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Sonetto 141 – Shakespeare

Nel Sonetto 141 Shakespeare confessa un amore irrazionale: i sensi vedono difetti, non provano piacere nella voce o nel corpo della donna, eppure il cuore ama ciò che essi disprezzano. Né vista, né udito, né gusto, né olfatto riescono a dissuaderlo: il cuore, “pazzo”, si fa schiavo del suo superbo cuore. Il poeta trasforma questa sventura in privilegio, perché trova una strana gioia nella penitenza di chi lo fa peccare.

Sonetto 141 di Shakespeare

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A dire il vero io non t’amo coi miei occhi
perché in te notano un’infinità di colpe;
solo il mio cuore ama quanto essi sdegnano
e a dispetto loro, è lieto del suo ardore.

Né il mio udito si delizia al tono della tua voce,
né il mio sentimento è prono a volgar lussuria,
né il gusto o l’olfatto voglion essere invitati
a un erotico banchetto soltanto col tuo corpo:

ma né i miei cinque spiriti o i miei cinque sensi
possono dissuadere dall’amarti un pazzo cuore
che lascia incontrollata questa parvenza d’uomo
perché schiava sia e vassalla del tuo superbo cuore:

ma io volgo a privilegio questa mia sventura
perché godo la penitenza di chi mi fa peccare.


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Analisi del Sonetto 141

Il Sonetto 141 è una delle confessioni più lucide e sconcertanti dell’intera sezione della Dark Lady. Shakespeare descrive un amore che non nasce dai sensi, non è sostenuto dalla bellezza, né dall’armonia della voce, né da un piacere fisico immediato. Eppure questo amore esiste, domina e trascina.

È un testo che rovescia un’idea fondamentale della poesia amorosa: normalmente i sensi sono la porta dell’innamoramento (gli occhi, il profumo, la voce). Qui invece i sensi sono giudici severi: vedono difetti e colpe, non si deliziano di nulla. L’amore nasce contro i sensi: nasce dal cuore, e solo dal cuore.

Ma proprio per questo l’amore appare malattia e schiavitù: un “pazzo cuore” trascina l’uomo, riducendolo a vassallo. Shakespeare arriva a dire che trasforma la sventura in privilegio, perché gode della penitenza: trova piacere nel soffrire.

È il ritratto perfetto di un amore tossico e irresistibile.

Prima quartina: i sensi vedono colpe, il cuore ama ciò che disprezzano

Il sonetto si apre con una frase disarmante:
“A dire il vero io non t’amo coi miei occhi”.

Shakespeare non idealizza più nulla: gli occhi notano “un’infinità di colpe”. Il lessico è morale, non estetico. Non dice “difetti fisici”, dice colpe: la donna è vista come creatura colpevole, forse crudele, forse infedele, forse ingannevole.

Eppure:
“solo il mio cuore ama quanto essi sdegnano”.
Qui nasce la frattura: gli occhi disprezzano, il cuore ama. Non si tratta di armonia amorosa, ma di guerra interiore.

Il cuore è lieto “a dispetto” dei sensi: la felicità non è gioia pura, è sfida, ostinazione.

Seconda quartina: nessun senso viene sedotto

La seconda quartina amplia il rifiuto dei sensi:

– l’udito non si delizia alla voce;
– il “sentimento” non è prono a volgar lussuria;
– gusto e olfatto non vogliono essere invitati a un “erotico banchetto”.

È un passaggio straordinario: Shakespeare dice apertamente che la donna non lo conquista nemmeno sul piano sensuale. Non c’è attrazione naturale, non c’è piacere spontaneo.

Il linguaggio del banchetto erotico suggerisce l’idea di un’offerta del corpo come festa dei sensi — ma i sensi non rispondono. Quindi la passione non è “normale”: è compulsione del cuore.

Terza quartina: il cuore pazzo rende l’uomo schiavo

Nella terza quartina Shakespeare introduce la diagnosi:
né i cinque spiriti, né i cinque sensi possono dissuaderlo dall’amare.

È come se tutte le facoltà razionali e percettive fossero inutili contro la tirannia del cuore. E infatti appare la frase chiave:
“un pazzo cuore”.

Questo cuore lascia incontrollata la “parvenza d’uomo”: cioè il corpo, la persona, l’identità. Il poeta non è più padrone di sé. L’amore lo riduce a schiavo e vassallo del “superbo cuore” della donna.

Il rapporto amoroso viene descritto come feudalesimo emotivo:
lei è signora, lui è servo.

Il distico: privilegio nella sventura, piacere nella penitenza

Nel distico Shakespeare compie la mossa più inquietante:
trasforma la sventura in privilegio.

Perché?
Perché gode la penitenza di chi lo fa peccare.

Qui desiderio e colpa si intrecciano definitivamente. Shakespeare non nega l’umiliazione: la assume e la chiama addirittura piacere. È una forma di masochismo morale: soffrire diventa parte del godimento.

Il poeta sembra dire: so che è sbagliato, so che mi rovina, ma proprio questo mi cattura.

Conclusione

Il Sonetto 141 descrive un amore irrazionale, che non nasce dai sensi ma dalla schiavitù del cuore. Gli occhi vedono colpe e difetti, l’udito non si delizia della voce, gli altri sensi non provano attrazione: eppure il cuore ama ciò che i sensi disprezzano.

Shakespeare si riconosce prigioniero: un “pazzo cuore” lo rende vassallo del cuore superbo della donna. E nel finale arriva alla confessione più tragica: trasforma la sventura in privilegio, perché trova piacere nella penitenza.

È uno dei sonetti più moderni perché smaschera l’amore come contraddizione: desiderio contro giudizio, passione contro evidenza, gioia dentro la colpa.

Sonnet 141 – In English ·
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Crediti

La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.

(I Sonetti – Garzanti editore)

Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.


PirandelloWeb

Questo componimento fa parte dei 154 Sonetti di Shakespeare. Leggi l’introduzione completa alla raccolta nella pagina Sonetti di Shakespeare.

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