Nel Sonetto 147 Shakespeare paragona l’amore a una febbre: un male che si alimenta di ciò che lo peggiora e desidera proprio ciò che lo consuma. La ragione, medico devoto, abbandona il paziente perché le sue prescrizioni vengono ignorate; e senza guida l’amante precipita nella follia. Pensieri e parole diventano farneticazioni lontane dalla realtà. Il distico finale ribalta ogni illusione: la donna non è pura né bella, ma “nera come l’inferno, fosca come la notte”.

Sonetto 147 – Leggi e ascolta
È come febbre l’amor mio e sempre anela
quel che più a lungo il mio mal fomenta,
nutrendosi di ciò che il dolor rinforza
per appagare solo un morboso desiderio.
La mia ragione, medico devoto del mio amore,
furente che le sue prescrizion sian trascurate,
mi ha lasciato e disperato ormai mi accorgo
che è morte il desiderio che la mente rifiutava.
Sono senza aiuto, or che ragion più non provvede
e pazzo frenetico sempre in maggior delirio;
i miei pensieri e le parole sono frutto di follia,
vanamente farneticanti lontane da realtà:
perché ti ho giurato pura e creduto bella,
nera sei come l’inferno, fosca come la notte.
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Analisi del Sonetto 147
Il Sonetto 147 è uno dei vertici più oscuri e violenti della sequenza della Dark Lady. Shakespeare qui non parla più con l’ironia del 135–136, né con la semplice gelosia: parla come un uomo ammalato e fuori controllo. L’amore non è più una passione: è una patologia.
La metafora dominante è medica: l’amore è febbre, la ragione è medico, il desiderio è malattia mortale. Il poeta descrive un processo tipico delle dipendenze: desiderare proprio ciò che distrugge. L’amore diventa un impulso “morboso”, che si nutre di ciò che aumenta il dolore.
Il sonetto è costruito come una diagnosi e una confessione:
– il male è riconosciuto,
– il rimedio esiste (la ragione),
– ma il paziente rifiuta la cura,
– e quindi cade nella follia.
Il distico finale compie la rottura definitiva: Shakespeare dichiara che la donna non è pura né bella, ma infernale e notturna. È un giudizio totale, senza appello.
Prima quartina: la febbre che desidera ciò che la peggiora
Il sonetto si apre con un’immagine immediata:
“È come febbre l’amor mio”.
Non è un semplice paragone poetico: Shakespeare tratta l’amore come condizione clinica. Una febbre non ragiona, brucia. E soprattutto:
l’amore “anela” proprio ciò che alimenta il male.
Questa è l’essenza del testo: il desiderio non cerca guarigione, cerca aggravamento. Il poeta descrive l’amore come un organismo che si nutre di ciò che rinforza il dolore.
Il verso “per appagare solo un morboso desiderio” rende la passione un comportamento patologico: non c’è felicità, c’è compulsione.
Seconda quartina: la ragione-medico abbandona il paziente
Nella seconda quartina entra la figura della ragione:
“La mia ragione, medico devoto del mio amore”.
È un’immagine splendida: la ragione è un medico fedele, non un nemico. Vorrebbe guarire l’amore malato. Ma il medico è furente perché le sue prescrizioni sono trascurate: l’amante non segue la cura, cioè non rinuncia al desiderio.
Per questo la ragione se ne va: lo abbandona.
E quando il medico se ne va, il poeta comprende la verità:
il desiderio è morte. Quello che la mente rifiutava — cioè ciò che la ragione tentava di evitare — è in realtà ciò che lo ucciderà.
Terza quartina: follia e linguaggio delirante
Nella terza quartina Shakespeare descrive le conseguenze dell’abbandono:
è senza aiuto, perché la ragione non provvede più.
E quindi diventa “pazzo frenetico”, in delirio crescente.
Il sonetto non parla solo di dolore emotivo: parla di perdita di controllo mentale.
I pensieri e le parole sono “frutto di follia”, farneticazioni lontane dalla realtà. Shakespeare mostra la dissoluzione del linguaggio: quando l’amore è febbre, anche la parola brucia, diventa confusa, incoerente.
Il distico: crollo dell’illusione
Il distico finale è tra i più duri dell’intera sequenza:
Shakespeare accusa se stesso di aver giurato che lei fosse pura e di averla creduta bella.
Queste due parole — pura, bella — vengono distrutte.
La donna è definita:
“nera come l’inferno, fosca come la notte.”
È il capovolgimento del mito: la “Dark Lady” non è più seduzione alternativa, non è più bellezza nera, non è più oggetto di poesia. Diventa inferno.
È l’odio che nasce dalla vergogna e dalla consapevolezza: l’amore malato genera disprezzo totale.
Conclusione
Il Sonetto 147 è una confessione di dipendenza e follia. Shakespeare paragona l’amore a una febbre che desidera ciò che la alimenta; la ragione, medico fedele, abbandona il paziente perché le cure vengono rifiutate. Senza ragione l’amante precipita nel delirio: pensieri e parole diventano farneticazioni lontane dalla realtà.
Il distico finale è la frattura definitiva: ciò che era stato idealizzato viene riconosciuto come infernale. La donna non è pura né bella: è “nera come l’inferno, fosca come la notte”. È uno dei sonetti più terribili perché mostra la verità dell’amore quando si trasforma in malattia.
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La traduzione italiana di questo sonetto è opera di Maria Antonietta Marelli, edita da Garzanti. Tutti i diritti sono riservati dai rispettivi titolari. La presenza del testo in questa pagina ha finalità di studio e divulgazione dell’opera di William Shakespeare. Il sito può includere inserzioni pubblicitarie generiche, non collegate al contenuto specifico della traduzione e non sostitutive dell’edizione editoriale. Si invita alla consultazione dell’edizione completa disponibile presso l’editore o le librerie autorizzate.
(I Sonetti – Garzanti editore)
Audio in Italiano – Lettura di Valter Zanardi dal canale YouTube: VALTER ZANARDI letture.