Nel Sonetto 137 Shakespeare accusa Amore di accecare occhi e cuore: vede la bellezza, ma la scambia per ciò che è peggio, esaltando il falso. Il poeta sa che l’amata è “comune al mondo intero”, eppure il cuore la considera un bene privato. Gli occhi negano la realtà per illuminare un volto impuro. Così vista e sentimento falsano il vero e precipitano nell’infamia dell’errore.

Sonetto 137 – Leggi e ascolta
Amore, pazzo cieco amore, che fai ai miei occhi
che guardano e non vedon quel che vedono?
Essi sanno cosa sia bellezza, vedono ove dimora
eppure quel che è il peggio è preso per eccelso.
Se occhi corrotti da sguardi troppo allettanti
sono ancorati nella baia ove naviga ogni uomo,
perché della falsità degli occhi ti sei fatto uncini
a cui tener legata la guida del mio cuore?
Perché il mio cuor dovrebbe considerar privato
quel luogo che ben sa comune al mondo intero?
O i miei occhi, che vedon bene, negare la realtà
per dar luce sincera a un volto tanto impuro?
I miei occhi e il cuore hanno falsato il vero,
ed ora son perduti nell’infamia dell’errore.
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Analisi del Sonetto 137
Il Sonetto 137 segna un ritorno cupissimo dopo il gioco erotico e linguistico dei sonetti 135–136. Qui Shakespeare non scherza più: entra in una dimensione di vergogna e lucidità dolorosa. Il poeta sa di essere ingannato — o, peggio, sa di ingannare se stesso — e per questo rivolge un’accusa violenta ad Amore, definito “pazzo cieco amore”.
Il tema centrale è la cecità volontaria: gli occhi vedono eppure non vedono. Riconoscono la bellezza, sanno dove dimora, ma scambiano il peggio per eccelso. È una distorsione morale: non solo estetica, ma etica. La Dark Lady non è più la bellezza nera da celebrare: è un volto “impuro”. E tuttavia gli occhi lo illuminano come se fosse puro.
Il sonetto si sviluppa come un interrogatorio in quattro domande: perché? perché? perché? E la risposta finale è una confessione: occhi e cuore hanno falsato il vero.
Prima quartina: vedere e non vedere
La prima quartina è un’accusa diretta ad Amore:
cosa fai ai miei occhi, che guardano e non vedono ciò che vedono?
È il paradosso classico dell’amore cieco, ma Shakespeare lo rende drammatico: gli occhi non sono ciechi per mancanza di vista, ma per corruzione. Vedono la bellezza eppure la confondono: prendono ciò che è peggiore per eccelso.
Qui Shakespeare descrive l’amore come malattia percettiva: non altera solo i sentimenti, altera i giudizi.
Seconda quartina: la baia comune e gli uncini dell’inganno
Nella seconda quartina Shakespeare approfondisce la colpa degli occhi:
sono occhi corrotti da sguardi troppo allettanti, ancorati nella baia dove naviga ogni uomo.
Questa “baia” è un’immagine di promiscuità: luogo pubblico, frequentato da tutti. Quindi il poeta sa che l’amata è comune, accessibile, non esclusiva.
Eppure Amore ha fatto della falsità degli occhi degli “uncini” che tengono legata la guida del cuore. È un’immagine crudele: i ganci dell’inganno trattengono il cuore, impedendogli di liberarsi.
Il cuore non comanda più: è trascinato dalla corruzione dello sguardo.
Terza quartina: privato ciò che è comune
Nella terza quartina la contraddizione esplode:
perché il cuore dovrebbe considerare privato un luogo che sa comune al mondo intero?
Shakespeare ammette apertamente ciò che lo umilia: il cuore si illude di possedere ciò che non è possedibile. L’amata è di tutti, e tuttavia lui vuole considerarla “sua”.
E poi una domanda ancora più grave:
perché gli occhi negano la realtà per dare luce sincera a un volto impuro?
Qui “luce sincera” è ironico: gli occhi fingono sincerità mentre mentono. Illuminano ciò che è impuro come se fosse puro. La vista diventa complice dell’inganno.
Il distico: confessione e infamia
Nel distico Shakespeare pronuncia la sentenza:
occhi e cuore hanno falsato il vero.
E ora sono perduti nell’infamia dell’errore.
Non è solo dolore: è vergogna. Il poeta si sente infame perché ha scelto la menzogna contro la verità.
È un finale durissimo: non c’è consolazione, non c’è ironia. Solo la consapevolezza di essersi lasciato corrompere.
Conclusione
Il Sonetto 137 è una confessione di autoinganno. Shakespeare accusa Amore di rendere ciechi gli occhi che vedono, di corrompere lo sguardo e trasformarlo in un uncino che tiene legato il cuore. Il poeta sa che l’amata è comune, eppure la vuole privata; sa che è impura, eppure gli occhi le danno luce “sincera”.
La chiusa è una condanna: occhi e cuore hanno falsato il vero e ora si perdono nell’infamia dell’errore. Questo sonetto è uno dei più tragici del ciclo Dark Lady perché mostra l’amore non come passione, ma come degrado della verità interiore.
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La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.