Nel Sonetto 111 Shakespeare si rivolge all’amato con umiltà e dolore: chiede che il rimprovero sia rivolto alla Fortuna, responsabile della sua condizione e del “marchio” che grava sul suo nome. Il lavoro e le necessità della vita hanno quasi degradato la sua natura, come la mano del tintore che prende il colore che manipola; ma il poeta implora pietà e guarigione, pronto ad accettare ogni amarezza come medicina.

Sonetto 111 – Leggi e ascolta
Per amor, ti prego, rimprovera la Fortuna,
divinità colpevole di ogni mia mala azione,
che meglio non provvide alla mia vita
se non con rozzi mezzi che insegnan rozze maniere.
Da questo viene il marchio che il mio nome impronta,
e per questo la mia natura si è quasi degradata
nel fare il suo lavoro, come la mano del tintore:
abbi quindi pietà di me e fa’ che mi rinnovi.
Intanto io berrò, qual docile paziente,
dosi di aceto contro la mia sventura:
nessuna amarezza sarà per me troppo amara
né doppia punizione per correggermi due volte.
Abbi dunque pietà di me, caro amico, e ti assicuro
che anche la tua pietà è abbastanza per guarirmi.
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Analisi del Sonetto 111
Il Sonetto 111 è uno dei testi più intimi e dolorosi della sequenza, perché Shakespeare non parla soltanto d’amore, ma anche di colpa sociale, di vergogna, di ferite interiori legate alla propria condizione. Il poeta si presenta come segnato, marchiato: la Fortuna, “divinità colpevole”, lo avrebbe costretto a una vita che non ha permesso nobiltà né purezza, ma solo “rozzi mezzi” e quindi “rozze maniere”.
È un sonetto in cui l’io poetico sembra chiedere perdono non tanto per un tradimento sentimentale, quanto per un’inadeguatezza più profonda: la sensazione di non essere degno dell’amato a causa della propria posizione nel mondo, del proprio lavoro, della necessità di esporsi. Shakespeare chiede che l’amato rivolga il rimprovero non a lui, ma alla sorte; e chiede pietà come unica medicina.
Prima quartina: la colpa attribuita alla Fortuna
La prima quartina ha il tono di una supplica:
“Per amor, ti prego, rimprovera la Fortuna”.
Shakespeare invoca l’amore come argomento: non per difendersi, ma per essere compreso. Il bersaglio non è lui, ma la Fortuna, intesa come potere cieco che distribuisce destini e rovesci. È una “divinità” colpevole delle sue “male azioni”: non perché Shakespeare non abbia responsabilità, ma perché le sue colpe sarebbero nate da un’esistenza mal disposta.
Il poeta afferma che la Fortuna non ha provveduto alla sua vita se non con mezzi rozzi: strumenti di sopravvivenza, non di elevazione. Ciò che egli è diventato sarebbe dunque, in parte, il risultato del destino. È una riflessione amara: la morale personale viene letta anche come esito di un contesto, di una necessità.
Seconda quartina: il marchio sul nome e la mano del tintore
Nella seconda quartina emerge una parola chiave: marchio.
Shakespeare sente che il suo nome porta un’impronta, come se fosse segnato da una macchia. Questo “marchio” è legato al lavoro, alla condizione, a ciò che ha dovuto fare per vivere.
E qui appare la metafora celebre:
“come la mano del tintore”.
La mano del tintore, maneggiando i colori, prende inevitabilmente su di sé le tinte; resta macchiata. Allo stesso modo, l’io poetico sente che la sua natura si è degradata “nel fare il suo lavoro”: il contatto continuo con ciò che è basso, pratico, necessario, avrebbe contaminato la sua interiorità.
Questa immagine è fortissima perché parla di contagio morale: non tanto colpa attiva, ma trasformazione involontaria. Il poeta non dice solo “ho sbagliato”: dice “sono stato cambiato”.
E proprio per questo chiede:
“abbi quindi pietà di me e fa’ che mi rinnovi.”
L’amato diventa l’unico che può rinnovarlo, purificarlo, restituirgli integrità.
Terza quartina: la medicina amara e l’umiltà del paziente
Nella terza quartina il sonetto assume un tono quasi medico-religioso. Shakespeare si dichiara pronto a bere dosi di aceto come un paziente docile: l’aceto è amaro, brucia, ma può essere anche cura.
È un’immagine di penitenza: l’io poetico accetta la sofferenza come medicina contro la sventura. È disposto a essere corretto, a essere punito, purché la guarigione sia possibile.
Quando dice che nessuna amarezza sarà troppo amara e che non esisterà doppia punizione per correggerlo due volte, Shakespeare sottolinea la profondità della sua volontà di redenzione. Non cerca scuse: cerca cura. Non vuole evitare il dolore: vuole trasformarlo in purificazione.
Il distico: pietà come guarigione
Nel distico finale Shakespeare torna al punto essenziale: la pietà dell’amato.
“Abbi dunque pietà di me, caro amico… la tua pietà è abbastanza per guarirmi.”
È una chiusa molto umana: l’amore dell’amato non è qui desiderio o passione, ma compassione che salva. La pietà diventa guarigione: una forza capace di cancellare il marchio, di lavare le macchie, di restituire dignità.
Shakespeare non chiede solo perdono: chiede accoglienza. Chiede che l’amato guardi oltre la contaminazione del destino e riconosca il cuore che vuole rinnovarsi.
Conclusione
Il Sonetto 111 è un canto di vergogna e speranza insieme. Shakespeare si sente macchiato dalla sorte e dalla necessità, segnato da un lavoro che ha “colorato” la sua mano come quella del tintore. Ma non si abbandona alla disperazione: chiede pietà, chiede rinnovamento, ed è disposto ad accettare ogni amarezza come cura.
In questo senso, il sonetto è uno dei più intensi della sequenza: mostra un Shakespeare fragile, ferito dalla propria condizione, eppure ancora capace di credere che l’amore possa guarire, purificare, salvare. La pietà dell’amato diventa la sua medicina, e la sua unica possibilità di rinascita.
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La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.