Nel Sonetto 115 Shakespeare confessa un paradosso: i versi scritti in passato “mentono”, perché dichiaravano un amore che non poteva crescere oltre. Ma l’amore, invece, cresce davvero. Il poeta riflette sulla tirannia del Tempo, che corrompe giuramenti e muta ogni certezza; e comprende che non poteva dire “ti amo supremamente” allora, perché l’amore è un bimbo: oggi è più grande di ieri, e domani crescerà ancora.

Sonetto 115 – Leggi e ascolta
Mentono i versi che finora ho scritto,
specie ove dissi che non potevo amar di più;
allora la mia mente non sapeva che in futuro
una fiamma tanto grande potesse ardere più viva.
Ma pensando al tempo, i cui infiniti eventi
s’insinuan tra giuramenti e mutan decreti di re,
spogliano sacre bellezze, stroncan audaci disegni
volgono all’incostanza le più salde menti:
ahimè – temendo la tirannia del Tempo – perché
non dissi allora: “T’amo d’un amor supremo”,
quando ero certo al di là di ogni incertezza
di consacrare quel presente, ignaro del domani?
Amore è un bimbo; non potevo dir così,
avrei sentito grande quanto ancora cresce.
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Analisi del Sonetto 115
Il Sonetto 115 è un testo straordinariamente moderno, perché Shakespeare riflette apertamente sul valore delle proprie parole passate. Non parla soltanto d’amore, ma parla della poesia stessa: dei versi scritti, delle dichiarazioni fissate sulla pagina, della responsabilità del poeta. E pronuncia un’affermazione sorprendente:
“Mentono i versi che finora ho scritto”.
È un gesto radicale: Shakespeare nega la completezza delle proprie dichiarazioni d’amore precedenti. Ma la “menzogna” non riguarda l’assenza di sincerità; riguarda la possibilità, allora impensabile, che l’amore potesse ancora crescere. I versi mentono perché dicevano: “non posso amar di più”; e invece oggi il poeta scopre che l’amore è diventato più grande.
In questo sonetto Shakespeare affronta uno dei grandi temi della sequenza: il rapporto fra Tempo e amore. Il tempo corrompe giuramenti, rompe certezze, cambia decreti e menti; e proprio per questo il poeta teme di pronunciare parole assolute. Ma alla fine trova una via d’uscita: l’amore è un bambino, cresce, e dunque nessuna dichiarazione può chiuderlo in una formula definitiva.
Prima quartina: la “menzogna” dei versi passati
La prima quartina è un’autocritica limpida:
Shakespeare dice che i versi scritti finora mentono, soprattutto quelli in cui aveva dichiarato di non poter amare di più.
Il punto è affascinante: l’errore non è morale, è conoscitivo. Allora la mente non sapeva che in futuro una fiamma così grande potesse ardere più viva. Shakespeare descrive l’amore come incendio, come energia crescente: più si ama, più la fiamma non si spegne ma aumenta.
C’è anche una riflessione implicita sul linguaggio: le parole “definitive” (“non posso amar di più”) sono pericolose, perché la vita può smentirle. E la sincerità di ieri può diventare insufficiente oggi.
Seconda quartina: la tirannia del Tempo
La seconda quartina allarga la prospettiva: la ragione di questa prudenza sta nel Tempo. Shakespeare descrive il tempo come una forza tirannica, piena di eventi infiniti che si insinuano tra i giuramenti.
Il Tempo:
– muta i decreti di re,
– spoglia sacre bellezze,
– stronca audaci disegni,
– volge all’incostanza le più salde menti.
È una lista imponente: Shakespeare mostra un Tempo che non rispetta nulla. Non rispetta il potere, non rispetta la bellezza, non rispetta la volontà. Persino le menti più solide possono diventare incostanti.
In questo modo il poeta spiega perché è rischioso fare promesse assolute: non perché l’amore sia falso, ma perché il Tempo è un nemico che altera tutto.
Terza quartina: il rimpianto e l’impossibilità del superlativo
Nella terza quartina Shakespeare sembra rimproverarsi:
perché non dissi allora “t’amo d’un amor supremo”?
Ma subito si capisce che è un rimpianto solo apparente. Shakespeare non poteva dirlo, non perché mancasse la sincerità, ma perché mancava la consapevolezza. Il poeta era certo di consacrare quel presente, ma ignorava il domani. E l’amore, come la vita, non è mai concluso: è movimento.
Qui Shakespeare rende quasi tragica la condizione umana:
noi amiamo nel presente, ma non possiamo sapere quanto crescerà ancora il nostro amore. Ogni formula assoluta rischia di essere superata.
Il distico: “Amore è un bimbo”
Nel distico finale Shakespeare chiude con una delle immagini più semplici e profonde:
“Amore è un bimbo”.
Amore cresce. È vivo. È in sviluppo continuo. Per questo il poeta non poteva usare il superlativo definitivo: se avesse detto allora “amor supremo”, avrebbe già sentito quanto ancora cresce.
È una conclusione bellissima, perché rovescia l’idea comune che l’amore sia qualcosa di statico o pieno fin dall’inizio. Shakespeare suggerisce invece che il vero amore non si esaurisce: si espande. E la poesia, pur fissando parole, deve riconoscere questo movimento.
Conclusione
Il Sonetto 115 è una confessione sulla crescita dell’amore e sull’insufficienza delle parole. Shakespeare non nega ciò che ha scritto: lo supera. I versi mentono non perché erano falsi, ma perché erano troppo piccoli rispetto a ciò che l’amore è diventato.
Il tempo, tiranno e incostante, mette paura alle promesse assolute; ma l’amore, bambino in crescita, offre una soluzione: nessuna dichiarazione è definitiva perché il sentimento cresce con i giorni.
Shakespeare ci consegna così una verità sorprendente: l’amore più sincero è quello che non pretende di essere compiuto, perché sa di poter diventare ancora più grande.
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La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.