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Sonetto 122 – Shakespeare

Nel Sonetto 122 Shakespeare dichiara che il vero “diario” dell’amato non è un oggetto di carta, ma la sua mente: la memoria custodisce il dono con impronta eterna, più duratura di qualsiasi foglio. Per questo il poeta può separarsi dal promemoria materiale: ciò che ama è impresso nel cuore, e avere note per ricordare sarebbe quasi ammettere la possibilità di dimenticare.

Sonetto 122 di Shakespeare

Sonetto 122 – Leggi e ascolta

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Il diario, tuo regalo, è qui nella mia mente,
interamente impresso in memoria imperitura
e durerà più a lungo di quei bianchi fogli
al di là di ogni tempo sino all’eternità

o per lo meno, fino a che la mente e il cuore
avranno da natura la facoltà di vivere,
finché non cederanno al rovinoso oblìo
il tuo nome, il tuo ricordo non andrà mai perso.

Quel povero diario non poteva contenere tutto,
né mi servon note per ricordarmi del tuo amore,
questa è la ragione che mi spinse a separarmene
dando credito alla mente che meglio ti riceve:

tenere un promemoria che mi aiuti a ricordarti
sarebbe come ammettere dimenticanza in me.


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Analisi del Sonetto 122

Il Sonetto 122 è un testo delicatissimo, costruito su un oggetto concreto: un “diario” (o taccuino, libro di memorie) ricevuto in dono dall’amato. Ma Shakespeare usa questo dono come simbolo per parlare di un tema centrale nella sequenza: la memoria come luogo vero dell’amore.

Il poeta afferma che ciò che conta non è l’oggetto fisico, fragile e consumabile, ma l’impronta interiore: il diario vero è la mente. L’amore è talmente radicato che non ha bisogno di appunti, perché vive in una memoria “imperitura”. E il distico finale rovescia l’idea del promemoria: portarne uno sarebbe quasi un’offesa, come ammettere la possibilità di dimenticare l’amato.

Il sonetto è quindi un gesto d’amore e insieme una dichiarazione di fiducia nella propria interiorità: la carta può perdersi, ma la mente conserva.

Prima quartina: il diario impresso nella mente

La prima quartina si apre con la tesi:
“Il diario, tuo regalo, è qui nella mia mente”.

Shakespeare sposta subito il luogo dell’oggetto: non è più in mano, non è più tra fogli, è dentro. Il dono è diventato memoria. E questa memoria è definita “imperitura”: non si consuma come la carta.

Il poeta dice che durerà più a lungo di quei “bianchi fogli”, e introduce una promessa grandissima: oltre ogni tempo, fino all’eternità. È un modo per ribadire che l’amore non dipende dal supporto materiale: vive nell’interiorità.

Seconda quartina: durata umana e lotta contro l’oblio

La seconda quartina precisa la promessa: forse non fino a un’eternità metafisica, ma almeno fino a quando mente e cuore avranno la facoltà di vivere.

È un passaggio importante, perché Shakespeare collega memoria e vita: finché vive, ricorda; finché ricorda, l’amato è presente. L’antagonista non è il tempo soltanto, ma l’“oblìo rovinoso”.

E la dichiarazione è netta: finché resisterà la mente, il nome e il ricordo dell’amato non andranno mai persi. In altre parole: la memoria è fedeltà.

Terza quartina: povertà dell’oggetto, ricchezza del cuore

La terza quartina spiega la separazione dal diario fisico:
quel “povero diario” non poteva contenere tutto. È troppo piccolo rispetto alla grandezza dell’amore. Inoltre Shakespeare non ha bisogno di note per ricordare: l’amore è già impresso.

Il poeta dice che si è separato dal diario perché ha dato credito alla mente, che “meglio ti riceve”. Qui la mente diventa un contenitore più vasto e più degno della carta: un luogo capace di accogliere l’amato interamente.

È anche una riflessione sul rapporto fra scrittura e memoria: lo scritto è un aiuto quando la memoria è fragile; ma quando l’amore è totalità, l’aiuto diventa inutile.

Il distico: il promemoria come offesa

Il distico finale è molto forte e sottile:
tenere un promemoria che aiuti a ricordare l’amato sarebbe come ammettere dimenticanza.

È quasi una logica d’onore: un vero amore non dimentica, dunque non ha bisogno di promemoria. Avere note sarebbe riconoscere una debolezza, e questa debolezza è incompatibile con la fedeltà assoluta proclamata in questi sonetti.

Così Shakespeare trasforma un oggetto tenero (il diario regalo) in una prova: la prova che l’amore autentico non ha bisogno di sostegni esterni, perché è già memoria vivente.

Conclusione

Il Sonetto 122 celebra la memoria come forma suprema dell’amore. Il dono dell’amato, fragile sulla carta, diventa eterno nella mente: ciò che è scritto può essere smarrito, ma ciò che è impresso nel cuore non si cancella.

Shakespeare afferma quindi una fedeltà profonda e orgogliosa: non ha bisogno di appunti perché il ricordo è già parte della sua stessa vita. E la chiusa, con elegante fierezza, suggerisce che il promemoria sarebbe quasi un tradimento: una confessione di possibile oblio.

In questo modo il sonetto torna a ribadire un’idea centrale: l’amore vero non vive nei segni esterni, ma nella coscienza, dove diventa presenza continua.

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Crediti

La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

(I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.


PirandelloWeb

Questo componimento fa parte dei 154 Sonetti di Shakespeare. Leggi l’introduzione completa alla raccolta nella pagina Sonetti di Shakespeare.

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