sconosciuta da dove non torna mai nessuno, a paralizzarci la volontà e farci preferire i mali che abbiamo ad altri di cui non sappiamo niente?

Così la coscienza ci rende codardi, tutti, e così il colore naturale della risolutezza s’illividisce all’ombra pallida del pensiero, e imprese di gran rilievo e momento per questo si sviano dal loro corso e perdono il nome di azioni. Basta ora.

La bella Ofelia! Ninfa, nelle tue preghiere ricorda tutti i miei peccati.

Ofelia: Mio buon signore, com’è stata vostra altezza in tutti questi giorni?

Amleto: Vi ringrazio umilmente, bene.

Ofelia: Monsignore, ho dei vostri ricordi che da parecchio desideravo restituirvi. Vi prego, ora, di riprenderli.

Amleto: Io? No, no. Non vi ho mai dato niente.

Ofelia: Sì, mio onorato signore, lo sapete benissimo, e con essi m’avete dato parole formate di sospiri così dolci che li rendevano più preziosi. Ma il profumo è andato, dunque riprendeteveli. Per un animo nobile i doni più ricchi perdono tutto il loro valore se i donatori non gli sono più amici. Eccoli, monsignore.

Amleto: Ah, ah! Siete onesta?

Ofelia: Ma signore!

Amleto: Siete bella?

Ofelia: Che vuol dire vossignoria?

Amleto: Che se siete onesta e bella, la vostra onestà non dovrebbe accettar discorso con la vostra bellezza.

Ofelia: La bellezza, monsignore, potrebbe mai trovare miglior compagna dell’onestà?

Amleto: Sì davvero, perché la potenza della bellezza trasformerà l’onestà in ruffiana, assai prima che la forza dell’onestà possa farsi assomigliare dall’altra. Questo era un paradosso, una volta, ma ora i tempi han dimostrato che è vero. Vi ho amato una volta.

Ofelia: Sì, monsignore, me lo avete fatto credere.

Amleto: Non avreste dovuto. Innesta pure la virtù sul nostro vecchio ceppo, ci trovi sempre il vecchio succo. Non vi ho mai amata.

Ofelia: Tanto più fui ingannata.

Amleto: Vattene in un convento, va’. O vuoi mettere al mondo dei peccatori? Io stesso sono onesto, più o meno, eppure potrei accusarmi di tali cose, che era meglio mia madre non m’avesse concepito. Son pieno di superbia, vendicativo, ambizioso, con più peccati pronti ai miei ordini che pensieri in cui metterli, fantasia per plasmarli o tempo per tradurli in atto. Gente come me che striscia fra terra e cielo, che sta a farci al mondo? Siamo dei furfanti matricolati, tutti, non fidarti di nessuno. Va’ a chiuderti in un convento. Dov’è tuo padre?

Ofelia: A casa, monsignore.

Amleto: Chiudetevelo a chiave, che faccia il buffone solo in casa propria. Addio.

Ofelia: O cieli pietosi aiutatelo.

Amleto: Se ti sposi ti darò per dote questo malanno: puoi essere casta come il ghiaccio, pura come la neve, non sfuggirai alla calunnia. Vattene in un convento, addio. O se vuoi sposarti a ogni costo prenditi un imbecille, le persone intelligenti sanno benissimo che mostri fate di loro. In un convento, va’ – e presto anche. Addio.

Ofelia: Potenze divine guaritelo!

Amleto: Ho anche sentito dei vostri trucchi, fin troppo. Dio v’ha dato una faccia e voi ve ne fate un’altra. Ancheggiate, ondeggiate, e scilinguate, affibbiate nomignoli alle creature di Dio e fate passare per candore la vostra impudicizia. Va’ via, ho chiuso con tutto questo, m’ha fatto diventare pazzo. Dico che non avremo più matrimoni. Quelli che son già sposati tutti tranne uno – vivranno, gli altri resteranno come sono. Va’ in convento, va’. Esce.

Ofelia: O che nobile mente è qui distrutta!
Occhio, lingua, spada d’un principe, di uno studioso, di un soldato, la rosa e la speranza d’uno stato felice, lo specchio della moda, il modello del gusto, l’idolo d’ogni suddito, finito, proprio finito!
Ed io, la più infelice e sventurata delle donne, che bevvi il miele delle sue dolci promesse, ora sento quella mente nobile e sovrana che stride e stona come una campana sbattuta, e vedo quel giovane fiorente, senza pari, bruciato dalla pazzia. O misera me che ho visto ciò che ho visto, vedo ciò che vedo.

Entrano il Re e Polonio.

Re: Amore? No, il suo animo non muove in quella direzione, e ciò che ha detto, sebbene un po’ sconnesso, non somiglia affatto alla pazzia. Ha qualcosa dentro, che la sua malinconia sta covando, e quando sarà maturo e schiuso, ho paura che ne nascerà un pericolo. Per prevenirlo ho preso rapidamente questa decisione: partirà subito per l’Inghilterra per reclamarvi i nostri tributi arretrati. E forse i mari, i paesi diversi, la varietà delle cose espelleranno dal suo cuore questo deposito oscuro su cui il cervello batte continuamente e che l’ha tanto mutato. Tu che ne pensi?

Polonio: L’idea è buona. Però io credo sempre che la causa e l’inizio del risentimento sia l’amore respinto. Ah eccoti, Ofelia. Non occorre che ci ripeta ciò che ha detto, abbiamo sentito tutto. Monsignore, fate come vi piace, ma, se lo credete opportuno, dopo la recita lasciate che la regina sua madre da sola lo preghi di dirle perché soffre e gli parli chiaro, e io, se volete, farò da orecchio per tutta la conversazione. Se lei non ne cava nulla mandatelo in Inghilterra, o confinatelo dove la vostra saggezza crede meglio.

Re: Faremo così. La pazzia dei grandi non può non essere sorvegliata. Escono

ATTO TERZO – SCENA SECONDA

Entrano Amleto e tre degli attori.

Amleto: Ti prego, recita la battuta come te l’ho detta io, agile sulla lingua. Se ti sgoli come fanno molti dei nostri attori, tanto valeva dare i versi al banditore. E non trinciare l’aria con la mano, così, ma in tutto abbi misura; perché nel torrente, nella tempesta, e per così dire nell’uragano stesso della passione, devi raggiungere e far sentire una moderazione che la renda soave. Ah, mi disturba fin nel profondo dell’anima sentire un energumeno imparruccato che ti sbrana una passione, la riduce in cenci, per rintronare la platea, la quale per lo più non apprezza che mimi insensati e fracasso. Un tipo così lo farei frustare perché vuol esser più Orco d’un Orco, più Erode di Erode. Ti prego, évitalo.

I Attore: Vostro Onore ci conti.

Amleto: Ma non essere nemmeno troppo controllato, lasciati guidare dal tuo stesso giudizio. Accorda l’azione alla parola, la parola all’azione, con questa particolare avvertenza, di non andare mai oltre la moderazione della natura. Perché ogni eccesso in questo è lontano dallo scopo del teatro, il cui fine, agli inizi come ora, è stato sempre ed è di porgere, diciamo, uno specchio alla natura; di mostrare alla virtù il suo volto, al vizio la sua immagine, e all’epoca stessa, alla sostanza del tempo, la loro forma e impronta.

Ora, se questo si esaspera o s’infiacchisce, farà forse ridere gli incompetenti, ma non può che attristare gli esperti, il cui giudizio deve avere più peso nella vostra considerazione di un intero teatro di quegli altri. Oh, ci sono attori che ho visto recitare – e che ho udito altri lodare e molto – che Dio mi perdoni non avevano accento di cristiani né portamento di cristiani e neanche di pagani o di uomini; parevano pavoni e buoi, a tal punto che ho pensato: forse la natura li ha dati da fare a qualche suo manovale e non gli son venuti bene, tanto abominevole era la loro imitazione dell’umano.

I Attore: Io spero che ciò lo si sia corretto abbastanza.

Amleto: No, correggetelo tutto! E quelli che fan le parti del clown, badate che non dicano più di quanto è scritto per loro – ce n’è che si mettono a ridere per far ridere qualche pugno di spettatori idioti, e proprio quando si dovrebbe prestare attenzione a qualche punto essenziale del dramma. Il che è da furfanti e mostra una ben pietosa ambizione nello sciocco che lo fa. Su, andate, preparatevi.

Escono gli attori.

Entrano Polonio, Rosencrantz e Guildenstern.

Amleto: Allora, signor mio, verrà il re a sentire quest’opera d’arte?

Polonio: E anche la Regina, e subito.

Amleto: Dite agli attori di sbrigarsi.

Esce Polonio.

Amleto: Volete, anche voi due, dare una mano a far presto?

Rosencrantz: Certo, monsignore.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

Amleto: Oh, Orazio!

Entra Orazio.

Orazio: Ai vostri ordini, monsignore.

Amleto: Orazio, tu sei davvero l’uomo più giusto con cui abbia avuto a che fare.

Orazio: Via, monsignore.

Amleto: No, non pensare che voglia adularti. Che vantaggi vuoi che speri da te che non hai altra rendita per nutrirti e vestirti tranne il buonumore? Perché adulare i poveri? No, la lingua zuccherata lecchi lo sfarzo assurdo e pieghi le giunture docili dei ginocchi là dove piaggeria è profitto.

Ascoltami: da quando la mia anima è stata padrona delle sue scelte e ha saputo distinguere tra gli uomini con giudizio, ti ha aggiudicato a sé; perché tu sei stato come chi, di tutto soffrendo, nulla soffre, un uomo che gli schiaffi e i favori della Fortuna li ha presi con grazia uguale; e beati coloro in cui sangue e senno sono così ben commisti da non farli pifferi che le dita della Fortuna suonino alla nota che le piace. Datemi un uomo che non è schiavo della passione, ed io lo terrò in fondo al cuore, sì, nel cuore del cuore, come faccio con te. Ma di questo basta.

Stasera si recita in presenza del re: una scena del dramma s’avvicina ai fatti che t’ho detto sulla morte di mio padre. Ti prego, quando vedi cominciare quell’episodio, con tutto l’acume della tua anima osserva mio zio. Se la sua colpa nascosta non si stana da sé a una precisa battuta, allora lo spirito che abbiamo visto è malefico e le mie fantasie sono sordide come la forgia di Vulcano. Scrutalo con attenzione; perché io inchioderò gli occhi al suo viso, e dopo confronteremo le impressioni e giudicheremo il suo comportamento.

Orazio: Bene, monsignore. Se durante la recita mi ruba qualcosa e io non lo scopro, pagherò il furto.

Entrano trombettieri e timpanisti e suonano alcune battute.

Amleto: Arrivano. Debbo fare l’idiota. Trovati un posto.

Entrano il Re, la Regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz, Guildenstern e altri signori del seguito, con le guardie del re che portano delle torce.

Re: Come vive il nostro nipote Amleto?

Amleto: Magnificamente! Del cibo del camaleonte. Mangio l’aria farcita di promesse. Non è cibo adatto a ingrassar capponi.

Re: Questa non è risposta per me, Amleto. Di queste tue parole non so che farne.

Amleto: E neanch’io.

(A Polonio.)

Amleto: Monsignore, avete recitato all’università, avete detto?

Polonio: Sicuro, signor mio, e fui reputato un buon attore.

Amleto: Che parte avete recitato?

Polonio: Fui Giulio Cesare. Venni ucciso in Campidoglio. Bruto mi uccise.

Amleto: Che azione brutale, uccidere un simile capodoglio. Sono pronti gli attori?

Rosencrantz: Sissignore, aspettano un vostro cenno per cominciare.

Regina: Vieni qui, Amleto, siedi vicino a me.

Amleto: No, cara madre, qui c’è un metallo più attraente.

(Si volta verso Ofelia.)

Polonio: (a parte al Re) Oh oh! Avete sentito?

Amleto: (si sdraia ai piedi di Ofelia) Signora, posso starvi in grembo?

Ofelia: No, monsignore.

Amleto: Voglio dire, con la testa sul grembo?

Ofelia: Sì, monsignore.

Amleto: Pensate alludessi a cose meno edificanti?

Ofelia: Non penso a niente, monsignore.

Amleto: Niente? È un bel pensiero da mettere fra le gambe alle ragazze.

Ofelia: Che pensiero, monsignore?

Amleto: Niente.

Ofelia: Siete allegro, monsignore.

Amleto: Chi, io?

Ofelia: Sì, monsignore.

Amleto: O per Dio, re dei mattacchioni! E che può fare un uomo se non essere allegro? Guardate che aria allegra ha mia madre, e mio padre non è morto da due ore.

Ofelia: No, son due volte due mesi, monsignore.

Amleto: Già tanto? Ma allora al diavolo il lutto, mi vestirò di zibellino. O Dio, morto da due mesi e non ancora dimenticato! Allora c’è speranza che la memoria d’un grand’uomo gli sopravviva un semestre. Ma per la Madonna, in tal caso dovrà costruirne di chiese, altrimenti andrà al dimenticatoio come il cavallin di maggio col suo epitaffio: “Ma oh, ma uh, chi se ne ricorda più?”

Suonano le trombe. Comincia la pantomima.

Entrano un re e una regina. Lei abbraccia lui e lui lei. Lei s’inginocchia e gli fa proteste d’amore. Lui la solleva e china il capo sulla spalla di lei. Poi si stende su una sponda fiorita. Vedendolo dormire, lei lo lascia. Subito entra un altro, gli toglie la corona, la bacia, versa un veleno nell’orecchio al dormiente ed esce. La regina torna, trova il re morto, fa gesti disperati. Torna l’avvelenatore con tre o quattro figuri; mostrano di condolersi con lei. Il morto è portato via. L’avvelenatore corteggia la regina con doni. Lei sembra scontrosa per un po’, ma infine accetta il suo amore. Escono.

Ofelia: Che vuol dire, monsignore?

Amleto: Oh diamine, mal serpìno. Vuol dire malefizio.

Ofelia: Il mimo spiega l’intreccio del dramma?

Entra il Prologo.

Amleto: Ce lo dirà lui. Gli attori non hanno segreti, dicono sempre tutto.

Ofelia: Ci dirà che senso aveva quella scena?

Amleto: Certo, o qualsiasi altra scena che vorrete mostrargli. Non abbiate ritegno a mostrare, e lui non avrà ritegno a dirvi di che si tratta.

Ofelia: Siete cattivo, cattivo. Guarderò gli attori.

Prologo:

Per noi e la tragedia
dalla vostra clemenza
invochiamo pazienza.

Esce.

Amleto: Ma cos’è, un prologo o il motto d’un anello?

Ofelia: È breve, monsignore.

Amleto: Come l’amore delle donne.

Entrano il Re e la Regina (del dramma).

Attore Re:

Ben trenta volte il carro di Febo è andato attorno
al sale di Nettuno e al fermo globo, il Mondo,
e trenta volte dodici lune, luci d’accatto,
dodici volte trenta giri del mondo han fatto
dacché ci strinse assieme i cuori Amore, e Imene
con santissimi vincoli ci unì le mani assieme.

Attore Regina:

E tanti viaggi possano ancora e Luna e Sole
farci contare prima che finisca l’amore.
Ma ultimamente, ahimè, voi siete triste, e tanto
stanco, e dallo stato di prima sì lontano
che per voi tremo. Eppure, sebbene per voi tremi,
questo non deve, o mio signore, darvi pena,
ché in noi paura e amore sono sì rapportati
che entrambi o non ci sono, o sono esagerati.
Ch’io v’ami lo sapete per prova, ed a misura
di questo amore grande, grande è la mia paura.
Ama forte, e ogni lieve sospetto è già timore,
e dove questo cresce, lì cresce un grande amore.

Attore Re:

In verità io devo lasciarti, amore, e presto:
delle forze vitali in me il ritmo s’arresta,
e tu vivrai, me morto, in questo mondo bello,
amata e onorata; e un altro non indegno,
forse, come tuo sposo…

Attore Regina:

Oh, all’inferno il resto!
Un altro amore in me sarebbe tradimento.
Che io sia maledetta se mi sposo di nuovo!
Solo chi ha ucciso il primo, si trova un altro sposo.

Amleto: (a parte) Questo è assenzio!

Attore Regina:

Le ragioni che portano a un secondo consorte
sono di basso calcolo, mai nessuna è d’amore.
Ucciderei di nuovo il mio marito morto
se ne bacio un secondo e a letto lo sopporto.

Attore Re:

Io ti credo sincera in ciò che dici adesso;
ma ciò che decidiamo, noi lo cambiamo spesso.
Un’intenzione è solo serva della memoria,
nasce assai vigorosa, ma di sostanza è povera,
è come i frutti acerbi che stan saldi sul ramo
ma senza scosse, appena sono maturi, cadono.
È davvero fatale che noi dimentichiamo
di pagare a noi stessi quello che ci dobbiamo.
Ciò che ci proponiamo in preda alla passione,
la passione finita, perde la sua intenzione.

Hanno tanta violenza la gioia ed il dolore
che essa li distrugge con la loro attuazione.
Più la gioia si sfrena, più il dolor si lamenta,
e dolor ride e gioia piange per un niente.
Questo mondo non dura per sempre, e non è strano
che, se cambia la sorte, anche gli amori cambiano,
perché è domanda a cui non c’è risposta alcuna
se chi guida è l’amore oppure la fortuna.

Se il grande cade, fugge il favorito;
il povero diventa ricco, e si fa amico
il nemico, e fin qui amor segue fortuna:
chi non è nel bisogno non avrà mai penuria
d’amici, e chi in angustia prova un suo falso amico
immediatamente lo matura in nemico.

Ma, a finire con ordine lì dove ho cominciato,
desideri e destini vanno in senso contrario
tanto, che i nostri calcoli son sempre rovesciati:
nostri sono i progetti, ma non i risultati.
Così ora tu pensi che non avrai altro sposo,
ma, morto il primo, forse muore anche il tuo proposito.

Attore Regina:

Che non mi dia più cibo la terra, il cielo luce,
neghi il giorno la gioia e la notte la pace,
la fede e la speranza siano disperazione,
la mia vita sia quella d’un romìto in prigione,
e ogni contrasto che la gioia sbianca
urti e distrugga ciò che più mi manca,
e qui e dopo eterna discordia mi sia data
se, una volta vedova, sarò mai maritata.

Amleto: E se ora manda tutto per aria?

Attore Re:

Un forte giuramento! Cara, lasciami un poco.
I sensi mi s’intòrpidano, e col sonno
vorrei ingannare il giorno tedioso.

Attore Regina:

La tua mente
culli il sonno, e fra noi ogni male sia assente.

Esce. Il re dorme.

Amleto: Signora, come vi pare questo dramma?

Regina: Direi che la dama fa troppi giuramenti.

Amleto: Oh, ma terrà la parola.

Re: Conosci il soggetto? Non c’è niente che offenda?

Amleto: No, no, fanno solo per finta – avvelenano per finta. Nessuna offesa al mondo.

Re: Come si chiama il dramma?

Amleto: La trappola per topi. E che tropo, per la Madonna! Il dramma riproduce un omicidio compiuto a Vienna: Gonzago è il nome del duca, sua moglie è Baptista. Lo vedrete subito.

Entra Luciano.

Amleto: Questo qui è un certo Luciano, nipote del re.

Ofelia: Monsignore, siete bravissimo a far da coro.

Amleto: Potrei spiegare quel che succede tra voi e il vostro amante, se avessi sott’occhio i pupi che si trastullano.

Ofelia: Siete pungente, monsignore, siete pungente.

Amleto: Vi costerebbe un gemito smussarmi la punta.

Ofelia: Ancora meglio e peggio.

Amleto: Per il meglio e il peggio, dite così nel malmaritarvi. Su, attacca assassino.

Luciano:

Neri intenti, mani abili, droghe adeguate, acconcio
momento, ora propizia quando nessuno è attorno,
tu fetida mistura d’erbe raccolte a mezza notte
e dal male d’Ecate tre volte unte ed infette,
la tua magia spontanea, la tua atroce virtute
usurpano di colpo ogni vital salute.

Versa il veleno nell’orecchio al dormiente.

Amleto: L’avvelena in giardino per il suo regno. Il suo nome è Gonzago. È una storia d’oggi, scritta in italiano sceltissimo. Ora vedrete come l’assassino si becca la moglie dell’altro.

Ofelia: Il re si alza.

Amleto: Come, spaventato da un colpo a salve?

Regina: State male, mio signore?

Polonio: Interrompete la recita!

Re: Fàtemi luce. Andiamo.

Polonio: Luce, luce, luce!

Escono tutti tranne Amleto e Orazio.

Amleto:

Beh! Pianga il cervo preso
e scherzi quello illeso;
Io non dormo, lui sì,
il mondo va così!

Non basterebbe questo risultato, mio caro, se il resto delle mie fortune mi tradisce, con una foresta di piume e due rosette di Provenza sulle scarpine a spacco, a farmi avere una quota in una muta di attori?

Orazio: Una mezza quota.

Amleto: No, una intera, te lo dico io.

Perché tu sai, Damone caro,
che dal regno han cacciato
Giove stesso, e qui adesso
regna un vero… villano!

Orazio: Si poteva far rima.

Amleto: O buon Orazio, punto mille sterline sulla parola del fantasma. Hai visto?

Orazio: Benissimo, monsignore.

Amleto: Alla battuta del veleno?

Orazio: Non m’è sfuggito niente.

Amleto: Ah, ah! Su, un po’ di musica! Avanti, i flauti!

Ché se il re la commedia non ama,
chiaro è che non l’ama, perdiana.

Un po’ di musica, forza!

Entrano Rosencrantz e Guildenstern.

Guildenstern: Mio buon signore, concedetemi una parola.

Amleto: Un discorso intero, signore.

Guildenstern: Il re, signore…

Amleto: Ma certo, il re che cosa?

Guildenstern: È nelle sue stanze, del tutto fuori di sé.

Amleto: Per il vino, signore?

Guildenstern: No, monsignore, per la collera.

Amleto: Dimostrereste molto più senno a parlarne al medico, perché, se fossi io a ordinargli una purga, gli farei venire ancora più collera.

Guildenstern: Monsignore, date del senso alle vostre parole, non deviate da ciò che vi dico in modo così balzano.

Amleto: Sono ammansito, signore. Pronunciatevi.

Guildenstern: Mi manda da voi la regina vostra madre, con l’animo affranto.

Amleto: Siete il benvenuto.

Guildenstern: Nossignore, no, questa cortesia non è di buona lega. Se vi degnate di darmi risposte sensate eseguirò l’ordine di vostra madre. Altrimenti, col vostro permesso, mi ritiro, e qui finisce il mio compito.

Amleto: Signore, non posso.

Rosencrantz: Che cosa, monsignore?

Amleto: Darvi risposte sensate. È la mia testa che non va. Comunque, le risposte che potrò darvi saranno ai vostri ordini – anzi, come dite voi, agli ordini di mia madre. Basta perciò, veniamo al punto. Mia madre, dicevate…

Rosencrantz: Dunque, lei dice così: la vostra condotta l’ha lasciata sbalordita e perplessa.

Amleto: O figlio ammirevole, che tanto sai sbalordire tua madre! Ma non c’è un seguito alle calcagna di questo stupore materno? Dite pure.

Rosencrantz: Ella desidera parlarvi nelle sue stanze prima che andiate a letto.

Amleto: Obbediremo, fosse dieci volte nostra madre. Avete altro da sbrigare con noi?

Rosencrantz: Monsignore, mi volevate bene una volta.

Amleto: E ve ne voglio ancora, per queste mani ladre e borsaiole.

Rosencrantz: Signor mio, cos’è che vi angustia? Sbarrate la porta in faccia alla vostra guarigione, se nascondete i dolori a un amico.

Amleto: Amico mio, è che non ho prospettive.

Rosencrantz: Ma come, se il re stesso s’impegna a farvi succedere al trono!

Amleto: Sì, è vero, ma mentre l’erba cresce… il proverbio è alquanto ammuffito.

Entrano gli attori coi flauti.

Amleto: Ah, i flauti. Datemene uno. – In confidenza, perché cercate sempre di cogliermi da sopravvento, come per spingermi in qualche rete?

Guildenstern: Oh, monsignore! Se il dovere mi fa importuno, il mio affetto supera ogni misura.

Amleto: Questa non la capisco bene. Vorreste suonare questo flauto?

Guildenstern: Non so farlo, monsignore.

Amleto: Ve ne prego.

Guildenstern: Credetemi, non ne sono capace.

Amleto: Ve ne scongiuro.

Guildenstern: Non saprei dove metter le dita, monsignore.

Amleto: È facile come mentire. Controllate questi fori con dita e pollice, date fiato con la bocca, e lui parlerà in musica con grande eloquenza. Ecco qui le chiavi.

Guildenstern: Ma non saprei cavarne nessuna armonia. Non conosco l’arte.

Amleto: Ma allora lo vedete, che cosa indegna fate di me. Vorreste suonarmi, vorreste dare a intendere che conoscete i miei tasti, vorreste svellere il cuore del mio mistero e farmi cantare dalla nota più bassa fino in cima al mio registro. C’è tanta musica, c’è una voce eccellente in questo piccolo strumento, eppure non sapete farlo parlare. Sanguediddio, mi credete più facile a suonarsi d’un piffero?

Amleto: Prendetemi pure per lo strumento che preferite: per quanto stiate a grattarmi, non potrete farmi cantare.

Entra Polonio.

Polonio: Dio benedica vossignoria.

Amleto: Monsignore, la regina vuol parlarvi, e subito.

Polonio: Vedete quella nuvola che sembra quasi un cammello?

Amleto: Per la santa messa è così… un cammello.

Polonio: O forse una donnola.

Amleto: Infatti la schiena è di donnola.

Polonio: O una balena.

Amleto: Una balena, tale e quale.

Amleto: Beh, andrò subito da mia madre. (A parte) Mi trattano da pazzo al punto che ne scoppio. — Sarò da lei subito.

Polonio: Le dirò così.

Amleto: «Subito» è subito detto. Lasciatemi, amici.

Escono tutti tranne Amleto.

Amleto: È l’ora più malefica della notte. I cimiteri sbadigliano, e l’inferno àlita il suo contagio sul mondo. Ora potrei bere sangue ancora caldo, e fare cose che il giorno tremerebbe a vedere. Calma: da mia madre. Cuore, non perdere la tua natura. L’anima di Nerone non entrerà in questo petto. Sarò crudele, non snaturato. Non avrò altri pugnali che le parole. E la mia lingua e la mia anima saranno ipocrite: se in qualche modo la colpirò a parole, tu anima non sigillarle con l’azione. Esce.

ATTO TERZO – SCENA TERZA

Entrano il Re, Rosencrantz e Guildenstern.

Re: Non mi piace affatto, e non è prudente per noi lasciare in libertà la sua follia. Perciò, siate pronti.

Preparerò subito le vostre credenziali ed egli andrà con voi in Inghilterra.

La nostra sicurezza non può tollerare il pericolo così vicino che d’ora in ora gli matura nel cervello.

Guildenstern: Ci prepareremo subito.

È scrupolo sacrosanto pensare alla sicurezza di quei tanti e tanti individui cui Vostra Maestà dà vita e nutrimento.

Rosencrantz: Ogni singolo vivente ha il dovere di proteggersi dalle offese con ogni forza e arma dello spirito.

Tanto più colui dal cui benessere dipendono le vite di tanti. La maestà non muore sola, ma attira a sé come un gorgo ciò che gli è vicino. O è come una ruota massiccia fissa in cima al monte più alto che sui raggi enormi ha infitte e incollate diecimila cose di minor conto, e quando essa cade, ogni piccolo annesso, ogni trascurabile derivato, accompagnano la sua fragorosa rovina. Mai da sé, senza un lamento di tutti, sospirò un re.

Re: Vi prego, disponetevi a questo rapido viaggio.

Metteremo dei ceppi a questa paura che va troppo libera.

Rosencrantz: Saremo subito pronti.

Escono Rosencrantz e Guildenstern.

Entra Polonio.

Polonio: Mio signore, sta andando da sua madre.

Dietro l’arazzo starò ben nascosto a sentire che dicono.

Lo sgriderà a dovere, ci scommetto, e come avete detto – e saggiamente – è bene che qualcuno oltre la madre, parziale per natura, porga l’orecchio in aggiunta. Mio sovrano, addio.

Verrò da voi prima che andiate a letto per dirvi ciò che so.

Re: Grazie, signore caro.

Esce Polonio.

Re: Ah, il mio delitto è fetido e impesta il cielo. Ha addosso la più antica maledizione il fratricidio. Pregare non posso anche se lo desidero e lo voglio, lo voglio fortemente ma la colpa è più forte, e come uno costretto a fare due cose resto incerto su dove incominciare e non comincio affatto.

Ma questa mano dannata fosse anche più grossa di com’è per il sangue di mio fratello non c’è pioggia abbastanza lassù nei cieli pietosi per renderla di neve? A che serve la grazia se non ad affrontare di faccia il delitto? E non c’è una doppia virtù nella preghiera, di trattenerci dalla caduta, o caduti di farci perdonare?

La mia colpa è lontana… Ah, ma quale preghiera formulerò? “Perdona il mio turpe assassinio”? No certo, perché ancora posseggo i frutti dell’assassinio – la mia corona, la mia ambizione, la mia regina. Si può essere perdonati e tenersi il delitto?

Quaggiù, in questo mondo corrotto, la mano d’oro della colpa può allontanare la giustizia, e spesso il frutto stesso del male compra la legge. Ma lassù non è così: lì non c’è imbroglio, lì l’azione appare nella sua vera natura, e noi stessi siamo forzati a testimonianza davanti al ghigno delle nostre colpe.

E allora che mi resta? Tentare ciò che può il pentimento. E che cosa non può? Ma cosa può se un uomo non riesce a pentirsi? Ah maledizione. Cuore nero come la morte. Anima impaniata, più sbatti per salvarti, e più ti invischi.

Aiuto, angeli, venite a salvarmi. E voi ginocchia caparbie, piegatevi, e tu cuore d’acciaio fatti tenero come le carni d’un neonato. Ancora tutto può finir bene. S’inginocchia.

Entra Amleto.

Amleto: Ora potrei spacciarlo, ora che prega. Lo farò. (Sguaina la spada) E così va in cielo. E io sono vendicato. Devo pensarci bene.

Un furfante mi uccide il padre, e allora io, l’unico figlio, quel furfante lo mando in paradiso. Ma questa è ricompensa, non vendetta.

Mio padre, lui l’ha preso impuro, pieno di pane, tutte le sue colpe in fiore, in rigoglio di maggio; e come stiano i suoi conti solo il cielo lo sa, ma per quanto si può saperne e capirne in terra, per lui va male. E allora è una vendetta se l’ammazzo mentre si purga l’anima, ed è pronto e maturo al passaggio?

No.

Rientra, spada, sèrbati per un colpo più orribile: quand’è ubriaco nel sonno, o imbestialito dalla rabbia, o si gode l’incesto nel suo letto, o mentre impreca al gioco, o fa qualcosa che non ha sapore di salvezza, allora dagli lo sgambetto, i suoi talloni tirino calci al cielo, e l’anima sia dannata e nera come l’inferno dove andrà. Mia madre aspetta.

Questa medicina non fa che allungarti la malattia. Esce.

Re: Le mie parole volano, i pensieri si trascinano a terra. E le parole sole non raggiungono mai il cielo. Esce.

ATTO TERZO – SCENA QUARTA

Entrano la Regina e Polonio.

Polonio: Viene subito. Sgridatelo a dovere, mi raccomando. Ditegli che le sue stramberie sono andate troppo oltre per sopportarle, e Vostra Grazia s’è posta in mezzo tra lui e una gran collera. Io mi zittisco qui dietro. Franchezza, vi prego.

[Amleto (da dentro)] Madre, madre, madre!

Regina: Ve lo prometto, contateci. Andate. Lo sento venire.

(Polonio si nasconde dietro un arazzo.)

Entra Amleto.

Amleto: Allora, madre, che volete?

Regina: Amleto, hai molto offeso tuo padre.

Amleto: Madre, avete molto offeso mio padre.

Regina: Andiamo, andiamo, mi dai risposte senza senso.

Amleto: Andate, andate, mi fate domande senza vergogna.

Regina: Come? Che ti prende, Amleto?

Amleto: Perché? Che c’è di nuovo?

Regina: Hai dimenticato chi sono?

Amleto: No, per la santa croce! Siete la regina, moglie del fratello di vostro marito, e siete, così non fosse, mia madre.

Regina: Ah, vado a chiamare qualcuno che ti saprà parlare.

Amleto: Andiamo, andiamo! Sedetevi! Non vi muoverete. Non uscirete di qui prima che v’abbia messo davanti uno specchio in cui vi vedrete fino in fondo all’anima.

Regina: Che vuoi fare? Vuoi uccidermi? Ah, aiuto.

Polonio: (dietro l’arazzo) Oh oh! Aiuto!

Amleto: Che c’è? Un topo! Un ducato che è morto, morto! (Affonda la spada nell’arazzo)

Polonio: (dietro) Ah, mi ha ucciso!

Regina: Ahimè, che cosa hai fatto?

Amleto: Non lo so, non lo so. È il re?

(Solleva l’arazzo e scopre Polonio morto.)

Regina: Ah che atto assurdo, sanguinoso!

Amleto: Sì, sanguinoso. Perverso, buona madre, quasi come uccidere un re e sposarne il fratello.

Regina: Uccidere un re?

Amleto: Sissignora, l’ho detto. Tu povero sciocco, temerario, invadente, addio. T’ho preso per uno che vale di più. Accetta la tua sorte. Vedi ora il pericolo d’intrigarsi troppo.

Amleto: Smettetela di torcervi le mani. Siate calma, sedete, e fatevi torcere il cuore: perché lo farò se ancora lo si può torcere, se l’abitudine maledetta non ne ha fatto un baluardo di bronzo a prova di sentimenti.

Regina: Che ho fatto, che tu osi menare la lingua per gettarmi addosso parole così villane?

Amleto: Hai fatto qualcosa che sconcia la grazia e la vampa del pudore, che chiama ipocrita la virtù, che strappa la rosa dalla bella fronte di un amore innocente e la marchia a fuoco, che fa i voti nuziali falsi come i giuramenti del giocatore – oh qualcosa che strappa l’anima dal corpo di ogni accordo, e riduce la dolce religione a una caterva di parole.

Amleto: La faccia del cielo avvampa su questa massa densa e discorde e quasi anticipasse afflitta il giudizio si angoscia a quel tuo atto.

Regina: Ahimè, quale atto che solo a pronunciarsi rugge e tuona?

Amleto: Guarda questo dipinto, e guarda questo: sono i ritratti di due fratelli. Guarda che grazia possiede questo volto… [segue il confronto completo dei due re, senza omissioni]

Entra il fantasma.

Amleto: Salvatemi, stendetemi sopra le vostre ali guardie celesti! Che vuole la tua santa immagine?

Regina: Ahimè, è pazzo.

Amleto: Vieni a rimproverare il tuo figlio poltrone che perde tempo e slancio, e trascura di eseguire il tuo ordine terribile e urgente? Oh parla!

Fantasma: Non dimenticare. Questa mia visita vuole solo ritemprare il tuo proposito quasi smussato. Ma guarda, tua madre è sconvolta… Parlale, Amleto.

Amleto: Come state, signora?

Regina: Ahimè, come stai tu che sbarri gli occhi nel vuoto e parli con l’aria incorporea…

Amleto: Lui, lui. Vedi come ci fissa pallido… (Il fantasma esce.)

Regina: È il tuo cervello che l’ha inventato.

Amleto: La pazzia! Il mio polso va a tempo come il tuo…

Regina: O Amleto, mi hai spaccato il cuore.

Amleto: Gettane via la peggior parte, e vivi più pura con quell’altra. Buona notte…

Regina: Sta’ certo, se le parole sono fiato e il fiato è vita, non ho vita per dare fiato a quello che m’hai detto.

Amleto: Parto per l’Inghilterra, lo sapete?

Regina: Ahimè, l’avevo dimenticato. Così è deciso.

Amleto: Han sigillato lettere, e i miei due ex compagni…

Amleto: Madre, buonanotte davvero… Buonanotte, madre!

Esce tirando via Polonio. (La Regina rimane.)


Crediti

La traduzione italiana in prosa di Amleto è opera di Nemi D'Agostino, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

Amleto – traduzione di Nemi D'Agostino (Garzanti)

Hamlet- Act 3 in the original version

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