Nel Sonetto 118 Shakespeare usa una lunga metafora “medica” e gastronomica: per ravvivare l’appetito e prevenire malattie invisibili si ricorre a spezie e purghe, ma così si finisce per rovinare ciò che era sano. Allo stesso modo, cercando novità e “amari rimedi” per non assuefarsi alla dolcezza dell’amato, il poeta ha prodotto vere colpe. La conclusione è severa: certi farmaci, in amore, avvelenano proprio chi è già malato dell’amato.

Sonetto 118 – Leggi e ascolta
Se per risvegliare il nostro appetito
stimoliamo il palato con ghiottonerie piccanti
e per proteggerci da malattie senza alcun sintomo,
ci ammaliamo con purghe per evitar l’infermità:
anch’io, colmo della tua instancabile dolcezza,
orientai il mio vitto alle salse amare
e sazio di piacere trovai un certo conforto
nell’essere malato senza ragion fondata.
Ma l’astuta strategia in amor di premunirci
da mali inesistenti, diede vita a vere colpe
e finì per aggravare una sana situazione
che ricca di benessere, con mal volle curarsi.
Ma da questo imparo e giusta è la lezione,
i farmaci avvelenano chi s’ammalò di te.
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Analisi del Sonetto 118
Il Sonetto 118 è un testo ingegnoso e amaro, costruito su una grande metafora: l’amore è paragonato al gusto e alla salute. Shakespeare riflette sul rischio dell’assuefazione: quando qualcosa è troppo dolce e costante, nasce la tentazione di cercare spezie, stimoli, variazioni. Così, per risvegliare l’appetito, si aggiunge il piccante; e per prevenire malattie invisibili, si assume una purga.
Ma Shakespeare mostra l’assurdità di questa strategia: spesso, nel voler prevenire, si provoca; nel voler curare, si ferisce; nel cercare novità, si genera colpa. È una confessione indiretta: il poeta ammette di aver inseguito “salse amare” per non assuefarsi alla dolcezza dell’amato, e così ha contaminato un sentimento che era sano.
Prima quartina: spezie e purghe come pretesto di prevenzione
La prima quartina descrive una pratica comune: stimolare il palato e curarsi in anticipo.
Shakespeare parla di “ghiottonerie piccanti”, cioè spezie che rendono più vivo il gusto, e di purghe prese per prevenire malattie non ancora manifeste.
Il punto è già ironico: ci si ammala “per evitar l’infermità”. È un paradosso: la paura del male porta a fare qualcosa che produce male.
Questa logica preventiva sarà trasferita all’amore: la paura della stanchezza o dell’abitudine spinge il poeta verso ciò che lo allontana.
Seconda quartina: sazietà e ricerca dell’amaro
Nella seconda quartina Shakespeare applica la metafora a se stesso.
Egli era “colmo” della dolcezza dell’amato: un’immagine bellissima, ma anche rischiosa, perché l’eccesso di dolce può generare saturazione.
Allora il poeta ha orientato il suo “vitto” verso le salse amare: ha cercato esperienze meno pure, meno luminose, forse perfino dolorose, per risvegliare il gusto.
E arriva un verso centrale:
“trovai un certo conforto / nell’essere malato senza ragion fondata.”
Questa è una confessione psicologica profonda: a volte l’uomo trova conforto nella propria inquietudine. Cerca un male per sentirsi vivo, cerca la mancanza per riaccendere il desiderio.
Terza quartina: la strategia produce colpa vera
Nella terza quartina il poeta riconosce l’errore: la strategia di premunirsi da mali inesistenti ha prodotto vere colpe.
È l’idea centrale del sonetto: il timore immaginario genera conseguenze reali.
Shakespeare dice che questa “cura” ha aggravato una situazione sana: un rapporto ricco di benessere che, invece di godersi la propria salute, ha voluto curarsi “con mal”.
Qui la metafora è durissima: in amore, la ricerca della novità non è gioco innocente. Può diventare veleno. La paura dell’assuefazione può creare realmente l’infedeltà.
Il distico: i farmaci avvelenano chi è già malato d’amore
Nel distico finale Shakespeare enuncia la lezione:
“i farmaci avvelenano chi s’ammalò di te.”
È una chiusura memorabile. L’amore stesso è una “malattia dolce”, una dipendenza: e chi è già preso dall’amato non deve cercare medicine amare, perché quelle medicine non guariscono, ma avvelenano.
La poesia conclude così con un’amara saggezza: ciò che sembra stimolo può diventare distruzione; ciò che sembra cura può diventare colpa.
Conclusione
Il Sonetto 118 è una meditazione sul rischio dell’inquietudine. Shakespeare descrive un amore sano e dolce, e confessa di averlo messo in pericolo cercando variazioni “piccanti” e rimedi amari. Ma la prevenzione si trasforma in errore: nel timore di mali inesistenti nascono colpe reali.
Il sonetto diventa così una lezione severa: l’amore non va curato con veleni, né stimolato con amari artifici. Chi è già “malato” dell’amato non ha bisogno di farmaci, ma di fedeltà.
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La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.