Shakespeare. Sonetto 111 - Sonnet 111. Audio. | Shakespeare Italia

Sonetto 111 – Sonnet 111

Shakespeare Sonetto 111

Per amor, ti prego, rimprovera la Fortuna. O, for my sake do you with Fortune chide. 

Leggi e ascolta


Per amor, ti prego, rimprovera la Fortuna,
divinità colpevole di ogni mia mala azione,
che meglio non provvide alla mia vita
se non con rozzi mezzi che insegnan rozze maniere.
Da questo viene il marchio che il mio nome impronta,
e per questo la mia natura si è quasi degradata
nel fare il suo lavoro, come la mano del tintore:
abbi quindi pietà di me e fa’ che mi rinnovi.
Intanto io berrò, qual docile paziente,
dosi di aceto contro la mia sventura:
nessuna amarezza sarà per me troppo amara
né doppia punizione per correggermi due volte.
Abbi dunque pietà di me, caro amico, e ti assicuro
che anche la tua pietà è abbastanza per guarirmi.

Il Sonetto 111 si concentra in particolare sui lamenti del poeta sulle sue disgrazie. Si risente del fatto che le circostanze lo abbiano costretto a comportarsi come ha fatto perché la fortuna ha fornito in modo così meschino la sua nascita “che meglio non provvide alla mia vita / se non con rozzi mezzi che insegnan rozze maniere”. Oltre che un’allusione al lavoro, le osservazioni del poeta sono generali e non identificano esplicitamente la sua professione. In ogni caso, differisce dal giovane in quanto non possiede mezzi di sostentamento privati ​​e indipendenti. La frase “rozzi mezzi”, quindi, può significare che deve cercare il patrocinio attraverso “rozze maniere” – per esempio, la ricerca del favore attraverso versi adulatori. Come sostengono alcuni critici, ciò non significa necessariamente che il poeta sia un attore associato all’arte scenica.

L’osservazione “Da questo viene il marchio che il mio nome impronta” esprime la determinazione del poeta a fare ammenda per l’insincerità dei suoi elogi lusinghieri e per aver abbandonato brevemente il giovane. Si scusa per le sue motivazioni materialiste e due volte chiede al giovane di avere “pietà” per guarirlo.

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Read and listen


O, for my sake do you with Fortune chide,
The guilty goddess of my harmful deeds,
That did not better for my life provide
Than public means which public manners breeds.
Thence comes it that my name receives a brand,
And almost thence my nature is subdued
To what it works in, like the dyer’s hand:
Pity me then and wish I were renew’d;
Whilst, like a willing patient, I will drink
Potions of eisel ‘gainst my strong infection
No bitterness that I will bitter think,
Nor double penance, to correct correction.
Pity me then, dear friend, and I assure ye
Even that your pity is enough to cure me.

Sonnet 111 focuses particularly on the poet’s laments about his misfortunes. He resents that circumstances have forced him to behave as he has because fortune provided so meanly for his birth and “did not better for my life provide / Than public means which public manners breeds.” Other than an allusion to work, the poet’s remarks are general and do not explicitly identify his profession. In any case, he differs from the young man in that he possesses no independent, private means of livelihood. The phrase “public means,” therefore, may mean that he must seek patronage through “public manner” — for example, the pursuit of favor through flattering verse. It does not, as some critics argue, necessarily mean that the poet is an actor associated with stagecraft.

The remark “Thence comes it that my name receives a brand” expresses the poet’s determination to make amends for the insincerity of his flattering eulogies and for his having briefly abandoned the young man. He apologizes for his materialist motives and twice asks the young man to “Pity me.”

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Crediti – Credits

Traduzione in Italiano di Maria Antonietta Marelli (I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube VALTER ZANARDI letture

English audio from YouTube Channel Socratica

Sommario/Summary da/from Cliffsnotes.com

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