Sonetto 120 – Shakespeare

Nel Sonetto 120 Shakespeare rovescia la prospettiva: la crudeltà passata dell’amato diventa oggi una risorsa, perché gli permette di comprendere e compensare le colpe commesse. Se l’amato ha sofferto per lui quanto lui soffrì un tempo, allora entrambi hanno conosciuto un inferno. Il poeta confessa di non aver saputo misurare il dolore che infliggeva, ma ora desidera offrire lo stesso balsamo di perdono: la memoria dell’onta subita diventa la chiave per riscattare l’onta causata.

Sonetto 120 di Shakespeare

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La tua crudeltà d’un tempo oggi m’aiuta,
poiché memore del dolore che allor provai
mi sentirei schiantato dal peso dei miei torti,
ché di bronzo non ho i nervi, né d’acciaio.

Se anche tu hai sofferto per le colpe mie
l’angoscia ch’io sentii, inferno saran stati quei momenti
ed io, tiranno, tempo non ebbi
di pesar quel che un dì patii per il tuo oltraggio.

O se quella cupa angoscia avesse ricordato
al mio sentir profondo quanto stronca un dolor sincero,
per poterti porgere, come allor tu offristi a me,
l’umile balsamo che dà conforto a cuori oppressi!

Ma la tua crudeltà d’un tempo è oggi una risorsa
per compensar quell’onta e riscattar la mia.


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Analisi del Sonetto 120

Il Sonetto 120 è un testo di bilancio morale: Shakespeare affronta il tema della colpa e della riparazione, ma lo fa attraverso un rovesciamento paradossale. Ciò che un tempo sembrava dolore ingiusto — la crudeltà dell’amato, l’oltraggio subìto, l’angoscia provata — oggi diventa utile, quasi benefico, perché offre al poeta una misura per comprendere quanto egli stesso abbia potuto ferire l’altro.

In questo sonetto non c’è soltanto confessione: c’è empatia retrospettiva. Shakespeare comprende davvero il dolore che ha causato solo perché ricorda quello che ha sofferto. È una riflessione amarissima e molto umana: spesso misuriamo il male che infliggiamo solo quando lo abbiamo patito. E il poeta riconosce di non essere stato capace di “pesare” quel dolore altrui, perché era preso dalla sua colpa come da una tirannia interiore.

Il sonetto diventa così una richiesta implicita di perdono, ma anche un tentativo di giustizia: se l’amato ha sofferto come lui soffrì, allora entrambi hanno attraversato l’inferno; e l’unica via d’uscita è trasformare la memoria del dolore in “balsamo”, cioè in cura e riconciliazione.

Prima quartina: la crudeltà passata come misura del presente

La prima quartina si apre con una frase sorprendente:
“La tua crudeltà d’un tempo oggi m’aiuta”.

Il poeta capovolge subito il giudizio: ciò che era ferita diventa risorsa. Perché?
Perché ricordare il dolore provato rende insopportabile il pensiero dei propri torti: Shakespeare confessa che si sentirebbe schiantato dal peso della colpa. Non ha “nervi di bronzo” né “d’acciaio”: non è insensibile. Il dolore passato ha creato in lui una sensibilità, una coscienza.

Qui si vede già la direzione del sonetto: Shakespeare non vuole scaricare la colpa sull’amato, ma riconoscere che proprio quell’esperienza dolorosa gli permette oggi di capire e redimersi.

Seconda quartina: reciprocità del dolore e inferno comune

Nella seconda quartina Shakespeare immagina (o riconosce) che l’amato abbia sofferto:
“Se anche tu hai sofferto per le colpe mie / l’angoscia ch’io sentii…”.

È il punto più drammatico: se l’altro ha sofferto come lui soffrì, allora è stato un inferno. Il poeta avverte l’orrore della reciprocità: la sofferenza non è più un fatto individuale, ma un disastro condiviso.

E poi Shakespeare si accusa apertamente:
“ed io, tiranno, tempo non ebbi / di pesar quel che un dì patii”.

È una confessione durissima: è stato tiranno perché non ha misurato il dolore dell’altro. Aveva sofferto in passato per l’oltraggio dell’amato, eppure non ha saputo ricordare quella sofferenza nel momento in cui causava dolore.

Qui Shakespeare mostra una verità psicologica profonda: l’egoismo della colpa non si manifesta solo nell’errore, ma nell’incapacità di percepire l’altro mentre si sbaglia.

Terza quartina: il desiderio di offrire il balsamo

La terza quartina introduce un rimpianto:
se quella cupa angoscia avesse ricordato al suo “sentir profondo” quanto stronca un dolore sincero, allora Shakespeare avrebbe potuto offrire all’amato ciò che un tempo l’amato offrì a lui: un balsamo umile.

Questa immagine del “balsamo” è bellissima: il perdono viene pensato come medicina, cura per cuori oppressi. Non si tratta di giustificare la colpa, ma di guarire la ferita.

Il poeta desidera restituire:
come se fosse possibile, almeno simbolicamente, bilanciare il male con una tenerezza riparatrice. È l’idea di una giustizia affettiva: non la giustizia del tribunale, ma quella dell’amore che prova a riequilibrare.

Il distico: compensare l’onta e riscattare la colpa

Nel distico finale Shakespeare ritorna all’immagine iniziale e la chiude:
la crudeltà passata dell’amato è oggi una risorsa.

Serve a compensare l’onta ricevuta e a riscattare quella causata dal poeta. È come se la memoria del dolore fosse l’unica moneta valida per ripagare la colpa: ciò che Shakespeare ha patito gli permette oggi di capire, e quindi di riparare.

Qui c’è un gesto di maturità: il poeta non cancella il passato, non lo nega. Lo trasforma in consapevolezza.

Conclusione

Il Sonetto 120 è un sonetto di coscienza. Shakespeare riconosce che la crudeltà subita un tempo gli permette oggi di comprendere il dolore inflitto: è la memoria della ferita che rende possibile l’empatia.

Il poeta immagina l’inferno di una sofferenza reciproca, e confessa di non aver saputo misurare il male causato. Ma proprio per questo desidera offrire un balsamo, un gesto di riparazione e di consolazione.

La chiusa ribadisce il paradosso: ciò che prima era solo oltraggio oggi diventa “risorsa”, perché permette di riscattare. Così Shakespeare trasforma la storia della colpa in una lezione morale: il dolore, ricordato, può diventare cura.

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Crediti

La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

(I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.


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