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Sonetto 116 – Shakespeare

Nel Sonetto 116 Shakespeare offre la più alta definizione di Amore: non un sentimento fragile, ma una forza assoluta che non muta con le circostanze. Amore è un faro fermo nella tempesta, una stella-guida che orienta ogni navigante smarrito; non è soggetto al Tempo e resiste fino al giudizio estremo. E Shakespeare chiude con una sfida definitiva: se questo è falso, allora egli non ha mai scritto e nessuno ha mai amato.

Sonetto 116 di Shakespeare

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Non sia mai ch’io ponga impedimenti
all’unione di anime fedeli; Amore non è amore
se muta quando scopre un mutamento
o tende a svanire quando l’altro s’allontana.

Oh no! Amore è un faro sempre fisso
che sovrasta la tempesta e non vacilla mai;
è la stella-guida di ogni sperduta barca,
il cui valore è sconosciuto, benché nota la distanza.

Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote
dovran cadere sotto la sua curva lama;
Amore non muta in poche ore o settimane,
ma impavido resiste al giorno estremo del giudizio:

se questo è errore e mi sarà provato,
io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.


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Analisi del Sonetto 116

Il Sonetto 116 è probabilmente il testo più celebre dell’intera sequenza shakespeariana: un sonetto che non si limita a parlare dell’amore, ma tenta di definirlo. Shakespeare abbandona qui il tono personale della confessione e assume un registro quasi solenne, quasi “giuridico” e liturgico: come se volesse formulare una legge universale. Non descrive un amore particolare, non racconta un episodio; enuncia un principio.

Il sonetto è costruito come un’argomentazione compatta: Shakespeare afferma che il vero amore non ammette impedimenti, non cambia, non vacilla, non si piega alle circostanze. E per rendere visibile questa idea usa immagini potentissime: il faro nella tempesta, la stella polare per la nave smarrita, la resistenza contro la falce del Tempo. Infine conclude con un distico di sfida assoluta: se ciò che dice è errore, allora non solo egli non ha mai scritto, ma nessuno ha mai amato. È una chiusa estrema, che trasforma il sonetto in una dichiarazione definitiva.

Prima quartina: nessun impedimento all’unione delle anime fedeli

La prima quartina si apre con una formula memorabile:
“Non sia mai ch’io ponga impedimenti / all’unione di anime fedeli”.

L’espressione “unione” richiama il matrimonio, ma Shakespeare la eleva oltre la dimensione sociale: parla di “anime fedeli”. L’amore, dunque, non è semplicemente attrazione o passione: è una comunione interiore, una fedeltà profonda.

Subito dopo Shakespeare formula la tesi:
“Amore non è amore / se muta quando scopre un mutamento / o tende a svanire quando l’altro s’allontana.”

Qui viene definito il criterio della verità: se l’amore dipende dal cambiamento dell’altro, allora non è vero amore. Se si spegne quando l’altro si allontana, non è amore. In questa quartina Shakespeare distingue tra sentimento autentico e sentimento fragile: l’amore vero non è una reazione, non è una risposta alle condizioni favorevoli; è una costanza che resiste proprio quando l’oggetto d’amore cambia, si allontana, si sottrae.

Seconda quartina: il faro e la stella-guida

La seconda quartina contiene le immagini più famose del sonetto.
Shakespeare esclama:
“Oh no! Amore è un faro sempre fisso / che sovrasta la tempesta e non vacilla mai.”

L’amore viene identificato con un punto fermo. Non è qualcosa che vaga, non è qualcosa che cambia umore: è un faro. La tempesta è la vita, l’errore, il dolore, la distanza, il caos. E il faro non elimina la tempesta, ma la attraversa senza spegnersi. Questa è un’idea essenziale: l’amore non è assenza di difficoltà, ma fedeltà nella difficoltà.

Poi Shakespeare aggiunge l’altra immagine:
“è la stella-guida di ogni sperduta barca”.

L’amore diventa orientamento. Anche quando l’uomo è perso, quando il viaggio è incerto, la stella resta lì, immobile, e permette di ritrovare la rotta. Shakespeare aggiunge un dettaglio raffinato:
il valore della stella è sconosciuto anche se se ne conosce la distanza. È un’allusione astronomica: possiamo misurare lo spazio, ma non possiamo misurare la grandezza morale dell’amore. L’amore resta incommensurabile.

Terza quartina: amore contro il Tempo

Nella terza quartina entra in scena il grande antagonista della poesia shakespeariana: il Tempo.
Shakespeare dice:
“Amore non è soggetto al Tempo”.

E subito introduce l’immagine della falce:
rosee labbra e gote cadranno sotto la curva lama del Tempo. La bellezza fisica è destinata a dissolversi: il tempo la taglia, la consuma. Ma l’amore, il vero amore, non dipende dalla bellezza.

È un passaggio fondamentale: Shakespeare separa l’amore dall’aspetto esteriore. L’amore non è attrazione verso ciò che è giovane, ma fedeltà verso ciò che è essenziale. Per questo:
“Amore non muta in poche ore o settimane”.

Il poeta rifiuta l’amore che dura poco: la fiamma improvvisa che diventa cenere. Il vero amore è quello che resiste “al giorno estremo del giudizio”, cioè fino alla fine assoluta del tempo. Qui il linguaggio diventa quasi escatologico, come se Shakespeare evocasse un tribunale finale davanti al quale l’amore vero resta intatto.

Il distico: la sfida definitiva

Il distico finale è tra i più forti mai scritti:
“se questo è errore e mi sarà provato, / io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.”

Shakespeare non lascia spazio al dubbio. Non dice “forse”. Non dice “credo”. Dice: se quello che ho definito non è amore, allora non esiste amore; e se non esiste amore, allora nemmeno la poesia ha senso, perché la poesia nasce anche dalla capacità di riconoscere e dire la verità dell’amore.

È un distico di orgoglio e assolutezza: Shakespeare scommette tutta la propria identità di poeta sulla validità di questa definizione.

Conclusione

Il Sonetto 116 è un manifesto: la definizione più alta e rigorosa dell’amore come costanza. Shakespeare non lo vede come passione mutevole, ma come punto fermo che resiste alle tempeste della vita e alla distruzione del Tempo.

Con immagini potentissime — faro e stella — il poeta afferma che l’amore vero orienta, salva, non vacilla. E nella chiusa, con un gesto estremo, trasforma il sonetto in una prova: se la sua definizione è falsa, allora ogni amore è illusione e ogni poesia è inutile.

È per questo che il Sonetto 116 è diventato universale: perché parla dell’amore non come desiderio, ma come fedeltà assoluta.

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Crediti

La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

(I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.


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Questo componimento fa parte dei 154 Sonetti di Shakespeare. Leggi l’introduzione completa alla raccolta nella pagina Sonetti di Shakespeare.

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