Nel Sonetto 123 Shakespeare sfida apertamente il Tempo: rifiuta l’illusione del “nuovo” e smaschera le sue costruzioni — piramidi, registri, vestigia — come semplici ripetizioni travestite. Il poeta non si lascia sorprendere dal presente né dal passato: ciò che il Tempo mostra come novità è già stato visto. Per questo giura fedeltà a se stesso e all’amore, opponendosi alla falce che tutto consuma: a dispetto del Tempo, non cambierà.
Sonetto 123 – Leggi e ascolta
No Tempo, mai ti vanterai ch’io cambi;
le piramidi che innalzi con sempre nuova possa
non mi dicon niente, non han niente di nuovo:
non son che nuove vesti di cose già vedute.
È breve l’arco della vita, perciò guardiam stupiti
il vecchio che ci imponi come fosse nuovo,
e che vogliamo credere fatto a nostro gusto
piuttosto di pensare che già ne udimmo dire.
Io ti sfido Tempo e sfido i tuoi registri,
perché non mi sorprende il tuo presente od il passato
le tue vestigia mentono e mente quanto vediamo
fatto grande o piccolo dalla tua continua furia:
questo io ti giuro e questo manterrò,
a scorno tuo e della tua falce, io non cambierò.
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Analisi del Sonetto 123
Il Sonetto 123 è uno dei più orgogliosi e combattivi dell’intera sequenza: Shakespeare non supplica, non teme, non si lamenta; sfida. Il nemico è il Tempo, la grande potenza che tutto muta, consuma e inganna. Ma il poeta, qui, si presenta come un avversario non domabile: dichiara che il Tempo non potrà vantarsi di farlo cambiare.
Questa è una presa di posizione radicale: contro la legge universale della trasformazione, Shakespeare oppone la fedeltà. Non solo fedeltà all’amato (che resta sottintesa), ma fedeltà a sé, alla propria verità interiore. Il Tempo costruisce piramidi, registri, vestigia; accumula “prove” della sua forza. Eppure, per Shakespeare, tutto ciò non è novità: è ripetizione. Il “nuovo” è solo un vecchio travestito.
Il sonetto dunque combina due idee:
1) il Tempo è illusione e inganno (perché finge novità);
2) il poeta è resistenza e costanza (perché non cambia).
Prima quartina: le piramidi come “novità” fasulla
La prima quartina comincia con un’apostrofe diretta:
“No Tempo, mai ti vanterai ch’io cambi”.
È un verso assertivo, di sfida. Poi Shakespeare usa l’immagine delle piramidi: simbolo di grandezza storica, di potenza architettonica, di sopravvivenza nei secoli. Ma il poeta le svaluta:
non dicono nulla, non hanno nulla di nuovo.
Per Shakespeare le piramidi sono solo “nuove vesti di cose già vedute”. Il Tempo riveste di apparenza nuova ciò che in realtà è sempre lo stesso. È un’accusa filosofica: la storia non produce vera novità, produce solo ripetizione mascherata.
Questa quartina è anche un colpo all’orgoglio umano: noi crediamo di costruire monumenti eterni, ma la loro “novità” è illusoria; tutto è già stato.
Seconda quartina: il breve arco della vita e l’ingenuità umana
Nella seconda quartina Shakespeare introduce una ragione psicologica: la vita umana è breve. Per questo guardiamo stupiti il “vecchio” che il Tempo ci impone come fosse nuovo. Non perché sia davvero nuovo, ma perché noi siamo nuovi: il nostro sguardo è giovane e inesperto.
Il Tempo, dunque, vince anche grazie alla nostra fragilità: non ricordiamo abbastanza, non viviamo abbastanza a lungo per vedere ripetersi le cose. E quindi crediamo che ciò che vediamo sia nato per noi, “fatto a nostro gusto”, invece di riconoscere che già ne avevamo udito parlare.
È una riflessione molto moderna: ciò che chiamiamo novità spesso è soltanto ignoranza storica.
Terza quartina: la sfida ai registri e alle vestigia
Nella terza quartina Shakespeare porta lo scontro al massimo:
“Io ti sfido Tempo e sfido i tuoi registri”.
Il Tempo tiene “registri”: cronache, annali, memoria della storia. Ma Shakespeare li considera ingannevoli. Non lo sorprende né il presente né il passato: perché entrambi sono manipolazioni, selezioni, travestimenti.
Dice che le vestigia mentono e mente quanto vediamo fatto grande o piccolo dalla furia del Tempo. È una critica alla prospettiva storica: il Tempo altera tutto, gonfia o riduce, esalta o cancella. Non è un testimone neutrale: è un tiranno che decide la misura delle cose.
In questa quartina Shakespeare denuncia il Tempo come manipolatore della verità.
Il distico: giuramento di costanza contro la falce
Nel distico finale il poeta pronuncia un giuramento:
“questo io ti giuro e questo manterrò”.
E poi, con una formula magnifica:
“a scorno tuo e della tua falce, io non cambierò.”
La falce è l’immagine classica del Tempo che miete. Ma Shakespeare oppone una resistenza morale: il Tempo può consumare il corpo, distruggere i monumenti, cambiare i regni; ma non può cambiare ciò che il poeta promette di tenere intatto.
Il sonetto dunque si chiude come una dichiarazione di incorruttibilità: il poeta resta fedele.
Conclusione
Il Sonetto 123 è un manifesto di sfida contro il Tempo. Shakespeare smaschera l’illusione del nuovo: piramidi e vestigia non sono altro che ripetizioni travestite. La vita umana è breve, e perciò crediamo in ciò che appare nuovo; ma il poeta, più lucido, riconosce che il Tempo inganna e manipola.
E contro questo inganno Shakespeare oppone la costanza: non sarà sorpreso né trasformato. Giura di non cambiare, a dispetto della falce. In questa sfida sta la grandezza del sonetto: affermare che, almeno nell’amore e nella fedeltà, esiste qualcosa che il Tempo non può vincere.
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La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.
Questo componimento fa parte dei 154 Sonetti di Shakespeare. Leggi l’introduzione completa alla raccolta nella pagina Sonetti di Shakespeare.