La natura viene messa sotto accusa: fiori, colori e profumi non sono originali, ma furti compiuti ai danni dell’amato. La bellezza naturale è degradata a imitazione colpevole dell’unica vera fonte di perfezione.

Sonetto 99 – Leggi e ascolta
Così ho rimproverato la violetta audace:
ladra soave, a chi rubasti quel dolce tuo profumo
se non al respiro del mio amore? Il purpureo orgoglio
che a color dimora sulla tua soffice corolla
è ovvio che l’hai preso dalle vene del mio amore.
Ho accusato il giglio di plagio della tua mano,
e dei tuoi capelli i fior di maggiorana;
le rose timorose si ergevan sulle spine,
una rossa di vergogna, l’altra bianca di paura;
una terza, né rossa o bianca, entrambe avea rubato
e alla sua rapina aveva aggiunto il tuo respiro;
ma per quel furto, nel vigor della sua crescita,
vindice un verme la divorava a morte.
Altri fiori ho notato, ma non ne vidi uno
che non ti avesse tolto o il colore o il profumo.
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Analisi del Sonetto 99
Il Sonetto 99 rappresenta uno dei momenti più originali, ironici e concettualmente audaci dell’intera raccolta. Dopo aver mostrato nel Sonetto 98 come la natura perda valore in assenza dell’amato, Shakespeare compie ora un gesto ancora più radicale: non si limita a svalutarla, ma la accusa apertamente. La natura non è solo insufficiente, è colpevole.
Il sonetto si distingue anche formalmente: è l’unico dei Sonetti ad avere quindici versi. Questa lieve “irregolarità” metrica non è casuale, ma sembra rispecchiare l’eccesso retorico e l’accumulo di accuse che caratterizzano il testo. La natura ha oltrepassato i limiti: anche il sonetto, per denunciarla, deve uscire dalla norma.
Qui Shakespeare rovescia definitivamente la tradizione lirica petrarchesca, che vede nella natura un modello o uno specchio della bellezza amata. Al contrario, la natura è ridotta a ladra: tutto ciò che possiede di bello lo ha sottratto all’amato.
Apertura: il processo alla natura
Il sonetto si apre come un vero e proprio atto d’accusa.
Il poeta rimprovera la violetta per aver rubato il suo profumo al respiro dell’amato. La delicatezza del fiore viene smascherata come furto. Fin dall’inizio, Shakespeare imposta il testo come un processo morale in cui la natura è imputata di plagio.
Prima sezione: il colore come furto
La serie di accuse prosegue con un crescendo.
Il colore purpureo della violetta è dichiarato rubato al sangue dell’amato. La bellezza cromatica non è più innocente: ogni tonalità diventa una prova del reato. Il corpo dell’amato è la fonte originaria di ogni splendore.
Seconda sezione: mani, capelli, spine
Il poeta amplia il campo dell’accusa.
Il giglio viene accusato di aver copiato la mano dell’amato; la maggiorana di aver sottratto i capelli; le rose, timorose, si ergono sulle spine come colpevoli colte in flagrante. Una arrossisce per vergogna, l’altra impallidisce per paura.
Qui Shakespeare usa un’ironia sottile ma feroce: la natura sembra consapevole della propria colpa. I fiori reagiscono come esseri umani sotto accusa, rafforzando l’idea che il loro splendore non sia legittimo.
Terza sezione: la rosa “ibrida” e la punizione
L’accusa raggiunge il suo culmine con la rosa che ha rubato tutto.
Essa non si è accontentata di un solo dono: ha sottratto colore, profumo e respiro. È un essere composito, costruito sul saccheggio. Per questo, viene punita: un verme la divora mentre è ancora nel pieno della crescita.
La punizione non è casuale. Il verme, simbolo di corruzione e morte, ristabilisce un ordine morale. La natura, quando ruba ciò che non le appartiene, genera in sé il principio della propria distruzione.
Il verso aggiunto: universalità della colpa
Nel verso finale — che rompe la struttura tradizionale del sonetto — Shakespeare estende l’accusa a tutta la natura.
Non esiste fiore che non abbia sottratto qualcosa all’amato: colore o profumo, forma o grazia. La colpa è universale, sistemica. L’amato è diventato la misura assoluta della bellezza, e la natura intera vive di prestiti.
Conclusione
Il Sonetto 99 è una satira raffinata, ma anche una dichiarazione poetica radicale. Shakespeare non celebra la natura: la subordina. L’amato non è parte del mondo naturale, ma il suo principio generatore. Tutto ciò che appare bello nel creato è bello solo perché riflette, imita o ruba qualcosa da lui.
Questa visione ha implicazioni profonde. La bellezza non è diffusa, democratica, accessibile ovunque: è concentrata in un unico essere. Il mondo non crea bellezza, la redistribuisce maldestramente.
In continuità con i sonetti precedenti, il Sonetto 99 porta all’estremo il tema dell’assenza: se nel 97 e nel 98 la natura era svuotata, qui è addirittura smascherata. Non consola, non ispira, non è innocente. È un archivio di copie, alcune riuscite, altre punite.
Con questo testo Shakespeare prepara il passaggio al Sonetto 100, dove la Musa viene richiamata al dovere: se la natura ruba e il tempo distrugge, solo la poesia può restituire giustizia e verità alla bellezza dell’amato.
Sonnet 99 – In English ·
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La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.