Sonetto 89 – Shakespeare

L’amore diventa cancellazione di sé: il poeta promette di assumere ogni colpa attribuitagli e di farsi estraneo pur di non contraddire l’amato, trasformando la fedeltà in auto-esilio volontario.

Sonetto 89 di Shakespeare

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Di’ che mi lasciasti per qualche mio difetto
ed io rafforzerò la gravità di quell’offesa:
di’ che sono zoppo e zoppicherò all’istante
senza oppor difesa alle tue ragioni.

Tu non potrai, amore, che denigrarmi la metà,
per dar corpo al tuo voluto cambiamento,
di quanto io stesso mi denigri; sapendo che lo vuoi,
soffocherò l’affetto e diverrò un estraneo;

eviterò i tuoi passi e sulle labbra mie
mai più indugerà il tuo caro dolce nome,
affinché io, blasfemo, non debba danneggiarlo
forse ricordando la nostra vecchia conoscenza.

Per te io giuro di andar contro me stesso,
perché mai potrei amare chi è causa del tuo odio.


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Analisi del Sonetto 89

Il Sonetto 89 prosegue con coerenza spietata il movimento iniziato nei sonetti 87 e 88. Se prima l’amato veniva restituito per mancanza di titolo e poi difeso a prezzo dell’autoaccusa, qui Shakespeare compie un passo ulteriore: non si limita a riconoscere le proprie colpe, ma promette di modellare la propria identità sull’accusa stessa.

Il sonetto mette in scena una rinuncia totale al diritto di replica. Non importa quale sia il motivo dell’abbandono: il poeta si dichiara pronto a rafforzarlo, a incarnarlo, a renderlo immediatamente visibile nel proprio comportamento. L’amore diventa così una disciplina di annullamento.

In questo testo Shakespeare esplora una forma estrema di fedeltà, che non cerca più nemmeno la giustizia emotiva. Il poeta non vuole essere capito, né assolto: vuole soltanto non contraddire l’amato, anche a costo di sparire dalla propria stessa vita.

Prima quartina: l’assunzione della colpa

Nella prima quartina il poeta invita l’amato a indicare un difetto qualsiasi come causa dell’abbandono.

Non solo lo accetterà, ma lo renderà più grave, più visibile, più innegabile. Se l’amato lo dirà zoppo, egli zoppicherà davvero. L’immagine è potente perché trasforma la parola in destino: ciò che viene detto diventa realtà.

Seconda quartina: l’auto-denigrazione consapevole

La seconda quartina approfondisce il meccanismo.

Il poeta afferma che l’amato non potrà mai denigrarlo quanto egli stesso è disposto a fare. Sapendo che l’altro lo vuole lontano, egli soffocherà ogni affetto e si renderà estraneo, come se la relazione non fosse mai esistita.

Terza quartina: l’esilio volontario

Nella terza quartina il gesto diventa definitivo.

Il poeta promette di evitare l’amato, di cancellarne il nome dalle proprie labbra, per timore di profanarlo con il ricordo. L’amore si trasforma in silenzio non per rispetto, ma per auto-protezione dell’oggetto amato.

Il distico finale: l’odio come criterio

Nel distico finale Shakespeare formula una dichiarazione radicale.

Il poeta giura di andare contro se stesso perché non potrebbe mai amare chi è causa dell’odio dell’amato. L’identità personale viene completamente subordinata allo sguardo dell’altro.

Conclusione

Il Sonetto 89 è uno dei testi più estremi e psicologicamente intensi dell’intera sequenza. Shakespeare porta alle conseguenze ultime la logica dell’autoaccusa: l’amore non si limita a sacrificare l’orgoglio, ma sacrifica l’identità.

Qui la fedeltà non è più dialogo, né attesa, né speranza di ritorno. È cancellazione preventiva di ogni possibile conflitto. Il poeta sceglie di sparire piuttosto che opporsi, di deformarsi piuttosto che contraddire.

Il sonetto pone una domanda inquietante sulla natura dell’amore assoluto. Quando l’amore rinuncia a ogni forma di resistenza, resta ancora amore o diventa una forma di annullamento? Shakespeare non giudica, ma espone con lucidità il pericolo insito in una devozione senza confini.

Dopo il distacco legale (87) e l’autoaccusa morale (88), il Sonetto 89 rappresenta la fase dell’auto-esilio. Il poeta non chiede più nulla: rinuncia persino al diritto di esistere come soggetto autonomo. È una delle immagini più severe e più moderne dell’amore come perdita di sé.

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Crediti

La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

(I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.


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